lunedì 2 maggio 2016

Per la libera circolazione della gratitudine

Ahmed, cittadino tunisino che ieri mattina ha cercato spontaneamente di aiutarmi a riparare la mia bicicletta, per l'ennesima volta oggetto delle attenzioni distruttive di un altro cittadino, presumibilmente francese e con tutta certezza mona, si ricorda con gratitudine e con un luccichio negli occhi di una famiglia della provincia di Arezzo, che purtroppo non è in grado di rintracciare perché se ne ricorda solo la vicinanza ad una stazione ferroviaria in un paesaggio altrimenti campagnolo, per l'ospitalità e la generosità con cui questa l'ha accolto quando è arrivato in Europa, nel 2008.

lunedì 25 aprile 2016

Tancredi Galimberti (Duccio)

1° dicembre 1944

Ho agito a fin di bene e per un'idea.
Per questo sono sereno e dovete esserlo anche voi.

Duccio

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi

Di anni 38 - avvocato -  nato a Cuneo il 30 aprile 1906 -. Dall'adolescenza militante antifascista - il 25 luglio 1943 a Cuneo e il 26 luglio a Torino arringa la folla perché insorga contro i tedeschi - il 10 settembre 1943 organizza a Madonna del Colletto (Valdieri, Cuneo) un primo nucleo armato attorno al quale si svilupperanno le formazioni GL del Cuneese - il 13 gennaio 1944 è ferito in combattimento a San Matteo di Valle Grana (Cuneo) - rientrato nella lotta è incaricato del comando di tutte le formazioni GL nel Piemonte ed assolve le funzioni di vice-comandante del I Comitato Militare Regionale Piemontese - braccato dai fascisti e dai tedeschi, per dieci mesi si sposta di zona in zona ispezionando formazioni e tenendo i collegamenti fra la città e la macchia-. Catturato il mattino del 28 novembre 1944 a Torino da elementi della Squadra Politica di via Asti - incarcerato alle carceri Nuove di Torino - torturato -.  Prelevato all'insaputa del Comando delle carceri - caricato su di una macchina  - fatto scendere nei pressi di Centallo sulla strada Torino-Cuneo e fucilato a tradimento, la sera del 2 dicembre 1944 -. Medaglia d'Oro al Valor Militare -. Eroe Nazionale.

sabato 23 aprile 2016

Il Manoscritto Hopkins di R.C. Sherriff

Prefazione

(Dalla Imperial Research Press, Addis Abeba)

Quando, due anni fa, la Royal Society dell'Abissinia scoprì "Il Manoscritto Hopkins" tra le rovine di Notting Hill, nacque la speranza che si sarebbe fatta almeno un po' di luce sugli ultimi, tragici giorni di Londra.
Tuttavia, uno studio attento del manoscritto ha provato che questa speranza è stata vana. Edgar Hopkins, il suo autore, fu un uomo di una tale inestinguibile autostima e limitata visione che la sua narrazione diventa quasi priva di valore per lo scienziato e lo storico, e se ne fa scarsa menzione nella voluminosa e magistrale opera della Royal Society "Investigazioni nelle Civiltà Estinte dell'Europa Occidentale".
Tuttavia, nonostante tutti i suoi difetti, "Il Manoscritto Hopkins" possiede una caratteristica unica: è il solo resoconto personale e quotidiano scoperto finora che ci restituisca i sentimenti intimi di un inglese durante i giorni del Cataclisma. La nostra ignoranza in fatto di storia dell'Inghilterra ha provocato molti commenti nei recenti dibattiti scientifici, ma bisognerebbe ricordarsi che per un centinaio d'anni dopo il crollo della "Civiltà Occidentale" i popoli delle nazioni rinate dell'est si sono abbandonati ad un'orgia dissennata di distruzione di tutto quello che esisteva nei loro paesi per ricordare loro dei giorni in cui vivevano sotto il dominio dell'"uomo bianco". Ogni libro stampato, ogni traccia d'arte sopravvissuta nell'Europa occidentale fu sistematicamente scovata e distrutta. Nei successivi settecento anni, il clima umido dell'Inghilterra completò il lavoro di distruzione e la tragedia della nostra rinascita di interesse nelle nazioni d'Europa dal lungo passato è che è arrivata troppo tardi. La nostra conoscenza dell'Inghilterra rischia di fondarsi per sempre su frammenti inadeguati, quali "Il Manoscritto Hopkins", sopravvissuto per un colpo di fortuna.
Qui si può dire una parola sulla storia della sua scoperta.
La parte continentale dell'Europa occidentale, un tempo abitata da francesi, tedeschi, italiani e spagnoli, è stata da allora colonizzata ed ogni traccia della sua passata civiltà è stata spazzata via. Nella sola isola britannica è rimasta qualche speranza di recuperare delle prove per ricostruire la gloria perduta dell'"uomo bianco".
Il clima umido britannico non ha attratto i popoli dell'est e, per quasi mille anni, da quando i suoi sventurati abitanti sono morti di fame tra le rovine delle loro città un tempo nobili, l'isola è rimasta una discarica desertica, frequentata da fantasmi - le sue città ed i suoi paesi sepolti sempre più in profondità sotto boschi e paludi invadenti.
Le difficoltà incontrate dalla spedizione pionieristica della Royal Society dell'Abissinia furono sufficienti a scoraggiare l'esploratore più ardito e non sorprende che ritornò quasi a mani vuote.
Gli inglesi annotarono le proprie vite e conquiste su carta così fragile che tutte le vestigia sono scomparse nella perpetua umidità dell'isola, e le loro iscrizioni su metallo e pietra sono della più scarsa qualità.
Una tavoletta di ferro completamente arrugginita fu trovata dodici miglia a sud-ovest di Londra. La sua iscrizione è stata decifrata dal dott. Shangul dell'Università di Adua, restituendo un "NON CALPESTARE LE AIUOLE" ed è attualmente ospitata nella Collezione reale ad Addis Abea.
La colonna rettangolare della pietra con l'iscrizione "PECKHAM 3 MIGLIA" può essere vista nel Museo Imperiale dell'Afghanistan.
La sola altra iscrizione trovata in Inghilterra ha suscitato molte speranze, al momento del suo ritrovamento. Recava molti nomi incisi, ma si rivelò la più grande delusione di tutte. La tavoletta, che commemora l'apertura di una piscina nella parte settentrionale di Londra, riporta in dettaglio i nomi del Consiglio circoscrizionale, dell'architetto e dell'ingegnere sanitario ed omette il nome del monarca in carica e del primo ministro - un esempio di vanagloria urbana che fa inorridire la mente moderna.
"Il Manoscritto Hopkins" fu scoperto grazie ad un puro colpo di fortuna. Mentre stava tagliando legna per il fuoco necessario alla spedizione ogni notte per proteggersi dai branchi di cani selvaggi che vagavano per l'isola, un giovane scienziato scoprì un muro di mattoni rossi in completa rovina che crollò sotto la pressione, rivelando così in una cavità una fiaschetta sotto vuoto. Il manoscritto vi era sopravvissuto, mentre milioni di libri, esposti agli elementi, erano andati distrutti.
E così "Il Manoscritto Hopkins" arriva fino a noi - un grido flebile e solitario di angoscia dalla notte dell'Inghilterra morente - infinitamente patetico nelle piccole, pietose presunzioni e nell'autostima del suo autore. Solleva l'ombra dai lembi morti di una nazione un tempo potente, come lo sfolgorio di un fiammifero può dissipare l'oscurità dal deserto del Sahara, eppure è tutto quello di cui abbiamo - tutto quello che avremo per ricordarci di un popolo che un tempo visse nella gloria.
Sappiamo che Giulio Cesare invase la Britannia perché questo è registrato su pietra eterna in Italia, ma quel che accadde dopo l'invasione di Giulio Cesare rimane un mistero che i nostri uomini di scienza probabilmente non sveleranno mai.
Questa edizione economica de "Il Manoscritto Hopkins" è pubblicata esattamente come fu scritta, ma un'edizione completamente annotata da quel brillante studioso, il dott. Shangul dell'Università di Adua, che ha corretto tutti gli errori grammaticali dell'autore, è stata pubblicata dalla Royal Society dell'Abissinia.

R.C. Sherriff, The Hopkins Manuscript, 1939
A meno di una mia svista, possibilissima, non ne esiste una traduzione italiana. 

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venerdì 22 aprile 2016

10 rue Dombasle 75015

Siccome "Filosofo e scrittore tedesco" non basta, in questo paese, per ricordare chi fosse Walter Benjamin, nella targa che lo commemora posta sopra il portone al numero 10 della rue Dombasle hanno aggiunto "Traduttore di Proust e Baudelaire", che è molto più parlante, anche se non è che lo pagassero poi molto, per quei lavori di traduzione, ma questo non conta più, ora che c'è la targa. Un fastidio*, quella chiosa, un po' per le difficoltà in cui si trovò a vivere anche a Parigi, un po' per il giudizio di valore accresciuto implicitamente racchiuso dall'aggiunta o per la necessità di metterla proprio per meglio giustificare la presenza stessa della targa, un po' per la sottintesa normalità della tappa della vita di un filosofo e scrittore tedesco, traduttore di Proust e Baudelaire, che si è trovato a vivere per qualche tempo in un appartamento di un immobile qualsiasi del XV. Ci abitò tra il 1938 e il 1940, dice sempre la targa, anni come altri. Successivamente, in assenza di ulteriori informazioni, deve aver traslocato da qualche altra parte, si è legittimati a pensare. 

***

Christian Buckard: Frau Krüger, Ende 1934 zogen Sie von Barcelona nach Paris, um bei Florence Henri die Kunst der Porträtphotographie zu erlernen. Wie kamen Sie in das Haus Rue Dombasle Nr. 10?

Lore Krüger: Zuerst hatte ich in einem kleinen Hotel gewohnt. Dann habe ich meine Schwester Gisela nachgeholt, die noch auf Mallorca war. Sie wollte Schneiderin werden. Angeblich haben wir studiert, sonst hätten wir ja keine Aufenthaltserlaubnis bekommen. Und irgendwann sind wir eben in die Rue Dombasle Nr. 10 gezogen. Da war eine Wohnung zu vermieten, in der hatte vorher der Otto Katz gewohnt.

Buckard: Otto Katz, der Mitarbeiter Willy Münzenbergs im Propagandaapparat der Kommunistischen Internationale?

Krüger: Ja, und der danach umgebracht wurde, in den Prager Prozessen 1948. Aber daß Katz dort gewohnt hatte, das war reiner Zufall. Wir hatten nur ein Schild mit der Aufschrift „Wohnung frei“ gesehen. Und dann haben wir festgestellt, daß in diesem Haus außerordentlich viele Emigranten lebten.

Buckard: Wer zum Beispiel?

Krüger: Im 7. Stock, das war das oberste Stockwerk, wohnten in der Mitte Arthur Koestler und seine Freundin Daphne Hardy, eine nette englische Bildhauerin. Und links von ihnen wohnte Walter Benjamin. Der war auch so ein Eigenbrötler. Ich wußte damals noch nicht, was für ein großer Schriftsteller und Philosoph er war. Ich war ja noch jung, und mein Wissen war begrenzt. Benjamin hatte die Gewohnheit, nachts zu arbeiten und dann hinterher zu baden. Das Haus war so gebaut, daß die Abflußrohre seines Badezimmers durch mein Schlafzimmer gingen, so wußten wir immer, wann er badete. Und morgens schlief er immer sehr lange. Wenn man ir-gendetwas von ihm wollte, erschien er an der Tür in einem rostroten Bademantel, mit wirrem Haar und wirrem Blick, ziemlich geistesabwesend und wußte nichts mit uns anzufangen. Wir nannten ihn den „Waldgeist“.

Buckard: Hatten Sie auch mit Koestler und seiner Freundin Daphne Hardy Kontakt?

Krüger: Wir haben eigentlich mit Daphne ein engeres Verhältnis gehabt. Sie war ein sehr lieber Mensch, mit der haben wir einen sehr guten Kontakt gehabt, vor allen Dingen auch meine Schwester. Wir haben uns auch oft gesehen, wir waren oft oben. Sie hatten eine schöne Wohnung, eigentlich die schönste, die ich da im Haus gesehen habe.

Buckard: Und Koestler?

Krüger: Koestler war ein sehr schwieriger Mensch. Das heißt, ein sehr empfindlicher Mensch, der seine Empfindlichkeit durch eine gewisse Zurückhaltung zu verbergen suchte. Ich fand damals Anschluß an deutsche Antifaschisten aller möglichen Couleurs, vor allem auch an deutsche Kommunisten. Und alle, die ihn vorher gekannt hatten, sagten mir – ich lernte Koestler ja erst kennen, als er zurückkam aus der spanischen Gefangenschaft –, er habe sich völlig verändert. Koestler wurde dann sehr antikommunistisch. Aber trotzdem: Wir hielten alle irgendwie zusammen.

Buckard: Wer wohnte sonst noch im Haus?

Krüger: Rechts von Koestler wohnte der Spanienkämpfer Rudolf Neumann. Als wir einzogen, war er noch in Spanien. Er war ein Arzt, ein Kinderarzt. Neumann hatte TBC und war gerade zur Behandlung in Davos, als der Bürgerkrieg ausbrach. Und da hat er alles stehen und liegen lassen und ist trotz seiner punktierten Lunge nach Spanien. Eine ganze Zeitlang war er der Chefarzt der Kliniken der Internationalen Brigaden in Benicassim. Doch als seine TBC schlimmer wurde, kam er wieder zurück in die Rue Dombasle.

Buckard: Unter Ihnen, im 5. Stock, wohnte auch ein Arzt. Unter seiner Aufsicht hatte Walter Benjamin in Berlin Haschisch-Experimente durchgeführt.

Krüger: Das war Fritz Fränkel, ein Berliner Nervenarzt. Er lebte dort mit der Frau von Rudolf Neumann aus dem 7. Stock, die diesemweggelaufen war. Dr. Fränkel hat sie später geheiratet, und sie sind nach Mexiko gegangen. Und im 3. Stock wohnte ein jüngeres Ehepaar, das waren auch Emigranten, Ekstein hießen die.

Buckard: Hans und Eva Ekstein. Lisa Fittko, die Schwester von Hans Ekstein, hat Walter Benjamin über die Pyrenäen geführt. Hatten Sie mit Eksteins Kontakt?

Krüger: Nein, die hielten sich völlig von uns fern. Aber wir hatten irgendwie doch ein Zusammenhaltsgefühl in diesem Haus. Die Frau Neumann hat mir immer Fotos gebracht, abends, die sie am Morgen abliefern sollte. Als ich eine Gehirnerschütterung hatte – ich hatte ja wenig Geld –, haben mich der Rudolf Neumann und der Fritz Fränkel zusammen behandelt. Das war selbstverständlich. Wir haben uns immer gegenseitig geholfen. Ich habe beispielsweise Fotos gemacht von allen, die wollten, und meine Schwester hat genäht.

Buckard: Sogar mit der Concierge hatten Sie Glück. Koestler erzählt, daß sie ihn 1939 vor der Polizei gewarnt hat.

Krüger: Ja, das war Madame Fontaine. Sie war links, ihr Mann war Italiener und las die kommunistische Humanité. Und sie tat alles, was sie nur konnte, für uns. Dabei waren die Concierges zu dieser Zeit alle verpflichtet, für die Polizei zu spionieren. Sie hat auch uns vor der Polizei gewarnt. In der Emigration spielte diese Solidarität untereinander eine große Rolle. Und das haben nicht alle gehabt. Aber wir hatten da, Gott sei Dank, Glück.

Christian Buckard, Jüdische Allgemeine, 16.11.2006

Florence Henri, Portrait de Lore Krüger, Paris, 1937 © Galleria Martini & Ronchetti
Florence Henri, Ritratto di Lore Krüger, Paris, 1937

Christian Buckard: Signora Krüger, alla fine del 1934 si trasferì da Barcellona a Parigi per apprendere l'arte della fotografia ritrattistica da Florence Henri. Come arrivò nella casa della rue Dombasle 10?

Lore Krüger: Prima avevo abitato in un piccolo hotel, poi ho recuperato mia sorella Gisela, che era ancora a Mallorca. Voleva diventare sarta. Presumibilmente abbiamo studiato all'università, altrimenti non avremmo ottenuto il permesso di soggiorno. E ad un certo punto ci siamo appunto trasferite in rue Dombasle 10. C'era un appartamento in affitto, in cui prima aveva abitato Otto Katz.

Buckard: Otto Katz, il collaboratore di Willy Münzenberg nel servizio di propaganda dell'Internazionale comunista?

Krüger: Sì, successivamente ucciso nei processi di Praga del 1948. Ma che Katz avesse abitato lì, era una pura coincidenza. Avevamo solo visto un cartello con la scritta "Appartamento libero". E poi abbiamo realizzato che in quella casa viveva un numero straordinario di emigranti.

Buckard: Chi, per esempio?

Krüger: Al settimo piano, ovvero l'ultimo, al centro, abitavano Arthur Koestler e la sua amica Daphne Hardy, una scultrice inglese, molto carina. E alla loro sinistra abitava Walter Benjamin. Anche lui era un tipo solitario. Allora non sapevo ancora che grande autore e filosofo fosse. Ero ancora giovane e avevo una cultura limitata. Benjamin aveva l'abitudine di lavorare di notte e, dopo, di farsi il bagno. La casa era costruita in modo tale che i tubi di scarico del suo bagno passavano attraverso la mia stanza da letto, per cui sapevamo sempre quando si faceva il bagno. E la mattina dormiva sempre a lungo. Quando avevamo bisogno di qualcosa da lui, compariva alla porta in un accappatoio color ruggine, i capelli arruffati e lo sguardo confuso, piuttosto perso, e non sapeva cosa fare con noi. Lo chiamavamo lo "spirito del bosco".

Buckard: Era in contatto anche con Koestler e la sua amica Daphne?

Krüger: In realtà abbiamo avuto un rapporto stretto con Daphne. Era una persona molto cara, con cui noi, e più di tutti mia sorella, abbiamo avuto ottimi contatti. Ci siamo anche visti spesso, eravamo spesso sopra. Avevano un bel appartamento, a dire il vero il più bello che abbia visto in quella casa.

Buckard: E Koestler?

Krüger: Koestler era un uomo molto difficile, vale a dire un uomo molto sensibile, che cercava di nascondere la propria sensibilità attraverso un certo distacco. Allora avevo rapporti con antifascisti tedeschi di tutti i colori, soprattutto con comunisti tedeschi, e tutti quelli che lo conoscevano già mi dicevano - io conobbi Koestler solo quando tornò dalla prigionia spagnola - che era completamente cambiato. Koestler diventò poi molto anticomunista. Ciò nonostante eravamo tutti in qualche modo uniti.

Buckard: Chi altro viveva in quella casa?

Krüger: A destra di Koestler abitava il combattente di Spagna Rudolf Neumann. Quando ci trasferimmo, era ancora in Spagna. Era un medico, un pediatra. Neumann aveva la TBC ed era proprio in cura a Davos, allo scoppio della guerra civile. E a quel punto ha lasciato tutto ed è andato in Spagna nonostante lo stato dei suoi polmoni. Per molto tempo fu il primario delle cliniche delle Brigate internazionali a Benicassim. Però, quando la sua TBC diventò più grave, ritornò nella rue Dombasle.

Buckard: Tra di voi, al quinto piano, abitava anche un medico. Sotto la sua supervisione Walter Benjamin aveva condotto degli esperimenti con l'hashish a Berlino.

Krüger: Era Fritz Fränkel, un neurologo berlinese. Viveva lì con la moglie di Rudolf Neumann del settimo piano, che era scappata da lui. Il dott. Fränkel l'ha poi sposata e sono andati in Messico. E al terzo piano abitava una giovane coppia: anche loro erano emigranti, si chiamavano Ekstein.

Buckard: Hans ed Eva Ekstein. Lisa Fittko, la sorella di Hans Ekstein, ha fatto da guida a Walter Benjamin attraverso i Pirenei. Aveva contatti con gli Ekstein?

Krüger: No, si tenevano molto alla larga da noi, ma avevamo lo stesso in qualche modo un sentimento di intesa, in quella casa.  La signora Neumann mi ha sempre portato delle foto, la sera, che il mattino dopo doveva consegnare. Quando ebbi una commozione cerebrale – avevo pochi soldi –, Rudolf Neumann e Fritz Fränkel mi hanno entrambi curata. Era scontato. Ci siamo sempre aiutati a vicenda. Per esempio io ho fatto foto di tutti quelli che volevano essere fotografati, e mia sorella ha cucito.

Buckard: Ebbe fortuna addirittura con la portinaia. Koestler racconta che la portinaia lo avvisò dell'arrivo della polizia nel 1939.

Krüger: Sì, era Madame Fontaine**. Stava a sinistra, suo marito era italiano e leggeva il giornale comunista L'Humanité. E fece tutto il possibile per noi. In quel contesto, i portinai erano tutti costretti a spiare per la polizia. Ha avvisato anche noi dell'arrivo della polizia. Nell'emigrazione questa solidarietà reciproca svolgeva un ruolo importante, e non lo hanno avuto tutti. Ma noi, grazie a Dio, in quella circostanza, avemmo fortuna.

* È difficile accontentarmi, in fatto di targhe ed affini. Tuttavia, non è impossibile: al Jardin des Plantes, quello della pantera in gabbia di Rilke, esiste una delle serie di targhette più sublimi mai apposte sul suolo pubblico parigino, quelle con la spiega delle piante, appunto, che con Dombasle, agronomo, cascano pure bene. Signore e signori, Monsieur Jean-Marie Boulet.

Le graveur des étiquettes du Jardin des Plantes par mnhn

** Non sono riuscita a trovare altre tracce di Madame Fontaine, purtroppo.

venerdì 8 aprile 2016

Il faut aujourd'hui garder la trace de ces personnes qui débarquent de la mer Egée et traversent l'Europe

Der Winkel von Hahrdt

Hinunter sinket der Wald,
Und Knospen ähnlich, hängen
Einwärts die Blätter, denen
Blüht unten auf ein Grund,
Nicht gar unmündig.
Da nämlich ist Ulrich
Gegangen; oft sinnt, über den Fußtritt,
Ein groß Schiksaal
Bereit, an übrigem Orte. 

Friedrich Hölderlin

Ingiù affonda il bosco,
e simili a gemme pendono
le foglie in dentro, a cui
da sotto fiorisce un terreno,
tutto fuorché muto.
Di qui è infatti passato
Ulrico: spesso medita, sull'orma,
un grande destino
pronto, nel luogo che resta. 


 

 - Lei fa pensare al "narratore" descritto da Walter Benjamin: parla - dopo la morte per trasmettere - alla posterità...
- Bandito sui bordi del mar Nero, il poeta russo Ossip Mandel'štam - 1891-1938 - scrive sulle tracce di Ovidio. Io prolungo i testi antichi fino all'amara realtà della modernità. Oppure prendo un oggetto, un testo, ne faccio una storia e mi immagino di presentarla al drammaturgo Heiner Müller. Così continuo a scrivere con i suoi occhi. I morti non sono morti. Vivono in noi. Il mio metodo è simile a quello di un Montaigne che ripesca un ricordo dell'antichità, lo mette in relazione con un detto popolare e mescola il tutto in un saggio contro la guerra civile che rimbomba.
Oggi bisogna conservare traccia di queste persone che sbarcano dal mare Egeo e attraversano l'Europa, come fa Hölderlin ne L'angolo di Hahrdt, poesia che descrive il cespuglio dove si è riposato il duca di Würtenberg in fuga. Attraversano le stesse frontiere varcate dagli abitanti della DDR nel 1989, dagli ungheresi nel 1956, dagli ugonotti, come la nonna di mia nonna che ha dovuto partire da Parigi per la Germania, e senza la quale noi non saremmo qui... Il racconto è nato con il fuoco. È riunendosi, la notte, per raccontare, che è nata la comunità, la società.

Alexander Kluge intervistato da Marianne Dautrey in occasione dell'uscita della traduzione francese di Chronik der Gefühle.

lunedì 4 aprile 2016

Durcheinander

Sich lieben
in einer Zeit
in der Menschen einander töten
mit immer besseren Waffen
und einander verhungern lassen
Und wissen
dass man wenig dagegen tun kann
und versuchen
nicht stumpf zu werden
Und doch
sich lieben

Sich lieben
und einander verhungern lassen
Sich lieben und wissen
dass man wenig dagegen tun kann
Sich lieben
und versuchen nicht stumpf zu werden
Sich lieben
und mit der Zeit
einander töten
Und doch sich lieben
mit immer besseren Waffen

Erich Fried


Confusione

Amarsi
in un'epoca
in cui gli uomini si uccidono l'un l'altro
con armi sempre migliori
e si lasciano vicendevolmente morire di fame
E sapere
che ci si può fare ben poco
e cercare
di non diventare insensibili
Eppure
amarsi.

Amarsi
e lasciarsi vicendevolmente morire di fame
Amarsi e sapere
che ci si può fare ben poco
Amarsi
e cercare di non diventare insensibili
Amarsi
e col tempo
uccidersi l'un l'altro
Eppure amarsi
con armi sempre migliori

mercoledì 30 marzo 2016

La ca sla colin-a

La ca sla colin-a l'é bela
Maria la varda peui dis :
am piasrìa podèj catèla,

sarìa 'l mè paradis!
L'é bianca la ca sla colin-a,
l'é bianca come 'n linseul,
s'it la varde a smija ch' a grigna,
l'é pròpi la ca che a veul.

L'é gròssa la ca sla colin-a,
tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là ansima
mi, mè òm e ij mè fieuj.

Mè pare fasìa 'l murador
l'é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l'ha fala chiel la ca sla colin-a,
l'ha fala për quatr ësgnor.

E lor a ven-o d'istà
stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch'a sìa
e mi a son sensa ca.

La ca sla colin-a l'é bela
Maria la varda peu dis :
mi podreu mai catèla,
për ij pòver a-i-é nen paradis!

Gianmaria Testa

sabato 19 marzo 2016

Dizionario di tutte 'e cose: P come Piccola casa editrice (ovvero uno dei motivi per cui vorrei che il Regno Unito restasse nell'UE)

Buongiorno,

Ho ricevuto la vostra conferma di spedizione il primo marzo, per la quale vi ringrazio, ma non ho ancora ricevuto il primo libro del mio abbonamento semestrale.

Potreste verificare il mio ordine e la spedizione?

Se i tempi di consegna dovessero essere più lunghi, vi prego di non tenere conto di questa email. In caso contrario, gradirei un vostro riscontro.

Vi ringrazio sin d'ora. Cordiali saluti,

Francesca Giovannini

***

Dear Francesca Giovanni (sic),

Many thanks for your order, I'm terribly sorry that you haven't received your book, how annoying. Yes, it was posted to you on March 1st so I'm quite surprised that it hasn't yet arrived. Might we wait a day or two longer to see if it does turn up? If not, please do let me know and I shall of course send a replacement.

Best wishes,
Lydia

(Molte grazie per il suo ordine. Sono terribilmente dispiaciuta del fatto che non ha ricevuto il suo libro, che seccatura. Sì, le è stato inviato il primo marzo, per cui sono piuttosto sorpresa che non sia ancora arrivato. Potremmo aspettare ancora un paio di giorni per vedere se effettivamente arriva? Altrimenti, la prego di farmi senza'altro sapere; ovviamente, gliene spedirei un'altra copia.)

***

Cara Lydia,

Grazie. Certo, aspettiamo qualche giorno in più. Se non dovesse arrivare, glielo farò sapere. È il mio primo libro di Persephone books!

Cordiali saluti,

Francesca

***
Cara Lydia,

Solo per farle sapere che il libro è arrivato oggi.

Non vedo l'ora di leggerlo!
Cordiali saluti,
Francesca

***
Hurray! Thanks so much for letting me know. My apologies again for the delay.

Best wishes,

Lydia
(Urrà! Grazie mille per avermelo fatto sapere. Le mie rinnovate scuse per il ritardo.) 

giovedì 4 febbraio 2016

A Parigi flon flon



Parigi settembre
La mansarda
Col finestron
Che guarda
El carrefour de l'Odeon

La parete celeste
La stampa del Poiré
« Il Porto di Trieste »
Me fa sentir ancora

A Parigi flon flon
Salso de mar
E refolo de bora
Aria de casa mia

Son qua che aspetto
Quella che vegnerà
Suso de mi a le cinque
La ga telefonà

Vengo dopo le prove
La vegnerà la sento
Fresca de sotto al vestitin
De lino

Mi sarò vento
Che passerà su ela
Stampa e mansarda
A far l'amor ne guarda

Carolus L. Cergoly

martedì 2 febbraio 2016

Demande de déchéance de nationalité française

F.T.P. (Franchi Tiratori Partigiani di una cittadinanza mondiale)
35 allé de l'Angle
Chaucre
17190 St Georges d'Oléron
Tel: 05 46 76 73 10
Email: editionslibertaires@wanadoo.fr           22 gennaio 2016

Oggetto: Richiesta di revoca della nazionalità francese

                           Al Sig. presidente della repubblica francese

Speriamo leggerà, Signor Presidente, la lettera presente, se tempo mai ne avrà.
Noi siamo nati in questo paese, la Francia, per caso. Non abbiamo scelto né di nascere né di nascere in Francia. È così per tutti gli esseri umani.
Finora, questa non scelta non ci creava troppi problemi. Ci sarebbe potuta andare peggio.
Già da un po' di tempo, tuttavia, tra Notre-Dame-des-Landes e la condanna alla reclusione inflitta a dei sindacalisti, nutrivamo qualche dubbio sulla sua capacità di far sognare di una Francia nota come paese dei diritti umani. Ci concederà di non parlare nemmeno di socialismo.
Con la sua ultima manipolazione di bassa politica in tema di revoca del diritto di nazionalità, le cose sono chiare. Lei sta giocando col fuoco. Sa che i terroristi se ne fanno un baffo di essere privati o meno di... E ciò nonostante, sta realizzando un arsenale giuridico demagogico che mette agli arresti domiciliari dei militanti ecologisti e dei sindacalisti e che, domani, si rivolgerà contro di lei...
Si ricordi di Martin Niemöller, liberato dai campi alla caduta del regime nazista, nel 1945. È l'autore di Prima vennero... a torto attribuita a Bertolt Brecht. Diceva: "Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
Signor Presidente, domani, quando quelli che pretende combattere saranno al potere, si accontenteranno di applicare le sue leggi. Come fa a non capirlo?
Di consequenza, in accordo con la Costituzione, che ancora ce lo permette, ci dichiariamo in stato di insurrezione.
Con la presente, la preghiamo di accogliere la nostra richiesta di revoca della nazionalità francese. Perché?
Noialtri, francesi per caso, non vogliamo più essere francesi fintanto che lei incarnerà questa idea della Francia.
Con la presente, la informiamo altresì della nostra volontà di creare quanto prima una carta d'identità ed un passaporto di cittadino del mondo.
Signor presidente, avverta i suoi gendarmi che saremo ben armati di quelle armi di distruzione di massa che sono l'intelligenza, la non violenza, l'onore e... l'umorismo. E che non esiteremo a sparare! Con quelle armi lì!

Jean-Marc Raynaud, Dominique Lestrat, Yannick Thébault, Stéphane Troplain, Paul Boino, Annie Arroyo, Laurent Conduché, Thyde Rosell, Claudie Annerau, Thierry Sassi, Michel Di Nocera, Jean-Pierre Georges, Bob Siné, Benoist Rey

Le maiuscole e le minuscole sono come nell'originale, il resto no. Per esempio, non ho necessariamente distinto il decadimento della nazionalità dalla sua perdita. Gli stessi firmatari credo non ne tengano conto, perché il decadimento (déchéance) è una sanzione che non si applica ai francesi di origine, ma solo a coloro che hanno acquisito la nazionalità francese.
Ma guarda se uno nel 2016 deve occuparsi di 'ste cose.




mercoledì 27 gennaio 2016

Au revoir, chère Madame la Ministre

Nous en sommes si fiers que je voudrais le définir par les mots du poète Léon-Gontran Damas : l’acte que nous allons accomplir est « beau comme une rose dont la tour Eiffel assiégée à l’aube voit s’épanouir enfin les pétales ». Il est « grand comme un besoin de changer d’air ». Il est « fort comme le cri aigu d’un accent dans la nuit longue ».

Mme Christiane Taubira, Ouverture du mariage aux couples de personnes de même sexe, Discussion d’un projet de loi, 29 janvier 2013 (Vidéo)
Ne siamo così fieri che vorrei definirlo attraverso le parole del poeta Léon-Gontran Damas: l'atto che ci apprestiamo a compiere è "bello come una rosa di cui la torre Eiffel assediata all'alba vede finalmente sbocciare i petali". È "grande come un bisogno di cambiare aria". È "forte come il grido acuto di un accento nella notte lunga".

Mme Christiane Taubira, Apertura del matrimonio alle coppie di persone dello stesso stesso, Discussione di un progetto di legge, 29 gennaio 2013

mercoledì 20 gennaio 2016

E lei di dov'è?

- E lei di dov'è?
- Di Trasaghis. 
- Bei posti. 'Ndo se trova?
- Trasaghis, no? Vicino a Peonis.
- Sardegna. 
- Udine. Non si sente l'accento friulano perché ho fatto scuola di dizione. Avevo qualche difficoltà con le doppie: dona, mama...

Age, Scarpelli, Scola, 1974

sabato 12 dicembre 2015

Valeria Solesin, 28 ans

di Charlotte Chabas

Erompeva tra due scoppi di risa: « Mais poutain, c’est pas vrai ! »,  esclamava con la sua voce grave e calda, mista ad un accento che faceva sentire le erre e rimbalzare le vocali. A Valeria Solesin, 28 anni, piaceva imprecare in francese, soprattutto quando si trattava di lamentarsi, indignarsi, dare un calcio  al formicaio delle pigrizie intellettuali. Tutto questo, « ça pète les couilles », diceva la veneziana.

I suoi amici la chiamavano Il Sole. Una questione di calore, certo, ma soprattutto di luce. Molto presto l'Italia, narcotizzata dagli anni berlusconiani, si rivela troppo angusta per lei. Dopo il Canada, è a Nantes che questa "doppia batteria ben caricata" si trasferisce per studiare sociologia. Generazione Erasmus, si circonda di tutte le nazionalità e si arricchisce al loro contatto.

Generazione RyanAir, anche. Qualche viaggio in aereo per ritrovare la sua famiglia tanto amata, i suoi genitori, la nonna, suo fratello più piccolo, Dario, e Rava, l'uomo della sua vita. Nonostante la distanza, i due non si lasciano. È tra le sue braccia che venerdì 13 novembre al Bataclan è stata uccisa dai terroristi. "Sono sicura che con il suo umorismo al vetriolo avrebbe commentato: non bisogna lasciarsi abbattere", racconta un'amica.

Prolunga l'espatrio a Parigi. Prima all’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), poi col dottorato all’Institut national d’études démographiques e all’Institut de démographie de l’université Paris-I, dove lavora sui comportamenti contemporanei di fecondità in Italia e in Francia. Valeria Solesin passa ore sulla sua ricerca. "Bello, scrivere la tesi. Quando sarà finita, non avrò nemmeno voglia di scrivere la lista della spesa", diceva.
Tuttavia, trovava ancora tempo. "Si arrangiava sempre per lavorare come cassiera o come ragazza alla pari durante il suo master. L'independenza era una cosa essenziale", racconta un'amica. Ci sono anche lo sport - dal canottaggio all'arrampicata, dal nuoto alla corsa -, le uscite, i concerti, le passeggiate a Parigi... C'è soprattutto la preoccupazione costante di prendersi cura degli amici e di andare incontro a coloro che hanno la fortuna di stare per diventarlo. È che attorno ad un bicchiere o ad un buon piatto preparato con cura nessuno resiste al sorriso che attraversa costantemente il suo viso. "Aveva un modo particolare di ridere, come se volesse spingerci a condividere la sua serenità e la sua gioia di vivere". 

Alla ripresa dell'anno accademico, teneva dei corsi alla Sorbona. Rava l'aveva raggiunta a Parigi. Avevano lasciato la loro chambre de bonne di pochi metri quadri per sistemarsi nell'11° arrondissement di Parigi. Quando lui pagava un giro, lei rideva: « Poutain, à cause de toi, nos enfants n’iront pas à l’université ».

lunedì 23 novembre 2015

Notre manière de croire dans la vie

Foto presa velocemente, sotto l'occhio vigile dell'addetto alla sorveglianza del Théâtre National La Colline, insospettito dal mio cellulare.

"Il dolore e la confusione regnano, dagli attentati del 13 novembre.
Non bisogna che questo dolore e questa confusione ci distruggano.
Recitare per voi questa sera è il nostro modo di credere nella vita".

Christophe Honoré e la troupe di Fin de l'histoire (tratto da Gombrovicz).

*

Galli della Loggia fustiga gli europei dalle colonne del Corriere della Sera: saremmo mistificatori, saremmo buoni, avremmo un'insulsa arroganza culturale, enfatizzeremmo i nostri oscuri sensi di colpa, il nostro desiderio di normalità sarebbe un impegno roboante.
C'è da essere orgogliosi, per una volta, se la parola guerra in Italia è una parola tabù, posto che resti tale nonostante le sirene contrarie. Avremmo forse dovuto bombardare qualcuno, dopo le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna? Allora, come oggi, i terroristi sono interni, trovano appoggio ed addestramento fuori dall'Europa, ma sono interni, nati, cresciuti e vissuti in Europa.
Per quanto riguarda la Francia, che è anche Europa, non siamo in pochi a non sentirci in guerra, contrariamente a quello che dichiarano Hollande, il suo primo ministro e molti altri uomini di potere. Noi, o almeno questi non pochi di noi, non ci sentiamo e non siamo in guerra perché gli attentatori sono criminali, non soldati. Tra di noi, poi, molti sono contrari allo stato di emergenza, a una riforma della costituzione proposta sull'onda dell'emozione e a molto altro che ci sta piovendo addosso, anche se solo sei (6) deputati si sono pronunciati contro il prolungamento di ben tre mesi dello stato di emergenza ed altri deputati, più numerosi (21), hanno presentato un emendamento volto al "controllo della stampa, di pubblicazioni di qualsiasi natura nonché (a) quello delle trasmissioni radiofoniche, delle proiezioni cinematografiche e delle rappresentazioni teatrali": per fortuna non è passato, ma lascia lo stesso una traccia vergognosa negli annali dell'Assemblée nationale e di questo Paese. 
Tuttavia, a parte tre eccezioni, non siamo né Hollande né Valls né Mme Mazetier, prima firmataria del suddetto emendamento, e non siamo neanche buoni o migliori di altri. Subito dopo l'attacco in rue de la Fontaine-au-Roi, un giornalista dell'AFP ha filmato dei passanti intenti a prendere delle foto delle vittime riverse a terra. Se un bagaglio ha l'aria di essere abbandonato in una carrozza del métro, alcuni di noi non esitano ad aspettare che il treno stia per ripartire per scagliarlo sul quai un attimo prima della chiusura delle porte, lasciando il problema a quelli che aspettano il treno successivo. Altri, all'indomani dell'eccidio di Charlie Hebdo, non hanno ritenuto di partecipare al minuto di silenzio per le vittime; questi altri erano in prevalenza giovani e giovanissimi. Altri ancora, in quei giorni, hanno preferito immedesimarsi nell'attentatore dell'Hyper Cacher e non nelle sue innocenti vittime.
Diciamo même pas peur, ma in realtà abbiamo paura. Tanta paura che lo scoppio di una lampada di un bar genera del panico tra la folla. Tanta paura che, anche se molti hanno agito con generosità, il 13 novembre, alcuni cittadini non hanno osato aprire la porta di casa per dare rifugio ai sopravvissuti degli attacchi. Tanta paura che l'affluenza nei teatri e nei musei si è ridotta del 50%, subito dopo gli attentati. Tanta che alcuni di noi hanno esitato persino ad uscire sotto casa, sabato mattina (la prefettura raccomandava di restare a casa e di uscire solo se necessario), e ce l'hanno fatta solo nel pomeriggio. Nonostante la paura, il lunedì successivo abbiamo però ripreso a lavorare, a mandare i bambini a scuola, a spostarci con i mezzi pubblici ed in bicicletta, senza alcuna enfasi o retorica. Abbiamo anche chiesto, a quelli che continuavano a scrivere #prayforParis, che non si pregasse per Parigi, ché di religione non abbiamo proprio bisogno, non a livello collettivo.
Abbiamo sensi di colpa, certo, perché le cités sono una gran brutta cosa, frutto di progetti urbanistici disastrosi, anche se non ne siamo tutti responsabili, ma abbiamo anche la consapevolezza che esiste la possibilità di andare a scuola, in questo paese, e di contribuire a renderlo più giusto. Alcuni di noi, poi, hanno sensi di colpa per essere sopravvissuti, altri per il solo fatto di aver fotografato i fiori deposti in omaggio alle vittime. Nessuno di questi sensi di colpa è oscuro.
La normalità è l'unica arma a nostra disposizione, non ne abbiamo altre. Spesso, ci mancano persino le parole, altro che normalità. Sabato, non ne volava nessuna, in giro. Subito dopo gli attentati di gennaio, per strada la gente attaccava bottone facilmente, aveva bisogno di scambiare parole, idee, trovare una spiegazione alla follia omicida che ha eliminato un'intera redazione di un giornale. Sabato 14 novembre no, niente di tutto questo: solo fiori, candele, sguardi bassi, talvolta lacrime e, come colonna sonora, un silenzio assoluto.
A Galli della Loggia han dato fastidio le parole mielose di Antoine Leiris, anche se si limita ad attribuirne la responsabilità ai giornali che le hanno rilanciate. Certo che sono mielose, ma meritano rispetto, mannaggia! Si prendesse, Galli della Loggia, il tempo di leggere il miele di quelle parole con attenzione, senza la mediazione dei giornali, visto che Melvil è un nome maschile, e non femminile, e di considerare, al di là dell'aspetto formale, l'ipotesi che il dolore possa essere più forte dell'odio. Leggesse, Galli della Loggia, altre testimonianze rese dai sopravvissuti (ce ne sarebbero molte altre, ma Galli della Loggia vola alto ed è molto occupato: il suo tempo non va sprecato nella lettura di cronache dal basso). Provasse, Galli della Loggia, prima di stigmatizzare la roboanza della normalità, non dico ad immedesimarsi in un parente o in un conoscente di una vittima o in un sopravvissuto, ma solo a prendere il métro ogni giorno, ad andare in posti affollati come i teatri, i cinema e le mostre, a prendere una birra in terrasse nell'undicesimo o nel decimo, ad un passo dai luoghi dell'eccidio, le narici ancora intasate dall'odore delle centinaia di candele deposte di fronte al Bataclan, che non è niente, rispetto all'odore di quella sala, venerdì sera. Ripensasse, Galli della Loggia, lo stesso Galli della Loggia che ha sostenuto Berlusconi, noto costruttore di una più avanzata democrazia europea, lo stesso Galli della Loggia che ha ravvisato nelle pale eoliche installate in Molise "uno dei peggiori flagelli che si (sia) abbattuto nell'ultimo quindicennio su tutta la Penisola", non dico all'estetica delle pale danesi o tedesche, ma almeno al fatto che affrancarsi dal petrolio puntando sulle energie rinnovabili è una - non la sola, ma una - delle azioni più efficaci per contribuire ad indebolire il terrorismo attuale. E, se anche lui è tra quelli che evita di venire a Parigi ora, provasse a chiedere agli abitanti della Bruxelles di questi giorni se non avvertano un desiderio di normalità e se disdegnino le promesse o gli impegni, per quanto roboanti e più o meno illusori, a mantenerla. E infine, prendesse tutto il tempo che gli serve per farlo, perché non c'è alcuna fretta, ma andasse - s'il lui plaît -, alla prima occasione, in monazza.

mercoledì 18 novembre 2015

«Hai una capra?»




Lo stato di emergenza giustifica certe restrizioni temporanee alle libertà. Ricorrervi significa darci i mezzi di ristabilirle pienamente.

Eccoci qua, in pieno shtetl*.

*
Un vecchio ebreo va dal suo rabbi a lamentarsi: «Non ce la faccio più, rabbi, vivo in una stanza insieme ai miei figli, mia moglie e tutta la mishpoche».
«Hai una capra?», domanda il rabbi.
«Sì, sì, ce l'ho!»
«Perfetto: prendila con te nella stanza».
Il povero ritorna a casa e accoglie la capra nella sua stanza.
Una settimana dopo si precipita dal rabbi, infuriato.
«Ho fatto come mi ha detto, ho preso in casa pure la capra, ma adesso è peggio di prima».
«Hai dei polli?»
«Sì, ne ho tre».
«Prendi anche loro in casa tua».
«Ma rabbi, mi prende in giro?»
«Fa' come ti dico!»
Il pover'uomo fa come gli dice il rabbi e fa anche entrare i tre polli.
Qualche giorno dopo ritorna dal rabbi, disperato: «È un inferno, non ce la faccio più! Io, mia moglie, i figli, i suoceri e per giunta una capra e tre polli, tutti in una stanza!»
«Togli la capra», risponde il rabbi, «e starai meglio».
Quanche tempo dopo l'uomo ritorna dal rabbi e gli dice: «Rebbe, sa, va un po' meglio, però quei tre polli sono una tortura e noi stiamo stretti e...»
«Togli anche i polli», dice il rabbi e l'uomo, salutatolo, ritorna a casa.
Di lì a qualche giorno il rabbi vede venirgli incontro l'uomo raggiante.
«Rabbi», esclama, «non c'è uomo più saggio di lei: la mia casa è diventata un vero paradiso!»

martedì 17 novembre 2015

lunedì 16 novembre 2015

Vous n’aurez pas ma haine/Non avrete il mio odio

di Antoine Leiris, 16 novembre 2015

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio. Non so chi voi siate e non voglio saperlo, siete delle anime morte. Se quel Dio per il quale uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Quindi non vi farò questo regalo di odiarvi. Eppure l'avete cercato, ma rispondere all'odio con la rabbia sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Perso. Same player shoot again.

L'ho vista questa mattina, finalmente, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando me ne sono perdutamente innamorato più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore; vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso delle anime libere a cui voi non avrete mai accesso.

Siamo in due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Del resto non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil, che si sta risvegliando dal suo riposino. Ha solo 17 mesi, mangerà la sua merenda come tutti i giorni, poi andremo a giocare come tutti i giorni e, per tutta la vita, questo bambino vi farà l'affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete nemmeno il suo odio.


lunedì 2 novembre 2015

Tu frut, tu omp, tu muart

Celeste Bach!

Tu frut, tu omp, tu muart,
pleas in ta la çera a vif
l'eternitàt tai nustris cuarps.
A vif l'eternitàt tal flour
dai nustris aìns q'a no finissin...
Ma cui çantia tant dols e alt,
  «Crist!
viers li puartis serenis
viers li puartis q'a entri
jenfra i òmis la muart»?

Pier Paolo Pasolini
Fondo Pasolini presso Luigi Ciceri





Tu ragazzo, tu uomo, tu morto
piegati sulla terra vive
l'eternità nei nostri corpi.
Vive l'eternità nel fiore
dei nostri anni che non finiscono...
Ma chi canta così dolcemente e forte
  «Cristo!
verso le porte serene
verso le porte da cui entra
in mezzo agli uomini la morte»?

Bach rappresentò per me in quei mesi la più forte e completa distrazione: rivedo la stanzetta dei Cicuto, il leggio aperto alla luce della finestra, P[ina] che dà la pece all’arco, e lo spartito delle “sei sonate”…rivedo ogni rigo, ogni nota di quella musica; risento la leggera emicrania che mi prendeva subito dopo le prime note, per lo sforzo che mi costava quell’ostinata attenzione del cuore e della mente. La piccola stanza spariva, sommersa dall’argento freddissimo e ardentissimo del Siciliano: io lo ascoltavo e lo svisceravo, particolare per particolare; avevo scritto degli “studi” […]. Era soprattutto il Siciliano che mi interessava, perché gli avevo dato un contenuto, e ogni volta che lo riudivo mi metteva, con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto: una lotta, cantata infinitamente, tra la Carne e il Cielo, tra alcune note basse, velate, calde e alcune note stridule, terse, astratte. come parteggiavo per la Carne! Come mi sentivo rubare il cuore da quelle sei note, che, per un’ingenua sovrapposizione di immagini, immaginavo cantate da un giovanetto. E come, invece, sentivo di rifiutarmi alle note celesti! È evidente che soffrivo, anche lì, d’amore; ma il mio amore trasportato in quell’ordine intellettuale, e camuffato da Amore sacro, non era meno crudele.
Dai Quaderni rossi

venerdì 30 ottobre 2015

Dizionario di tutte 'e cose: L come Lacune

Lieber Dr. Thomas Mann! Obwohl wir uns nicht persönlich kennen, muß ich Sie darüber informieren, daß vor drei Wochen ein Deutscher in unsere Stadt gekommen ist, der behauptet, Sie zu sein. Da ich Sie - wie wir alle in Drohobycz - nur von Fotografien aus den Zeitungen kenne, kann ich nicht mit letzter Sicherheit sagen, daß Sie es nicht sind, aber allein die Geschichten, die er erzählt - von seiner abgetragenen Kleidung und dem starken Körpergeruch abgesehen, der ihn umgibt -, machen ihn verdächtig.

Maxim Biller, Im Kopf von Bruno Schulz, 2013

Caro Dottor Thomas Mann! Nonostante non ci conosciamo personalmente, devo informarLa del fatto che un tedesco che sostiene di essere Lei è venuto nella nostra città tre settimane fa. Siccome io - come noi tutti, a Drohobycz - La conosco solo da fotografie sui giornali, non posso dire con tutta certezza che Lei non sia lui, ma già le storie che lui racconta - fatta eccezione per il suo vestito liso e il forte odore del suo corpo, che lo circonda  - lo rendono sospetto.

Nel 1938, Bruno Schulz scrisse una lettera a Thomas Mann, allora in esilio a Zurigo, accompagnata da un racconto scritto in tedesco. Non ci sono giunti né la lettera né il racconto. Maxim Biller ha provato a colmare questa lacuna.
È da un po' che mi capita di leggere tentativi di colmare lacune di questo tipo. Sono tanto numerosi che mi vien da pensare che si scrivano solo libri così o almeno che io, più o meno inconsciamente, non cerchi che quelli. Del resto, come avrei potuto resistere al racconto di Juna (deludente), a quello di Maggiani, che dà voce al popolo privo di voce (molto bello, almeno in quella parte) o alla storia di Benjamin che riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti (audace)? Se l'avessi fatto, avrei ignorato che, quando io avevo 7 anni e cercavo volumi in una piccola biblioteca di quartiere, Benjamin passava il tempo nella biblioteca pubblica di New York. Di questo passo, prima o poi troverò i nomi dei mandanti delle stragi italiane, almeno in letteratura.

W. B.

Einmal dämmert Abend wieder,
Nacht fällt nieder von den Sternen,
Liegen wir gestreckte Glieder
In den Nähen, in den Fernen.

Aus den Dunkelheiten tönen
Sanfte kleine Melodeien.
Lauschen wir uns zu entwöhnen,
Lockern endlich wir die Reihen.

Ferne Stimmen, naher Kummer - :
Jene Stimmen jener Toten,
Die wir vorgeschickt als Boten
Uns zu leiten in den Schlummer.

Hannah Arendt

Fino a stasera ignoravo che la Arendt avesse abitato davanti al gelataio dove ogni tanto vado. Quante leccate inconsapevoli. Le prossime acquisteranno un gusto diverso, il gusto mnemosine. 


(Un giorno ritornerà ad imbrunire, la notte cadrà dalle stelle; sdraiati, le membra distese, saremo qui vicino, lontani da qui. Dalle tenebre risuonano dolci brevi melodie. Ascoltiamoci perdere le nostre abitudini, rompiamo infine le righe. Voci lontane, vicini affanni: quelle voci di quei morti mandati in avanscoperta, come messaggeri, per condurci in un lieve sonno.)

mercoledì 9 settembre 2015

Queste saremmo noi

Queste saremmo noi, se avessimo una foto che ci ritrae assieme, ma la foto non esiste, perché lei fotografa me, oltre ad altre cose, mentre io fotografo sempre meno e comunque, di preferenza, cartelli.
Lei sarebbe la bionda, con le gambe lunghe, io quella con il ciuffo bianco alla Aldo Moro, cui devo ricorrere non solo per riferimenti appresi per meri motivi d'anagrafe, ma soprattutto perché nessuno, a parte gli Stefani, conosce il ciuffo che mi viene da mia madre e, come avranno già capito i lettori più scaltri, con le gambe non altrettanto lunghe, nonostante non avessi l'intenzione di usare un eufemismo, ma ormai è fatta e non ho voglia di tornare indietro, cancellare e trovare l'espressione realistica appropriata, ché mi aspetta l'ultimo capitolo di LTI di Klemperer e non vorrei farlo aspettare troppo.
Lei sarebbe quella che usa il corpo per muoversi verso nuove mete, forare il vento - capacità da non sottovalutare, in quanto appresa nel paesaggio triestino, dove il vento può farsi muro -, arrivare in tempo a prendere l'aereo pur partendo tardi perché il tempo passato al gate sarebbe tempo perso, mentre io quella che se lo porta visibilmente dietro perché non saprebbe dove lasciarlo, quando si sposta, naturalmente con un generoso anticipo, se da sola, generoso perché regala sempre tempi supplementari per la lettura, cancellando la nozione di attesa. In una foto che ci cogliesse uscire dal portone di casa, presa verosimilmente da Maria, la portinaia portoghese, usciremmo ad un orario intermedio tra il mio ed il suo, come si capirebbe chiaramente dal fatto che non correremmo, né io mi fermerei a leggere l'avviso dell'EDF sul portone, che pure sarebbe ben visibile, sullo sfondo, ché Maria è precisa e ha la mano ferma. Il tacco alto che si vedrebbe in basso a destra, sotto il mio piede, sarebbe di una passante: si tratterebbe di un banale scherzo prospettico, non voluto da Maria.
Più in generale, lei sarebbe quella con gli occhiali da sole sui capelli, evidentemente fotofobici, io da vista, sul naso, a stampigliarvi una striscia bianca dietro il ponte, quando il sole è abbastanza forte da abbronzarmi.
Lei sarebbe quella con la sciarpa, io anche.
Lei sarebbe quella senza borsetta, ché è un oggetto inutile, a parte la mia.
Lei sarebbe quella pettinata, in ogni circostanza meteorologica fissata dalla foto, se ci fosse. Lei, ripeto.
Lei sarebbe quella che distrae lo sguardo per usare l'app che non è ancora uscita, io quella con lo sguardo interrogativo di chi, usando la semplice funzione telefonica, ormai abbastanza accessoria e teoricamente non troppo complicata, per parlare con la propria madre, nota una prima coincidenza nel vedere lei che risponde dopo il primo squillo e una seconda nel sentire la voce di lei, e non quella materna - due coincidenze, non una selezione di un numero sbagliato.
Lei sarebbe quella che riesce a fare un trasloco in bicicletta; non sarebbero degli oggetti fotomontati, quelli che vedeste nel suo cestino, mentre io sarei quella che arranca dietro, piccola piccola, quasi presa per sbaglio nel quadro della foto.
Lei sarebbe quella che si ritrae un po' trovando il coraggio necessario per affrontare lo scatto della macchina fotografica con un movimento delle spalle verso il ritrattista e/o socchiudendo gli occhi, io quella che trova più efficace, come rimedio, frapporre tra la macchina ed il proprio volto le mani, che lei trova belle, per inciso di vanagloria.
Lei sarebbe quella che, se la foto, oltre ad esistere, parlasse, avrebbe un bellissimo accento austro-ungarico, discorrendo in tedesco, ereditato dalla nonna, e con qualche lieve sfumatura milanese, nella pronuncia italiana, che non si spingerebbe tuttavia ad appropriarsi di aperture vocaliche paragonabili alla sottil[ɛ]tta. A me non va di parlare del mio accento, non solo perché se la foto parlasse sarebbe un video, ma anche perché ci pensano già i francesi, durante quasi ogni primo incontro, a farlo. E, nell'ipotesi detta, sarebbero le sue, le scarpe che scricchiolano, sia chiaro.
E credo che si vedrebbe, comunque, davanti al portone di casa o in qualsiasi altro luogo, che ci amiamo.
E sì, Klemperer, scusa, arrivo.

giovedì 27 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose 2015 - Edizione ampliata e corretta

Migranti, clandestini, profughi, rifugiati, richiedenti asilo, illegal aliens, undocumented immigrants, sans-papiers: con giravolte continue se ne definiscono i contorni, se ne regolano le accezioni.

In questo momento, illegal alien è preferito dai repubblicani statunitensi, mentre undocumented immigrant dai democratici. In Italia, si riconosce un simpatizzante di destra da uno di sinistra nello stesso modo: il primo non disdegna di parlare di clandestini, il secondo ha una chiara preferenza per migrante. Un po' ovunque in Europa, un rifugiato merita più rispetto di un profugo, il profugo più di un migrante e quest'ultimo più di un clandestino - sappiatelo, ricercatori del futuro.  L'expatriado e i suoi omologhi, avendo sia los papeles sia una professione, non hanno alcun problema di rispetto, anzi, possono essere persino motivo di vanto, perché contribuiscono alla giusta dose di diversity ed alla vitalità del mercato immobiliare.

La distinzione tra migrante legale e illegale è in palese via di estinzione, almeno sulla stampa. Per questione di brevità, i giornali preferiscono in genere usare migrante e basta, senza qualificazioni, anche se nella stragrande maggioranza dei casi l'illegalità è sottintesa. Un migrante, nel momento in cui scrivo, potrebbe in breve tempo raggiungere lo status esclusivo di sinonimo di migrante illegale. Il migrante, se è molto fortunato, diventa immigrato: in questo caso, una volta stabilitosi, diventa un individuo di origine straniera, ovvero mit Migrationshintergrund, concetto che però si estende anche ai suoi figli, anche quando sono nati nel paese in cui il genitore è riuscito ad immigrare. L'ex concetto di migrante legale tende via via a ridursi al solo turista, che è tuttavia un termine in via di rapido deterioramento, in particolare a Barcellona, Lisbona e Heidelberg, a Venezia il deterioramento essendo giunto a compimento già da decenni.

In via generale, il migrante non dovrebbe migrare, né del resto il rifugiato rifugiarsi, in particolare in Polonia, pur venendo così meno alla sua ragion d'essere, a meno che non riceva un invito a farlo, meglio per iscritto su carta intestata dello Stato concerné, nel qual caso rientra nella famiglia dell'immigration choisie, cui si contrappone quella subie.

Il vocabolario europeo si sta arricchendo anche di nuovi, raffinati termini e concetti all'altezza della sua storia: Asylbetrügerwelfare tourist. Il primo è un migrante che al posto di rispondere agli annunci di lavoro del proprio paese, preferisce chiedere asilo in Germania. Il secondo è un migrante che, dopo aver comparato le tabelle delle prestazioni sanitarie, scolastiche, pensionistiche, ecc. dei diversi paesi europei, sceglie il paese che ne garantisce il miglior rapporto qualità-prezzo, che è sempre l'Inghilterra, secondo il primo ministro inglese, anche se i Nuovi Finlandesi sono di tutt'altro avviso. 

Un migrante si può rinchiudere fino a 6 mesi, prorogabili di ulteriori 6 mesi, per poterne accertare l'identità. Si può provare ad impedirgli l'accesso con una barriera, che può essere accettabile e finanziata da fondi europei, come quella di Ceuta e Melilla, o sconveniente e stigmatizzabile, come quella ungherese. Sulla mano di un migrante si può scrivere un numero con un pennarello. Un migrante si può lasciar vivere in campi improvvisati privi d'acqua o sugli scogli tra due stracci, si può espellere in un paese sicuro come la Libia, si può anche bastonare. Un migrante non può farsi assumere, affittare un appartamento, aprire un conto in banca o guidare un'auto: è già così in molti paesi, ma l'Inghilterra lo sta per introdurre nel suo corpus legislativo. Meglio togliere ogni dubbio e privilegiare la certezza del diritto. In via preventiva, prima che varchi quella linea immaginaria che separa noi dagli altri, contro un migrante si possono usare i gas lacrimogeni, per il momento sia in Macedonia sia in Grecia. Come segnale di benvenuto, contro l'Asylbetrüger, si può usare il fuoco, come attestato in una lunga serie di azioni, talvolta sostenute da cittadini non militanti e da famiglie per bene, accompagnate dai figli. Contro un uomo no, contro un uomo non si può fare niente di tutto questo, l'uomo ha dei diritti inalienabili.

mercoledì 19 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose: G come Genio

È in corso la costruzione della barriera voluta da Orbán per fermare il flusso dei migranti. C'è un punto, tuttavia, dove l'opera è già completata: si trova in corrispondenza del triplice confine tra Ungheria, Serbia e Romania.


sabato 15 agosto 2015

Berlino, 1921

 Alice Croner e Walter Benjamin

mercoledì 12 agosto 2015

Portbou, luglio 2015

Sono venuta fisicamente a Portbou, endlich.
Ho quindi visto Portbou o, meglio, ho visto quello che ho voluto vedere: il paese, la ferrovia, la chiesa, gli alberi bruciati sulle alture intorno, le gettate di cemento del complesso parcheggione-banchina del porto nuovo, i turisti davanti ai condomini fronte mare ed un esercizio della memoria ipertrofica declinata in forma di targhe disseminate in molti punti del paese e del suo cimitero, a partire da quella esibita sulla facciata del tuo ultimo albergo, di una stele di una tomba fittizia ricoperta di pietre, alcune, per il timore che la funzione delle nude pietre non bastasse, provviste di scritte esplicative a pennarello, che la pioggia penserà ad attenuare fino al giusto oblio, del famoso monumento inclusivo di targa di anniversario della posa del monumento medesimo, come se la memoria avesse smesso di essere diretta a te per parlare solo di sé, chiudendosi in se stessa, di citazioni tratte dalle tue opere e del centro che un giorno sarà dedicato interamente a te, salvo la targa da dedicare al politico che provvederà ad inaugurarlo. Ti farò sapere il suo nome, se non tergiverseranno ancora a lungo.
Ho anche dovuto rispondere ad una serie di domande di un'inchiesta rivoltemi, all'uscita dal cimitero, da un esperto di architettura del paesaggio, ma ignaro di lingue diverse dalla sua, cui ho cercato di restituire - in uno spagnolo inventato che si arricchiva via via che ascoltavo le domande - le mie impressioni fresche fresche sul monumento, tratte percorrendo el circuito a te dedicato in senso inverso rispetto a quello che lui stesso mi aveva suggerito prima che lo affrontassi, con l'avvertimento che non mi riusciva proprio di districare, così, a caldo, l'effetto della visita dalle letture delle tue opere (mi è uscito un improbabile todo es entrelazado). Alla fine dell'intervista, l'esperto deve essere rimasto piuttosto deluso, mentre io avevo sistemato già qualche aggettivo possessivo, anche se continuo ad ignorare quelli delle persone che non abbiamo avuto modo di usare: tutti i plurali, ad esempio. Du hättest Spaß gehabt.
Speravo di poter continuare ad immaginare il tuo ultimo sguardo posato su un posto bello. Non credo che lo fosse nemmeno nel 1940, non in quella camera d'albergo senza vista né sul mare né sui colli, ma questo è un dettaglio, naturalmente, rispetto ai pensieri che devono aver accompagnato la tua lunga fuga. Sappi invece - ed è solo per questo che ti scrivo oggi, in fondo - che c'è una barchetta vicino a riva, discreta, che non attira l'attenzione dei bagnanti, ancorata con la prua verso terra, su cui ha fisso lo sguardo, e la poppa verso l'orizzonte, come il tuo angelo della storia, con la schiena rivolta al futuro.


Ed i tuoi libri, naturalmente, in molte case e in tutte le biblioteche, e quelli altrui, ma anche molta memoria, ancora da costruire, di tutti gli uomini con una valigia, ma soprattutto di quelli senza nemmeno quella.

mercoledì 15 luglio 2015

αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις/queste cose che l'anima respinge


Και τι φρικτή η μέρα που ενδίδεις,
(η μέρα που αφέθηκες κ’ ενδίδεις),
και φεύγεις οδοιπόρος για τα Σούσα,
και πηαίνεις στον μονάρχην Aρταξέρξη
που ευνοϊκά σε βάζει στην αυλή του,
και σε προσφέρει σατραπείες και τέτοια.
Και συ τα δέχεσαι με απελπισία
αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις.
Άλλα ζητεί η ψυχή σου, γι’ άλλα κλαίει·
τον έπαινο του Δήμου και των Σοφιστών,
τα δύσκολα και τ’ ανεκτίμητα Εύγε·
την Aγορά, το Θέατρο, και τους Στεφάνους.
Aυτά πού θα σ’ τα δώσει ο Aρταξέρξης,
αυτά πού θα τα βρεις στη σατραπεία·
και τι ζωή χωρίς αυτά θα κάμεις.

Κωνσταντίνος Καβάφης
Η Σατραπεία

E che giorno terribile, se cedi
(il giorno che ti lasci andare e cedi)
e ti fai pellegrino verso Susa,
e giungi ad Artaserse, al grande re,
che benigno t'ammette alla sua corte
e t'offre satrapie, cariche, onori.
Tu, tu le accetti con disperazione,
queste cose che l'anima respinge.
Altro l'anima cerca e d'altro piange:
quelle lodi del popolo e dei saggi,
i "bravo!" inestimabili, difficili,
e l'Agorà, il Teatro, le Corone!
E come potrà dartele Artaserse,
come trovarle nella satrapia
queste cose? Ma senza queste cose,
che vita -dimmi- sarà mai la tua?

Kostantinos Kavafis
La satrapia
traduzione di F. M. Pontani

venerdì 26 giugno 2015

melde

                                    für Volker Braun

von staub bedeckt, wie alle pilger,
am rhein entlanggewandert, an der moldau,
eben zurückgekehrt aus spanien, aus bulgar-

ien, fernost: so rastet sie am rand
von äckern und von straßen, nicht nur milde,
wenn wir vorrüberrasen, unerkannt,

unkenntlich, winkt uns nach mit ihren zähen blättern;
geht in der landschaft auf wie im gemälde
der firnis, blüht bescheiden, blüht in schmetter-

lingen, solidarisch mit dem schutt,
nicht dem erschütterer, liebt das malade,
das brüchige: ihr staat

ist überall; von pfützen, wo die winzigen klammern
der wasserläufer die wolken halten, der mulde
voll schlamm und unkraut; von jenseits des rostigen hammer-

krans ruft es, von brache, schrottplatz, müllde-
deponie, durchs flirren eines ganzen, langen sommers,
meldet beharrlich, ungehorsamst, die melde.

Jan Wagner, Regentonnenvariationen, Hansen Berlin, 2014



                                   per Volker Braun

ricoperto di polvere, come tutti i pellegrini,
migrato lungo il reno, la moldava,
appena ritornato dalla spagna, dalla bulga-

ria, dall'estremo oriente: così sosta al bordo
di campi, di strade, non solo mite,
quando gli sfrecciamo oltre, senza riconoscerlo,

irriconoscibile, ci fa cenno con le sue foglie tenaci;
si leva nel paesaggio come nel quadro
la vernice, fiorisce sobriamente, fiorisce a far-

falle, solidale con i ciottoli,
non con chi lo scuote, ama il malato,
il fragile: il suo paese

è ovunque; dalle pozzanghere, dove i minuscoli tarsi
degli insetti pattinatori trattengono le nuvole, dalle conche
piene di fango ed erbacce; dall'altra parte della gru a testa di mar-

tello arrugginita chiama, da campo a maggese, parco rottami, disca-
rica, attraverso lo scintillio di un'intera, lunga estate,
semplice si presenta, perseverando, disobbediendo, l'atreplice.


(Dedicata alla libera circolazione delle persone, ovvio.)


martedì 23 giugno 2015

Dizionario di tutte 'e cose: U come Urto

E poi ho cominciato ad amare lo spazio, i grandi spazi, perché nei grandi spazi il tuo pensiero vaga. Invece, al giorno d'oggi, cosa abbiamo? Abbiamo degli spazi piccoli e ristretti, così andiamo ad urtare con tutte le nostre idee.

Libereso Guglielmi, Libereso, il giardiniere di Calvino - Da un incontro di Libereso con Ippolito Pizzetti, Tarka


Cfr., volendo.

martedì 19 maggio 2015

Concordanze, dissonanze, rimandi

πάντα γέλως καὶ πάντα κόνις καὶ πάντα τὸ μηδέν,
πάντα γὰρ ἐξ ἀλόγων ἐστὶ τὰ γινόμενα
(tutto è risata e tutto è polvere e tutto è niente,
tutto ciò che accade è infatti senza ragione)

Glicone, X secolo

***

Soneto

Mientras por competir con tu cabello
oro bruñido al sol relumbra en vano;
mientras con menosprecio en medio el llano
mira tu blanca frente el lilio bello;
mientras a cada labio, por cogello,
siguen más ojos que al clavel temprano,
y mientras triunfa con desdén lozano
del luciente cristal tu gentil cuello,
goza cuello, cabello, labio y frente,
antes que lo que fue en tu edad dorada
oro, lilio, clavel, cristal luciente,
no sólo en plata o viola troncada
se vuelva, mas tú y ello juntamente
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada.

Luis de Góngora, 1582

***

Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt.

Rainer Maria Rilke, 1923

(noi non abbiamo mai, nemmeno per un solo giorno,/ lo spazio puro dinanzi a noi, in cui i fiori/si aprono all'infinito. È sempre mondo/ e mai un nessun luogo senza nulla: il puro,/ insorvegliato, che si respira e/ si sa infinito e non si desidera)

***

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido
indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia di un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lancia fiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
- potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
anche…e parlando onorato:
“mia donna venne a me di Val di Pado”
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
non quagliamo acque lacustri e commoventi pioppi
non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei territori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento
ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti del cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

Vittorio Sereni, 1965

***

Mandate a dire all'imperatore

nulla nessuno in nessun luogo mai
Vittorio Sereni

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Pierluigi Cappello, 2006