Buchi nella sabbia

Se ne vedono pel mondo che son osti, cavadenti, boja, eccetera ... o secondo le fortune grandorienti; c’è chi taglia e cuce brache, chi leoni addestra in gabbia, chi va in cerca di lumache, ........... io fo buchi nella sabbia. Ernesto Ragazzoni

Uno, due, tre via

Disclaimer iniziale: imprecisabile, però enorme, lontanamente legato al mio rapporto con Malaparte e con Céline e altri, ma anche alla necessità di sconfiggere la paura di avere un litblog e altre paure varie.

Sempre e mai più sono tra le espressioni più prive di senso che io conosca. Tuttavia, si conferma che una delle cose che non smetterò mai di fare è leggere. Perché ultimamente senta l'esigenza di soffocare qui dei passi di alcune delle mie letture, non lo so, fatto sta che ora, in pieno periodo di persecuzioni alessandrine, ritocca per forza a Durrell, del quale è proprio vero che non riesco a scegliere niente altro che le note iniziali e poco più, tra i vari motivi anche perché è irriportabile il modo in cui le pagine del Quartetto di Alessandria riescono qua e là a traspirare Kavafis.

All the characters and situations described in this book (a sibling to JUSTINE and BALTHAZAR and the third volume of a quartet) are purely imaginary. I have exercised a novelist's right in taking a few necessary liberties with modern Middle Eastern history and the staff-structure of the Diplomatic Service. I have also improved the beauty of Trafalgar Square by adding a few elms to soften its austerity. Honi soit qui mal y pense.
Mountolive, Lawrence Durrell, Penguin books

Per motivi evidenti, tocca poi per forza ad un testo di un francese del 1972 che traduce dall'arabo e dal persiano e vive a Barcellona, testo che ho iniziato a leggere ieri e che quindi riporto del tutto prematuramente. Avrei voluto riportarne solo l'incipit fino al primo punto, ma, come si vedrà, è impossibile (tempo fa mi sarei trattenuta dal farlo solo perché ci sono di mezzo i treni - facevo la stessa cosa con tutto quello che aveva a vedere con la Russia - ).

I
tutto sembra più difficile nell'età adulta, tutto suona più falso un po' metallico come il rumore delle due armi di bronzo l'una contro l'altra ci rinviano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, si viaggia con molte cose un bambino che non ha portato una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino a nevi che si guardano sciogliere, dopo l'inversione del Gulf Stream preludio alla glaciazione, stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere su Milano ho perso l'aereo avevo millecinquecento chilometri di treno davanti a me me ne restano cinquecento, questa mattina le Alpi hanno brillato come coltelli, tremavo di spossatezza sul mio sedile senza potere chiudere occhio come un drogato tutto indolenzito, mi sono parlato fortissimo in treno, o pianissimo, mi sento molto vecchio vorrei che il convoglio continui continui che vada fino ad Istanbul o Siracusa che vada fino alla fine almeno lui che sappia andare fino al termine del tragitto ho pensato oh sono proprio da compatire mi sono fatto pietà su questo treno il cui ritmo ti apre l'anima più sicuramente di uno scalpello, lascio filare tutto tutto fugge tutto è più difficile per i tempi che corrono lungo i binari della ferrovia mi piacerebbe farmi portare molto semplicemente da un posto all'altro come è logico per un viaggiatore come un non vedente preso per il braccio quando attraversa una strada pericolosa ma io vado solo da Parigi a Roma, e alla stazione centrale di Milano, in questo tempio di Akhenaton per locomotive dove restano alcune tracce di neve nonostante la pioggia, giro in tondo, guardo le immense colonne egiziane che sostengono il soffitto, bevo un bicchierino per noia, su una terrazza aperta sui binari come altre sul mare, non mi fa alcun bene non era il momento delle libagioni ci sono tante cose che ti distolgono dal cammino, che ti perdono e l'alcol è una di quelle rende più profonde le ferite quando ci si ritrova soli in un'immensa stazione gelida ossessionati da una destinazione che è davanti a sé e al contempo dietro di sé: eppure il treno non è circolare, va da un punto all'altro io sono in orbita gravito come un sasso, mi sentivo pietra di poco peso quando l'uomo mi si è avvicinato sulla banchina, so che attiro i matti e gli svitati di questi tempi vengono ad infilarsi nella mia fragilità si trovano uno specchio o un compagno d'armi e quello è proprio matto prete di una divinità sconosciuta ha un berretto da folletto e un campanello nella mano sinistra, mi porge la destra e mi grida in italiano "compagno un'ultima stretta di mano prima della fine del mondo" non oso prenderla per paura che abbia ragione, deve avere quarant'anni non di più e questo sguardo penetrante ed inquisitore dei suonati che ti interrogano perché hanno scoperto in te un fratello istantaneo, esito davanti al braccio teso terrorizzato di fronte a questo sorriso da folle e gli rispondo "no grazie" come se mi vendesse il giornale o mi proponesse una sigaretta, allora il matto agita il suo campanello e si mette a ridere con una gran voce lugubre mostrandomi un dito della mano che mi ha offerto, poi sputa per terra, si allontana e un'immensa solitudine quasi disperata spazza la banchina in quel momento darei non so cosa per braccia o spalle persino il treno che mi porta a Roma rinuncerei a tutto perché qualcuno mi appaia là e resti nel mezzo della stazione, tra le ombre, tra gli uomini senza uomini i viaggiatori attaccati ai loro telefoni e alle loro valigie, tutti quelli che spariranno e rinunceranno al loro corpo durante la breve parentesi che li porterà da Milano Centrale a Fossoli Bolzano o Trieste, molto tempo fa alla gare de Lyon a Parigi un mistico folle mi aveva anche annunciato la fine del mondo e aveva avuto ragione, mi ero allora aperto in due nella guerra e schiantato come una minuscola meteora, di quelle che non brillano neanche nel cielo, una granata naturale la cui massa a detta degli astronomi è irrisoria, il matto della stazione di Milano mi ricorda il dolce folle della gare de Lyon, un santo, chissà, forse era lo stesso uomo, forse siamo cresciuti allo stesso ritmo ciascuno nelle nostre rispettive follie che si ritrovano sul binario n° 14 della stazione di Milano, città dal nome di rapace e di militare spagnolo, posata al bordo della pianura come su un nevato lentamente vomitato dalle Alpi di cui ho visto le cime, delle lame di selce che squarciano il cielo e danno il tono dell'apocalisse confermata dal folletto al campanello in questo santuario del progresso che è la stazione di Milano Centrale perduta nel tempo come me perduto qui nello spazio della città elegante, con una benda sull'occhio come Millán Astray, il generale guercio, un uccello da preda, febbricitante, pronto a dilaniare carni vibranti appena ritrovata la luce del volo e del pericolo: a Millán Astray sarebbe tanto piaciuto che Madrid diventasse una nuova Roma, serviva Franco il duce iberico suo idolo pelato in quel grande preludio di guerra degli anni '40, questo ufficiale guercio e battagliero era legionario gridava "viva la muerte" da buon profeta militare, la fuga dalla morte si sarebbe svolta fino in Polonia, avrebbe sollevato un'alta onda di cadaveri la cui schiuma avrebbe finito per lambire, a Trieste o in Croazia, le rive dell'Adriatico: penso a Millán Astray e alla sua polemica con Unamuno severo prete della cultura quando i viaggiatori si accalcano sul binario per imbarcarsi verso la fine del mondo e il treno che ve li porta diritti, Unamuno era un filosofo così classico e così nobile che non vedeva il massacro avvicinarsi, non poteva ammettere che il generale guercio avesse ragione a gridare "viva la muerte" davanti al suo gregge perché questo falcone aveva sentito (gli animali tremano prima della tempesta) che la carogna sarebbe avanzata, che la morte avrebbe vissuto qualche anno di abbondanza, prima di finire essa stessa in un treno, un treno tra Bolzano e Birkenau, tra Trieste e Klagenfurt o tra Zagabria e Roma, dove il tempo si fermò, come si è fermato per me su questo binario fasciame di vagoni, di motrici furiose e soffianti, una pausa tra due morti, tra il soldato spagnolo e la stazione omonima, così opprimente come lo stesso dio della guerra Marte - accendo macchinalmente una sigaretta bisogna prepararsi al viaggio, allo spostamento come tutti quelli che percorrono a grandi passi la banchina di Milano Centrale alla ricerca di un amore, di uno sguardo, di un avvenimento che li strappi dai cerchi infiniti, dalla Ruota, un incontro, qualsiasi cosa per scappare a se stessi, al commercio vitale, al ricordo delle emozioni e dei crimini, è molto strano che non ci sia alcuna donna sulla banchina in questo preciso momento, così spinto dal ricordo di Millán Astray e del suo occhio bendato salgo a mia volta sull'espresso transitaliano che avrebbe dovuto essere il vertice del progresso e della tecnologia dieci anni fa perché le porte erano automatiche e superava i duecento chilometri all'ora in linea retta e con tempo buono e oggi, un po' più vicini alla fine del mondo, è solo un treno: ci sono molte cose come i treni e le automobili, abbracci, visi, corpi la loro velocità la loro bellezza o la loro bruttezza appaiono proprio ridicole qualche anno più tardi, una volta putride o arrugginite, superato il marciapiede eccomi in un altro mondo, il velluto appesantisce tutto, anche il calore, ho lasciato fino all'inverno salendo su questo vagone, è un viaggio nel tempo, non è una giornata come le altre, è una giornata particolare l'8 dicembre il giorno dell'Immacolata Concezione e sto per perdermi l'omelia del papa piazza di Spagna quando un matto viene ad annunciarmi la fine del mondo, avrei potuto vedere il pontefice un'ultima volta, vedere il discendente spirituale del primo leader palestinese il solo che sia giunto a qualche risultato, eppure questo non era vinto in anticipo per questo mingherlino levantino squattrinato e piagnucoloso che non ha scritto una sola riga di suono vivo, fuori sul binario adiacente un treno è fermo e una ragazza ha qualcosa nello sguardo dietro il finestrino, credo parli a qualcuno che non vedo, è molto vicina a me in realtà tutt'al più ad un metro siamo separati da due vetri molto sporchi bisogna che io sia forte non posso attardarmi sui visi di giovani donne bisogna che mi rinforzi che prenda lo slancio per i chilometri che mi restano per il vuoto in seguito e lo spavento del mondo cambio vita mestiere meglio non pensarci, ho riposto la valigetta sopra il mio sedile, l'ho discretamente legata al portabagagli sarebbe meglio chiudere gli occhi un istante ma sul marciapiede dei poliziotti saliti su carri elettrici a due ruote tipo Achille o Ettore senza cavallo seguono un giovane Nero che scappa nel senso del marciapiede provocando la sorpresa e l'emozione dei viaggiatori, gli angeli blu, annunciatori dell'apocalisse forse, cavalcano uno strano monopattino d'azzurro silenzioso, tutti scendono per approfittare dello spettacolo, il figlio di Tideo e Pallade Atena si avventano sui troiani, a qualche decina di metri da me verso la locomotiva uno dei due carabinieri si porta all'altezza del fuggitivo e con un gesto di rara violenza aiutato da tutta la velocità del suo veicolo scaraventa l'uomo senza scampo su uno dei pali di cemento in mezzo alla banchina, il fuggitivo si appiattisce contro il cemento la sua testa urta contro la colonna e cade, cade sulla pancia nel bel mezzo della stazione di Milano Centrale giusto in tempo perché il secondo angelo gli salti sul fondoschiena e l'immobilizzi, seduto sulle reni come un domatore o un contadino lega con una corda un animale recalcitrante, poi, risalito sul suo mezzo, trascina il criminale che inciampa all'estremità di una catena tra i mormorii di ammirazione della folla, scena di trionfo antico, ci si porta dietro i vinti incatenati dietro i carri dei vincitori, li si trascina verso i velieri, il Nero ha il viso tumefatto e il naso che sanguina la testa alta un po' incredulo tutti risalgono in vettura l'incidente è chiuso la giustizia ha trionfato qualche minuto prima della partenza, getto uno sguardo alla valigia, ho molta paura di non riuscire a dormire di essere inseguito quando sonnecchierò quando abbasserò lo sguardo qualcuno si intrometterà nel mio sonno o sotto le mie palpebre per sollevarle come si socchiude una persiana o una veneziana, era molto tempo che non pensavo a Venezia, all'acqua verde della punta della Dogana, alla nebbia delle Zattere e al freddo intenso quando si guarda il cimitero dopo le Fondamenta Nuove, di ritorno dalla guerra, non ho pensato alle ombre che, a Venezia, sono vino e si bevono in inverno dalle cinque del pomeriggio, rivedo violinisti slavi che suonano per i giapponesi, francesi in piena mascherata di carnevale, un parrucchiere fortunato di Monaco che si era comprato un palazzo sul Canal Grande, e il treno si slancia di colpo piego la testa all'indietro è partito più di cinquecento chilometri prima della fine del mondo

Intervallo I
It was the invitation list to the carnival ball, still echoing with the majestic poetry of the names which had come to me so much to me, the name of the Alexandrians.
Listen:
Pia dei Tolomei, Benedict Dangeau, Dante Borromeo, Colonel Neguib, Toto de Brunel, Wilmot Pierrefeu, Mehmet Adm, Pozzo di Borgo, Ahmed Hassan Pacha, Delphine de Francueil, Djamboulat Bey, Athena Trasha, Haddad Fahmy Amin, Gaston Phipps, Pierre Balbz, Jacques de Guéry, Count Banubula, Onouphrios Papas, Dmitri Randidi, Paul Capodistria, Claude Amaril, Nessim Hosnani, Tony Umbada, Baldassaro Trivizani, Gilda Ambron...
Balthazar, Lawrence Durrell, Penguin books

II
mi lascio prendere dalla cadenza piatta delle periferie della città dal nome di soldato spagnolo e di rapace, i sobborghi di una città del nord come ce ne sono tanti, edifici per ammassare i proletari, gli immigrati degli anni '60, verticalità concentrazionaria, al ritmo paradossale delle traversine - sono a Venezia in questo minuscolo appartamento umido dove non c'era luce che nella cucina il pavimento era in pendenza, si dormiva con i piedi per aria il che sembrava buono per la circolazione, era all'ingresso del Ghetto di fronte alla panetteria prima della grande sinagoga dove ascoltavo i salmi e i canti a momenti, a volte il nome del quartiere faceva paura, il Vecchio Ghetto, soprattutto la notte quando tutto era deserto e silenzioso, quando soffiava la bora vento glaciale che sembrava venire dritto dall'Ucraina dopo aver gelato i cechi gli ungheresi e gli austriaci, nel mio Vecchio Ghetto impossibile non pensare a Łódź a Cracovia a Salonicco e ad altri ghetti di cui non resta niente, impossibile non essere perseguitati dall'inverno del 1942, i treni verso Treblinka, Bełżec e Sobibór, nel 1993 qualche mese dopo la mia guerra a me ed esattamente cinquant'anni dopo lo sterminio, nel Ghetto veneziano immerso nella nebbia e nel freddo immaginavo la macchina di morte tedesca senza sapere che uno dei suoi ultimi ingranaggi aveva girato molto vicino, a qualche chilometro da là, ma se ripenso ora a Venezia nel torpore ferroviario è soprattutto per quello che mi aveva raggiunto, il corpo che lei così spesso mi rifiutava mi obbligava a lunghe camminate notturne talvolta fino all'alba, col mio berretto nero, passavo piazza dei Due Mori, salutavo San Cristoforo sul pinnacolo della Madonna dell'Orto, mi perdevo tra qualche casa moderna che sta lassù come se l'avessero posata a matita in un angolino per nasconderla, come se non fosse dissimulata dalla laguna, e quante volte quante mi sono ritrovato a prendere un caffè di giorno con piloti e macchinisti di vaporetti per cui non esistevo, perché i veneziani hanno questa facoltà atavica di ignorare tutto quello che non è loro, di non vedere, di fare sparire lo straniero, e questo disprezzo sovrano, questa strana nobiltà antiquata dell'assistito che si permette di ignorare del tutto la mano che lo nutre non era spiacevole, al contrario, era una grande franchezza e una grande libertà, lontana dalla simpatia commerciale che ha invaso tutto il mondo, tutto il mondo salvo Venezia dove si continua a ignorarvi e a disprezzarvi come se non si avesse bisogno di voi, come se il ristoratore non avesse bisogno di clienti, ricco com'è della sua città e sicuro, certo, che altri commensali meno furbetti verranno presto ad occupare i suoi tavoli, qualsiasi cosa accada, e questo gli dà una superiorità terribile sul visitatore, la superiorità dell'avvoltoio sulla carogna, sempre il viaggiatore finirà spennato, squartato con o senza sorriso, a quale scopo mentirgli, persino il panettiere di fronte a me ammetteva, senza battere ciglio, che il suo pane non era molto buono e i suoi pasticcini troppo cari, questo panettiere mi ha visto tutti i giorni tutti i giorni per mesi senza mai sorridermi la sua forza era la sua certezza della mia scomparsa, un giorno avrei lasciato Venezia e la laguna, fosse dopo uno, due, tre, dieci anni lui apparteneva all'isola e non io, e me lo ricordava ogni mattina, il che era salutare, non bisognava illudersi, non frequentavo che stranieri, slavi, palestinesi, libanesi, Ghassan, Nayef, Khalil e persino un siriano di Damasco che teneva un bar dove si ritrovavano gli studenti e gli esiliati, era un vecchio marinaio che aveva disertato durante uno scalo, un tipo piuttosto rugoso che non si sarebbe mai associato ad alcun mare né ad alcuna nave, aveva una buona testa da contadino con orecchie molto grandi abbastanza pelose nel mio ricordo, era molto pio, pregava, digiunava e non beveva mai l'alcol che serviva ai suoi clienti, la sua debolezza erano le ragazze, le puttane soprattutto, cosa che giustificava dicendo che il Profeta aveva avuto cento donne, che amava le donne e che era tutto sommato un buon peccato la fornicazione, io a Venezia non fornicavo molto, l'inverno era interminabile, umido e freddo, poco propizio alla fornicazione in effetti, mi ricordo che la prima notte nel Ghetto non avevo coperte e gelavo a tal punto che mi ero avvolto in un tappeto orientale pieno di polvere, completamente vestito, con le scarpe perché il tappetino, rigido, faceva come un tubo e non copriva i piedi, ho letto storie di navi fantasma di William Hogdson prima di addormentarmi come un fachiro fallito o un marinaio pronto a essere reso al mare cucito nella sua amaca, ben lontano dall'erotismo che alcuni attribuiscono a Venezia, un tipo arrotolato come un sigaro polveroso e logoro, sul suo proprio letto, con le sue scarpe e un berretto, perché il riscaldamento non funzionasse, sono incapace di ricordarmene ad ogni modo in questo vagone ora devono esserci venticinque gradi, mi sono tolto il maglione nello stesso momento del mio vicino di fronte, ha una testa da rapper newyorkese bianco, legge Pronto con un'aria di superiorità, mi chiedo cosa mi annuncerà, lui, certamente non la fine del mondo, piuttosto la fine di una coppia di attori hollywoodiani o l'overdose di cocaina di un uomo d'affari italiano di trent'anni, il nipote di nonno Agnelli o zio Agnelli il genio della Fiat, riesco a leggere il suo nome sulla copertina, Lupo, è strano, mi devo essere sbagliato, come si può essere un uomo d'affari e chiamarsi Lupo, l'immagino bello, il pelo brillante, i denti bianchi, l'occhio vivo e appena arrossato, è stato senza dubbio ritrovato incosciente in un appartamento di lusso di Torino, forse in compagnia di qualche donna di facili costumi, la sua Lamborghini ben parcheggiata giù, con chissà un po' di sangue o di bile sulla sua camicia Armani sbottonata, e indovino l'emozione delle donne a casa che leggono in maggioranza queste riviste, mio Dio questo lupo è proprio bello, proprio ricco e nato bene, che triste spreco, avrebbe potuto avere la decenza di schiantarsi contro un guardrail a trecento chilometri all'ora, un incidente d'elicottero, o anche sugli sci d'acqua, finire tagliato a pezzi da una delle eliche del suo yacht, persino abbattuto da un proiettile in pieno viso da un marito geloso o da un sicario mafioso ma la droga, è come se avesse preso la sifilide, è una vergogna, è impossibile, ingiusto, per un po' mi sarebbe stato quasi simpatico questo giovane lupo torinese che getta la sua grande famiglia nello scandalo, spero che uscirà dall'ospedale prima della fine del mondo, il mio vicino ha un'aria condiscendente e di rimprovero, scrolla il capo emettendo piccoli rumori con la lingua quando fuori cade la notte, siamo nella pianura, la triste pianura di Lombardia che l'oscurità invade grazie a Dio il crepuscolo sarà breve gli alberi nudi gelati in piedi accanto alle linee elettriche spariranno si indovineranno solo le loro ombre e la luna uscirà forse di tanto in tanto dalle nuvole per schiarire le colline prima di Bologna, scivoleremo poi verso il sud-ovest nella mollezza toscana fino a Firenze e infine nella stessa direzione fino a Roma, ancora quasi cinquecento chilometri prima della stazione Termini, le chiese, il papa e tutto il resto, il bazar romano: cianfrusaglie da bigotti e cravatte, incensieri e ombrelli, il tutto annegato nelle fontane del Bernini e nelle automobili, là dove, sui pavés marci e il Tevere nauseabondo, aleggiano le Vergini col Bambino, i santi Matteo, le Pietà, le deposizioni, i mausolei, le colonne, i carabinieri, i ministri, gli imperatori e i rumori di una città resuscitata mille volte, rosa dalla cancrena la bellezza e la pioggia, che più che una bella donna evoca un vecchio erudito dal sapere magnifico che si dimentica facilmente nella sua poltrona, la vita lo abbandona in tutti i modi, trema, tossisce, recita le Georgiche o un'ode di Orazio pisciandosi addosso, il centro di Roma si svuota nello stesso modo, più abitanti, più negozi di alimentari, vestiti vestiti e vestiti da perdere la testa miliardi di camicie centinaia di migliaia di scarpe milioni di cravatte di sciarpe tante da ricoprire San Pietro, da fare il giro del Colosseo, da seppellire tutto sotto gli stracci per sempre e prendere in giro i turisti in questo immenso negozio religioso di merce di seconda mano dove brilleranno gli sguardi avidi di scoperte, guarda, ho trovato una chiesa magnifica di Borromini sotto questa pelliccia, un soffitto dei fratelli Carracci dietro questo abito da caccia e in questi stivali di cuoio nero le corna del Mosè di Michelangelo, se non mi si attendesse non vi ritornerei mai più, se nell'età adulta tutto fosse più semplice non avrei mai fatto questo viaggio, mai portato quest'ultima valigia, "plus mon Loire gaulois que le Tibre latin", i versi di Du Bellay imparati a memoria a scuola, "heureux qui comme Ulysse" e così di seguito, anch'io ho i miei "Rimpianti", Ungaretti diceva che il Tevere era un fiume fatale, Ungaretti nato ad Alessandria d'Egitto vi ha vissuto fino all'età di vent'anni prima di imbarcarsi per Roma poi di stabilirsi in Francia, Alessandria, c'è Alessandria in Piemonte non molto lontano da qui, non ci sono mai andato, mi ricordo a Venezia avevo chiesto in un'agenzia di viaggi se c'erano delle navi per Alessandria e l'impiegata (biondo veneziano, una specie di fermaglio in bocca come uno stuzzicandenti) mi aveva guardato con sguardo interrogativo, ma per Alessandria c'è il treno, e in questa fiducia immediata che si dà ai professionisti avevo preso in considerazione, nello spazio di un secondo, un treno che andasse da Venezia ad Alessandria d'Egitto, diretto via Trieste Zagabria Belgrado Salonicco Istanbul Antiochia Aleppo Beirut San Giovanni d'Acri e Port Said, provocazione alla geopolitica e all'intendimento, e persino, una volta compresa la sua confusione, Alessandria in Piemonte, avrei persino sognato un treno che unisse tutte le Alessandrie, una rete tra Alessandria in Piemonte Alessandretta in Turchia Alessandria d'Egitto Alessandria d'Aracosia, forse la più misteriosa, persa in Afghanistan lontano dalle ferrovie, il treno si sarebbe chiamato Alessandria-Express e sarebbe andato da Alessandria Escate nel Tagikistan fino al Piemonte via i labbri dell'Africa in tredici giorni e altrettante notti, Alessandria d'Egitto altra decadente città della decadenza che non manca di fascino quando piove o quando è scuro, mi ricordo avevamo un hotel sulla Corniche la prima volta passavamo delle ore sul balcone di fronte al Mediterraneo fino a quando un grosso blocco di cemento non si stacca e per un pelo non uccide un tipo seduto in terrazza, giù, ha appena sollevato lo sguardo, egiziano abituato al fatto che ogni giorno il cielo non gli cada sulla testa, in questa camera doppia dormivo con Marianne, si svestiva in bagno, aveva un corpo, un viso da squarciarti l'anima e la mia non chiedeva altro, nel profumo di pioggia e di mare di Alessandria mi inebriavo dei profumi di Marianne, il nostro hotel non era il Cecil, niente di Durrell nel nostro soggiorno, all'epoca ignoravo tutti i libri, di Ungaretti o di Kavafis questo triste piccolo impiegato di una delle immense banche che ci sono a Ramleh, o della Borsa del cotone, uscendo dal lavoro frequentava le gigantesche pasticcerie dove sognava di Antonio lo sconfitto di Azio guardando un servitore arabo ancheggiare...
Mathias Énard, Zone, Actes Sud 2008

Vista la piega che ha preso questo post, ne approfitto per metterci anche delle altre cose che, come accennato sopra per inciso, avevo trattenuto per paura. Meglio lasciarle uscire allo scoperto, è l'unico modo che conosca per sconfiggere la paura. Allora si riparte: uno, due, tre, via.

Un altro motivo dei tappeti di quella regione era la scrittura cuneiforme.
Le donne analfabete di Zafferano usavano la misteriosa lingua dell'iscrizione della grotta per annodare nei tappeti i loro desideri e i loro segreti.
Ogni tanto sui tappeti appariva uno straniero con un cappello in testa che saliva alla grotta a dorso di mulo. In mano teneva un foglio con su dei caratteri cuneiformi.
Ma all'improvviso, alla fine degli anni Trenta, le donne cominciarono ad annodare un motivo completamente nuovo: apparve un treno nei loro tappeti, un treno sbuffante che si snodava come un serpente sul monte Zafferano.
(...)
Poiché la ferrovia era il suo grande sogno, Reza Pahlavi fece costruire una lunga strada ferrata, dall'estremo sud del Paese ai confini orientali. Per la precisione, fin sotto l'orecchio dell'Unione Sovietica. Lui sapeva, in realtà, che costruiva quella ferrovia per gli europei, ma sapeva anche che gli europei non potevano portarsela a casa. La ferrovia sarebbe rimasta al paese.
I binari avanzarono attraverso i deserti, varcarono fiumi e montagne, percorsero valli, attraversarono città e villaggi, e alla fine raggiunsero il monte Zafferano.
Il serpente di ferro strisciò sulla montagna, ma a metà strada dovette fermarsi. La storica grotta, dove la scrittura cuneiforme era incisa sulla parete sud, gli sbarrò il cammino. L'arrivo del treno turbava la pace secolare della grotta. Ma gli ingegneri temevano sprattutto he la dinamite usata per costruire la ferrovia potesse farla crollare.
L'iscrizione cuneiforme, l'antichissimo retaggio culturale del Paese, era in pericolo. Si temeva che una crepa potesse incrinarla. Gli ingegneri furono presi dal panico. Il responsabile del progetto non sapeva come risolvere il problema. Non osava correre rischi. Perché sapeva che lo scià gli avrebbe fatto tagliare la testa se fosse successo qualcosa.
Spaventato, inviò un telegramma alla capitale: "Impossibile proseguire causa iscrizione cuneiforme".
(...)
"Ho sentito dire molte cose negative sullo scià Reza, e soprattutto criticare molto la costruzione della ferrovia. Voi cosa ne pensate?"
"Ascolta, ragazzo, ti ho appena detto che non so niente di politica. Per queste cose non devi rivolgerti a me. Non ho neanche mai letto i giornali e di sicuro non quelli dell'epoca. Leggo soltanto i miei libri, libri antichi, di poesia, di storia. Di critiche non so niente. Quel che so è che il monte Zafferano non è una montagna qualsiasi. Quel monte non è solo un ammasso di rocce. È un patrimonio sacro di questo Paese. Le radici dei nostri padri affondano tra quelle rocce, in quelle pietre. Non si tratta solo della grotta. Ci sono anche altre cose su quel monte. Il pozzo sacro, per esempio. La montagna vive, respira: vai nella grotta e resta un attimo in silenzio, la sentirai. Vai al pozzo sacro, inginocchiati e ascolta.
Sentirai battere il cuore della montagna. E in quei giorni, all'improvviso, iniziarono a distruggere il nostro antico monte Zafferano con la dinamite e i martelli inglesi."
"Allora perché ci mandaste mio padre?"
"Non fui io a mandarlo. Gli spiegai semplicemente quello che stava succedendo. E poi lui non mi dava davvero ascolto, guardava quello che facevano i suoi coetanei.
Anche se, a posteriori, ripensandoci, mi rendo conto che è andato tutto bene. All'inizio credevo che il monte Zafferano non sarebbe sopravvissuto. Oggi, dopo anni, vedo che è guarito. Sul suo pendio sono ricresciuti così tanti arbusti e fiori che la roccia danneggiata non si vede più. I camosci passano tra i binari e i loro piccoli saltano da una rotaia all'altra. La montagna ha accettato e inglobato la ferrovia. Praticamente non si vede più.
Tra poco arriverà il treno. Passa molto piano. E questo è bello, adesso il nostro amico monte Zafferano ha anche qualcosa di nuovo, di moderno. Un treno con piccoli vagoni rossi, che sale sferragliando piano. Così vanno le cose nella vita, ragazzo. Così vanno le cose."
Scrittura cuneiforme, Kader Abdolah, Iperborea, Milano 2004

Intervallo II
- La gente va a piedi o va a cavallo. Non è vero che si va a piedi e a cavallo, c'è anche un'altra maniera, caro Leonardo. Come? Col treno.
- Treno.
- Bravo. Visto? Allora, il treno. Il treno è costruito così, Leonardo: du' binari - più facile di così si muore - ma lunghi, ma puoi arrivare anche in Africa. Te non ti preoccupare, se finisce subito è binario morto. Du' pezzi di ferro - due pezzi di ferro li saprete costruire.
- Eh.
- Di ferro, duro, du' pezzi di ferro duro, con du' cose di legno dentro, va bene? Vai, con questi du' pezzi di ferro, dove ti pare. Curvi quando c'è da curvare, salisci, scendi. Leonardo, guarda. Ora disegno, io disegno peggio di lei, scusi se mi permetto, eh.
- Eh.
- Eh? Allora, ecco. Za e za. Ecco bell'e fatto il binario. Questi so' legni e sopra c'è il treno, tutto di ferro, il fumo che sbuffa, tuf tuf, eccetera.
- Treno.
- Treno. Come fa ad andare il treno? Si butta la legna nella caldaia. Il calore sviluppa, sviluppa energia e il treno va.
- Ma allora il caminetto va.
- Bravo! No, il caminetto non va.
- Eh eh eh.
- Già, come mai il caminetto non va?
- No, perché c'è un meccanismo diverso, no.
- Buttando legna, si muove, si muove, buttando legna. Anche con la corrente, ma quella è un'altra cosa.
Dal noto film.

Povero, certo: ricco di anatemi
per questo maledetto predellino
del treno da cui spavaldo senza
valigia mi soffi baci e un abisso di addii.
Tu esisti altrove; a Termini io rimango
strozzato dalla tua mano giovinetta
(la mano del Signore dalle Unghie Rôse):
ti accompagna il rimprovero di un tango.
Sandro Penna, de la gourmandise (poèmes poste restante), Ypsilon éditeur 2009, Peccato di gola (poesie al fermo posta), Scheiwiller 1989

Intervallo III
Video di The Guardian.

Titolo del libro: Nuovo Orario dei treni.
Nome dell'autore: Ufficio delle ferrovie.
Numero di pagine: 20.
Riassunto: questo libro rivoluziona in un modo memorabile l'esperienza della lettura, stabilisce chiaramente la relazione che esiste tra il modernismo e i trasporti pubblici. Il termine "comunicazione" si deve qui intendere nel senso che ne dà la filosofia di Karl Jaspers: prendere coscienza dell'esistenza altrui, perché se nell'universo non ci fosse niente altro che se stessi, il sé non saprebbe manifestarsi... Immagine del treno e programmazione temporale si articolano lungo tutto il libro, riflettendo la "pseudorealtà" della coesistenza paradossale dell'immobilismo individuale e dell'azione collettiva nel meccanismo della nostra civilizzazione. Il termine "pseudorealtà" viene da una parola greca che significa "appassionato di teatro", suggerendo un'espansione incontrollata della coscienza. La previsione degli orari di arrivo dei treni simbolizza bene la cooperazione meccanica dei passeggeri sotto l'influenza della predestinazione, e fa anche pensare alla regolarità che hanno richiesto la logistica e la strategia degli Alleati durante la Seconda Guerra mondiale. Un libro da non perdere.
Essais de micro, Huang Kuo-chun, traduzione francese di Esther Lin e Angel Pino, Actes Sud 2009

Intervallo IV



Ça!
C'est cela c'est cela, ça, ça, ça!
Cela c'est passé sous le pont du chemin de fer.
Là où les treins freinent, repartent puis tanguez tango, crissent et grincent.
Un homme courait dans le couloir d'un wagon sans âme, il court sur la moquette usée. Il est là. À courir à l'intérieur même de ce train.
Poursuivi par qui?
Et quel est son nom?
On dirait qu'il court également à l'intérieur de lui-même.
Qu'il se dédouble. Et deveint son propre frère.
Le train freine et s'arrête. Choc!
Dehors une voix quasi inaudible donne semble-t-il une liste de noms de gares
On dirait qu'il s'agit d'une halte imprévue.
Cela c'est déroulé ainsi dans le passé.
Désormais je vais pouvoir m'exprimer au présent.
Et je dis que la mer du Nord me manque. J'en fais l'aveu public. Je parle calmement, nous ne sommes pas dans la période des transes n'est-ce pas!
C'est cela c'est cela, ça, ça, ça

Tratto da "Ça", Franck Venaille, Mercure de France 2009

Due parole mie, ora: ciuf ciuf.


Il signor Noreplai colpisce ancora ecc. ecc.

noreply@esteri.it

a me
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Gentile Francesca ...,
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La ringraziamo per la collaborazione.
Cordiali saluti.
Consolato Generale d'Italia a Parigi

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Nous vous remercions pour la collaboration.
Salutations distinguées Consolato Generale d'Italia a Parigi


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Inoltra








Anche questa volta mi sono solo immaginata di esserci stata e di aver fatto la solita trafila che neanche gli spaghetti trafilati a bronzo. Problemi interni. Tipo costipazione, dev'essere.

Visto che ci sono, lascio un'impressione ancora non tanto ben ponderata. A ormai diversi anni dal mio dispatrio, ha cominciato nel tempo a maturare in me una specie di indifferenza nei confronti dell'Italia, che viene via via a sovrapporsi alla rabbia a lungo provata per l'unico difetto che non riesco ancora a perdonarle, un profondo cinismo malamente dissimulato da barocchismi vari, di forme, di oggetti, di parole, di rapporti. Mi pare sia un sentimento reciproco: io non l'ho voluta, ma neanche lei ha voluto me, è stato solo un incrociarsi. A Pieris, però, più spesso che a Francodebole, oltre alle consuete domande su Silvio Berlusconi, sulla funzione del semaforo rosso e sulla mafia, mi viene quotidianamente ricordato, in forme diverse, da dove vengo e non so bene come reagire a questa evidenza che cozza contro la mia identità percepita. A parte il fatto che, posto che l'abbia mai saputo, ora non so veramente più come sia il Paese in questo momento, venerdì 17 luglio 2009, normalmente non tento nemmeno di ribattere o contrastare pregiudizi e giudizi più o meno fondati: preferisco assecondarli e anzi, quanto più sono fastidiosi o opinabili, esattamente come faccio quando capita che i pregiudizi e i giudizi sommari riguardino me, tanto più li confermo e, se possibile, li rinforzo. Capiranno?


P.S. Dovessi assentarmi, non è causa ferie (cui il 99% dei cartelloni pubblicitari del metrò sono al momento dedicati - il restante 1% ricorda agli abitanti di Pieris che in città c'è Pieris plage) e neanche costipazione, più probabilmente lavoro nel tempo occupato e mal di schiena nel tempo libero.

P.P.S. Il barocco, per me, è quanto di più lontano ci possa essere dal mio concetto di grazia, che in breve mi sentirei di riassumere più o meno così:



Kloster Eberbach, Eltville am Rhein, Deutschland

Rußland ist ein Wald, und Deutschland ist ein Park

Für Antanas Gailius
II
Im Hintegrund grollte die Ostsee,
eine Erfindung der Russen.

Michael Krüger


La Russia è un bosco e la Germania è un parco, questo aveva detto Aleksej a Max nel loro primo incontro in piscina subito dopo il matrimonio. Nel bosco c'è pericolo, ma non si ha bisogno di denaro, nel parco invece si paga un biglietto di ingresso per tutto. Aleksej sottolineava allora il concetto di "bosco" con un esempio particolare. Diceva: quando in Russia stai con una ragazza, ad esempio quando vai a passeggiare con lei, devi essere pronto a difenderla. E mostrava i pugni.

Andreas Maier, Sanssouci, Suhrkamp 2009



Memo appuntato da anni nel cervello. Invano.

Provaci ancora, Sema.


Memò fonetìc

Ricordarsi di nasalizzare tutto a parte tronco di cono.


Un fiore

erano in 7, tutti col cappellino da baseball rosso, disposti a cerchio attorno ad un palo di sostegno al centro del vagone, un braccio, quello della mano stretta al palo, allungato e teso, l'altro a penzolare all'indietro o a stuzzicare di tanto in tanto il vicino. 7 petali rossi sopra piccole foglie variopinte e naturalmente mosse dal vento dei pochi anni e dalla voglia di dire ci sono anch'io, 1 fiore completo con tanto di profumo, quello composto dall'essenza delle parole emanate da ciascun petalo a turno nel ripetere ad alta voce la sequenza delle parole già dette dagli altri, chiusa ogni volta da una parola nuova, esclamata in sillabe brevi, contratte, in segno di sfida, in un treno di effluvi rinvigoriti qua e là dalle risate provocate dal minimo accenno di tentennamento:
girafe
girafe, crocodile
girafe, crocodile, chat
girafe, crocodile, chat, poil
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde, désert
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde, désert, montagne
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde, désert, montagne, neige
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde, désert, montagne, neige, boule
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde, désert, montagne, neige, boule, bataille
girafe, crocodile, chat, poil, fleuve, mer, ciel, étoile, ami, monde, désert, montagne, neige, boule, bataille, fourmi...

quanto mi è dispiaciuto dover scendere.

Ogni scarrafone (4)

Fioi e colombi smerda la casa.


Ogni scarrafone (3) (ovvero come un battiscopa ti diventa un pavimento di piastrelle)

Maledetto accoltellatore, Tataro del malaugurio! urla la nonna scuotendo il calorifero con un gesto bellicoso e battendo l'altra mano contro la gonna fumante. Che il cielo, che Dio, che la terra, gli uccelli, i pesci, gli uomini, gli oceani, che l'aria ti maledicano!
Era la maledizione preferita di mia nonna.

Enterrez-moi sous le carrelage, di Pavel Sanaev, Les Allusifs 2009.

Una recensione in italiano.
L'incipit del libro, da cui è stato tratto anche un film, in lingua originale.


Trois p'tits chats

Una filastrocca dalle moltissime varianti, che qui si propone nella versione illustrata dai disegni animati di Guy Delisle.




Trois p'tits chats, trois p'tits chats, trois p'tits chats, chats, chats
Chapeau d'paille, chapeau d'paille, chapeau d'paille, paille, paille
Paillasson, paillasson, paillasson, sson, sson
Somnambule, somnambule, somnambule, bule, bule
Bulletin, bulletin, bulletin, tin, tin
Tintamarre, tintamarre, tintamarre, marre, marre
Marabout, marabout, marabout, bout, bout,
Bout d'ficelle, bout d'ficelle, bout d'ficelle, celle, celle
Selle de ch'val, selle de ch'val, selle de ch'val, ch'val, ch'cval
Ch'val de course, ch'val de course, ch'val de course, course, course
Course à pied, course à pied, course à pied, pied, pied
Pied-à-terre, pied-à-terre, pied-à-terre, terre, terre
Terrassier, terrassier, terrassier, sier, sier
Scier du bois, scier du bois, scier du bois, bois, bois,
Boisson chaude, boisson chaude, boisson chaude, chaude, chaude
Chaudière, chaudière, chaudière, ière, ière
Hier au soir, hier au soir, hier au soir, soir, soir
Soir d'hiver, soir d'hiver, soir d'hiver, ver, ver
Vermifuge, vermifuge, vermifuge, fuge, fuge
Fugitif, fugitif, fugitif, tif, tif
Typhoïde, typhoïde, typhoïde, ide, ide
Identique, identique, identique, tique, tique
Tic nerveux, tic nerveux, tic nerveux, veux, veux
Veuve de guerre, veuve de guerre, veuve de guerre, guerre, guerre
Guerre de Troie, guerre de Troie, guerre de Troie, Troie, Troie
Trois p'tits chats, trois p'tits chats, trois p'tits chats, chats, chats.


*

ho pensato al mio necrologio. sto bene, sto benissimo, ma mi dispiacerebbe che, quando verrà il momento, se ne concepisca uno che non sia breve e al contempo al 97% onesto ed è chiaro che chi resta e si mette a scrivere un necrologio di uno che se ne è andato non abbia la lucidità necessaria per scegliere poche parole che rispecchino fino in fondo il defunto. ho pensato allora semplicemente a quello che faccio con maggiore regolarità e con grande naturalezza e che negli ultimi anni ha toccato in successione un fantasma, la televisione, il mio paese natale, il pensare nella lingua di mia madre e, negli ultimi mesi, il mio paese d'adozione, la macchina e il cellulare:

smise tutto.


Parole da salvare (6)

Nagana sf. - 1) Fiacca, sonnolenza, malavoglia.
In quela riunion ghe iera 'na nagana!
Go una nagana ogi!
2) Scansafatiche, fannullone, anche aggettivato.
L'aria un fià nagana e un fià lole.
3) Giovane teppista dall'atteggiamento studiatamente stanco e annoiato.
È il nome indigeno (zulù) di una malattia causata da un protozoo, il tripanosoma gambiensis, trasmesso per mezzo della puntura della mosca tzè-tzè. È detta anche malattia del sonno per lo stato di debilitazione che essa produce. Lo spettacolare film americano Nagana diffuso negli anni '30 ha reso tale nome estremamente popolare ed esso è ben presto passato ad indicare fiacca, malavoglia.

Dal Grande dizionario del dialetto triestino di Mario Doria.

(Il film è del '33 ed è con Melvyn Douglas, quello di Ninotchka).


Parole da salvare (5)

crachi sm. pl. - giunture, membra, arti.
Distirar i crachi, andare a dormire.
Tirar i crachi, tirare le cuoia, morire.
Dallo slov. krak, garretto, stinco, zampa.

Dal Grande dizionario del dialetto triestino di Mario Doria.


Parole da salvare (4)

fùter sm. - scatto d'ira, stizza subitanea.
Me vien su el fùter, mi salta la mosca al naso, da intendersi nel senso di: l'ira mi fa dar di stomaco.
Dal ted. Futter, pasto, mangime.

Dal Grande dizionario del dialetto triestino di Mario Doria.


Parole da salvare (3)

visavì avv. - dirimpetto.
La siora visavì dove che stago mi.

Dal Grande dizionario del dialetto triestino di Mario Doria.


Turisti (3)

Guida, ad alta voce: "Von links nach rechts sehen Sie die Büsten von Rossini, Auber, Beethoven, Mozart, Spontini, Meyerbeer und Halévy".
(Settantenne alla moglie, a voce più bassa: Danke, lesen kann ich noch.)

Gruppo turistico davanti all'Opéra Garnier, Pieris, 6 luglio 2009.


Questi sono libri

Bellenger, Witcomb, Fischer, Boltz, Forster et Lipmanson, Nouveau guide des conversations modernes ou dialogues usuels et familiers contenant en outre de nouvelles conversations sur les voyages, les chemins de fer, les bateaux à vapeur, etc. en six langues - français, anglais, allemand, russe, polonais, suédois - à l'usage des voyageurs et des personnes qui se livrent à l'étude de l'une ou de plusieurs de ces langues, Berlin, Librairie B. Behr, 12 et 13 Oberwallstrasse près la Jaegerstrasse, 1854

Grazie, Gughelbucs.


Penne(*)
Potete prestarmi il vostro temperino?
Avreste la bontà di prestarmi il vostro temperino?
A quale scopo?
Che cosa ne volete fare?
Ne ho bisogno per temperare una penna.
Vorrei temperare una penna.
Prendete questa penna di acciaio.
Preferisco una penna d'oca.
Vorrei temperare la mia penna.
La mia penna non vale niente.
Vorrei ritemperarla.
Ha bisogno di essere ritemperata.
Perché non vi servite del vostro temperino?
Non taglia.
È spuntato.
Non è affilato.
Ha bisogno di essere affilato.
Non potrei servirmi del mio.
È completamente rovinato.
Volete che temperi la vostra penna?
Ve ne sarei obbligato.
Se non vi reca troppo disturbo.
Nessun disturbo.
Volete che sia dura o morbida?
Vi piace dura o morbida?
Mi piace dura.
Non mi piace affatto dura.
Eccola. Provatela.
Come la trovate?
È un po' troppo spessa.
È troppo fine.
Non è temperata abbastanza.
Provatela ancora.
È eccellente.
Vi sono infinitamente obbligato.
Sono al vostro servizio.

Mai su un omnibus
Quando ho fretta, non salgo mai su un omnibus.

In treno
Che effetti avete, Signore?
Due bauli, un sacco da notte e una cappelliera.
Abbiate molta cura della cappelliera.


(*) Chiaramente nella stessa identica giornata spunta una penna, quella regalata da Goethe a Puškin, in Hotel Angleterre di Nico Orengo. "Dove c'è penna c'è inchiostro, dove c'è inchiostro c'è scrittura. E la scrittura sostiene, provoca la voce. O è la voce che provoca la scrittura, come la Voliera dorata dell'Ermitage spingeva il canto dei pettirossi a essere indimenticabile?"


Ogni scarrafone (2)

Mia madre mi considerava da tempo come un figlio di cui poteva essere fiera, era veramente persuasa che, di tutta la nostra famiglia, sarei stato quello ad andare più lontano; fino a fare carriera, una vera carriera riconosciuta in tutta la Polonia prima che in tutto il mondo. Sarei partito all'estero, avrei creato una famiglia, avrei acquistato un appartamento o una casa, avrei spedito dei pacchi a mia madre; sarebbe stato persino possibile che un giorno l'avrei invitata a Vienna o a Parigi.
- Fare carriera, una carriera, diceva ad occhi mezzi chiusi, un sorriso misterioso sulle labbra...
(...)
- Fare carriera, ah! una carriera!
Dieci anni dopo, venti anni dopo, mia madre pronunciava queste parole in modo affatto diverso. Il sorriso sognante cominciava a sfumare dalle labbra fino a sparire, prima di lasciare il posto ad un ghigno di delusione e di amarezza. Il tempo passava, io non concretizzavo le speranze che lei aveva riposto in me.
- Tu non sei capace di parlare correttamente una sola lingua straniera, mi rimproverava. Non ti darai mai da fare, non partirai mai all'estero e, supponendo che tu lo faccia, non costruirai delle relazioni, sarai incapace di farti capire.
Avevo studiato il tedesco, l'inglese e il francese durante lunghi anni, inoltre il russo obbligatorio della scuola primaria, ma non sapevo parlare nessuna di queste lingue.
Quando raggiunsi i trent'anni senza essere passato una sola volta nemmeno alla televisione polacca, mia madre decretò che, per quello che riguardava la mia carriera, il fiasco era definitivo. "Sì, è finita", ripeteva. Mai, ma proprio mai, sarei diventato quello che avrei dovuto essere; o non avrei dovuto essere come mio padre, avrei dovuto essere qualcuno, qualcuno di noto, di ammirato; avevo, sfortunatamente, sprecato i migliori anni della mia vita e, solo, senza moglie, senza figli, scivolavo su una china, mi abbassavo, sprofondavo...

Zbigniew Mentzel, Toutes les langues du monde, Seuil 2009


Ogni scarrafone (1)

Sono l'unico figlio di mia madre e so che lei mi vuole bene. So anche che se lei dovesse scegliere tra la mia morte e la sua guarigione definitiva, sceglierebbe senza esitare che io muoia, e tanto peggio se la mia morte le procurerà del dolore in seguito, a patto che lei sia salva e in buona salute.

Alaa El Aswany, J'aurais voulu être égyptien, Actes Sud 2009


Comodo

osservare le persone e riportarne le impressioni che se ne traggono nel giro di qualche minuto di tragitto in metropolitana o nel breve attimo prima di salire nel vagone (stamane, a dispetto delle apparenze, era bello, era proprio bello, con un piede appoggiato al muro, mocassini neri, calzini grigi bassi, pantaloni corti a fantasia nera con disegni nel complesso sviluppati lungo linee orizzontali, camicia a righine arancioni verticali tirata sul davanti, sopra una pancia di carattere, faccia qualunque dell'est Europa, era proprio bello, e tutta la sua bellezza veniva dal vibrare delle corde del violino che reggeva un po' più sbilenco del normale, perché era già bellissima la vibrazione di due accordi prima che ancora ne uscisse della vera e propria musica, che non sentirò mai per aver preso al volo la metropolitana rischiando di inciampare per prolungare al massimo i secondi della visione) o nell'arco di qualche passo compiuto per strada, troppo comodo.

Sì. Allora, allora ci sarebbe questo.

Indosso con gran piacere camicie, nove su dieci azzurre, fuori dai pantaloni o dalla gonna che si alzino sul davanti al minimo soffio di vento della metro, mi gusto il quotidiano tragitto casa-lavoro e ritorno come non mi era mai capitato prima, quando ero ancora automobilista nel senso convenzionale del termine e non ancora automobilista nel senso per me vero del termine, cioè che mi muovo da sola, sulle mie gambe, lasciandomi trasportare dalla metropolitana solo per i tratti cittadini più lunghi, ma nove su dieci (nella stessa proporzione delle camicie azzurre rispetto alle altre, che sono bianche, comunque) in piedi, quindi sempre sulle mie gambe, mi piace lasciare per un po' inesplorate le zone di cui conosco solo il nome della stazione della metro e immaginare come sono fatte (ci passo chiaramente i nove decimi del mio tempo, a immaginare) e che gente le abita solo in base al nome della stazione, per vedere poi, a esplorazione fatta, quanto l'immaginazione mi abbia portato lontano dalla realtà, spesso cammino a lungo con il naso all'insù o disposto normalmente, ad altezza naso, guidata solo dalla mia inesauribile curiosità per gli umani, per i loro manufatti o anche solo per i segni o gli echi di segni che lasciano, qualsiasi sia la loro forma, lo faccio preferibilmente in direzioni casuali, se non addirittura coscientemente, studiatamente casuali (a remengo le contraddizioni), prima di scendere in una buca della metro, scelta ancora a caso, prima di rientrare a casa, c'è solo una persona in questo momento che riconosce e gioisce dal profondo del cuore del substrato su cui poggia traballante il mio francese di fantasia, e questa persona è E., residente anche lei a Pieris, ma nata a Jena, mi alzo ogni giorno contenta senza saperne il perché, non mi interessa nemmeno vagamente di saperlo, sorrido come una scema (d'ora in poi: s) ogni volta che la Tureffèl si lascia cogliere dagli angoli più inaspettati, che sia solo parzialmente, nella sola punta, a mala pena distinguibile tra una selva di tetti d'ardesia, che sia dietro l'angolo di casa, là dove dovrei ormai saper bene, anzi lo so proprio, che si lascia vedere intera in lontananza, e non si trova, come invece dovrebbe essere, ritratta sulla foto riprodotta su una cartolina postale, sono convinta, a dispetto di tutte le evidenze, che farebbero piuttosto pensare all'effetto del liquore a base di riso assaggiato poco prima, di aver riconosciuto per strada, al buio, in un uomo sulla sessantina con i capelli grigi un po' lunghi, gli occhiali sopra uno sguardo all'apparenza severo, pieno di rimprovero, le spalle strette, la giacca scura, aderente alle spalle e larga ai fianchi, e un sacchetto della spesa beige come quello del negozio di alimentari libanese all'angolo, Peter Handke, ma chiaramente non fa niente se non era lui, conta solo l'averci creduto, mi sa che da metà aprile ad oggi ci saranno stati sì e no tre giorni senza vento, ci metto delle ore per decidere che film andare a vedere, se vecchio vecchio, se mediamente vecchio o se non proprio tanto recente (gli attuali, attualmente, non mi attraggono), scopro degli italiani come Alighiero Boetti senza volerlo, sfogliando i libri d'arte della butìc di un museo in restauro, pieno di cellofan dappertutto, a cui sono andata per vedere una mostra intitolata Spai nambers che sarebbe in realtà iniziata solo il giorno dopo causa lettura ultrarapida del giornale che la pubblicizzava, l'unico barlume di pensiero mononeuronale che mi ha generato la visione esterna - e casuale casuale, finendoci addosso per aver scambiato il titolo di una commedia teatrale per quello di un improbabilissimo concerto dei Talking Heads - dell'Elisé, a parte il fastidio provocato dalle misure di protezione e dal numero esorbitante di poliziotti che lo vigilano, è stato: "Ma tra tutti questi negozi di moda e questi altri e questi altri ancora, ma dove cazzo compra la baghèt Carlà, la mattina?", penso da un po' di tempo quale frase ricopiare qui del Quartetto di Alessandria di Durrell, le lettere finali del cui secondo volume, Balthazar, hanno smesso di scorrere sotto i miei occhi nel preciso attimo dell'apertura delle porte del vagone alla stazione Opérà stamattina, ma ci rinuncio per timore di soffocarlo o di svilirlo per cui credo di poterne riportare solo la nota iniziale, che è questa: "The characters in this novel, the first of a series, are all inventions together with the personality of the narrator, and bear no resemblance to living persons. Only the city is real", soffro della sindrome di Don Quijote (per ammonire i cui sofferenti Durrell ha dovuto inserire la nota, nds) e delle associazioni che creano ossessioni e delle ossessioni che creano nuove associazioni, in un interminabile gioco di rimandi, con la conseguenza che mi fisso su una pagina per niente speciale di À nos vingt ans di Nguyễn Huy Thiệp, quella in cui, un po' controvoglia e un po' con propria sorpresa, il ventenne riconosce la bellezza di Hanoi di notte subito dopo averne raccontato tutto il disprezzo per gli odori e i rumori insopportabili, mi fisso anche sulla necessità - cui scamperò indenne, spero - di rileggere Flaubert a mente ancora fresca di lettura di Orientalism di Edward W. Said, tardiva, magnifica scoperta (vi ho trovato un pezzo che spiega proprio la questione della sindrome di Don Quijote, su cui ho già scritto un post prima di avere letto Said, quello in cui ammetto la mia creduloneria nelle metafore e in tutte le finzioni della letteratura e non solo di quella, nel caso lì non fosse emerso appieno), trovo che Paasilinna sia bello anche in traduzione francese (capire il finlandese è cosa che è inesorabilmente rientrata nella sfera dei miei sogni, ma questo non mi impedisce di avere una nuova, insistente idea di cominciare a studiare seriamente da zero una nuova lingua), ho iniziato a leggere qualcosa di Khatibi ma senza seguirne la cronologia di pubblicazione, ho trovato recentemente in gughelbucs un Joyce che dice che a Trst gli piaceva starsene sul molo e non so più se ho letto da qualche parte o se l'ho pensato io che Trst è l'unica città di mare da cui non si sogna di salpare verso mondi lontani guardandone il mare da riva, probabilmente, e questo lo penso soltanto io, ma è evidente a tutti, perché si affaccia su un golfo ristretto, quasi chiuso su se stesso, che non lascia vagare la mente come la costa portoghese e costringe tutt'al più l'immaginazione a viaggiare nel passato, ma mai nello spazio, ogni tanto compro dei libri senza aprirli affatto, senza annusarli e senza leggere né il risvolto di copertina né il retro, tipo oggi, che ho preso Toutes les langues du monde di Zbigniew Mentzel, ogni tanto ne prendo altri, da dimenticare, pur avendoli sfogliati, annusati e avendone letto sia il risvolto di copertina sia il retro, tipo lo scorso sabato con Saisons russes, ridicola storia di una quarantenne che si innamora dell'insegnante di russo che nemmeno, e dico nemmeno, le considerazioni sulla lingua russa riescono a salvare, ora vado a riprendere la lettura del libro che ho interrotto per venire a scrivere qui 'ste quattro fregnacce, un libro che ha l'unica prefazione che io conosca che meriti di essere letta e che inizia così: "Il primo spettacolo di cinema al mondo ebbe luogo nel mese di dicembre del 1895 a Pieris (s), bulvàr de Capucìn (s), nel salone indiano del Gran Café. Solo un anno più tardi, il cinema arrivò in Egitto. La prima proiezione ebbe luogo nel novembre 1896 ad Alessandria (quella del Quartetto!, nds), in una sala di proprietà di un italiano che si chiamava Dillo Astrologo (a un nome così non si può che credere, nds). Questo fu un avvenimento straordinario nella vita degli egiziani e degli stranieri residenti in Egitto e i giornali dell'epoca erano pieni di commenti entusiasti sulla nuova invenzione. Il prezzo elevato dei biglietti non impedì alla gente di accorrere. La proiezione, che durò circa mezz'ora, consisteva di più scene di cui alcune non superavano qualche minuto. Si trattava in generale di spettacoli della vita quotidiana per le strade, nelle foreste o per mare. Nonostante la semplicità dei temi e le riprese primitive, la gente si appassionò al cinema. Pagava il suo biglietto, si precipitava nella sala di proiezione e prendeva posto sulla propria sedia nell'attesa del momento magico in cui, nell'oscutrità totale, le scene cominciavano ad apparire sullo schermo. La gioia che provavano questi spettatori che vedevano per la prima volta la vita reale sullo schermo era senza dubbio molto più grande di quella che ci procura oggi il cinema (no, no no, a me capita di sentirmi come gli egiziani del 1896 anche nel 2009 e mi capita di sentirmi così anche all'apertura del sipario agli spettacoli di opera lirica, il cinema di una volta, anche quando un acquazzone è simulato da palline di plastica, nds). Ma questa grande gioia fu all'origine di una difficoltà inattesa: nello stato di profonda emozione che si impadroniva di loro quando guardavano il film, gli spettatori vivevano gli avvenimenti completamente dall'interno, immaginando che quello che avevano sotto gli occhi fosse reale (non lo è? nds). Erano spaventati quando vedevano un mare agitato da grandi onde e, se appariva sullo schermo un treno veloce che sputava un fumo denso, molti tra loro si mettevano a gridare veramente di spavento e a precipitarsi all'esterno della sala per paura che il treno li investisse. Siccome questi incidenti imbarazzanti si ripetevano, Dillo Astrologo, il proprietario del cinema (che deve aver vissuto la vita precedente di Grajauskas, nds), immaginò un nuovo metodo: attendeva gli spettatori muniti del loro biglietto all'ingresso della sala e, prima che andassero a sedere, li conduceva davanti allo schermo che prendeva in mano dicendo:
"Questo schermo non è nient'altro che un pezzo di stoffa, non molto diverso da un lenzuolo. Le immagini che vedrete si riflettono su questo schermo. Non provengono da esso. Tra qualche istante vedrete un treno veloce. Ricordatevi, signore e signori, che è semplicemente l'immagine di un treno e che, di conseguenza, non c'è alcun pericolo per voi"" (dalla prefazione a J'aurai voulu être égyptien (se non fossi stato egiziano, precisa l'esergo, preso da Mustafa Kamel - altro bel nome - , seppure usato in senso opposto a quello di Mustafa Kamel - bel nome veramente, meritava la ripresa) di Alaa el Aswany), e siccome è proprio ora che torni alla sua lettura e affinché chi mai si sia avventurato in questo post possa riprendere il colore naturale dopo essere passato per il bluaceo da asfissia, concludo, in onore al punto interrogativo, di cui faccio un uso esplicito troppo parco pur ronzandomene molti nel cervello, con una domanda: che cosa spinge un lettore mediamente intelligente a prendere per vera una finzione letteraria pur non perdendo mai, neppure per un attimo, la consapevolezza che si tratta - appunto - di opera di finzione, e a perseverare negli anni in questo sfasamento al punto da non distinguere più sempre benissimo quello che ha letto non dico da quello che ha vissuto, perché la mia sindrome da Don Quijote lascia ancora inattaccati ed incolumi i mulini a vento che mi capita di vedere, ma da quello che ha pensato autonomamente?

(rileggendo ho trovato quello che solo in apparenza può sembrare un refuso, oscutrità. non lo è. oscutrità è oscurità tetra).


Delle cose scritte nel passato non si butta via niente, neanche le setole ovvero tutto quello che mi resta da dire del mio ex paese

(Come già riportato )"se vuoi veramente qualcosa, mettilo per iscritto"

Vorrei che un giorno, diciamo un attimo prima della comparsa dei primi pensieri malinconici della domenica pomeriggio, tutti gli italiani che hanno almeno un nonno o un bisnonno di origine contadina saltassero contemporaneamente. Vorrei sentire il rumore che produrremmo.




Da Poesie Operaie

anche se dopo la fatica il cervello
è ancora in balia di questa furiosa costruzione
che a me fa costruire chiodi che non si saprà mai
a quale cristo andranno a crocifiggere
e ancora possiamo incatenarli i mostri
vincerli e digerirli per la notte e per la gioia
nella tua casa in confusione dove ti attende moglie figlia e pranzo
dopo aver alzato posate come se alzassi utensili
io nella mia camera tre metri per cinque
pareti bianche e migliaia di fogli bianchi da mettere in croce
in lotta con la stanchezza e lo sporco ed è tutto presso di noi
non aspettare il sabato inizio del riposo d'iddio
il riposo sia per dio e questo inferno per noi

Luigi Di Ruscio

La biografia di Di Ruscio è questa: "Luigi Di Ruscio è nato a Fermo (AP) nel 1930, emigrato in Norvegia nel 1957 dove ha lavorato per anni quaranta in una fabbrica metallurgica, sposato con Mary Sandberg con cui ha avuto figli quattro" (da qui).




anything, anything

No heritage or culture
Imagined empires at our feet
The tribe beats upon the bench
A country shadowed in defeat

They sing twelve tribes of Israel
But not here in Punkertown
Gray and white I am a heathen
My people have no chosen crown

Waving bibles soaked in petrol
My leaders burn our shantytown
They slam that bible on the pulpit
Grinding only poor men down

Liars talk of purity
They dream the super-race
I give my Scots-Armenian laugh
Into his Indu-Saxon face

But when power is turned to hunger
And scientists will tire of war
When money no longer has a number
We will see what prophets saw.

Joe Strummer
Redemption song. The ballad of Joe Strummer, Chris Salewicz

Redemption song


Heathen




Scendo alla prossima

Sugli ottant'anni, senza borsetta o borse della spesa, solo con gli occhiali da lettura appesi al collo tramite una lunga catenella che li lascia sbattere contro il ventre ad ogni fermata, un metro da sarto giallo, non avvolto su se stesso in un'unica spira continua, ma appallottolato alla bell'e meglio nella mano, tanto da farne sbucare un paio di centimetri dal pugno ben chiuso, ed una leggerissima espressione di felicità sul volto, nitida come può esserlo solo quella che sta tutta nella condizione di aspettativa di un momento sperato, che si fa marcata e definitiva nel lampo degli occhi. Non torna a casa, non ne dà l'impressione. Sembra piuttosto che stia andando a trovare un amico che non vede da molto tempo, per ascoltarne le parole, per dirne alcune lei, senza fretta, gustando ogni secondo e dilatando il tempo a dismisura, nel modo che è venuto loro naturale fin dalla prima volta che si sono conosciuti, moltissimi anni fa. Ringrazia per l'offerta di un posto a sedere, ma vi rinuncia, spiegando che la sua fermata è la prossima. Passano le stazioni e ad ogni stazione resta al suo posto, in piedi, lo sguardo verso il finestrino, lontanissimo e contemplativo, con la medesima espressione che mi è sembrato di cogliere al momento della sua salita. Guarda fuori dal finestrino come se oltre il vetro non ci fosse il muro nero delle gallerie, interrotto dalle piastrelle e dalle luci delle stazioni, ma un paesaggio da treno, di quelli che fanno immediatamente voglia di andare in bicicletta, una campagna mossa abitata solo da qualche sparso casolare in una domenica di primavera di vento e di poche inermi nubi bianche, isolate e altissime nel cielo. Ancora altre stazioni. Scende molto più in là di quanto abbia dato ad intendere, non prima di aver aperto la mano e di aver sistemato meglio il metro dentro il pugno, fino a non lasciarne intravvedere più neanche un piccolo pezzetto.


Turisti (2)

Pieris mi ha dato l'opportunità di pronunciare per la prima volta in vita mia una parola di russo che non fosse dentro le quattro mura di una scuola popolare.
Erano due e li ho riconosciuti non dal biondo dei capelli, che ne poteva solo fare presentire l'origine, ma dagli zigomi (gli zigomi dell'est possono venire solo dall'est). Sono zigomi familiari, ne porto sul volto anch'io, almeno in parte, i rilievi. Quando lui ha parlato, un po' smarrito e un po' pieno di aspettative, è arrivata l'attesa conferma.

- где опера?

Lei, al suo fianco, lo teneva per il braccio, pareva dipendere in tutto da lui e, in quell'istante, anche dalla mia risposta. Avendomi posto la domanda nella piazza più adatta allo scopo e avendo intuito in un lampo, nonostante l'ora mattutina e il deficit di caffeina, che, data la posizione in cui ci trovavamo, avrei persino potuto rispondere loro, per quanto succintamente, nella loro lingua, ho lasciato andare senza ritegno tutto il mio entusiasmo nel rispondere, trionfante:

- там!

girandomi al contempo per indicare, con un movimento del braccio ampio e spettacolare, il palazzo, che si ergeva a non più di 100 metri da noi. Un'occasione davvero irripetibile.


Targhe di Pieris

La toponomastica, un po' come i cimiteri, può raccontare molto di un luogo. Tra l'altro, le targhe delle vie, un po' come i cimiteri, fissano nel tempo - fino alla loro rimozione - la storia di un luogo senza lasciare spazio alla sua rielaborazione o al dilatarsi e al contrarsi dell'umano senso della memoria. Chi desse un'occhiata alle tombe dei miei ascendenti nel cimitero di Trst, per esempio, vedrebbe che nessuno, a parte mio nonno, aveva un cognome italiano e che se avessero sepolto mio nonno con il nome con cui è venuto al mondo e non con quello con cui se ne è andato, il nessuno sarebbe proprio senza eccezioni.
Solo un po' e non esattamente come i cimiteri perché è chiaro che la toponomastica, a differenza dei cimiteri, dice anche quali fossero le intenzioni e le inclinazioni di pensiero di chi ha stabilito di intitolare le vie a qualcuno anziché ad un altro e di adottare una formula ricordo anziché un'altra. È quindi storia duplice, la storia accaduta e la storia come si vuole che venga ricordata dalla parte che ne detiene, ne suggella e ne esibisce il ricordo.
A Pieris, come del resto in altri posti, per limitarmi alle targhe delle vie dedicate agli uomini e alle donne cui la città vuole rendere omaggio, sotto il nome di turno vengono generalmente indicate data di nascita e di morte, professione e alle volte anche altre informazioni. Mi piace la ridondanza, la precisione e la cura per il dettaglio di quelle per le quali, data la notorietà del personaggio, sarebbe in teoria del tutto superfluo specificare alcunché, e provo sempre un leggero sentimento di delusione quando vedo quelle che non offrono la benché minima informazione sulla professione o sulla vita di persone per cui invece, anche nonostante la notorietà, nutrirei un sincero interesse. Mi piace apprezzarne le sfumature, la ricorsività di un certo stile che ne denuncia la mano di una stessa epoca, le differenze, la filologia del loro incrociarsi (la place Alfred Dreyfus è in piena Avenue Émile Zola), la retorica (per il cui timore si possono persino trovare delle virgolette che invece ne denunciano e sottolineano inesorabilmente una tanto consapevole quanto irrinunciabile presenza) o, al contrario, l'essenzialità o la forzatura o la riduzione di tutta una vita ad un unico, singolo atto giudicato meritevole di ricordo.

Rue Louis Le Grand
1638-1715
Louis XIV, Roi de France

Rue Saint-Augustine

Quai André Citroën
1878-1935
Industriel - Constructeur d'automobiles

Place Bienvenüe
1852-1936
Ingénieur
Père du Métropolitain

Rue Rambuteau
(1781-1869)
Préfet de la Seine de 1833 à 1848
Remplaça l'éclarage à l'huile par le gaz

Rue Servandoni
1695-1776
Architecte italien
de la façade de Saint-Sulpice

Rue du Père Corentin
1894-1944
Martyr de la Résistance
Assassiné dans son couvent

Place Batilliot
(1908-1945) Sergent Chef F.F.I.
Tué à Carheil (Loire Inférieure)
"Mort pour la France"

Place Sartre - Beauvoir
Jean Paul Sartre 1905-1980
Simone de Beauvoir 1908-1986
Philosophes et écrivains

Place Charles de Gaulle
1890-1970
Chef de la France libre
Fondateur de la Véme République
Président de la République (1958-1969)

Rue Bonaparte
1769-1821
Napoléon Bonaparte


Mu‘allaqa di Ta'rafa Ibn Al-'Abd

Le Mu‘allaqāt costituiscono una raccolta di poemi arabi, composti, ciascuno da un poeta diverso, nel VI secolo, trasmessi oralmente e successivamente, probabilmente a partire dall'VIII secolo, trascritti. Mu‘allaqāt significa "le appese" (il verbo 'allaqa vuol dire appendere) perché - secondo una prima interpretazione - le poesie, per la loro bellezza, sarebbero state scritte a lettere d'oro su tessuti appesi ai muri della Ka'ba, a La Mecca. Una seconda interpretazione privilegia invece l'idea che questi poemi siano belli come i ciondoli pendenti di una collana.
Alcuni arabi ne conoscono tuttora a memoria dei lunghi passaggi.

Ta'rafa (543-569) sarebbe nato nel Bahrein in una famiglia di poeti. Pare che dovette abbandonare la sua tribù a causa degli scandali suscitati da una vita di cui amava intensamente i piaceri. Morì giovanissimo in seguito ad un'offesa - fatta in versi - arrecata al re di al-H̩īra e, forse, per le parole galanti rivolte - ancora in versi - alla sorella del re.

Il testo che mi ha consentito di venirne a conoscenza è Les suspendues (Al Mu'allaqât), traduzione di Heidi Toelle, Flammarion 2009.

Finita la breve spiega, si incomincia con la Mu‘allaqa di Ta'rafa Ibn Al-'Abd, che per chi conosce l'arabo si può leggere e sentire qui e qui. Sarà un cammino a tappe, come si conviene ai cammini nel deserto.

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Dell'accampamento di Khawla le vestigia nel deserto di pietra di Thahmad
Affiorano come i resti di un tatuaggio sul dorso della mano.

È là che i miei compagni, lasciando a me le loro monture,
Mi dissero: "Non ti lasciar morire! Contro la fortuna avversa, fa buon cuore!"

Di buon mattino, i palanchini della Malikita somigliano,
Sulle piste di Dad, a dei vascelli che si inseguono in fila,

Vascelli di 'Adawl(1) o battelli di Ibn Yâmin(2)
Che il marinaio, deviandoli a volte dalla loro rotta, conduce a porto sicuro,

E che, dalle loro prue, fendono le onde del mare,
Come la mano del giocatore, nel fiyâl(3), divide in due il cumulo di terra.

Nel clan, una giovane gazzella scuote il mirto per far cadere le bacche
Tendendo un collo adornato da due collane di cui una di perle e l'altra di topazi.

Dietro l'armento, pascola con un branco in una macchia,
Afferra i rami pieni di bacche e se ne riveste,

Scosta le labbra brune in un sorriso che ha la vivacità di un fiore,
Penetrando dal fondo di una duna la sabbia umida di rugiada,

E che un raggio di sole ha abbeverato, preservando le gengive,
Unte di un balsamo di antimonio che non ha toccato i denti.

Si direbbe che il sole del suo mantello abbia coperto il suo viso,
Tanto il colore ne è puro e la pelle priva di grinze.

Io, quando sopravviene, faccio passare la tristezza
Su una cammella che, ondulando sulla pista, trotta senza pausa sera e mattina.

Sicura come le assi della bara, non si scompone.
La sprono sul mantello rigato del largo cammino.

Robusta come un maschio, le carni sode, i suoi passi
Fanno pensare allo struzzo che si pavoneggia per un maschio cinerino, dalle piume rade.

Lei sfida alla corsa quelle più di razza, quelle che, appena partite, sono già fuori dalla portata dello sguardo,
E fa seguire la sua zampa alla sua zampa su una pista che molti passi hanno tracciato.

Con delle altre, gravide, ha passato la primavera sulle due colline a brucare
I teneri giardini di una valle segreta che, due volte, la pioggia aveva bagnato.

Lei risponde al richiamo e si guarda con una coda dai crini misti
Dagli assalti di una bestia da monta dal pelo sporco.

Si direbbe allora che abbia le ali spiegate di un'aquila bianca,
Conficcate mediante una lesina nell'osso della coda.

Talora scuote la groppa dietro il mio compagno,
Le sue mammelle, vecchi otri, avvizzite, esaurite.

Le sue cosce, massa di carne compatta, sono perfette al punto
Che si direbbero il portico di un castello liscio e alto.

La disposizione delle vertebre del dorso fa sì che le sue costole formino come degli archi,
Quelle, impilate, del collo, assicurano la perfetta giuntura tra il petto e il collo.

Le sue ascelle assomigliano a due tane nel cavo di un albero ombroso,
Le sue costole alla curva degli archi sotto un crinale consolidato.


(continua)


(1) Nome di una tribù del Bahrein.
(2) Nome di un membro della tribù dell'amata.
(3) Gioco, probabilmente riservato ai bambini, che consisteva nel nascondere un oggetto nella terra, nel suddividere quest'ultima in due o più mucchietti e nell'indovinare in quale mucchietto fosse nascosto l'oggetto. Probabilmente, originariamente era una pratica cleromantica.


Ciao, come xe? Possibili risposte: ben, mal, cusì cusì

- Ciao, come xe?
- Sardoni friti barcolani, stasera. Quei che xe vanzai go fato in savor.



Paesaggio

Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi.
I sassi sono neri d’acquate,
I sentieri pesanti.

Sul bordo delle rogge:
Girini, latte scure. Una valigia
Incatramata.

Un filo d’olio cola
Sulla ghiaia. Sopra, cemento.
Se gratti la terra: detriti,
mattoni scagliati, denti di coniglio.

Si possono pensare rumori umani,
passi, palle da tennis. Voci eventuali.
Ogni frantume è ammesso purché inutile.

Siccome questo è il vuoto c’è posto per tutto,
E quel poco che c’è, è come se non ci fosse.
Anche i binari sono perfettamente inerti,
Le lucertole immobili, i vagoni
Dimenticati.

E poi il pollaio. Le cose senza storia.
O fuori. Una carriola
che non ha ruote. Un pozzo. Un secchio marcio
privo di fondo. Il nome di uno scemo:
Luigino. Piume dentro la rete, di gallina.
Buchi dentro la rete. Trame rotte.
Quello che non chiamate crudeltà.

Io sono questo: niente.
Voglio quello che sono, fortemente.
E le parole: nessuno adesso me le ruberà.

Fabio Pusterla


Storie dell'armadillo

Buongiorno, dice l’armadillo a un netturbino. Per caso
ha visto passare di qui un opossum?
L’uomo alza la scopa verso nord, dove una nube
fluttua sopra i deserti come una grande montagna. L’armadillo
ringrazia e s’incammina controvento.

*

Addosso la corazza e l’elmo in testa: così va
con la sua vista scarsa e le sue carni
deliziose e protette. Va perché va,
perché bisogna andare, perché il mondo
è grande, il tempo breve. Poi il profumo
di certi fiori, davvero delizioso.

*

L’armadillo canticchia sul cammino.
Non lo ascolta nessuno.
È un peccato: se qualcuno lo sentisse
potremmo sapere cosa canta
questo piccolo animale coraggioso. Magari
ci metteremmo in cammino anche noi.

*

Adesso l’armadillo ha sete: è in mezzo al deserto.
Segue ancora le tracce dell’opossum, ma il deserto
non conserva le tracce. Allora segue
certe linee più scure sul terreno e così arriva
davanti a un carro armato rimasto lì nel nulla.
Salve, dice l’armadillo al carro armato.
Ma quello resta zitto.

*

Se il carro armato potesse pensare,
forse sarebbe stupito. Invece è vuoto,
arrugginito e impolverato. Ma l’armadillo è cocciuto.
Lei è grande e grosso, gli dice. Ma non parla, non saluta.
Dovrò morire di sete davanti a un maleducato?
Per fortuna dalla mestizia del cannone
sbuca adagio un topino.
Non badarci, gli fa. Questo è un disadattato.
Vieni dentro, ti offro qualcosa.
E l’armadillo ringrazia.

*

Quando è necessario
l’armadillo può scavare per ore:
lunghe tane, zone umide e buie dove aspettare
tempi migliori, piogge, epoche in cui la speranza
non è poi del tutto impossibile. L’attesa
sia pure lunga, lui la inganna dormendo.
E quando sorge la luna legge Cervantes.

*

In uno stato quasi del nord hanno fatto una legge
sugli armadilli: è vietato possederne.
Si possono possedere
automobili, schiavi in maschera, fucili, ma armadilli
proprio no. È una legge interessante,
pensa l’armadillo. E si ferma un po’
in quello stato
così lungimirante.

*

Certe volte, in sogno, gli sembra di vederli:
branchi di puma, giaguari, altri animali forti
di cui non sa il nome. Colonne di autotreni,
ruote larghe, dentate, selvaggina
ignara di un’estinzione immensa.
Predatori, disperati, fuggiaschi,
tutti in fila nella stessa direzione, tutti
ugualmente entusiasti.
Allora si sveglia e pensa.

*

Uno dice: l’armadillo (adesso sta pensando). Ma in effetti
l’armadillo è un concetto teorico: una specie
o comunque una categoria. Io non sono
l’armadillo, sono un armadillo, e non so nulla
di quello che davvero sto facendo. Il mio futuro
è modesto: qualche insetto, lumache,
magari dei figli: quattro,
uno per ogni punto cardinale.
Eppure i miei passi vaghi
vanno da qualche parte, queste tane che scavo
serviranno anche ad altri, con un po’ di fortuna. Lo spazio
serberà qualche traccia del mio fantasticare
controcorrente. Così l’armadillo, l’idea
di armadillo, mi guida, e io guido lei, io la conduco
nel mio piccolo verso i tempi a venire e le montagne
gelate, e i grandi laghi.

*

Quando si lucida le scaglie, si fa bello,
l’armadillo ripensa alla figura improbabile
di un incerto suo antenato italiano:
quello che venne esposto
insieme a un unicorno, a un vitello marino
e a certi coccodrilli scorticati
da un signore padano insieme ai resti
dei nemici prima uccisi e poi mummificati.
Pare ci fosse anche un drago a sette teste: non stupisce
l’astuzia dei potenti, né l’orgoglio
di quel collezionista. Ma da dove
poteva mai venire un armadillo
nel Trecento alla palude dei Gonzaga? Una leggenda,
senz’altro, o forse un’acquisizione
posteriore. Ne discende:
che alla bacheca dell’orrore è preferibile il charango
(mal che vada, è pur musica, non incubi); che i serpenti
sono sempre esistiti; che un armadillo, come ogni ribelle,
deve fare molta attenzione.

*

Quello che gli piace: l’acqua, il vento
se non è troppo forte, i boschi, l’erba magnifica
quando è umida di notte e annuncia l’alba,
l’odore di funghi e certi insetti
delicati. Anche in città ci sono posti mica male:
vicoli, tubi, cantine qualche volta. E nessun puma.
Venera inoltre la pacifica
tenacia dell’opossum: l’indifeso.

*

Si può dire: il bardato, il cingolato, il solitario,
lo sdentato, il pavido, il lento,
quello che non può saltare, che non si gira,
il mangiavermi, il leccaformiche, il ladro,
il fuggiasco, il talpone che gira in tondo,
il tiratardi, il nottambulo, l’unghiaforte;
quello che si diverte a far cadere i cavalli,
li azzoppa e si squassa le scaglie
dal ridere dentro il suo buco graveolente.
Lo si può maledire, cercare di notte
con bastoni appuntiti, o con mazze, denti di cane.
Si possono reclutare indigeni ubriachi
o eserciti di zanzare per dargli la caccia.
L’armadillo non ci bada.

*

È inutile tirarlo per la coda:
come si sa per esperienza l’armadillo non cede
così facilmente. E poi ci sono voluti
forse cinquanta milioni di anni, un imprevisto
casuale e un bel po’ di fortuna:
un marinaio di belle speranze,
una tempesta, un naufragio in un golfo terribile,
una terra fiorita e ignara cui approdare.
Ne ha viste troppe per spaventarsi o perdere coraggio.
È stato lungo il cammino, arduo il viaggio.
Ora procede, un passo dopo l’altro. Quasi allegro.

*

Tra le altre cose che ha riportato su dai tempi
più lontani, anche la lebbra. La conosce, ne sa
l’obbrobrio, l’umiltà delle carni corrose,
e quanto è fragile la corazza dell’orgoglio.
Così saluta ogni fiore che incontra, gentilmente,
e ai desolati porta farfalle secche, piccoli doni.

*

Un punto debole, certo: il solletico. Sotto la coda,
dove molle si snoda il ventre, e le antiche dolcezze si accampano,
basta poco, piuma morbida o carezza,
pennacchio, cima d’aconito. Subito scoppia il riso
irrefrenabile. Ride l’armadillo mentre mani
lo trascinano indietro, verso morte o prigionia, verso il fatidico
bastone che lo attende. Eppure ride,
e non è solo questione di solletico. Pensare
a tutto questo odio, alla violenza, alla brama,
e a ogni cosa in fin dei conti ridicola, perduta
nel nulla delle epoche, scaglietta di storia
nella lorica di storie che la fame o la forza s’intessono,
uguali sempre, sempre dimenticabili, inutili
atrocità ferruginose. Quando ride così, l’armadillo non fa
propriamente paura: sconcerto, forse, negli occhi di chi
si accanisce, s’infervora. Appetito che scema, e improvviso
una specie di vuoto allo stomaco: mediocre
chiama una biologia rassegnata, senza sogni, una politica
medicamentosa, sordida,
la coscienza ne ride, cupamente,
e chi assiste alla scena s’adombra, s’inquieta.
Non è un bello spettacolo,
un armadillo che ride morendo
mentre sdrucciola. In realtà,
con la strana allegria delle prede,
lui guarda in quegli istanti dentro gli occhi
del gliptodonte, e gli parla,
come talvolta si parla a un amico o a un fratello scomparsi,
eppure sempre presenti,
e spiritosi.

Fabio Pusterla


Dopo trent'anni

Ti seguo da trent'anni mentre vaghi cercando
non sai nemmeno cosa. Sono la luce
di un'esplosione lontana, il tuo sole di ghiaccio,
due occhi spalancati sulla magrezza di un male
che apriva certe porte, o prospettive di fuga.
Diversamente: era questo l'indizio,
la rifrazione del mio raggio sulla superficie del mondo.
Voleva dire distruggere,
frugare tra gli scarti. Spossessarsi.
Voleva dire camminare con gli occhi bendati.
Ti seguo da trent'anni alta come un rapace
con il mio becco duro di nibbio, la mia vista
che sa distinguere un topolino fra le rocce
o la tua traccia barcollante sui sentieri.
Ero nei sogni che non potevi ricordare.
Ero un grido prima dell'alba, una porta chiusa,
uno zigomo che affiora sulla pelle. Il volto folle di un uomo
impiastricciato di sugo, pulsante. Ero il bagliore
di una vallata percorsa da un fiume, luccicante di fuochi.
Ero un tumore e una stella.
E non potevi guardarmi: accecavo.
Adesso, guarda. Guarda il tronco
contorto di questi ulivi che si annodano
al terreno sassoso. Guarda il mare e la costa
incisa, e il vento scuotere
ogni ramo. È la mia ala,
non medica, ti porta, ti sostiene.
Fa quasi giorno, e un'ombra, la tua ombra
striscia tra i rampicanti e le prime formiche. Solo un'ombra,
il poco che ti resta. La tua luce a rovescio.
Sono qui, per un istante posata: a rincuorarti
e a toglierti ogni speranza. Non c'è pace
nel corso delle cose e dei corpi, ma una pace
diversa brilla ovunque e ci chiama. Se vibra
sopra l'acqua o sull'erba il soffio lieve
del tempo: ecco steli dispersi, sradicati, ed ecco il turbine
leggero delle foglie che s'infiammano
e svaniscono. Guardami pure, adesso, non abbaglio.
Abbandonarsi e resistere, due fasi
identiche del sangue e del respiro, dell'inchiostro
e del foglio, come sai. Cammina, scrivi.

Fabio Pusterla


Cartoline d'Italia, Aprile 2006

Sperando in una luce lontana guardavano i figli
e i figli dei figli perduti di lingua e costume
sbucciavano povere arance, raccoglievano
cauti le poche briciole dal tavolo
vuotavano sempre il bicchiere fino all'ultima
goccia di sangue nero.

In ginocchio dentro cunicoli di molti padroni,
su strade assolate di porfido e asfalto, praterie
da imbrigliare, concimi, dritti fino al silicio
del bronco, all'artrosi, alla falce.
Dimenticateci, dicevano,
lasciateci andare per sempre
nel solco del nostro silenzio rassegnato.
Siamo enfisemi, escrescenze del tempo.
Veniamo da boschi che non esistono più, da antiche case
di fumo che diventano posteggi, supermarket
in cui ci smarriremmo,
vagando giorni e giorni tra le merci. Lasciateci andare.
Furono dighe, trafori, mine, vie ferrate,
più tardi autostrade, fabbriche,
ma ancora uno stesso abbandono, un'identica forza
di spalle e teste basse, uffici consolari,
dialetti alle caviglie
come piombi. Le mani talvolta stringevano
manciate di terra, annusando
un odore d'infanzia, cipolle
smarrite nei secoli, animali già morti
prima ancora di nascere.
Terra nera del Belgio o d'oltremare,
terra grassa d'Argovia o di Germania,
zolle argentine, torbe: ma un odore
riportava ogni volta a quel paese
di cui si era imparato a fare senza,
limone sfiorito, spento
limone rubato.

Furono dimenticati, proprio come volevano. Poi i figli
generarono figli, i nipoti pronipoti, pizzerie, piccole imprese,
lauree, discendenze. Imparando a dire no in lingue diverse,
e a dire grazie, mi scusi, ho fame, esisto anch'io. Potendo scegliere
alcuni scelsero, infine. Oggi rimandano
al paese lontano immemore, come un grano portato dal vento,
la cosa di cui il paese non aveva più quasi coscienza:

che sorpresa! arriva dall'estero, sui giorni italiani umiliati,
un po' di civile decenza, la nemesi degli emigrati.

Fabio Pusterla


Turisti (1)

"Bellissimo, però guarda là, guarda! Ma tu dimmi, una città così bella, dico io, con quel palazzo di merda piazzato in mezzo".
Turista italiano a Pieris, Tureffèl, terzo livello, domenica 17 maggio 2009

Il palazzo sarebbe questo.


Non è la cosa più bella

che abbia letto di recente (è periodo di grazia nella scelta più o meno casuale e disordinata delle mie letture), non è nemmeno il più bello degli Essais de micro tradotti dal cinese di Taiwan per Actes Sud da Esther Lin e Angel Pino e scritti da Huang Kuo-chun, nato nel 1971 a Taipei, suicidatosi nel 2003, autore di tre raccolte di racconti, di un romanzo incompiuto e di questa raccolta di prose, tuttavia mi viene naturale riportare proprio questo pezzo, perché noi, pur essendo cretini, non si avrebbe voluto spegnere la luce.

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Niente da aggiungere?

Ognuno di noi, presto o tardi, si trova a pronunciare le sue ultime parole. Quanto a sapere quali, è un altro paio di maniche, perché una volta lasciate scappare non è più possibile recuperarle. In generale, si ha la tendenza a trarre lezioni dalla propria vita, ma per quanto poco manchi di profondità filosofica quello che si propone, ciò riduce a niente tutte le esperienze esistenziali che si sono vissute. A riprova, provate dunque a modificare l'ultima frase di Faust, "sempre verso l'alto ci attrae", in "al mercato notturno di Shilin ci attrae", e butterete tutta l'opera a terra.
Pertanto, sarebbe lasciarsi scappare un'occasione per tacere quando si è sul punto di lasciare per sempre questo mondo. Così, le ultime parole che si rivolgono al proprio figlio per spronarlo ad impegnarsi a scuola si rivelano infinitamente più efficaci delle raccomandazioni che gli si impartiscono quotidianamente. In ogni caso, per quel che mi riguarda, per paura di offendere qualcuno, farei in modo di mascherare sotto un attacco di tosse gli ultimi momenti della mia vita. E se vicino al mio letto di moribondo non si trovasse nessuno dei miei parenti, tormenterei l'infermiera con proposte oscene: una volta morto, potrà sempre cercare di denunciarmi.
Che fare prima della grande partenza? Personalmente, comprerei dei souvernirs, un portachiavi o un mug sul quale si leggerebbe: "Sono andato nel mondo degli uomini; il tabacco, l'alcool e le ragazze non erano male. In compenso il sistema giudiziario lasciava a desiderare". E poi c'è questo problema del dono degli organi che mi preoccupa: è facile essere generosi - al punto che tutto quello che ho guadagnato nel corso della mia vita se n'è andato in offerte sui tavoli da gioco cui siede mia moglie - io non saprei riposare in pace al pensiero che un individuo che abbia ereditato il mio fegato si dia ai piaceri dell'alcool in un bar di Manhattan. Ho quindi deciso che farò disperdere le mie ceneri a Ximending: in questo modo, potrò andare a spasso e andare al cinema tutto il giorno, oppure mi farò fare un ritratto con delle ragazze. Se mai salirò al paradiso, immagino che all'ingresso Dio mi chiederà: "Fumatori o non fumatori?"
Allora, che dirò lasciando questo mondo? Lo confesso non senza vergogna:
- Fa dannatamente buio! Chi è il cretino che ha spento la luce?


Exposition d'art contemporain à l'Institut du Monde Arabe

"Palestine: la création dans tous ses états"

Un suffirait.

La nuit

la nuit ceux qui travaillent on
ne les voit pas nous
les gens du jour

on sait seulement qu'on peut
acheter le pain le matin à six heures
quand l'hiver glace la rue

et qu'il est bon ce pain
chaud
de la nuit

Antoine Émaz

la notte quelli che lavorano
non li vediamo noi
gente diurna

sappiamo solamente che possiamo
comprare il pane la mattina alle sei
quando l'inverno gela la strada

e che è buono questo pane
caldo
della notte


Essenzialità

Ho perso il lavoro, sia quello vecchio sia quello nuovo. Me l'hanno comunicato, seppure in lingue diverse, con lo stesso rammarico, nello stesso momento, per lo stesso motivo: sono un costo. Non sapere cosa fare, dove andare, trovare la forza di traslocare di nuovo.
Tutto stanotte.
È un periodo di sogni semplici ed essenziali.


La seconda scalinata

La sera, nella stazione di Lamottpichègrenèll, per cambiare dalla linea 8 alla linea 10, percorro una breve galleria e due scalinate, la prima che sale ad un piano superiore, la seconda che scende dal piano superiore al binario della linea 10 in direzione Bulògn, che sta ovviamente per Buàd'bulògn. La prima è attraversata sempre da una discreta quantità di passeggeri controcorrente, per cui non c'è scelta: per consuetudine o riflesso condizionato, in questi casi ciascun flusso di persone, anche in assenza di regole esplicite o generiche raccomandazioni, tiene automaticamente la destra. La seconda scala è mediamente più libera: posso quindi generalmente percorrerla a mio piacimento. Per simpatia politica, per innato spirito ribelle o semplicemente per un incontrollabile tic o per qualche mio sbilanciamento strutturale che meriterebbe uno specifico esame medico che forse spiegherebbe la natura di miei certi mal di schiena, la percorro a sinistra, al più, se devo proprio lasciare dello spazio alle poche persone che solitamente la risalgono, a centro-sinistra, un centro-sinistra privo di compromessi che per inclinazione e programma tende molto a sinistra, comunque, sia chiaro. Mi viene anche naturale, a dire il vero, perché a destra, sul penultimo gradino, siede sempre Lei. Lei è vestita sempre di un vestito nero che la ricopre tutta fino alle scarpe, nere anch'esse, di stoffa leggera, quasi delle babbucce, che tiene appoggiate a terra sull'ultimo gradino. Indossa un velo nero che termina davanti in un sottile ricamo a doppio bordo fatto di puntini argentati che le lascia scoperto il volto a partire da metà della fronte. Lei avrà vent'anni o poco più, ma ne nasconde ogni naturale esuberanza, sta immobile, rannicchiata, affiancata al muro, con il volto e lo sguardo rivolti a terra, il braccio destro appoggiato su un ginocchio, il palmo della mano sinistra aperto e rivolto verso l'alto, fermissimo, a mezz'aria, ma non molto discosto dal fianco. Non forza la posizione ripiegata su se stessa per provocare pietà, non simula una condizione di malattia o di povertà cronica, né le lascia intuire. Sembra in salute, ha la pelle fresca, è curata, sta solo rannicchiata, non alza mai lo sguardo e non si muove. La vedo così ogni giorno, qualsiasi sia l'ora del mio rientro. Non so che lineamenti abbia, da dove venga, perché stia lì e non su un banco dell'università o impiegata in un ufficio o in un negozio o piuttosto in un parco a scherzare con dei coetanei o a casa, con i suoi. Ogni giorno scende quella scalinata fino al penultimo gradino, si siede, si rannicchia e poi mantiene la sua posizione per un numero di ore che immagino molto lungo. Si fa arredamento metropolitano. Ovviamente nessuno la degna di uno sguardo, fa parte del codice di comportamento collettivo, è uno dei primi commi, dev'essere quello immediatamente successivo a quello che dispone che si debba camminare sempre stando a destra.

Oggi, lunedì, il giorno in cui le punte di sovraffollamento possono arrivare inaspettate ed improvvise in ogni momento, in cui nei vagoni è tutto uno sfogliare di pagine sportive e di relativamente pochi libri, di cui, contrariamente alla settimana scorsa, durante la quale ero riuscita a cogliere un Heidegger dal titolo caparbiamente coperto da una mano maschile, un Les ferrets de la reine di Jean d'Aillon, un L’Egoïste romantique di Frédéric Beigbeder, le Metamorphoses di Ovid e le Fables di Jean de la Fontaine, non sono riuscita a rubare alcun titolo o autore, oggi, dicevo, c'era una insolita folla in salita sui gradini della seconda scalinata, per cui ho dovuto percorrere anche questa standomene, impotente, a destra. Quando ho visto l'inusuale folla in salita e mi sono trovata trattenuta nella parte sgradita, non appena mi sono messa a scendere i primi gradini ho pensato subito a Lei e al rischio che la si schiacciasse, pur non distinguendola ancora a causa dello schermo creato dal flusso delle persone in discesa assieme a me. L'avrei quasi detto a chi mi precedeva: "Ma cosa fate? Non vedete che c'è Lei?", ma le parole non mi sono uscite, le ho inghiottite prima ancora di articolarle. Non la conoscerò mai, ne sono sicura, non le parlerò mai, ne sono sicura, eppure la vedrò ancora migliaia e migliaia di volte, ogni giorno, ne sono altrettanto sicura. Poi, verso metà scalinata, qualche spiraglio tra le persone davanti a me mi ha fatto intravvedere che Lei, oggi, non c'era. Dopo qualche passo con lo sguardo ormai concentrato e fisso sul suo posto vuoto, ho raggiunto gli ultimi gradini e alla fine, non so perché, poco prima di toccare il marciapiede a fianco del binario della linea 10, direzione Boulògn, d'improvviso, quasi urtando una persona con la spalla, ho scartato sulla sinistra.


Jardin dune

l'été

la lumière sur les volets blancs
la lavande

tout est sec

la mince couche de terre
retourne sable
gris comme sel

un peu de vent
pas assez pour fraîchir

fraîchir

dit le mot bascule d'une connexion très vite de ce qui est à ce qui a été écrit ou dit à partir de ce mot un découplage un virement de bord dans la langue le mot résonne dans son épaisseur de pages lues compact et diffracté comme s'il faisait retour sans cesse ricochant

fraîchir
deux syllabes que l'on ne maîtrise plus
elles sont sur leur erre dans la langue
sans plus rapport avec la peau

acacias et pins
leurs balancements verts

leur calme très loin
et là

bleu tout le ciel l'été
et l'après-midi lent

rien n'empêche de penser
à cette femme qui campe
devant un ranch texan
parce que son fils est mort
et qu'elle ne comprend pas
la "noble cause"

l'été bleu étale

tout
est
en même temps

Antoine Émaz, 12.08.2005

Giardino duna

l'estate

la luce sulle imposte bianche
la lavanda

tutto è secco

il sottile strato di terra
ritorna sabbia
grigia come sale

un po' di vento
non abbastanza da rinfrescare

rinfrescare

detta la parola si ribalta da una connessione molto veloce da quello che è a quello che è stato scritto o detto a partire da questa parola un disaccoppiamento una virata di bordo nella lingua la parola risuona nel suo spessore di pagine lette compatta e rifratta come se facesse ritorno continuamente rimbalzando

rinfrescare
quattro sillabe che non si dominano più
sono sul loro abbrivio nella lingua
senza più rapporto con la pelle

acacie e pini
i loro bilanciamenti verdi

la loro calma molto lontana
e là

azzurro tutto il cielo l'estate
e il pomeriggio lento

niente impedisce di pensare
a questa donna che sta accampata
davanti a un ranch texano
perché suo figlio è morto
e che non capisce
la "nobile causa"

l'estate azzurro immobile

tutto
è
allo stesso tempo

Antoine Émaz (tipo Antonio Masia) è nato a Parigi nel 1955 e vive ad Angers, dove insegna in una scuola media.
In un'intervista del 2001 ha detto: "Questo mondo è sporco di stupidità, di ingiustizia e di violenza; a mio avviso, il poeta non deve rispondere con una valanga di sogni o un incantamento linguistico; non bisogna dimenticare, fuggire o divertirsi. Bisogna stare con quelli che tacciono o che sono ridotti al silenzio. Scrivo dunque a partire da quello che resta vivo nella sconfitta e nel futuro come precluso".

Grammatica interiore

Riprendo le fila di un dialogo ufficialmente interrotto, ma che dentro di me prosegue ogni giorno.
Ci provo qui, non senza ritrosia, nella calma di una notte ventosa, appena riposto il primo volume del Quartetto di Alessandria sul comodino.

Avrei molto da dirci, di persone e di luoghi, di poesie ed altro, ma mi limiterò ad una questione grammaticale, senza alcuna pretesa di completezza o organicità, ma optando per "buona la prima", e lo farò senza appellarmi in alcun modo al contesto in cui ho vissuto, per assumermi appieno tutte le responsabilità che mi competono e non trovare alcuna giustificazione esterna.
La questione dei pronomi, di un noi che non è la somma di io e te ma è qualcosa d'altro, di un noi che è persona, prima persona plurale, mi tocca molto, come molte delle altre questioni che ho condiviso e che condivido tuttora. Quella singola lettera, la congiunzione, che si è portata dietro tutte le derive successive, si è messa di mezzo - e questa è la risposta che mi sono data e che non sono riuscita a darvi perché speravo uscisse da sé col tempo nella convinzione che noi, come in occasione del nostro primo incontro, non avremmo mai dovuto passare per le domande e le risposte convenzionali fatte di parole di circostanza - nell'istante in cui mi sono resa conto che, se ne avessi avuto desiderio o necessità, non avrei potuto fare una telefonata o semplicemente dire, all'ultimo momento, come ogni tanto mi capita, che avrei preso un volo per l'Italia il giorno dopo. Non avreste rischiato di venire sommerse di telefonate né di richieste di incontri: telefono poco anche agli amici più stretti e vengo in Italia sì e no due volte l'anno. Incontrarsi in una casa virtuale aperta, come facevamo, era molto bello, ma l'aver realizzato che in caso di necessità (sto pensando anche solo a quel minimo contatto umano necessario per permettere che lo stile di scrittura non si sovrapponga troppo alla persona) non avrei potuto contattarvi come si fa normalmente tra le persone, ha messo le parole fin lì scambiate sotto una nuova luce, ne ha alterato e impoverito il significato, ha messo a nudo le metafore, i giochi, tutto, fino al punto da mettermi ansia e da togliermi il fiato. Cercando poi uno spiraglio tra le incertezze ed i dubbi, al posto di pazientare, ho invece accelerato ben al di là dei miei ritmi normali per capirne di più e ho tolto il fiato anche a voi e la tranquillità e la spontaneità a tutte e tre. Qui ci andrebbe un mi dispiace, ma mi sa che l'ho già detto troppe volte. Resta vero, però.
La perdita di spontaneità, per quel che mi riguarda, mi ha condizionato non poco in quest'ultimo anno sia nella mia vita sia in questo piccolo spazio su cui sto scrivendo in questo momento, senza sapere se ripasserete mai di qui, tra l'altro. Sto cercando di recuperarla, mi è vitale per potermi esprimere e relazionarmi con gli altri tranquillamente, come ho sempre fatto. Spero e mi auguro che riusciamo a recuperarla. Tutte (e) tre.

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Oui, évacuer certaines insistances. Mais le degré de force de chaque insistance dépend de la profondeur d'où elle tire sa résistance.

Le scribe et son ombre, Abdelkébir Khatibi




Analogie

Fascisme, m. v. Italie

Dictionnaire analogique, Larousse


Il parchè e la buca (numero 0)

Da metà aprile vivo a Pieris.

Il parchè su cui cammino, come molti altri parchè, scricchiola. C'è un punto preciso, tuttavia, posto nel corridoio tra cucina e sala, in cui risuona come solo un edificio degli anni '30 eretto su terreno sotto argine sui cui pavimenti decine di inquilini abbiano già camminato avanti e indietro nel tragitto dal frigorifero al divano e che sia stato sottoposto a continue, periodiche, leggerissime vibrazioni al passaggio della metropolitana che corre sotto terra parallelamente alla sua facciata può risuonare.

Mi infilo in una buca della metropolitana stretta e anonima, senza le linee a colpi di frusta di certi ingressi in stile lìberti, posta davanti ad un lungo banco di frutta e verdura profumata - solo la frutta, a ripensarci, la verdura mica tanto - di un fruttivendolo maghrebino aperto in orari improbabili e ad un altro banco, più piccolo, con orari di apertura e cruassàn ordinari, cui preferisco quelli del bar all'angolo o quelli della bulangerì un po' più a monte, in un arrondismàn, il cansièm, che da solo contiene più o meno lo stesso numero di abitanti della mia città natale, che non è proprio piccolissima. La presenza del fiume, visibile ad un paio di centinaia di metri, non è rivelata né dal suo corso, abbastanza lento, né dal colore, grigio-maròn, né dall'odore, che sembra del tutto assente, quanto piuttosto dalla disposizione dei manufatti umani che devono tenerne conto: il ponte che lo attraversa, la linea della er-e-er che lo affianca, le due strade del chè che ne seguono il corso di qua e di là dal ponte, e le case prospicienti, tutte con gli occhi rivolti a lui.

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Si inaugura qui, con questa premessa venuta così, una piccola rubrica in cui cercherò di riportare, sempre in rigoroso stile "come viene viene", quello che sento e vedo dal posto dove passo il mio tempo, ed in particolare dal microcosmo dove ogni giorno passo almeno quaranta-cinquanta minuti del mio tempo, la metropolitana di Pieris. A parte errori, frequenza irregolare e sincerità totale, non si promette niente.
Breve spiega del contesto da cui la rubrica sarà necessariamente e pesantemente condizionata: in quei quaranta-cinquanta minuti leggo e interrompo la lettura solo per entrare nella ed uscire dalla buca della metro, passare attraverso tornelli, porte automatiche ad apertura e chiusura ultrarapide o pesantissime ante di metallo antiportoghesi, per trovare sul pavimento del vagone lo spazio sufficiente per i miei piedi, per vedere, attraverso le lenti dei miei occhiali, non sempre pulitissime, chi suona, canta o racconta le disgrazie della propria vita, per dare indicazioni ai turisti smarriti o incerti (devo avere un aspetto rassicurante, li attraggo come una calamita), per non farmi pestare i piedi di cui sopra, reggermi ad un sostegno con la mano sinistra e mantenere davanti al petto lo spazio necessario a trattenere sufficientemente aperto il libro con la mano destra quando salgono fiumane di passeggeri, nonché per non perdermi il cambio di treno nella stazione di Lamottpichègrenèll.
Vista l'ingombranza di una città come Pieris e visto che la spiega del contesto dice praticamente tutto, mi sa che non sarà facile, ma ci vorrei provare lo stesso.
Finirà tutto sotto l'etichetta "zeta come zogo", che si potrebbe anche tranquillamente chiamare "non scrivo, rovino dei pensieri".

P.S. Nel quarto anno di esistenza di questo blog, aperto nel 2006 per vedere l'effetto che fa e a perenne rischio di chiusura per mancanza di fidbec (di cui io e solo io, con la mia assenza di vita social-blogghistica, con le mie insofferenze - prima di tutto verso me stessa e la mia insopprimibile tendenza a scrivere di me - e con il mio timore dell'anonimità di certi commenti, sono responsabile), tempo fa mi sono chiesta quale sia poi mai questo effetto. Niente di che, eppure qualcosa più di niente: è un posto dove si può scrivere e provare a condividere con lettori veri, potenziali o solo immaginari qualcosa di sé, attraverso parole proprie o attraverso le parole degli altri che di noi, in qualche misura, anche quando non vogliamo ammetterlo, qualcosa alla fine dicono. Se tutto questo abbia un senso non lo so, so solo che, se nel 2009 non ho ancora dimenticato la passuord di blogspot, si vede che a me questa cosa, qualsiasi cosa sia, serve.

Pieris, notte (certe cose hanno bisogno di buio e silenzio per emergere)

Non ho alcun credo*, però mi sono resa conto col tempo, e mi sento nella condizione di ammetterlo solo ora, che credo nelle invenzioni della mente, nelle trovate d'ingegno, nei testi di pura fantasia, nel senso o nel non senso prodotto dai giochi di parole, nelle parole e nelle dichiarazioni esagerate e paradossali come "per sempre", anche e specialmente se dette con leggerezza, in chi dice che per mestiere fa buchi nella sabbia, o ogni notte, mentre tutti dormono, dipinge il cielo di blu e ricuce il mare quando si strappa, o tra le quattro mura di una camera da letto, sotto il firmamento del soffitto, incrocia steles e galassies e ucei strambus. Ci credo veramente, a tutto, non filtro niente, non interpreto, non smonto le metafore.
Una cosa così è difficile da ammettere, non sta bene, viola le regole base della convivenza civile. Eppure sento che è una cosa largamente condivisa, altrimenti non si spiegherebbe il fascino che da secoli esercita universalmente un testo come il Don Quijote.

*be', a parte il fatto che credo fermamente che dio non esista.



Il mio lavoro

Questo è precisamente il mio lavoro,
ogni mattina dipingo il cielo,
mentre tutti voi dormite.
Al risveglio, lo trovate blu.
Alle volte il mare si strappa,
voi ignorate chi lo ricuce;
sono io.

Orhan Veli Kanık

Orhan Veli Kanık, nel 1939, diceva di sé: "Sono nato nel 1914. A un anno, ho avuto paura delle rane. A nove anni, mi sono innamorato della lettura e, a dieci, della scrittura. Ho incontrato Oktay Rıfat a tredici, Melih Cevdet a sedici. Sono entrato in un bar a diciassette, ho bevuto del rakı a diciotto. La mia vita da dilettante è cominciata dopo i miei diciannove anni. Ho imparato a guadagnare e a soffrire di povertà a partire dai vent'anni. Ho avuto un incidente di macchina a venticinque. Sono stato spesso innamorato. Mai sposato. Al momento sono soldato." Morì nel 1950.

(io sono quella che ogni mattina ara la  sabbia sotto il mare in strisce parallele alla costa, così è più facile lasciarvi credere che sia il lavoro delle onde. chissà chi di voi - di giorno, immagino - dipinge le stelle e i loro apparenti movimenti. bravissimo, comunque: sembra vero!).


Impromptu

I
Pasa una bicicleta
por la carretera.
Parece que no es nada
una bicicleta...
Pero vista detrás de una alambrada
ese trasto de dos ruedas
le llena a uno de ideas.
Por la carretera
va que vuela,
una bicicleta.

II
¿Qué treta
me juegas,
fortuna y rueda?
De mis pies nacen andas
y surgen sedas.
Por sólo altibajar mal las rodillas
yo mismo me llevo en sillas.
Ya más que Clavileño, Clavileña
dulce, metálica, sin par sorpresa:
¡Oh noble, bicicleta!

Max Aub, Ciclo de Djelfa, 21.02.1942

alambrada: reticolato
Clavileño: il cavallo di legno su cui "volarono" don Quijote e Sancho (II, 41).


Il Ciclo di Djelfa è una raccolta di versi scritti da Max Aub, spagnolo di madre francese e padre tedesco, nel campo di concentramento algerino di Djelfa tra il 1941 e il 1942 e raccolti in volume nel 1944, ormai in esilio in Messico.
Aub scrisse:
"Este libro [...] fué escrito en el campo de D. El primer sorprendido de que me haya “salido”, de que haya brotado en verso, he sido yo. No es milagro. La mayoría de los escritores empezamos a exprimirnos en verso. El verso es el vehículo más inmediato, más directo de la poesía. El hombre es un animal poético. Y el verbo tiene esta impronta. Lo que a primera vista puede parecer impedimenta es el esqueleto necesario a la expresión. Los primeros pasos de toda literatura se han dado en verso. La prosa no es más que una trascripción forzada y segundaria. Antes cantan los niños que hablan. Cuando, en el campo, intenté escribir lo más sencillamente posible lo que acontecía, en verso salió. El verso es lo más desnudo. Y para nosotros, españoles, el de 16 sílabas. Cuando nos ponemos a contar sucesos que se nos agarran, que nos desgarran el pecho, lo hacemos en romance. Lo de adentro, lo subjetivo puedconsonancia y el tramado del endecasílabo.

Incrocio Aub, per vie diverse, da quando avevo più o meno quindici anni. Il primo incontro fu attraverso delle fotocopie di un libro allora introvabile in commercio, Delitti esemplari, passato di mano in mano come un samizdat.


Parole da salvare (2)

slavazà agg.
1) bagnato fradicio.
2) incolore. El xe sai slavazà in viso, ha un colorito, una carnagione molto pallida.
3) fig. deluso, mortificato, quasi spoetizzato. Son restà slavazà de quela mula.
4) snaturato. Parlar un dialeto slavazà, esprimersi in un dialetto snaturato - talora ridicolmente - da italianismi superficialmente adattati.
Anche slavazado.

Dal Grande dizionario del dialetto triestino di Mario Doria




Mažasis Buda

visada taip:
nei iš šio nei iš to
jie ima rėkti

paskui lyg susitaiko su kažkuo

nutyla ir žiūri į skirtingus kampus
ilgai, kol vėl nei iš šio, nei iš to
kaip pradės

aš tada imu ir pasakau
kas ant seilės užėjo, bet garsiai:
rytoj bus debesuota
su pragiedruliais!

(jie abstulbsta: sužiūra vienas
į kitą: beprotnamis, sako kažkuris)

o ką aš daugiau galiu, aš,
66-ųjų metų laidos portatyvinis
radijo imtuvėlis.

Gintaras Grajauskas

Piccolo Budda

sempre lo stesso:
né carne né pesce,
iniziano a gridare

poi sembrano rassegnarvisi

ammutoliti e guardano a lungo negli
angoli opposti, fino a ricominciare
né carne né pesce

con mia sorpresa dico
cosa ho sulla lingua, e a voce alta:
domani sarà nuvoloso
con schiarite!

(sono esterrefatti: stanno
a guardare: manicomio, dice uno)

ma cosa posso fare di più, io,
una piccola radio portatile,
anno di produzione 66.


Le poesie xe ovi duri

Una mia bisnonna aveva l'abitudine di mettersi in tasca, ogni nuovo giorno, un uovo sodo: "Se ancuo more, almanco more sazia".
Sebbene non con la stessa consapevolezza contadina, credo tuttavia di essere come lei: ho l'abitudine di mettermi in testa, ogni nuovo giorno, una poesia.


Kineskopas

tas daiktas į kurį žiūrime
vadinasi kineskopas

jis tik atrodo plokščias
o iš tikrųjų yra kaip krepšys
pilnas mažų taškelių
šokinėjančių tarsi
švytinčios kalėdinės
blusos

kai taškeliai gauna įsakymą
klusniai stoja į savo vietas
ir susidėlioja į “medį”, “dangoraižį”
“Balkanų krizę” ar “L. di Caprio”
(tik pažvelk, kaip šviečia jo “balti
marškiniai” - tai vis nuo taškelių)

taigi jei pamatysi ką nors
baisaus - nesigąsdink, nesiduok
apgaunamas

nėra ten nei džiunglių, nei potvynių
anei zombių su zeimeriais

bet aš nesakau, kad nieko nėra
(kaip kad sako tamsybininkai)

yra begalinė daugybė

taškelių

Gintaras Grajauskas


Cinescopio

la cosa su cui guardiamo
si chiama cinescopio

sembra piatto, ma in realtà
è un cesto
pieno di minuscoli puntini
che saltano come
luminose pulci
di Natale

ricevono un comando
ognuno si apposta obbediente
si adagiano ad ”albero” o a ”grattacielo”,
a ”crisi balcanica” o a ”L. di Caprio”
(guarda un po' come brilla
la sua ”camicia bianca” - solo a causa dei puntini)

quindi nel caso in cui tu veda
qualcosa di tremendo – non avere paura, non farti
ingannare

non ci sono né giungle né alluvioni
ne zombi né seghe a motore

ma non dico che non c'è niente
(come fanno gli ignari)

c'è un'infinita quantità di

puntini


Nome e cognome

Alighiero è la parte più infantile, più estrema, che domina le cose familiari, Alighiero è il modo in cui mi chiamano e mi nominano le persone che conosco, Boetti è più astratto, appunto, perché il cognome rientra nella categoria, mentre il nome è unico, il cognome è già una categoria, una classifica. Questa è una cosa che riguarda tutti. Il nome dà certe sensazioni di familiarità, di conoscenza, di intimità. Boetti, per il solo fatto di essere un cognome, è già un’astrazione, è già un concetto. Se vedono uno dei miei lavori dicono “è un Boetti” e non “è un Alighiero”. “Hai un Boetti da vendermi?”, “Quanto lo vuoi grande?”, “100 x 150”. Quindi è un Boetti, non un Alighiero. Alighiero invece è quello che fa grandi casini, le cose più banali.

Alighiero Boetti (che si firmava anche Alighiero e Boetti)


[statau barikadą]

statau barikadą
aplink save

sustumiu spintą, lovą
pargriaunu šaldytuvą

jie atsiunčia derybininką
picų pardavėją

priešintis beprasmiška, sako jis

priešintis beprasmiška, sutinku

jis išeina kaip nugalėtojas
palikęs picą su krabais

ateina paštininkas: štai jums
registruotas laiškas, pasirašykite

pasirašau, abu šypsomės
priešintis beprasmiška, sako laiškas

nesiginčiju, mandagiai sutinku:
nėra nė mažiausios vilties

tada ateina mormonas - ar tu žinai
dieviškąjį planą, klausia mormonas

žinau, priešintis beprasmiška,
sakau aš, mormonas numurma laiptais

tobulinu barikadą: plyšius užkamšau
senais laikraščiais ir kramtomąja guma

skambina vėl į duris, ir vėl

už durų picų pardavėjas
mormonas ir paštininkas

ko gi dar, klausiu aš

buvote teisus, sako jie, priešintis
beprasmiška, ir nėra nė mažiausios vilties

todėl esame vienoj
barikadų pusėje

Gintaras Grajauskas

[costruisco una barricata]

costruisco una barricata
attorno a me

spingo assieme armadio e letto
ribalto il frigorifero

mandano il pizzaiolo
per negoziare

inutile resistere, dice

inutile resistere, concordo

se ne va come un vincitore
e lascia una pizza coi gamberi

viene il postino: raccomandata
per lei, la prego di firmare

firmo e ridiamo entrambi
inutile resistere, annuncia la lettera

non contesto, concordo gentilmente:
non c'è la minima speranza

poi viene un mormone – conosci
il piano divino, chiede il mormone

lo conosco, inutile resistere,
dico, e il mormone brontola scendendo le scale

miglioro allora la barricata, tappo i buchi
con vecchi giornali e gomme da masticare

di nuovo suonano alla porta

fuori ci sono pizzaiolo
postino, mormone

che c'è ancora, chiedo

aveva ragione, dicono, inutile
resistere, e non c'è la minima speranza

cioè, stiamo assieme
dalla stessa parte della barricata


(cfr. la versione spaziale e solitaria di Tavan, se si crede)


(pasitrankęs po pasaulį)

pasitrankęs po pasaulį, prakutęs
grįžo namo, dovanomis vežinas
naujoj mašinaitėj

tuoj visa plati giminė susėdo už stalo,
ragavo Jack Daniels ta proga, mandagiai
besiraukydami

keliauninkas, perleidęs porą stiklų
pervirš, kalbos pritrūkus, ėmė ir
pasidejavo

vokiečiai tvarkingi, airiai darbštūs,
olandai vaišingi, tik mes vieni, lietuviai,
išvis neturim kuo pasirodyt

tai tėvokas, sugraibęs lazdą, kaip
užsiautė anam per dantis

sakydamas: bet dabar tai ir tu jau
turėsi kuo prieš kitus pasirodyt

Gintaras Grajauskas


(viaggiato per il mondo)

viaggiato per il mondo, tornò a casa
molto illuminato, nella nuova auto
e con molti regali

subito tutto il parentado si raccolse attorno al tavolo,
degustò Jack Daniels per l'occasione
e assunse un'aria gentile

quello che aveva viaggiato a lungo prese un paio di bicchierini
per la sete e buttò giù tutto d'un fiato,
quando la conversazione si mise a languire

i tedeschi sono ordinati, gli irlandesi gran lavoratori,
gli olandesi ospitali, solo noi lituani
non abbiamo niente da mostrare 

allora il babbino tirò fuori il suo bastone
e gliene diede una sui denti

e aggiunse: ora anche tu hai
qualcosa da mostrare agli stranieri


Dievo dažnis yra 50 Hz

sėdėjo kirpykloj išmuilinta žiauna
klausėsi radijo FM 91,4 MHz

o mašinėlėn pakliuvo vandens
tai kaip trenkė per ausis 220 V
net seilės sučirškė

paskui dievagojosi, kad girdėjo
aiškių aiškiausiai, nelyg Vatikano
diktorius būtų ištaręs:

“klausėtės Viešpaties balso”.

Gintaras Grajauskas


La frequenza di Dio è 50 Hz

sedeva con le guance insaponate dal barbiere
e ascoltava la radio FM 91,4 MHz

purtroppo l'acqua finì nel rasoio elettrico
e si beccò 220 V sulle guance
al punto che gli bollì la saliva

più tardi affermò di aver sentito
distintamente l'annunciatore
della radio vaticana dire:

„avete sentito la voce di Dio“.


Gli hi'aiti'ihi'

Non hanno una lingua scritta, non hanno numeri, non hanno colori ("sembra sangue" o "assomiglia a vrvcum" - una bacca da cui estraggono un pigmento rosso - dicono alla vista di una tazza rossa), hanno solo tre pronomi (io, tu, loro), non hanno tempi, gli uomini usano otto consonanti e tre vocali, le donne sette consonanti e tre vocali, non hanno una memoria collettiva che superi le ultime due generazioni, non hanno il mito della creazione ("Tutte le cose sono fatte"), non conoscono la ricorsività o le frasi subordinate, non raccontano favole ai figli, non dipingono, ma hanno diverse modalità di comunicazione basate su toni diversi (ad esempio gridando nelle comunicazioni a lunga distanza o nei giorni di pioggia, fischiando durante le spedizioni, mormorando nelle comunicazioni più private o intime, cantando nelle faccende spirituali o di cuore, ecc.), conoscono i nomi di tutte le piante della giungla, la loro utilità e i posti dove trovarle, conoscono il nome ed il comportamento di tutti gli animali, sanno come catturarli ed evitarli, possono addentrarsi nudi e disarmati nella giungla ed uscirne dopo tre giorni con cesti pieni di frutta, noci e piccola selvaggina, considerano stupido chi si perde nella giungla, dormono sonni brevi ma frequenti, preferiscono di gran lunga l'ostracismo all'assassinio.
Sono circa 350, la loro lingua si chiama apaitsiiso ("la lingua nata dalla testa") e chiamano tutte le altre lingue "teste sbilenche". In apaitsiiso si chiamano hi'aiti'ihi', ma in tutte le altre teste sbilenche sono noti come pirahã.

Da non linguista, penso che conoscano la poesia del fare e forse anche altre forme di poesia finora sfuggite o - chissà - ancora del tutto ignote a quelli che parlano le teste sbilenche.

Da testa sbilenca, ho perso tutti i link agli articoli e ai video da cui ho attinto queste scarne informazioni. Se li ho trovati io, li può trovare chiunque.

Tutto perché, da googlatrice naïve, mi sono messa a cercare la prima poesia e mi sa che la prima poesia è stata espressa - detta o cantata o fatta poco importa - molto prima di essere scritta.


*

Giustizia e libertà.


Scrivere

Scrivere è disegnare. Le mie scritture sono tutte fatte con la sinistra, una mano che non sa scrivere, mostrano quindi anche una punta di sofferenza fisica, ma scrivere è un gran piacere. Ci sono parole che uccidono, parole che fanno un male tremendo, parole come sassi, parole leggerissime, parole reali come i numeri. Ma se vuoi veramente qualcosa, mettilo per iscritto. E poi ci sono i colpi di pennello, dati con semplicità senza nessuna maestria, soprattutto colpi di rosso, è il primo colore.

Alighiero Boetti


Vento

Vorrei parlare del vento: questa forza che rende le cose leggere, che movimenta e trasporta, che rende leggere anche le cose pesanti. Il vento è un attimo di grazia. Le forme create dal vento sono sempre delle forme di energia, di movimento. Il vento, inoltre, rende le cose provvisorie, e dà anche la dimensione del tempo, perché realizza nelle forme la successione di istante dopo istante dopo istante [...] Un colpo di vento è anche un colpo via al passato, alle tracce del passato. [...]
È proprio sul concetto e sulla parola vento che ho voluto lavorare insieme al calligrafo giapponese. [...] Dal termine italiano si è passati, attraverso l’interprete, a quello inglese per poi approdare a decine e decine di possibilità di scrivere il vento in giapponese. [...] Una volta piegata la carta, lui vi tracciava sopra il calligramma prescelto. In seguito, asciugatosi l’inchiostro, la carta veniva di nuovo spiegata e infine definitivamente incollata sopra un supporto. Il risultato era la scomposizione del calligramma iniziale. [...] Ma il momento culminante di tutta l’operazione resta comunque quello dell’esecuzione dell’ideogramma, che viene tracciato sempre in un colpo solo [...].

Alighiero Boetti


Il sesto senso

Ci sono cinque sensi e il sesto è il pensiero ovvero la cosa più straordinaria che l'uomo possieda, e che non ha niente a che vedere con la natura. Per cui se io devo dire quali sono state le grandi emozioni della mia vita, confesso che non sono state di ordine naturale. Una farfalla, un tramonto possono essere cose bellissime, però le grandi emozioni, secondo me, si provano ascoltando Mozart, leggendo una poesia, perché c'è un pensiero fatto di mille coincidenze, sincronismi, ricordi quasi biologici, forse di tempi antichissimi in cui eravamo un'altra cosa e forse non eravamo neanche sulla terra. Insomma, di quando eravamo forse più vicini agli dei.

Alighiero Boetti


El desexiliado

No obstante - le dice Javier a su amigo Fermín - a pesar de la adaptación paulatina, a pesar de que vas aprendiendo las acepciones locales, y ya no decís ‘vivo a tres cuadras de la Plaza de Cuzco’, ni pedís en el estanco (más o menos, un quiosco) una caja de fósforos sino de cerillas, ni le preguntás a tu jefe cómo sigue el botija sino el chaval, y cuando el locutor dice que el portero (o sea el golero) ‘encajó un gol’ sabés que eso no quiere decir que él lo hizo sino que se lo hicieron; cuando ya te has metido a codazos en la selva semántica, igual te siguen angustiando en el recodo más cursi de la almita, el goce y el dolor de lo que dejaste, incluidos el dulce de leche, el fainá, la humareda de los cafés y hasta la calima de la Vía Láctea, tan puntillosa en nuestro firmamento y, por obvias razones cosmogónicas o cosmográficas, tan ausente en el cielo europeo.

Mario Benedetti, Andamios

Mario Benedetti raccontava: "Si impara molto da questa gente che si affronta fuori, gente che viene da un'altra storia. Si impara la solidarietà, la tolleranza. Penso a me stesso quando arrivai in Spagna. Ci si sente come in un'isoletta o in una provincia della propria lingua. Che d'altronde non è la propria lingua. Io non persi mai il mio accento di Montevideo in Spagna. Mai."

Da qui.


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Vostro algoritmo di Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, l'unico algoritmo con un debole per Martin Eden, che ogni tanto rilegge.


Martin (16)

He stayed late on deck, after dinner, but that did not help him, for when he went below, he could not sleep. This surcease from life had failed him. It was too much. He turned on the electric light and tried to read. One of the volumes was a Swinburne. He lay in bed, glancing through its pages, until suddenly he became aware that he was reading with interest. He finished the stanza, attempted to read on, then came back to it. He rested the book face downward on his breast and fell to thinking. That was it. The very thing. Strange that it had never come to him before. That was the meaning of it all; he had been drifting that way all the time, and now Swinburne showed him that it was the happy way out. He wanted rest, and here was rest awaiting him. He glanced at the open port-hole. Yes, it was large enough. For the first time in weeks he felt happy. At last he had discovered the cure of his ill. He picked up the book and read the stanza slowly aloud:-

“‘From too much love of living,
From hope and fear set free,
We thank with brief thanksgiving
Whatever gods may be
That no life lives forever;
That dead men rise up never;
That even the weariest river
Winds somewhere safe to sea.’”

He looked again at the open port. Swinburne had furnished the key. Life was ill, or, rather, it had become ill—an unbearable thing. “That dead men rise up never!” That line stirred him with a profound feeling of gratitude. It was the one beneficent thing in the universe. When life became an aching weariness, death was ready to soothe away to everlasting sleep. But what was he waiting for? It was time to go.

He arose and thrust his head out the port-hole, looking down into the milky wash. The Mariposa was deeply loaded, and, hanging by his hands, his feet would be in the water. He could slip in noiselessly. No one would hear. A smother of spray dashed up, wetting his face. It tasted salt on his lips, and the taste was good. He wondered if he ought to write a swan-song, but laughed the thought away. There was no time. He was too impatient to be gone.

Turning off the light in his room so that it might not betray him, he went out the port-hole feet first. His shoulders stuck, and he forced himself back so as to try it with one arm down by his side. A roll of the steamer aided him, and he was through, hanging by his hands. When his feet touched the sea, he let go. He was in a milky froth of water. The side of the Mariposarushed past him like a dark wall, broken here and there by lighted ports. She was certainly making time. Almost before he knew it, he was astern, swimming gently on the foam-crackling surface.

A bonita struck at his white body, and he laughed aloud. It had taken a piece out, and the sting of it reminded him of why he was there. In the work to do he had forgotten the purpose of it. The lights of the Mariposa were growing dim in the distance, and there he was, swimming confidently, as though it were his intention to make for the nearest land a thousand miles or so away.

It was the automatic instinct to live. He ceased swimming, but the moment he felt the water rising above his mouth the hands struck out sharply with a lifting movement. The will to live, was his thought, and the thought was accompanied by a sneer. Well, he had will,—ay, will strong enough that with one last exertion it could destroy itself and cease to be.

He changed his position to a vertical one. He glanced up at the quiet stars, at the same time emptying his lungs of air. With swift, vigorous propulsion of hands and feet, he lifted his shoulders and half his chest out of water. This was to gain impetus for the descent. Then he let himself go and sank without movement, a white statue, into the sea. He breathed in the water deeply, deliberately, after the manner of a man taking an anaesthetic. When he strangled, quite involuntarily his arms and legs clawed the water and drove him up to the surface and into the clear sight of the stars.

The will to live, he thought disdainfully, vainly endeavoring not to breathe the air into his bursting lungs. Well, he would have to try a new way. He filled his lungs with air, filled them full. This supply would take him far down. He turned over and went down head first, swimming with all his strength and all his will. Deeper and deeper he went. His eyes were open, and he watched the ghostly, phosphorescent trails of the darting bonita. As he swam, he hoped that they would not strike at him, for it might snap the tension of his will. But they did not strike, and he found time to be grateful for this last kindness of life.

Down, down, he swam till his arms and leg grew tired and hardly moved. He knew that he was deep. The pressure on his ear-drums was a pain, and there was a buzzing in his head. His endurance was faltering, but he compelled his arms and legs to drive him deeper until his will snapped and the air drove from his lungs in a great explosive rush. The bubbles rubbed and bounded like tiny balloons against his cheeks and eyes as they took their upward flight. Then came pain and strangulation. This hurt was not death, was the thought that oscillated through his reeling consciousness. Death did not hurt. It was life, the pangs of life, this awful, suffocating feeling; it was the last blow life could deal him.

His wilful hands and feet began to beat and churn about, spasmodically and feebly. But he had fooled them and the will to live that made them beat and churn. He was too deep down. They could never bring him to the surface. He seemed floating languidly in a sea of dreamy vision. Colors and radiances surrounded him and bathed him and pervaded him. What was that? It seemed a lighthouse; but it was inside his brain—a flashing, bright white light. It flashed swifter and swifter. There was a long rumble of sound, and it seemed to him that he was falling down a vast and interminable stairway. And somewhere at the bottom he fell into darkness. That much he knew. He had fallen into darkness. And at the instant he knew, he ceased to know.

Jack London, Martin Eden, Chapter XLVI


Martin (15)

For a sonnet on Stevenson he managed to wring two dollars out of a Boston editor who was running a magazine with a Matthew Arnold taste and a penny-dreadful purse. “The Peri and the Pearl,” a clever skit of a poem of two hundred lines, just finished, white hot from his brain, won the heart of the editor of a San Francisco magazine published in the interest of a great railroad. When the editor wrote, offering him payment in transportation, Martin wrote back to inquire if the transportation was transferable. It was not, and so, being prevented from peddling it, he asked for the return of the poem. Back it came, with the editor’s regrets, and Martin sent it to San Francisco again, this time to The Hornet, a pretentious monthly that had been fanned into a constellation of the first magnitude by the brilliant journalist who founded it. But The Hornet’s light had begun to dim long before Martin was born. The editor promised Martin fifteen dollars for the poem, but, when it was published, seemed to forget about it. Several of his letters being ignored, Martin indicted an angry one which drew a reply. It was written by a new editor, who coolly informed Martin that he declined to be held responsible for the old editor’s mistakes, and that he did not think much of “The Peri and the Pearl” anyway.

But The Globe, a Chicago magazine, gave Martin the most cruel treatment of all. He had refrained from offering his “Sea Lyrics” for publication, until driven to it by starvation. After having been rejected by a dozen magazines, they had come to rest in The Globe office. There were thirty poems in the collection, and he was to receive a dollar apiece for them. The first month four were published, and he promptly received a cheek for four dollars; but when he looked over the magazine, he was appalled at the slaughter. In some cases the titles had been altered: “Finis,” for instance, being changed to “The Finish,” and “The Song of the Outer Reef” to “The Song of the Coral Reef.” In one case, an absolutely different title, a misappropriate title, was substituted. In place of his own, “Medusa Lights,” the editor had printed, “The Backward Track.” But the slaughter in the body of the poems was terrifying. Martin groaned and sweated and thrust his hands through his hair. Phrases, lines, and stanzas were cut out, interchanged, or juggled about in the most incomprehensible manner. Sometimes lines and stanzas not his own were substituted for his. He could not believe that a sane editor could be guilty of such maltreatment, and his favorite hypothesis was that his poems must have been doctored by the office boy or the stenographer. Martin wrote immediately, begging the editor to cease publishing the lyrics and to return them to him.

He wrote again and again, begging, entreating, threatening, but his letters were ignored. Month by month the slaughter went on till the thirty poems were published, and month by month he received a check for those which had appeared in the current number.

Jack London, Martin Eden, Chapter XXIX


Martin (14)

A third week went by, and Martin loathed himself, and loathed life. He was oppressed by a sense of failure. There was reason for the editors refusing his stuff. He could see that clearly now, and laugh at himself and the dreams he had dreamed. Ruth returned his “Sea Lyrics” by mail. He read her letter apathetically. She did her best to say how much she liked them and that they were beautiful. But she could not lie, and she could not disguise the truth from herself. She knew they were failures, and he read her disapproval in every perfunctory and unenthusiastic line of her letter. And she was right. He was firmly convinced of it as he read the poems over. Beauty and wonder had departed from him, and as he read the poems he caught himself puzzling as to what he had had in mind when he wrote them. His audacities of phrase struck him as grotesque, his felicities of expression were monstrosities, and everything was absurd, unreal, and impossible. He would have burned the “Sea Lyrics” on the spot, had his will been strong enough to set them aflame. There was the engine-room, but the exertion of carrying them to the furnace was not worth while. All his exertion was used in washing other persons’ clothes. He did not have any left for private affairs.

Jack London, Martin Eden, Chapter XVII

Martin (13)

What, in a way, most profoundly impressed Martin, was the correlation of knowledge—of all knowledge. He had been curious to know things, and whatever he acquired he had filed away in separate memory compartments in his brain. Thus, on the subject of sailing he had an immense store. On the subject of woman he had a fairly large store. But these two subjects had been unrelated. Between the two memory compartments there had been no connection. That, in the fabric of knowledge, there should be any connection whatever between a woman with hysterics and a schooner carrying a weather-helm or heaving to in a gale, would have struck him as ridiculous and impossible. But Herbert Spencer had shown him not only that it was not ridiculous, but that it was impossible for there to be no connection. All things were related to all other things from the farthermost star in the wastes of space to the myriads of atoms in the grain of sand under one’s foot. This new concept was a perpetual amazement to Martin, and he found himself engaged continually in tracing the relationship between all things under the sun and on the other side of the sun. He drew up lists of the most incongruous things and was unhappy until he succeeded in establishing kinship between them all—kinship between love, poetry, earthquake, fire, rattlesnakes, rainbows, precious gems, monstrosities, sunsets, the roaring of lions, illuminating gas, cannibalism, beauty, murder, lovers, fulcrums, and tobacco. Thus, he unified the universe and held it up and looked at it, or wandered through its byways and alleys and jungles, not as a terrified traveller in the thick of mysteries seeking an unknown goal, but observing and charting and becoming familiar with all there was to know. And the more he knew, the more passionately he admired the universe, and life, and his own life in the midst of it all.

“You fool!” he cried at his image in the looking-glass. “You wanted to write, and you tried to write, and you had nothing in you to write about. What did you have in you?—some childish notions, a few half-baked sentiments, a lot of undigested beauty, a great black mass of ignorance, a heart filled to bursting with love, and an ambition as big as your love and as futile as your ignorance. And you wanted to write! Why, you’re just on the edge of beginning to get something in you to write about. You wanted to create beauty, but how could you when you knew nothing about the nature of beauty? You wanted to write about life when you knew nothing of the essential characteristics of life. You wanted to write about the world and the scheme of existence when the world was a Chinese puzzle to you and all that you could have written would have been about what you did not know of the scheme of existence. But cheer up, Martin, my boy. You’ll write yet. You know a little, a very little, and you’re on the right road now to know more. Some day, if you’re lucky, you may come pretty close to knowing all that may be known. Then you will write.”

Jack London, Martin Eden, Chapter XIII


Martin (12)

Spontaneous explanations of old matters were continually arising in his mind. Levers and purchases fascinated him, and his mind roved backward to hand-spikes and blocks and tackles at sea. The theory of navigation, which enabled the ships to travel unerringly their courses over the pathless ocean, was made clear to him. The mysteries of storm, and rain, and tide were revealed, and the reason for the existence of trade-winds made him wonder whether he had written his article on the northeast trade too soon. At any rate he knew he could write it better now. One afternoon he went out with Arthur to the University of California, and, with bated breath and a feeling of religious awe, went through the laboratories, saw demonstrations, and listened to a physics professor lecturing to his classes.

But he did not neglect his writing. A stream of short stories flowed from his pen, and he branched out into the easier forms of verse—the kind he saw printed in the magazines—though he lost his head and wasted two weeks on a tragedy in blank verse, the swift rejection of which, by half a dozen magazines, dumfounded him. Then he discovered Henley and wrote a series of sea-poems on the model of “Hospital Sketches.” They were simple poems, of light and color, and romance and adventure. “Sea Lyrics,” he called them, and he judged them to be the best work he had yet done. There were thirty, and he completed them in a month, doing one a day after having done his regular day’s work on fiction, which day’s work was the equivalent to a week’s work of the average successful writer. The toil meant nothing to him. It was not toil. He was finding speech, and all the beauty and wonder that had been pent for years behind his inarticulate lips was now pouring forth in a wild and virile flood.

He showed the “Sea Lyrics” to no one, not even to the editors. He had become distrustful of editors. But it was not distrust that prevented him from submitting the “Lyrics.” They were so beautiful to him that he was impelled to save them to share with Ruth in some glorious, far-off time when he would dare to read to her what he had written. Against that time he kept them with him, reading them aloud, going over them until he knew them by heart.

Jack London, Martin Eden, Chapter XI

Martin (11)

Martin went back to his pearl-diving article, which would have been finished sooner if it had not been broken in upon so frequently by his attempts to write poetry. His poems were love poems, inspired by Ruth, but they were never completed. Not in a day could he learn to chant in noble verse. Rhyme and metre and structure were serious enough in themselves, but there was, over and beyond them, an intangible and evasive something that he caught in all great poetry, but which he could not catch and imprison in his own. It was the elusive spirit of poetry itself that he sensed and sought after but could not capture. It seemed a glow to him, a warm and trailing vapor, ever beyond his reaching, though sometimes he was rewarded by catching at shreds of it and weaving them into phrases that echoed in his brain with haunting notes or drifted across his vision in misty wafture of unseen beauty. It was baffling. He ached with desire to express and could but gibber prosaically as everybody gibbered. He read his fragments aloud. The metre marched along on perfect feet, and the rhyme pounded a longer and equally faultless rhythm, but the glow and high exaltation that he felt within were lacking. He could not understand, and time and again, in despair, defeated and depressed, he returned to his article. Prose was certainly an easier medium.

Jack London, Martin Eden, Chapter XI



Martin (10)

“I have had a great visioning,” he said, and at the sound of his words in his own ears his heart gave a leap. Where had those words come from? They had adequately expressed the pause his vision had put in the conversation. It was a miracle. Never had he so loftily framed a lofty thought. But never had he attempted to frame lofty thoughts in words. That was it. That explained it. He had never tried. But Swinburne had, and Tennyson, and Kipling, and all the other poets. His mind flashed on to his “Pearl-diving.” He had never dared the big things, the spirit of the beauty that was a fire in him. That article would be a different thing when he was done with it. He was appalled by the vastness of the beauty that rightfully belonged in it, and again his mind flashed and dared, and he demanded of himself why he could not chant that beauty in noble verse as the great poets did. And there was all the mysterious delight and spiritual wonder of his love for Ruth. Why could he not chant that, too, as the poets did? They had sung of love. So would he. By God!—

Jack London, Martin Eden, Chapter X


Martin (9)

He was tortured by the exquisite beauty of the world, and wished that Ruth were there to share it with him. He decided that he would describe to her many of the bits of South Sea beauty. The creative spirit in him flamed up at the thought and urged that he recreate this beauty for a wider audience than Ruth. And then, in splendor and glory, came the great idea. He would write. He would be one of the eyes through which the world saw, one of the ears through which it heard, one of the hearts through which it felt. He would write—everything—poetry and prose, fiction and description, and plays like Shakespeare.

Jack London, Martin Eden, Chapter IX


Martin (8)

Several weeks went by, during which Martin Eden studied his grammar, reviewed the books on etiquette, and read voraciously the books that caught his fancy. Of his own class he saw nothing. The girls of the Lotus Club wondered what had become of him and worried Jim with questions, and some of the fellows who put on the glove at Riley’s were glad that Martin came no more. He made another discovery of treasure-trove in the library. As the grammar had shown him the tie-ribs of language, so that book showed him the tie-ribs of poetry, and he began to learn metre and construction and form, beneath the beauty he loved finding the why and wherefore of that beauty. Another modern book he found treated poetry as a representative art, treated it exhaustively, with copious illustrations from the best in literature. Never had he read fiction with so keen zest as he studied these books. And his fresh mind, untaxed for twenty years and impelled by maturity of desire, gripped hold of what he read with a virility unusual to the student mind.

When he looked back now from his vantage-ground, the old world he had known, the world of land and sea and ships, of sailor-men and harpy-women, seemed a very small world; and yet it blended in with this new world and expanded. His mind made for unity, and he was surprised when at first he began to see points of contact between the two worlds. And he was ennobled, as well, by the loftiness of thought and beauty he found in the books. This led him to believe more firmly than ever that up above him, in society like Ruth and her family, all men and women thought these thoughts and lived them. Down below where he lived was the ignoble, and he wanted to purge himself of the ignoble that had soiled all his days, and to rise to that sublimated realm where dwelt the upper classes. All his childhood and youth had been troubled by a vague unrest; he had never known what he wanted, but he had wanted something that he had hunted vainly for until he met Ruth. And now his unrest had become sharp and painful, and he knew at last, clearly and definitely, that it was beauty, and intellect, and love that he must have.

Jack London, Martin Eden, Chapter VIII


Martin (7)

She did not know she desired him; but with him it was different. He knew that he loved her, and he desired her as he had never before desired anything in his life. He had loved poetry for beauty’s sake; but since he met her the gates to the vast field of love-poetry had been opened wide. She had given him understanding even more than Bulfinch and Gayley. There was a line that a week before he would not have favored with a second thought—“God’s own mad lover dying on a kiss”; but now it was ever insistent in his mind. He marvelled at the wonder of it and the truth; and as he gazed upon her he knew that he could die gladly upon a kiss. He felt himself God’s own mad lover, and no accolade of knighthood could have given him greater pride. And at last he knew the meaning of life and why he had been born.

Jack London, Martin Eden, Chapter VII


Martin (6)

Poetry, however, was his solace, and he read much of it, finding his greatest joy in the simpler poets, who were more understandable. He loved beauty, and there he found beauty. Poetry, like music, stirred him profoundly, and, though he did not know it, he was preparing his mind for the heavier work that was to come. The pages of his mind were blank, and, without effort, much he read and liked, stanza by stanza, was impressed upon those pages, so that he was soon able to extract great joy from chanting aloud or under his breath the music and the beauty of the printed words he had read. Then he stumbled upon Gayley’s “Classic Myths” and Bulfinch’s “Age of Fable,” side by side on a library shelf. It was illumination, a great light in the darkness of his ignorance, and he read poetry more avidly than ever.

Jack London, Martin Eden, Chapter VII


Martin (5)

The many books he read but served to whet his unrest. Every page of every book was a peep-hole into the realm of knowledge. His hunger fed upon what he read, and increased. Also, he did not know where to begin, and continually suffered from lack of preparation. The commonest references, that he could see plainly every reader was expected to know, he did not know. And the same was true of the poetry he read which maddened him with delight. He read more of Swinburne than was contained in the volume Ruth had lent him; and “Dolores” he understood thoroughly. But surely Ruth did not understand it, he concluded. How could she, living the refined life she did? Then he chanced upon Kipling’s poems, and was swept away by the lilt and swing and glamour with which familiar things had been invested. He was amazed at the man’s sympathy with life and at his incisive psychology. Psychology was a new word in Martin’s vocabulary. He had bought a dictionary, which deed had decreased his supply of money and brought nearer the day on which he must sail in search of more.

Jack London, Martin Eden, Chapter VI


Martin (4)

“Now Longfellow—” she was saying.

“Yes, I’ve read ’m,” he broke in impulsively, spurred on to exhibit and make the most of his little store of book knowledge, desirous of showing her that he was not wholly a stupid clod. “‘The Psalm of Life,’ ‘Excelsior,’ an’ . . . I guess that’s all.”

She nodded her head and smiled, and he felt, somehow, that her smile was tolerant, pitifully tolerant. He was a fool to attempt to make a pretence that way. That Longfellow chap most likely had written countless books of poetry.

“Excuse me, miss, for buttin’ in that way. I guess the real facts is that I don’t know nothin’ much about such things. It ain’t in my class. But I’m goin’ to make it in my class.”

It sounded like a threat. His voice was determined, his eyes were flashing, the lines of his face had grown harsh. And to her it seemed that the angle of his jaw had changed; its pitch had become unpleasantly aggressive. At the same time a wave of intense virility seemed to surge out from him and impinge upon her.

“I think you could make it in—in your class,” she finished with a laugh. “You are very strong.”

Jack London, Martin Eden, Chapter I


Poetare è cantare

The Nahuatl word for a song or poem is cuicatl. It is derived from the verb cuica, to sing, a term probably imitative or onomatopoietic in origin, as it is also a general expression for the twittering of birds. The singer was called cuicani, and is distinguished from the composer of the song, the poet, to whom was applied the term cuicapicqui, in which compound the last member, picqui, corresponds strictly to the Greek ποιητὴς, being a derivative of piqui, to make, to create. Sometimes he was also called cuicatlamantini, "skilled in song."

Daniel G. Brinton, 1890

(Brinton. Strano personaggio.)


Martin (3)

“As I was saying—what was I saying?” She broke off abruptly and laughed merrily at her predicament.

“You was saying that this man Swinburne failed bein’ a great poet because—an’ that was as far as you got, miss,” he prompted, while to himself he seemed suddenly hungry, and delicious little thrills crawled up and down his spine at the sound of her laughter. Like silver, he thought to himself, like tinkling silver bells; and on the instant, and for an instant, he was transported to a far land, where under pink cherry blossoms, he smoked a cigarette and listened to the bells of the peaked pagoda calling straw-sandalled devotees to worship.

“Yes, thank you,” she said. “Swinburne fails, when all is said, because he is, well, indelicate. There are many of his poems that should never be read. Every line of the really great poets is filled with beautiful truth, and calls to all that is high and noble in the human. Not a line of the great poets can be spared without impoverishing the world by that much.”

“I thought it was great,” he said hesitatingly, “the little I read. I had no idea he was such a—a scoundrel. I guess that crops out in his other books.”

“There are many lines that could be spared from the book you were reading,” she said, her voice primly firm and dogmatic.

“I must ’a’ missed ’em,” he announced. “What I read was the real goods. It was all lighted up an’ shining, an’ it shun right into me an’ lighted me up inside, like the sun or a searchlight. That’s the way it landed on me, but I guess I ain’t up much on poetry, miss.”

He broke off lamely. He was confused, painfully conscious of his inarticulateness. He had felt the bigness and glow of life in what he had read, but his speech was inadequate. He could not express what he felt, and to himself he likened himself to a sailor, in a strange ship, on a dark night, groping about in the unfamiliar running rigging. Well, he decided, it was up to him to get acquainted in this new world. He had never seen anything that he couldn’t get the hang of when he wanted to and it was about time for him to want to learn to talk the things that were inside of him so that she could understand. She was bulking large on his horizon.

Jack London, Martin Eden, Chapter I


Parole da salvare (1)

Il biscotto controrivoluzionario.

Dicesi - il singolo biscotto secco mangiato per fame contravvenendo alle disposizioni sul razionamento di cibo concordate tra compagni di lotta rivoluzionaria appartenenti all'organizzazione clandestina Armata Rossa Unita asserragliati nella baita di Asama-Sansō nell'inutile tentativo di resistere all'accerchiamento della polizia dopo essere sfuggiti ad una operazione di polizia sulle montagne innevate dove ci si era dati alla macchia a scopi di addestramento in preparazione della rivoluzione mondiale e si era finiti invece con il praticare quotidianamente e rigorosamente la disciplina dell'autocritica al punto tale da uccidere e/o lasciare morire i propri compagni di lotta.





Martin (2)

There was a brief pause in the conversation they were trying to get started. Then she asked tentatively about the scar on his cheek. Even as she asked, he realized that she was making an effort to talk his talk, and he resolved to get away from it and talk hers.

“It was just an accident,” he said, putting his hand to his cheek. “One night, in a calm, with a heavy sea running, the main-boom-lift carried away, an’ next the tackle. The lift was wire, an’ it was threshin’ around like a snake. The whole watch was tryin’ to grab it, an’ I rushed in an’ got swatted.”

“Oh,” she said, this time with an accent of comprehension, though secretly his speech had been so much Greek to her and she was wondering what a lift was and what swatted meant.

“This man Swineburne,” he began, attempting to put his plan into execution and pronouncing the i long.

“Who?”

“Swineburne,” he repeated, with the same mispronunciation. “The poet.”

“Swinburne,” she corrected.

“Yes, that’s the chap,” he stammered, his cheeks hot again. “How long since he died?”

“Why, I haven’t heard that he was dead.” She looked at him curiously. “Where did you make his acquaintance?”

“I never clapped eyes on him,” was the reply. “But I read some of his poetry out of that book there on the table just before you come in. How do you like his poetry?”

And thereat she began to talk quickly and easily upon the subject he had suggested. He felt better, and settled back slightly from the edge of the chair, holding tightly to its arms with his hands, as if it might get away from him and buck him to the floor. He had succeeded in making her talk, and while she rattled on, he strove to follow her, marvelling at all the knowledge that was stowed away in that pretty head of hers, and drinking in the pale beauty of her face. Follow her he did, though bothered by unfamiliar words that fell glibly from her lips and by critical phrases and thought-processes that were foreign to his mind, but that nevertheless stimulated his mind and set it tingling. Here was intellectual life, he thought, and here was beauty, warm and wonderful as he had never dreamed it could be. He forgot himself and stared at her with hungry eyes. Here was something to live for, to win to, to fight for—ay, and die for. The books were true. There were such women in the world. She was one of them. She lent wings to his imagination, and great, luminous canvases spread themselves before him whereon loomed vague, gigantic figures of love and romance, and of heroic deeds for woman’s sake—for a pale woman, a flower of gold. And through the swaying, palpitant vision, as through a fairy mirage, he stared at the real woman, sitting there and talking of literature and art. He listened as well, but he stared, unconscious of the fixity of his gaze or of the fact that all that was essentially masculine in his nature was shining in his eyes.

Jack London, Martin Eden, Chapter I


Martin (1)

He glanced around at his friend reading the letter and saw the books on the table. Into his eyes leaped a wistfulness and a yearning as promptly as the yearning leaps into the eyes of a starving man at sight of food. An impulsive stride, with one lurch to right and left of the shoulders, brought him to the table, where he began affectionately handling the books. He glanced at the titles and the authors’ names, read fragments of text, caressing the volumes with his eyes and hands, and, once, recognized a book he had read. For the rest, they were strange books and strange authors. He chanced upon a volume of Swinburne and began reading steadily, forgetful of where he was, his face glowing. Twice he closed the book on his forefinger to look at the name of the author. Swinburne! he would remember that name. That fellow had eyes, and he had certainly seen color and flashing light. But who was Swinburne? Was he dead a hundred years or so, like most of the poets? Or was he alive still, and writing? He turned to the title-page . . . yes, he had written other books; well, he would go to the free library the first thing in the morning and try to get hold of some of Swinburne’s stuff. He went back to the text and lost himself. He did not notice that a young woman had entered the room. The first he knew was when he heard Arthur’s voice saying:-

“Ruth, this is Mr. Eden.”

Jack London, Martin Eden, Chapter I


POETA

facitor di poemi, e di poesie. Lat. poeta. Gr. .
Bocc. g. 4. p. 17. Più ne trovarono tra le lor favole i poeti, che molti ricchi tra i lor tesori.
Dan. Purg. c. 4. Ben s' avvide il Poeta, che io stava Stupido tutto.
Petr. Son. 134. Fiorenza avria forse oggi il suo poeta.

Vocabolario degli accademici della Crusca, ed. 1612


Le poesie qui riportate sono scelte secondo un algoritmo di Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi, trascritte e, al più, corredate di qualche personalissimo errore di battitura o, perché no, di ornografia. Qualche volta, nonostante i miei limiti, ne propongo una versione mia, solo per gioco.
Perché della poesia?
Perché la poesia non serve a niente, perché i poeti, in quanto poeti, trasgrediscono tutte le leggi e perché i lettori di poesia, in quanto lettori di poesia, ne trasgrediscono, inutilmente e solo di riflesso, almeno un bel po'.

Il resto, invece, perché non ho ancora dimenticato la password di blogspot.

Francesca


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