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martedì 27 gennaio 2026

27 gennaio

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

domenica 3 giugno 2012

Cambi di campo

L'inizio di Университетская поэма (Poema universitario) di Nabokov mi ricorda le Lettres persanes e, per forza di cose, l'essere siciliano di Sciascia. Entrambi scelgono, come punto di partenza, l'identità in condizione di esilio (nelle sue diverse declinazioni: Sciascia non dovette espatriare, per esiliarsi, traendo piuttosto beneficio dal dono dell'insularità e dalla letteratura), in entrambi i casi vista dagli altri, quelli che maggiormente contribuiscono a forgiarla.

"Итак, вы русский? Я впервые
встречаю русского..." Живые,
слегка навыкате, глаза
меня разглядывают: "К чаю
лимон вы любите, я знаю;
у вас бывают образа
и самовары, знаю тоже!"

"Quindi lei è russo? È la prima volta
che incontro un russo…" E gli occhi
vivaci, delicatamente sporgenti
mi esaminano. "Vi piace il tè
col limone, lo so.
Da voi ci sono icone
e samovar, so anche questo!"

L'ultima strofa mi ricorda Charms ("e questo è tutto") ma soprattutto, per forza di cose, l'eco tenue della catastrofe primordiale di Primo Levi, che in Nabokov si traduce nel persistere della rotazione delicata della terra, nella sua leggera inclinazione. Entrambe le poesie, nel finale, come al cinema, cambiano radicalmente campo, ma lo fanno con movimenti opposti, l'uno allargando la visione, l'altro restringendola.

In mezzo, direi che la poesia di Nabokov andrebbe letta, sempre che se ne abbia l'interesse. Ne esiste una traduzione in inglese, di suo figlio Dmitri, che mi pare inarrivabile e che per questo lascio semplicemente così, assieme all'originale:
Университетская поэма, Владимир Набоков
University poem, translation by Dmitri Nabokov




lunedì 6 giugno 2011

Siamo nudi

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 17627 persone.
Fortress Europe
(È un dato necessariamente sottostimato, in quanto "basato sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 23 anni".)

Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l'umanità astratta e l'astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia - schernita come fredda e ideologica - è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.

Nella Germania di Hitler era diffuso un galateo particolare: chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande, a chi faceva domande non si rispondeva. In questo modo il cittadino tedesco tipico conquistava e difendeva la sua ignoranza, che gli appariva una giustificazione sufficiente della sua adesione al nazismo: chiudendosi la bocca, gli occhi e le orecchie, egli si costruiva l’illusione di non essere a conoscenza, e quindi di non essere complice, di quanto avveniva davanti alla sua porta.
Sapere, e far sapere, era un modo (in fondo non poi tanto pericoloso) di prendere le distanze dal nazismo; penso che il popolo tedesco, nel suo complesso, non vi abbia fatto ricorso, e di questa deliberata omissione lo ritengo completamente colpevole.
Primo Levi, appendice a Se questo è un uomo, Einaudi 1984

Sono anni che ho tra i tasti un post su quella tomba che è diventato il Mediterraneo. Mi è stato e mi è tuttora molto difficile scriverne: chi mai potrebbe non provare umana pietà per tante e tali morti? Eppure è una pietà nei fatti o negata o, se presente, come nel mio caso e in quello di moltissimi altri, inane, vacua. Vorrei tanto che Magris avesse ragione. Temo però che non ce l'abbia. La realtà democratica mi sembra peggiore, concretamente peggiore e lontanissima da ogni poesia: le parole di Magris mi sembrano pienamente condivisibili solo in termini di desiderio, di auspicio.
Primo Levi considerava che le circostanze che portarono allo sterminio degli ebrei in Europa sarebbero potute venir meno se la stampa tedesca fosse stata libera, in grado di informare il maggior numero di persone possibile, e comunque, anche in assenza di libertà dell'informazione, se chi sapeva - e naturalmente c'era chi sapeva, anche al di là dei responsabili diretti dello sterminio - avesse parlato. Mi si permetta non dico il paragone, ma almeno l'accostamento tra i due eventi, al di là delle differenze dei contesti storici e politici, se non altro per la durata del fenomeno cui stiamo assistendo, per la sostanziale passività con cui lo facciamo, per l'esistenza (ancora con Levi, quello de I sommersi e i salvati) di una zona grigia, che se oggi non collabora, non agendo, non altera il risultato, e per la almeno parziale responsabilità delle cause delle emigrazioni in atto, delle condizioni disperate in cui si svolgono e quindi dei loro esiti da parte di tutta la comunità europea.
Un giorno potremmo - forse dovremmo - sentirci rivolgere le stesse domande che i figli del dopoguerra tedesco hanno rivolto ai propri genitori: "Ma tu dov'eri? Sapevi? E che cosa hai fatto per evitarlo?" Sono queste le domande che mi pongo da anni e che mi inducono ad accostare i due eventi, nonostante tutte le loro differenze.
Né la presenza di una democrazia in ogni paese europeo né l'esistenza di una stampa in grado di informare (peggio, nemmeno l'ipertrofia di internet) né il fatto che si sappia da molto tempo che migliaia di emigranti muoiono nel Mediterraneo sembrano essere sufficienti ad impedire la strage. Non vorrei che fosse caduta un'altra maschera, che fossero caduti degli altri vestiti, oltre a quelli dell'imperatore: quelli del popolo, che sa, che sa da molti anni e che da molti anni non fa nulla  e in ogni caso non abbastanza. 
Mi viene in mente un testo di Caparrós dedicato ad un viaggio di 28 giorni (una luna) compiuto tra Chişinău e Monrovia, Amsterdam e Lusaka, Pittsburgh e Parigi, Madrid, Barcellona e Johannesburg, in cui, come inviato per un'agenzia dell'ONU, ha incontrato degli emigrati. Nonostante ricalchi in parte le stesse categorie citate da Magris in termini di umanità astratta e umanità concreta, ma secondo una prospettiva capovolta, non mi pare affatto reazionario, ma solo più realista dell'approccio di Magris.
L'umanità è un'idea di quando l'umanità non esisteva: di quando c'erano piccole comunità in cui il destino di uno implicava in qualche modo quello degli altri o diciamo piuttosto: in cui era facile vedere che il destino di ciascuno implicava in qualche modo quello degli altri - e vi si prestava attenzione.
Abbiamo l'abitudine di credere che il momento culminante di questa idea fu Atene tanto tempo fa, quando i cittadini scoprirono che dipendevano gli uni dagli altri nella battaglia perché avevano inventato la formazione oplitica, in cui ogni uomo valeva lo stesso di quello a fianco perché sapeva che bastava che uno venisse meno perché si rompesse la formazione e lo ammazzassero. Poi produssero quello che chiamarono democrazia, in cui il voto di ogni uomo valeva lo stesso di quello a fianco - sempre che quest'uomo fosse cittadino e non ricorresse per vivere al lavoro degli schiavi e degli immigrati. La democrazia convertì quell'idea di umanità in una forma politica. L'umanità, in sintesi, era questo: che tutti gli uomini valgono - e, in qualche modo, si equivalgono. Però, insisto: ciò è facile da vedere quando quelli che valgono sono Abel il pescatore di quella casa, Mabel la figlia del fabbro, Jezabel la tettona mora.
Il cristianesimo volle trapiantare questa nozione di quartiere su scala generale - volle veramente? - con questa idea universalistica della chiesa e volle che si trattasse il prossimo - ogni prossimo - come se stesso: un discorso interessante, mai praticato. E poi, nel secolo XVIII, l'idea di umanità fu usata per combattere questa stessa religione, e si consolidò nel XIX quando Marx lesse Terenzio e ripetè che niente dell'umano gli era estraneo(1). Però, nella misura in cui vi riuscirono, i marxisti cominciarono a parlare di socialismo in un solo paese e che gli altri marcissero, di Siberia e di gulag. Tutto in nome dell'umanità, il bene supremo. Non c'è un'idea più resistente: i comportamenti hanno sempre contraddetto il concetto, però questi comportamenti vengono intesi come errori, deviazioni. Le idee migliori, le più potenti, sono quelle che non si realizzano mai - e la loro costante irrealtà le conserva e le eleva. In sintesi: se qualcuno crede che agli uomini importi quello che succede ad altri uomini, che venga a Monrovia(2). O che vada a Florencio Varela(3).
Martín Caparrós(4), Una luna. Diario de hiperviaje, Anagrama 2009

(1) Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
(2) Una testimonianza da Monrovia dallo stesso libro di Caparrós, che in questo caso non riesco a tradurre, e non per difficoltà linguistiche, dice:
Una noche, desde el otro lado de la frontera, llegaron los rebeldes: agarraban a los hombres y les preguntaban si preferían mangas largas o mangas cortas. Al que decía mangas largas le cortaban el brazo a la altura de la muñeca; al que decía mangas cortas, a la altura del hombro. A algunos les daban la opción de pantalones cortos o pantalones largos - o del celular: les cortaban los tres dedos del medio de una mano, así les quedaban el pulgar y el meñique, que imitan un teléfono. Hay momentos en que la modernidad y la salvajería se mezclan sin piedad - y un humor raro. Al que non quería elegir lo mataban sin más.
(3) Zona nella parte meridionale di Buenos Aires.
(4) Martín Caparrós (Buenos Aires, 1957) si è laureato in storia a Parigi, ha vissuto a Madrid e New York, ha diretto riviste di libri e di cucina, ha attraversato mezzo mondo, tradotto Voltaire, Shakespeare e Quevedo, pubblicato una ventina di libri, e ricevuto il Premio Planeta Latinoamérica, il Premio Rey de España e la borsa di studio Guggenheim. 

mercoledì 6 aprile 2011

Mediterraneo, 2011

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

       Considerate se questo è un uomo,
       Che non conosce pace
       Che lotta per mezzo pane
       Che muore per un sì o per un no
       Che solo d'acqua ha bisogno,
       Acqua per cancellare
       Acqua feroce sogno
       Acqua impossibile per rifarsi mondo.

Meditate che questo è.

Da Shemà (10 gennaio 1946) e Fuga (12 gennaio 1984) di Primo Levi.

martedì 1 giugno 2010

Dopo Auschwitz

Quante volte ho pensato di riportare Todesfuge (Fuga di mortequi dalla voce dell'autore) di Celan, quante volte ci ho rinunciato. La varietà delle versioni italiane che mi è capitato di leggere, l'uso che se ne fa in occasione di anniversari, ma, soprattutto - direi - l'uso, da parte del poeta, della lingua del Paese da cui proviene la morte (der Tod ist ein Meister aus Deutschland - la morte è un maestro che viene dalla Germania), mi hanno sempre impedito di provare a pubblicarne una versione mia. Celan avrebbe potuto scriverla in francese, in inglese, in yiddish, in rumeno o anche in russo, tutte lingue che conosceva. Non lo fece. Nonostante avesse la medesima provenienza della morte, scelse la lingua materna: “Muttersprache, Mördersprache" (lingua materna, lingua assassina), forse perché riconobbe che la morte, persino la morte tragica provocata da mani assassine, persino quella portata su scala dei milioni, non ci è estranea, forse, invece, fu semplicemente una scelta obbligata: anche quando si può scrivere in una lingua straniera, come disse Hannah Arendt, che scrisse abbondantemente in inglese, non esistono alternative alla lingua materna.

Günter Gaus - Vorrei chiederle ora se le manca l'Europa del periodo prehitleriano, che non ci sarà più, quando è in America o quando viene in Europa. Che cosa è rimasto e che cosa è irrimediabilmente perduto?

Hannah Arendt - Non ho alcuna nostalgia dell'Europa del periodo prehitleriano, questo non posso dirlo. Che cosa è rimasto? È rimasta la lingua.

G.G. - Questo significa molto per lei.

H.A. - Moltissimo. E mi sono sempre consapevolmente rifiutata di perdere la lingua materna. Ho sempre mantenuto una certa distanza sia rispetto al francese, che allora parlavo molto bene, sia rispetto all'inglese, in cui oggi scrivo.

G.G. - Volevo chiederglielo. Oggi scrive in inglese.

H.A. - Scrivo in inglese, ma non ho mai perso la distanza. Vede, c'è una differenza enorme tra la lingua materna e tutte le altre lingue. Posso dirlo in tutta semplicità: in tedesco conosco a memoria una parte considerevole di poesie tedesche, in qualche modo si muovono sempre qua dietro, in the back of my mind, e questo è irraggiungibile.



Adorno, come noto, salvo i suoi successivi ripensamenti, che generalmente si omette di ricordare, decretò la fine di tutta la poesia dopo Auschwitz.

Kulturkritik findet sich der letzten Stufe der Dialektik von Kultur und Barbarei gegenüber: nach Auschwitz ein Gedicht zu schreiben, ist barbarisch, und das frisst auch die Erkenntnis an, die ausspricht, warum es unmöglich wird, heute Gedichte zu schreiben (La critica della cultura si trova di fronte all'ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie: scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto barbaro e questo erode anche la consapevolezza del perché è diventato impossibile scrivere poesie oggi).

Theodor W. Adorno, Kulturkritik und Gesellschaft, 1951, pubblicato in volume nel 1963

Das perennierende Leiden hat soviel Recht auf Ausdruck wie der Gemarterte zu brüllen; darum mag falsch gewesen sein, nach Auschwitz ließe sich kein Gedicht mehr schreiben (La sofferenza perenne ha tanto diritto di espressione quanto il martirizzato di urlare; perció può essere stato sbagliato affermare che dopo Auschwitz non sia più possibile scrivere poesia).

Theodor W. Adorno, Dialektik. Jargon der Eigentlichkeit, 1973


L'esperienza di Primo Levi fu opposta a quella di Adorno. Non mi sentirei di escludere, pur senza avere la benché minima intenzione di giudicare ed essendo anzi nell'impossibilità stessa di farlo - lo dico con tutta l'umiltà, la cautela ed il rispetto possibili -, che nel caso di Levi un ruolo l'abbia anche svolto proprio il fatto che la sua lingua materna non fosse quella tedesca.


La mia esperienza è stata opposta. Allora mi sembrò che la poesia fosse più idonea della prosa per esprimere quello che mi pesava dentro. In quegli anni avrei riformulato le parole di Adorno: dopo Auschwitz non si può più fare poesia se non su Auschwitz.

Intervista di Giulio Nascimbeni a Primo Levi, Corriere della Sera, 1976


L’effabile è preferibile all’ineffabile, la parola umana al mugolio animale. Non è un caso che i due poeti tedeschi meno decifrabili, Trakl e Celan, siano entrambi morti suicidi, a distanza di due generazioni. Il loro comune destino fa pensare all’oscurità della loro poetica come ad un pre-uccidersi, a un non-voler-essere, ad una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stata coronamento. Sono da rispettarsi, perché il loro « mugolio animale » era terribilmente motivato: per Trakl, dal naufragio dell’Impero Asburgico, in cui egli credeva, nel vortice della Grande Guerra; per Celan, ebreo tedesco scampato per miracolo alla strage tedesca, dallo sradicamento, e dall’angoscia senza rimedio davanti alla morte trionfatrice. Per Celan soprattutto, perché è un nostro contemporaneo (1920-70), il discorso deve farsi più serio e responsabile. Si percepisce che il suo canto è tragico e nobile, ma confusamente: penetrarlo è impresa disperata, non solo per il lettore generico, ma anche per il critico. L’oscurità di Celan non è disprezzo del lettore né insufficienza espressiva né pigro abbandono ai flussi dell’inconscio: è veramente un riflesso dell’oscurità del destino suo e della sua generazione, e si va addensando sempre più intorno al lettore, stringendolo come in una morsa di ferro e di gelo, dalla cruda lucidità di Fuga di morte (1945) al truce caos senza spiragli delle ultime composizioni. Questa tenebra che cresce di pagina in pagina, fino all’ultimo disarticolato balbettio, costerna come il rantolo di un moribondo, ed infatti altro non è. Ci avvince come avvincono le voragini, ma insieme ci defrauda di qualcosa che doveva essere detto e non lo è stato, e perciò ci frustra e ci allontana. Io penso che Celan poeta debba essere piuttosto meditato e compianto che imitato. Se il suo è un messaggio, esso va perduto nel «rumore di fondo»: non è una comunicazione, non è un linguaggio, o al più è un linguaggio buio e monco, qual è appunto quello di colui che sta per morire, ed è solo, come tutti lo saremo in punto di morte. Ma poiché noi vivi non siamo soli, non dobbiamo scrivere come se fossimo soli. Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno.

Primo Levi, L'altrui mestiere, Dello scrivere oscuro, 1985


Parole, queste, - e anche qui lo dico con il massimo rispetto possibile - che indurrebbero a pensare che con il proprio suicidio Levi abbia forse voluto porre il punto al termine del suo racconto, che ha offerto con generosità a tutti senza risparmiarsi e che certo oscuro non è mai stato.

Sul tema della poesia Levi è necessariamente tornato più volte.


Primo Levi - Io sono ritornato con l'impressione di essere sopravvissuto con lo scopo di scrivere, cioè che in qualche modo il bisogno di raccontare queste cose mi avesse aiutato a tener duro e ho cominciato a scrivere appena ho avuto modo, cioè appena ho avuto un tavolo, una penna, un pezzo di carta. Addirittura avevo cominciato in lager stesso. Nei pochi giorni in cui ho lavorato in un laboratorio chimico, io scrivevo, sapendo benissimo che rischiavo perché era considerato uno spionaggio, scrivere, e che non avrei potuto comunque salvare questi appunti.

Lucia Borgia - Le poesie sono venute prima o dopo di Se questo è un uomo o La tregua, che sono i libri che lo hanno fatto conoscere in tutto il mondo?

P.L. - Prima, anzi contengono molti dei temi svolti poi in questi due libri.

L.B. - Eppure Adorno aveva scritto che dopo Auschwitz non si può fare più poesia.

P.L. - Ecco, io correggerei questo enunciato di Adorno. Direi che dopo Auschwitz non si può fare più poesia se non su Auschwitz, o per lo meno tenendo conto di Auschwitz. Qualcosa, con Auschwitz, di irreversibile è successo nel mondo.

L.B. - La guerra è la morte dell'arte?

P.L. - Purtroppo no, purtroppo no. Quantunque la guerra sia la morte e l'arte sia la vita, fin dall'Iliade, fin dall'Antico Testamento - dico, ripeto - purtroppo convivono. Pare che esista un bisogno umano di esprimere in poesia anche le cose atroci, anche la guerra.

Intervista di Lucia Borgia a Primo Levi, 1984


Il dopo Auschwitz in poesia di Heiner Müller, che non aveva né scelta della lingua né una responsabilità dell'evento né ne era stato vittima, ma che tuttavia avvertì, da tedesco, il bisogno di scriverne, così come ricordato a memoria nella Germania riunificata del 1993, è questo.

Seife in Bayreuth

für Daniel Barenboim

Als Kind hörte ich die Erwachsenen sagen:
In den Konzentrationslagern wird aus den Juden
Seife gemacht. Seitdem konnte ich mich mit Seife
Nicht mehr anfreunden und verabscheure Seifengeruch.
Jetzt wohne ich, weil ich den TRISTAN inszeniere
In einer Neubauwohnung in der Stadt Bayreuth.
Die Wohnung ist sauber wie ich noch keine gesehen habe
Alles ist am seinem Platz: Die Töpfe Die Pfannen
Die Teller Die Tassen Die Gläser Das Doppelbett.
Die Dusche, MADE IN GERMANY, kann Tote aufwecken.
An den Wänden Blumen- und Alpenkitsch.
Hier herrscht Ordnung, auch das Grün hinter dem Haus
In Ordnung, die Straße still, gegenüber die HYPOBANK.
Als ich das Fenster aufmache zum erstenmal: Seifengeruch.
Das Haus die Wohnung der Garten die Stadt Bayreuth riechen nach Seife.
Jetzt weiß ich, sage ich gegen die Stille
Was es heißt in der Hölle zu wohnen und
Nicht tot zu sein oder ein Mörder. Hier
wurde AUSCHWITZ geboren im Seifengeruch.

Heiner Müller, 1993


Sapone a Bayreuth

per Daniel Barenboim
Da bambino sentivo dire gli adulti:
Nei campi di concentramento con gli ebrei
si fa il sapone. Da allora non ho più potuto
Avvicinarmi al sapone e detesto l’odore di sapone.
Ora abito, poiché metto in scena il TRISTANO
In un appartamento di nuova costruzione nella città di Bayreuth.
L’appartamento è pulito come non ne ho mai visti
Tutto è al suo posto: Le pentole Le padelle
I piatti Le Tazze I bicchieri Il letto matrimoniale.
La doccia, MADE IN GERMANY, può risvegliare i morti.
Alle pareti kitsch di fiori e di Alpi.
Qui l'ordine è supremo, anche il verde dietro la casa
È in ordine, la via silenziosa, l’HYPOBANK di fronte.
Quando per la prima volta apro la finestra: odore di sapone.
La casa l'appartamento il giardino la città di Bayreuth sanno di sapone.
Ora lo so, lo dico contro il silenzio
Cosa significa abitare all’inferno e
Non essere morti o assassini. Qui
È nata AUSCHWITZ nell’odore di sapone.


Heiner Müller cerca di ricordarsi Seife in Bayreuth al cimitero ebraico di Weissensee, un mese dopo le prime prove a Bayreuth del 1993 per la messa in scena del Tristano del 1994 (link diretto)

Der Tod ist ein Meister aus Deutschland. Dalla Germania.

Viene da lì, nessuno ne dubita. Auschwitz, però, come diceva ancora Primo Levi, lo abbiamo cominciato noi italiani. Avrebbe voluto che lo sapessimo e ce lo ricordassimo tutti. L'abbiamo poi fatto fino in fondo?
Intervista a Primo Levi degli anni '70, direi, dopo il golpe in Cile del '73 e con la memoria ancora fresca della dittatura dei colonnelli in Grecia.

Del resto, perfino in Israele, Levi ha fatto molta fatica a farsi sentire. Probabilmente non è casuale. E probabilmente anche per questo ho finito per ricordarlo, pur in modo parziale e disarticolato, proprio oggi.

lunedì 6 aprile 2009

Nel principio

Fratelli umani a cui è lungo un anno,
Un secolo un venerando traguardo,
Affaticati per il vostro pane,
Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi:
Udite, e vi sia consolazione e scherno:
Venti miliardi d'anni prima d'ora,
Splendido, liberato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice,
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quest'una catastrofe rovescia
L'eco tenue risuona dagli ultimi confini.
Da quell'ultimo spasimo tutto è nato:
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
Ogni cosa che ognuno ha pensato,
Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
E mille e mille soli, e questa
Mano che scrive.

Primo Levi