giovedì 4 febbraio 2016

A Parigi flon flon



Parigi settembre
La mansarda
Col finestron
Che guarda
El carrefour de l'Odeon

La parete celeste
La stampa del Poiré
« Il Porto di Trieste »
Me fa sentir ancora

A Parigi flon flon
Salso de mar
E refolo de bora
Aria de casa mia

Son qua che aspetto
Quella che vegnerà
Suso de mi a le cinque
La ga telefonà

Vengo dopo le prove
La vegnerà la sento
Fresca de sotto al vestitin
De lino

Mi sarò vento
Che passerà su ela
Stampa e mansarda
A far l'amor ne guarda

Carolus L. Cergoly

martedì 2 febbraio 2016

Demande de déchéance de nationalité française

F.T.P. (Franchi Tiratori Partigiani di una cittadinanza mondiale)
35 allé de l'Angle
Chaucre
17190 St Georges d'Oléron
Tel: 05 46 76 73 10
Email: editionslibertaires@wanadoo.fr           22 gennaio 2016

Oggetto: Richiesta di revoca della nazionalità francese

                           Al Sig. presidente della repubblica francese

Speriamo leggerà, Signor Presidente, la lettera presente, se tempo mai ne avrà.
Noi siamo nati in questo paese, la Francia, per caso. Non abbiamo scelto né di nascere né di nascere in Francia. È così per tutti gli esseri umani.
Finora, questa non scelta non ci creava troppi problemi. Ci sarebbe potuta andare peggio.
Già da un po' di tempo, tuttavia, tra Notre-Dame-des-Landes e la condanna alla reclusione inflitta a dei sindacalisti, nutrivamo qualche dubbio sulla sua capacità di far sognare di una Francia nota come paese dei diritti umani. Ci concederà di non parlare nemmeno di socialismo.
Con la sua ultima manipolazione di bassa politica in tema di revoca del diritto di nazionalità, le cose sono chiare. Lei sta giocando col fuoco. Sa che i terroristi se ne fanno un baffo di essere privati o meno di... E ciò nonostante, sta realizzando un arsenale giuridico demagogico che mette agli arresti domiciliari dei militanti ecologisti e dei sindacalisti e che, domani, si rivolgerà contro di lei...
Si ricordi di Martin Niemöller, liberato dai campi alla caduta del regime nazista, nel 1945. È l'autore di Prima vennero... a torto attribuita a Bertolt Brecht. Diceva: "Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
Signor Presidente, domani, quando quelli che pretende combattere saranno al potere, si accontenteranno di applicare le sue leggi. Come fa a non capirlo?
Di consequenza, in accordo con la Costituzione, che ancora ce lo permette, ci dichiariamo in stato di insurrezione.
Con la presente, la preghiamo di accogliere la nostra richiesta di revoca della nazionalità francese. Perché?
Noialtri, francesi per caso, non vogliamo più essere francesi fintanto che lei incarnerà questa idea della Francia.
Con la presente, la informiamo altresì della nostra volontà di creare quanto prima una carta d'identità ed un passaporto di cittadino del mondo.
Signor presidente, avverta i suoi gendarmi che saremo ben armati di quelle armi di distruzione di massa che sono l'intelligenza, la non violenza, l'onore e... l'umorismo. E che non esiteremo a sparare! Con quelle armi lì!

Jean-Marc Raynaud, Dominique Lestrat, Yannick Thébault, Stéphane Troplain, Paul Boino, Annie Arroyo, Laurent Conduché, Thyde Rosell, Claudie Annerau, Thierry Sassi, Michel Di Nocera, Jean-Pierre Georges, Bob Siné, Benoist Rey

Le maiuscole e le minuscole sono come nell'originale, il resto no. Per esempio, non ho necessariamente distinto il decadimento della nazionalità dalla sua perdita. Gli stessi firmatari credo non ne tengano conto, perché il decadimento (déchéance) è una sanzione che non si applica ai francesi di origine, ma solo a coloro che hanno acquisito la nazionalità francese.
Ma guarda se uno nel 2016 deve occuparsi di 'ste cose.




mercoledì 27 gennaio 2016

Au revoir, chère Madame la Ministre

Nous en sommes si fiers que je voudrais le définir par les mots du poète Léon-Gontran Damas : l’acte que nous allons accomplir est « beau comme une rose dont la tour Eiffel assiégée à l’aube voit s’épanouir enfin les pétales ». Il est « grand comme un besoin de changer d’air ». Il est « fort comme le cri aigu d’un accent dans la nuit longue ».

Mme Christiane Taubira, Ouverture du mariage aux couples de personnes de même sexe, Discussion d’un projet de loi, 29 janvier 2013 (Vidéo)
Ne siamo così fieri che vorrei definirlo attraverso le parole del poeta Léon-Gontran Damas: l'atto che ci apprestiamo a compiere è "bello come una rosa di cui la torre Eiffel assediata all'alba vede finalmente sbocciare i petali". È "grande come un bisogno di cambiare aria". È "forte come il grido acuto di un accento nella notte lunga".

Mme Christiane Taubira, Apertura del matrimonio alle coppie di persone dello stesso stesso, Discussione di un progetto di legge, 29 gennaio 2013

mercoledì 20 gennaio 2016

E lei di dov'è?

- E lei di dov'è?
- Di Trasaghis. 
- Bei posti. 'Ndo se trova?
- Trasaghis, no? Vicino a Peonis.
- Sardegna. 
- Udine. Non si sente l'accento friulano perché ho fatto scuola di dizione. Avevo qualche difficoltà con le doppie: dona, mama...

Age, Scarpelli, Scola, 1974

sabato 12 dicembre 2015

Valeria Solesin, 28 ans

di Charlotte Chabas

Erompeva tra due scoppi di risa: « Mais poutain, c’est pas vrai ! »,  esclamava con la sua voce grave e calda, mista ad un accento che faceva sentire le erre e rimbalzare le vocali. A Valeria Solesin, 28 anni, piaceva imprecare in francese, soprattutto quando si trattava di lamentarsi, indignarsi, dare un calcio  al formicaio delle pigrizie intellettuali. Tutto questo, « ça pète les couilles », diceva la veneziana.

I suoi amici la chiamavano Il Sole. Una questione di calore, certo, ma soprattutto di luce. Molto presto l'Italia, narcotizzata dagli anni berlusconiani, si rivela troppo angusta per lei. Dopo il Canada, è a Nantes che questa "doppia batteria ben caricata" si trasferisce per studiare sociologia. Generazione Erasmus, si circonda di tutte le nazionalità e si arricchisce al loro contatto.

Generazione RyanAir, anche. Qualche viaggio in aereo per ritrovare la sua famiglia tanto amata, i suoi genitori, la nonna, suo fratello più piccolo, Dario, e Rava, l'uomo della sua vita. Nonostante la distanza, i due non si lasciano. È tra le sue braccia che venerdì 13 novembre al Bataclan è stata uccisa dai terroristi. "Sono sicura che con il suo umorismo al vetriolo avrebbe commentato: non bisogna lasciarsi abbattere", racconta un'amica.

Prolunga l'espatrio a Parigi. Prima all’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), poi col dottorato all’Institut national d’études démographiques e all’Institut de démographie de l’université Paris-I, dove lavora sui comportamenti contemporanei di fecondità in Italia e in Francia. Valeria Solesin passa ore sulla sua ricerca. "Bello, scrivere la tesi. Quando sarà finita, non avrò nemmeno voglia di scrivere la lista della spesa", diceva.
Tuttavia, trovava ancora tempo. "Si arrangiava sempre per lavorare come cassiera o come ragazza alla pari durante il suo master. L'independenza era una cosa essenziale", racconta un'amica. Ci sono anche lo sport - dal canottaggio all'arrampicata, dal nuoto alla corsa -, le uscite, i concerti, le passeggiate a Parigi... C'è soprattutto la preoccupazione costante di prendersi cura degli amici e di andare incontro a coloro che hanno la fortuna di stare per diventarlo. È che attorno ad un bicchiere o ad un buon piatto preparato con cura nessuno resiste al sorriso che attraversa costantemente il suo viso. "Aveva un modo particolare di ridere, come se volesse spingerci a condividere la sua serenità e la sua gioia di vivere". 

Alla ripresa dell'anno accademico, teneva dei corsi alla Sorbona. Rava l'aveva raggiunta a Parigi. Avevano lasciato la loro chambre de bonne di pochi metri quadri per sistemarsi nell'11° arrondissement di Parigi. Quando lui pagava un giro, lei rideva: « Poutain, à cause de toi, nos enfants n’iront pas à l’université ».

lunedì 23 novembre 2015

Notre manière de croire dans la vie

Foto presa velocemente, sotto l'occhio vigile dell'addetto alla sorveglianza del Théâtre National La Colline, insospettito dal mio cellulare.

"Il dolore e la confusione regnano, dagli attentati del 13 novembre.
Non bisogna che questo dolore e questa confusione ci distruggano.
Recitare per voi questa sera è il nostro modo di credere nella vita".

Christophe Honoré e la troupe di Fin de l'histoire (tratto da Gombrovicz).

*

Galli della Loggia fustiga gli europei dalle colonne del Corriere della Sera: saremmo mistificatori, saremmo buoni, avremmo un'insulsa arroganza culturale, enfatizzeremmo i nostri oscuri sensi di colpa, il nostro desiderio di normalità sarebbe un impegno roboante.
C'è da essere orgogliosi, per una volta, se la parola guerra in Italia è una parola tabù, posto che resti tale nonostante le sirene contrarie. Avremmo forse dovuto bombardare qualcuno, dopo le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna? Allora, come oggi, i terroristi sono interni, trovano appoggio ed addestramento fuori dall'Europa, ma sono interni, nati, cresciuti e vissuti in Europa.
Per quanto riguarda la Francia, che è anche Europa, non siamo in pochi a non sentirci in guerra, contrariamente a quello che dichiarano Hollande, il suo primo ministro e molti altri uomini di potere. Noi, o almeno questi non pochi di noi, non ci sentiamo e non siamo in guerra perché gli attentatori sono criminali, non soldati. Tra di noi, poi, molti sono contrari allo stato di emergenza, a una riforma della costituzione proposta sull'onda dell'emozione e a molto altro che ci sta piovendo addosso, anche se solo sei (6) deputati si sono pronunciati contro il prolungamento di ben tre mesi dello stato di emergenza ed altri deputati, più numerosi (21), hanno presentato un emendamento volto al "controllo della stampa, di pubblicazioni di qualsiasi natura nonché (a) quello delle trasmissioni radiofoniche, delle proiezioni cinematografiche e delle rappresentazioni teatrali": per fortuna non è passato, ma lascia lo stesso una traccia vergognosa negli annali dell'Assemblée nationale e di questo Paese. 
Tuttavia, a parte tre eccezioni, non siamo né Hollande né Valls né Mme Mazetier, prima firmataria del suddetto emendamento, e non siamo neanche buoni o migliori di altri. Subito dopo l'attacco in rue de la Fontaine-au-Roi, un giornalista dell'AFP ha filmato dei passanti intenti a prendere delle foto delle vittime riverse a terra. Se un bagaglio ha l'aria di essere abbandonato in una carrozza del métro, alcuni di noi non esitano ad aspettare che il treno stia per ripartire per scagliarlo sul quai un attimo prima della chiusura delle porte, lasciando il problema a quelli che aspettano il treno successivo. Altri, all'indomani dell'eccidio di Charlie Hebdo, non hanno ritenuto di partecipare al minuto di silenzio per le vittime; questi altri erano in prevalenza giovani e giovanissimi. Altri ancora, in quei giorni, hanno preferito immedesimarsi nell'attentatore dell'Hyper Cacher e non nelle sue innocenti vittime.
Diciamo même pas peur, ma in realtà abbiamo paura. Tanta paura che lo scoppio di una lampada di un bar genera del panico tra la folla. Tanta paura che, anche se molti hanno agito con generosità, il 13 novembre, alcuni cittadini non hanno osato aprire la porta di casa per dare rifugio ai sopravvissuti degli attacchi. Tanta paura che l'affluenza nei teatri e nei musei si è ridotta del 50%, subito dopo gli attentati. Tanta che alcuni di noi hanno esitato persino ad uscire sotto casa, sabato mattina (la prefettura raccomandava di restare a casa e di uscire solo se necessario), e ce l'hanno fatta solo nel pomeriggio. Nonostante la paura, il lunedì successivo abbiamo però ripreso a lavorare, a mandare i bambini a scuola, a spostarci con i mezzi pubblici ed in bicicletta, senza alcuna enfasi o retorica. Abbiamo anche chiesto, a quelli che continuavano a scrivere #prayforParis, che non si pregasse per Parigi, ché di religione non abbiamo proprio bisogno, non a livello collettivo.
Abbiamo sensi di colpa, certo, perché le cités sono una gran brutta cosa, frutto di progetti urbanistici disastrosi, anche se non ne siamo tutti responsabili, ma abbiamo anche la consapevolezza che esiste la possibilità di andare a scuola, in questo paese, e di contribuire a renderlo più giusto. Alcuni di noi, poi, hanno sensi di colpa per essere sopravvissuti, altri per il solo fatto di aver fotografato i fiori deposti in omaggio alle vittime. Nessuno di questi sensi di colpa è oscuro.
La normalità è l'unica arma a nostra disposizione, non ne abbiamo altre. Spesso, ci mancano persino le parole, altro che normalità. Sabato, non ne volava nessuna, in giro. Subito dopo gli attentati di gennaio, per strada la gente attaccava bottone facilmente, aveva bisogno di scambiare parole, idee, trovare una spiegazione alla follia omicida che ha eliminato un'intera redazione di un giornale. Sabato 14 novembre no, niente di tutto questo: solo fiori, candele, sguardi bassi, talvolta lacrime e, come colonna sonora, un silenzio assoluto.
A Galli della Loggia han dato fastidio le parole mielose di Antoine Leiris, anche se si limita ad attribuirne la responsabilità ai giornali che le hanno rilanciate. Certo che sono mielose, ma meritano rispetto, mannaggia! Si prendesse, Galli della Loggia, il tempo di leggere il miele di quelle parole con attenzione, senza la mediazione dei giornali, visto che Melvil è un nome maschile, e non femminile, e di considerare, al di là dell'aspetto formale, l'ipotesi che il dolore possa essere più forte dell'odio. Leggesse, Galli della Loggia, altre testimonianze rese dai sopravvissuti (ce ne sarebbero molte altre, ma Galli della Loggia vola alto ed è molto occupato: il suo tempo non va sprecato nella lettura di cronache dal basso). Provasse, Galli della Loggia, prima di stigmatizzare la roboanza della normalità, non dico ad immedesimarsi in un parente o in un conoscente di una vittima o in un sopravvissuto, ma solo a prendere il métro ogni giorno, ad andare in posti affollati come i teatri, i cinema e le mostre, a prendere una birra in terrasse nell'undicesimo o nel decimo, ad un passo dai luoghi dell'eccidio, le narici ancora intasate dall'odore delle centinaia di candele deposte di fronte al Bataclan, che non è niente, rispetto all'odore di quella sala, venerdì sera. Ripensasse, Galli della Loggia, lo stesso Galli della Loggia che ha sostenuto Berlusconi, noto costruttore di una più avanzata democrazia europea, lo stesso Galli della Loggia che ha ravvisato nelle pale eoliche installate in Molise "uno dei peggiori flagelli che si (sia) abbattuto nell'ultimo quindicennio su tutta la Penisola", non dico all'estetica delle pale danesi o tedesche, ma almeno al fatto che affrancarsi dal petrolio puntando sulle energie rinnovabili è una - non la sola, ma una - delle azioni più efficaci per contribuire ad indebolire il terrorismo attuale. E, se anche lui è tra quelli che evita di venire a Parigi ora, provasse a chiedere agli abitanti della Bruxelles di questi giorni se non avvertano un desiderio di normalità e se disdegnino le promesse o gli impegni, per quanto roboanti e più o meno illusori, a mantenerla. E infine, prendesse tutto il tempo che gli serve per farlo, perché non c'è alcuna fretta, ma andasse - s'il lui plaît -, alla prima occasione, in monazza.

mercoledì 18 novembre 2015

«Hai una capra?»




Lo stato di emergenza giustifica certe restrizioni temporanee alle libertà. Ricorrervi significa darci i mezzi di ristabilirle pienamente.

Eccoci qua, in pieno shtetl*.

*
Un vecchio ebreo va dal suo rabbi a lamentarsi: «Non ce la faccio più, rabbi, vivo in una stanza insieme ai miei figli, mia moglie e tutta la mishpoche».
«Hai una capra?», domanda il rabbi.
«Sì, sì, ce l'ho!»
«Perfetto: prendila con te nella stanza».
Il povero ritorna a casa e accoglie la capra nella sua stanza.
Una settimana dopo si precipita dal rabbi, infuriato.
«Ho fatto come mi ha detto, ho preso in casa pure la capra, ma adesso è peggio di prima».
«Hai dei polli?»
«Sì, ne ho tre».
«Prendi anche loro in casa tua».
«Ma rabbi, mi prende in giro?»
«Fa' come ti dico!»
Il pover'uomo fa come gli dice il rabbi e fa anche entrare i tre polli.
Qualche giorno dopo ritorna dal rabbi, disperato: «È un inferno, non ce la faccio più! Io, mia moglie, i figli, i suoceri e per giunta una capra e tre polli, tutti in una stanza!»
«Togli la capra», risponde il rabbi, «e starai meglio».
Quanche tempo dopo l'uomo ritorna dal rabbi e gli dice: «Rebbe, sa, va un po' meglio, però quei tre polli sono una tortura e noi stiamo stretti e...»
«Togli anche i polli», dice il rabbi e l'uomo, salutatolo, ritorna a casa.
Di lì a qualche giorno il rabbi vede venirgli incontro l'uomo raggiante.
«Rabbi», esclama, «non c'è uomo più saggio di lei: la mia casa è diventata un vero paradiso!»

martedì 17 novembre 2015

lunedì 16 novembre 2015

Vous n’aurez pas ma haine/Non avrete il mio odio

di Antoine Leiris, 16 novembre 2015

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio. Non so chi voi siate e non voglio saperlo, siete delle anime morte. Se quel Dio per il quale uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Quindi non vi farò questo regalo di odiarvi. Eppure l'avete cercato, ma rispondere all'odio con la rabbia sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Perso. Same player shoot again.

L'ho vista questa mattina, finalmente, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando me ne sono perdutamente innamorato più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore; vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso delle anime libere a cui voi non avrete mai accesso.

Siamo in due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Del resto non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil, che si sta risvegliando dal suo riposino. Ha solo 17 mesi, mangerà la sua merenda come tutti i giorni, poi andremo a giocare come tutti i giorni e, per tutta la vita, questo bambino vi farà l'affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete nemmeno il suo odio.


lunedì 2 novembre 2015

Tu frut, tu omp, tu muart

Celeste Bach!

Tu frut, tu omp, tu muart,
pleas in ta la çera a vif
l'eternitàt tai nustris cuarps.
A vif l'eternitàt tal flour
dai nustris aìns q'a no finissin...
Ma cui çantia tant dols e alt,
  «Crist!
viers li puartis serenis
viers li puartis q'a entri
jenfra i òmis la muart»?

Pier Paolo Pasolini
Fondo Pasolini presso Luigi Ciceri





Tu ragazzo, tu uomo, tu morto
piegati sulla terra vive
l'eternità nei nostri corpi.
Vive l'eternità nel fiore
dei nostri anni che non finiscono...
Ma chi canta così dolcemente e forte
  «Cristo!
verso le porte serene
verso le porte da cui entra
in mezzo agli uomini la morte»?

Bach rappresentò per me in quei mesi la più forte e completa distrazione: rivedo la stanzetta dei Cicuto, il leggio aperto alla luce della finestra, P[ina] che dà la pece all’arco, e lo spartito delle “sei sonate”…rivedo ogni rigo, ogni nota di quella musica; risento la leggera emicrania che mi prendeva subito dopo le prime note, per lo sforzo che mi costava quell’ostinata attenzione del cuore e della mente. La piccola stanza spariva, sommersa dall’argento freddissimo e ardentissimo del Siciliano: io lo ascoltavo e lo svisceravo, particolare per particolare; avevo scritto degli “studi” […]. Era soprattutto il Siciliano che mi interessava, perché gli avevo dato un contenuto, e ogni volta che lo riudivo mi metteva, con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto: una lotta, cantata infinitamente, tra la Carne e il Cielo, tra alcune note basse, velate, calde e alcune note stridule, terse, astratte. come parteggiavo per la Carne! Come mi sentivo rubare il cuore da quelle sei note, che, per un’ingenua sovrapposizione di immagini, immaginavo cantate da un giovanetto. E come, invece, sentivo di rifiutarmi alle note celesti! È evidente che soffrivo, anche lì, d’amore; ma il mio amore trasportato in quell’ordine intellettuale, e camuffato da Amore sacro, non era meno crudele.
Dai Quaderni rossi

venerdì 30 ottobre 2015

Dizionario di tutte 'e cose: L come Lacune

Lieber Dr. Thomas Mann! Obwohl wir uns nicht persönlich kennen, muß ich Sie darüber informieren, daß vor drei Wochen ein Deutscher in unsere Stadt gekommen ist, der behauptet, Sie zu sein. Da ich Sie - wie wir alle in Drohobycz - nur von Fotografien aus den Zeitungen kenne, kann ich nicht mit letzter Sicherheit sagen, daß Sie es nicht sind, aber allein die Geschichten, die er erzählt - von seiner abgetragenen Kleidung und dem starken Körpergeruch abgesehen, der ihn umgibt -, machen ihn verdächtig.

Maxim Biller, Im Kopf von Bruno Schulz, 2013

Caro Dottor Thomas Mann! Nonostante non ci conosciamo personalmente, devo informarLa del fatto che un tedesco che sostiene di essere Lei è venuto nella nostra città tre settimane fa. Siccome io - come noi tutti, a Drohobycz - La conosco solo da fotografie sui giornali, non posso dire con tutta certezza che Lei non sia lui, ma già le storie che lui racconta - fatta eccezione per il suo vestito liso e il forte odore del suo corpo, che lo circonda  - lo rendono sospetto.

Nel 1938, Bruno Schulz scrisse una lettera a Thomas Mann, allora in esilio a Zurigo, accompagnata da un racconto scritto in tedesco. Non ci sono giunti né la lettera né il racconto. Maxim Biller ha provato a colmare questa lacuna.
È da un po' che mi capita di leggere tentativi di colmare lacune di questo tipo. Sono tanto numerosi che mi vien da pensare che si scrivano solo libri così o almeno che io, più o meno inconsciamente, non cerchi che quelli. Del resto, come avrei potuto resistere al racconto di Juna (deludente), a quello di Maggiani, che dà voce al popolo privo di voce (molto bello, almeno in quella parte) o alla storia di Benjamin che riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti (audace)? Se l'avessi fatto, avrei ignorato che, quando io avevo 7 anni e cercavo volumi in una piccola biblioteca di quartiere, Benjamin passava il tempo nella biblioteca pubblica di New York. Di questo passo, prima o poi troverò i nomi dei mandanti delle stragi italiane, almeno in letteratura.

W. B.

Einmal dämmert Abend wieder,
Nacht fällt nieder von den Sternen,
Liegen wir gestreckte Glieder
In den Nähen, in den Fernen.

Aus den Dunkelheiten tönen
Sanfte kleine Melodeien.
Lauschen wir uns zu entwöhnen,
Lockern endlich wir die Reihen.

Ferne Stimmen, naher Kummer - :
Jene Stimmen jener Toten,
Die wir vorgeschickt als Boten
Uns zu leiten in den Schlummer.

Hannah Arendt

Fino a stasera ignoravo che la Arendt avesse abitato davanti al gelataio dove ogni tanto vado. Quante leccate inconsapevoli. Le prossime acquisteranno un gusto diverso, il gusto mnemosine. 


(Un giorno ritornerà ad imbrunire, la notte cadrà dalle stelle; sdraiati, le membra distese, saremo qui vicino, lontani da qui. Dalle tenebre risuonano dolci brevi melodie. Ascoltiamoci perdere le nostre abitudini, rompiamo infine le righe. Voci lontane, vicini affanni: quelle voci di quei morti mandati in avanscoperta, come messaggeri, per condurci in un lieve sonno.)

mercoledì 9 settembre 2015

Queste saremmo noi

Queste saremmo noi, se avessimo una foto che ci ritrae assieme, ma la foto non esiste, perché lei fotografa me, oltre ad altre cose, mentre io fotografo sempre meno e comunque, di preferenza, cartelli.
Lei sarebbe la bionda, con le gambe lunghe, io quella con il ciuffo bianco alla Aldo Moro, cui devo ricorrere non solo per riferimenti appresi per meri motivi d'anagrafe, ma soprattutto perché nessuno, a parte gli Stefani, conosce il ciuffo che mi viene da mia madre e, come avranno già capito i lettori più scaltri, con le gambe non altrettanto lunghe, nonostante non avessi l'intenzione di usare un eufemismo, ma ormai è fatta e non ho voglia di tornare indietro, cancellare e trovare l'espressione realistica appropriata, ché mi aspetta l'ultimo capitolo di LTI di Klemperer e non vorrei farlo aspettare troppo.
Lei sarebbe quella che usa il corpo per muoversi verso nuove mete, forare il vento - capacità da non sottovalutare, in quanto appresa nel paesaggio triestino, dove il vento può farsi muro -, arrivare in tempo a prendere l'aereo pur partendo tardi perché il tempo passato al gate sarebbe tempo perso, mentre io quella che se lo porta visibilmente dietro perché non saprebbe dove lasciarlo, quando si sposta, naturalmente con un generoso anticipo, se da sola, generoso perché regala sempre tempi supplementari per la lettura, cancellando la nozione di attesa. In una foto che ci cogliesse uscire dal portone di casa, presa verosimilmente da Maria, la portinaia portoghese, usciremmo ad un orario intermedio tra il mio ed il suo, come si capirebbe chiaramente dal fatto che non correremmo, né io mi fermerei a leggere l'avviso dell'EDF sul portone, che pure sarebbe ben visibile, sullo sfondo, ché Maria è precisa e ha la mano ferma. Il tacco alto che si vedrebbe in basso a destra, sotto il mio piede, sarebbe di una passante: si tratterebbe di un banale scherzo prospettico, non voluto da Maria.
Più in generale, lei sarebbe quella con gli occhiali da sole sui capelli, evidentemente fotofobici, io da vista, sul naso, a stampigliarvi una striscia bianca dietro il ponte, quando il sole è abbastanza forte da abbronzarmi.
Lei sarebbe quella con la sciarpa, io anche.
Lei sarebbe quella senza borsetta, ché è un oggetto inutile, a parte la mia.
Lei sarebbe quella pettinata, in ogni circostanza meteorologica fissata dalla foto, se ci fosse. Lei, ripeto.
Lei sarebbe quella che distrae lo sguardo per usare l'app che non è ancora uscita, io quella con lo sguardo interrogativo di chi, usando la semplice funzione telefonica, ormai abbastanza accessoria e teoricamente non troppo complicata, per parlare con la propria madre, nota una prima coincidenza nel vedere lei che risponde dopo il primo squillo e una seconda nel sentire la voce di lei, e non quella materna - due coincidenze, non una selezione di un numero sbagliato.
Lei sarebbe quella che riesce a fare un trasloco in bicicletta; non sarebbero degli oggetti fotomontati, quelli che vedeste nel suo cestino, mentre io sarei quella che arranca dietro, piccola piccola, quasi presa per sbaglio nel quadro della foto.
Lei sarebbe quella che si ritrae un po' trovando il coraggio necessario per affrontare lo scatto della macchina fotografica con un movimento delle spalle verso il ritrattista e/o socchiudendo gli occhi, io quella che trova più efficace, come rimedio, frapporre tra la macchina ed il proprio volto le mani, che lei trova belle, per inciso di vanagloria.
Lei sarebbe quella che, se la foto, oltre ad esistere, parlasse, avrebbe un bellissimo accento austro-ungarico, discorrendo in tedesco, ereditato dalla nonna, e con qualche lieve sfumatura milanese, nella pronuncia italiana, che non si spingerebbe tuttavia ad appropriarsi di aperture vocaliche paragonabili alla sottil[ɛ]tta. A me non va di parlare del mio accento, non solo perché se la foto parlasse sarebbe un video, ma anche perché ci pensano già i francesi, durante quasi ogni primo incontro, a farlo. E, nell'ipotesi detta, sarebbero le sue, le scarpe che scricchiolano, sia chiaro.
E credo che si vedrebbe, comunque, davanti al portone di casa o in qualsiasi altro luogo, che ci amiamo.
E sì, Klemperer, scusa, arrivo.

giovedì 27 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose 2015 - Edizione ampliata e corretta

Migranti, clandestini, profughi, rifugiati, richiedenti asilo, illegal aliens, undocumented immigrants, sans-papiers: con giravolte continue se ne definiscono i contorni, se ne regolano le accezioni.

In questo momento, illegal alien è preferito dai repubblicani statunitensi, mentre undocumented immigrant dai democratici. In Italia, si riconosce un simpatizzante di destra da uno di sinistra nello stesso modo: il primo non disdegna di parlare di clandestini, il secondo ha una chiara preferenza per migrante. Un po' ovunque in Europa, un rifugiato merita più rispetto di un profugo, il profugo più di un migrante e quest'ultimo più di un clandestino - sappiatelo, ricercatori del futuro.  L'expatriado e i suoi omologhi, avendo sia los papeles sia una professione, non hanno alcun problema di rispetto, anzi, possono essere persino motivo di vanto, perché contribuiscono alla giusta dose di diversity ed alla vitalità del mercato immobiliare.

La distinzione tra migrante legale e illegale è in palese via di estinzione, almeno sulla stampa. Per questione di brevità, i giornali preferiscono in genere usare migrante e basta, senza qualificazioni, anche se nella stragrande maggioranza dei casi l'illegalità è sottintesa. Un migrante, nel momento in cui scrivo, potrebbe in breve tempo raggiungere lo status esclusivo di sinonimo di migrante illegale. Il migrante, se è molto fortunato, diventa immigrato: in questo caso, una volta stabilitosi, diventa un individuo di origine straniera, ovvero mit Migrationshintergrund, concetto che però si estende anche ai suoi figli, anche quando sono nati nel paese in cui il genitore è riuscito ad immigrare. L'ex concetto di migrante legale tende via via a ridursi al solo turista, che è tuttavia un termine in via di rapido deterioramento, in particolare a Barcellona, Lisbona e Heidelberg, a Venezia il deterioramento essendo giunto a compimento già da decenni.

In via generale, il migrante non dovrebbe migrare, né del resto il rifugiato rifugiarsi, in particolare in Polonia, pur venendo così meno alla sua ragion d'essere, a meno che non riceva un invito a farlo, meglio per iscritto su carta intestata dello Stato concerné, nel qual caso rientra nella famiglia dell'immigration choisie, cui si contrappone quella subie.

Il vocabolario europeo si sta arricchendo anche di nuovi, raffinati termini e concetti all'altezza della sua storia: Asylbetrügerwelfare tourist. Il primo è un migrante che al posto di rispondere agli annunci di lavoro del proprio paese, preferisce chiedere asilo in Germania. Il secondo è un migrante che, dopo aver comparato le tabelle delle prestazioni sanitarie, scolastiche, pensionistiche, ecc. dei diversi paesi europei, sceglie il paese che ne garantisce il miglior rapporto qualità-prezzo, che è sempre l'Inghilterra, secondo il primo ministro inglese, anche se i Nuovi Finlandesi sono di tutt'altro avviso. 

Un migrante si può rinchiudere fino a 6 mesi, prorogabili di ulteriori 6 mesi, per poterne accertare l'identità. Si può provare ad impedirgli l'accesso con una barriera, che può essere accettabile e finanziata da fondi europei, come quella di Ceuta e Melilla, o sconveniente e stigmatizzabile, come quella ungherese. Sulla mano di un migrante si può scrivere un numero con un pennarello. Un migrante si può lasciar vivere in campi improvvisati privi d'acqua o sugli scogli tra due stracci, si può espellere in un paese sicuro come la Libia, si può anche bastonare. Un migrante non può farsi assumere, affittare un appartamento, aprire un conto in banca o guidare un'auto: è già così in molti paesi, ma l'Inghilterra lo sta per introdurre nel suo corpus legislativo. Meglio togliere ogni dubbio e privilegiare la certezza del diritto. In via preventiva, prima che varchi quella linea immaginaria che separa noi dagli altri, contro un migrante si possono usare i gas lacrimogeni, per il momento sia in Macedonia sia in Grecia. Come segnale di benvenuto, contro l'Asylbetrüger, si può usare il fuoco, come attestato in una lunga serie di azioni, talvolta sostenute da cittadini non militanti e da famiglie per bene, accompagnate dai figli. Contro un uomo no, contro un uomo non si può fare niente di tutto questo, l'uomo ha dei diritti inalienabili.

mercoledì 19 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose: G come Genio

È in corso la costruzione della barriera voluta da Orbán per fermare il flusso dei migranti. C'è un punto, tuttavia, dove l'opera è già completata: si trova in corrispondenza del triplice confine tra Ungheria, Serbia e Romania.


sabato 15 agosto 2015

Berlino, 1921

 Alice Croner e Walter Benjamin

mercoledì 12 agosto 2015

Portbou, luglio 2015

Sono venuta fisicamente a Portbou, endlich.
Ho quindi visto Portbou o, meglio, ho visto quello che ho voluto vedere: il paese, la ferrovia, la chiesa, gli alberi bruciati sulle alture intorno, le gettate di cemento del complesso parcheggione-banchina del porto nuovo, i turisti davanti ai condomini fronte mare ed un esercizio della memoria ipertrofica declinata in forma di targhe disseminate in molti punti del paese e del suo cimitero, a partire da quella esibita sulla facciata del tuo ultimo albergo, di una stele di una tomba fittizia ricoperta di pietre, alcune, per il timore che la funzione delle nude pietre non bastasse, provviste di scritte esplicative a pennarello, che la pioggia penserà ad attenuare fino al giusto oblio, del famoso monumento inclusivo di targa di anniversario della posa del monumento medesimo, come se la memoria avesse smesso di essere diretta a te per parlare solo di sé, chiudendosi in se stessa, di citazioni tratte dalle tue opere e del centro che un giorno sarà dedicato interamente a te, salvo la targa da dedicare al politico che provvederà ad inaugurarlo. Ti farò sapere il suo nome, se non tergiverseranno ancora a lungo.
Ho anche dovuto rispondere ad una serie di domande di un'inchiesta rivoltemi, all'uscita dal cimitero, da un esperto di architettura del paesaggio, ma ignaro di lingue diverse dalla sua, cui ho cercato di restituire - in uno spagnolo inventato che si arricchiva via via che ascoltavo le domande - le mie impressioni fresche fresche sul monumento, tratte percorrendo el circuito a te dedicato in senso inverso rispetto a quello che lui stesso mi aveva suggerito prima che lo affrontassi, con l'avvertimento che non mi riusciva proprio di districare, così, a caldo, l'effetto della visita dalle letture delle tue opere (mi è uscito un improbabile todo es entrelazado). Alla fine dell'intervista, l'esperto deve essere rimasto piuttosto deluso, mentre io avevo sistemato già qualche aggettivo possessivo, anche se continuo ad ignorare quelli delle persone che non abbiamo avuto modo di usare: tutti i plurali, ad esempio. Du hättest Spaß gehabt.
Speravo di poter continuare ad immaginare il tuo ultimo sguardo posato su un posto bello. Non credo che lo fosse nemmeno nel 1940, non in quella camera d'albergo senza vista né sul mare né sui colli, ma questo è un dettaglio, naturalmente, rispetto ai pensieri che devono aver accompagnato la tua lunga fuga. Sappi invece - ed è solo per questo che ti scrivo oggi, in fondo - che c'è una barchetta vicino a riva, discreta, che non attira l'attenzione dei bagnanti, ancorata con la prua verso terra, su cui ha fisso lo sguardo, e la poppa verso l'orizzonte, come il tuo angelo della storia, con la schiena rivolta al futuro.


Ed i tuoi libri, naturalmente, in molte case e in tutte le biblioteche, e quelli altrui, ma anche molta memoria, ancora da costruire, di tutti gli uomini con una valigia, ma soprattutto di quelli senza nemmeno quella.

mercoledì 15 luglio 2015

αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις/queste cose che l'anima respinge


Και τι φρικτή η μέρα που ενδίδεις,
(η μέρα που αφέθηκες κ’ ενδίδεις),
και φεύγεις οδοιπόρος για τα Σούσα,
και πηαίνεις στον μονάρχην Aρταξέρξη
που ευνοϊκά σε βάζει στην αυλή του,
και σε προσφέρει σατραπείες και τέτοια.
Και συ τα δέχεσαι με απελπισία
αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις.
Άλλα ζητεί η ψυχή σου, γι’ άλλα κλαίει·
τον έπαινο του Δήμου και των Σοφιστών,
τα δύσκολα και τ’ ανεκτίμητα Εύγε·
την Aγορά, το Θέατρο, και τους Στεφάνους.
Aυτά πού θα σ’ τα δώσει ο Aρταξέρξης,
αυτά πού θα τα βρεις στη σατραπεία·
και τι ζωή χωρίς αυτά θα κάμεις.

Κωνσταντίνος Καβάφης
Η Σατραπεία

E che giorno terribile, se cedi
(il giorno che ti lasci andare e cedi)
e ti fai pellegrino verso Susa,
e giungi ad Artaserse, al grande re,
che benigno t'ammette alla sua corte
e t'offre satrapie, cariche, onori.
Tu, tu le accetti con disperazione,
queste cose che l'anima respinge.
Altro l'anima cerca e d'altro piange:
quelle lodi del popolo e dei saggi,
i "bravo!" inestimabili, difficili,
e l'Agorà, il Teatro, le Corone!
E come potrà dartele Artaserse,
come trovarle nella satrapia
queste cose? Ma senza queste cose,
che vita -dimmi- sarà mai la tua?

Kostantinos Kavafis
La satrapia
traduzione di F. M. Pontani

venerdì 26 giugno 2015

melde

                                    für Volker Braun

von staub bedeckt, wie alle pilger,
am rhein entlanggewandert, an der moldau,
eben zurückgekehrt aus spanien, aus bulgar-

ien, fernost: so rastet sie am rand
von äckern und von straßen, nicht nur milde,
wenn wir vorrüberrasen, unerkannt,

unkenntlich, winkt uns nach mit ihren zähen blättern;
geht in der landschaft auf wie im gemälde
der firnis, blüht bescheiden, blüht in schmetter-

lingen, solidarisch mit dem schutt,
nicht dem erschütterer, liebt das malade,
das brüchige: ihr staat

ist überall; von pfützen, wo die winzigen klammern
der wasserläufer die wolken halten, der mulde
voll schlamm und unkraut; von jenseits des rostigen hammer-

krans ruft es, von brache, schrottplatz, müllde-
deponie, durchs flirren eines ganzen, langen sommers,
meldet beharrlich, ungehorsamst, die melde.

Jan Wagner, Regentonnenvariationen, Hansen Berlin, 2014



                                   per Volker Braun

ricoperto di polvere, come tutti i pellegrini,
migrato lungo il reno, la moldava,
appena ritornato dalla spagna, dalla bulga-

ria, dall'estremo oriente: così sosta al bordo
di campi, di strade, non solo mite,
quando gli sfrecciamo oltre, senza riconoscerlo,

irriconoscibile, ci fa cenno con le sue foglie tenaci;
si leva nel paesaggio come nel quadro
la vernice, fiorisce sobriamente, fiorisce a far-

falle, solidale con i ciottoli,
non con chi lo scuote, ama il malato,
il fragile: il suo paese

è ovunque; dalle pozzanghere, dove i minuscoli tarsi
degli insetti pattinatori trattengono le nuvole, dalle conche
piene di fango ed erbacce; dall'altra parte della gru a testa di mar-

tello arrugginita chiama, da campo a maggese, parco rottami, disca-
rica, attraverso lo scintillio di un'intera, lunga estate,
semplice si presenta, perseverando, disobbediendo, l'atreplice.


(Dedicata alla libera circolazione delle persone, ovvio.)


martedì 23 giugno 2015

Dizionario di tutte 'e cose: U come Urto

E poi ho cominciato ad amare lo spazio, i grandi spazi, perché nei grandi spazi il tuo pensiero vaga. Invece, al giorno d'oggi, cosa abbiamo? Abbiamo degli spazi piccoli e ristretti, così andiamo ad urtare con tutte le nostre idee.

Libereso Guglielmi, Libereso, il giardiniere di Calvino - Da un incontro di Libereso con Ippolito Pizzetti, Tarka


Cfr., volendo.

martedì 19 maggio 2015

Concordanze, dissonanze, rimandi

πάντα γέλως καὶ πάντα κόνις καὶ πάντα τὸ μηδέν,
πάντα γὰρ ἐξ ἀλόγων ἐστὶ τὰ γινόμενα
(tutto è risata e tutto è polvere e tutto è niente,
tutto ciò che accade è infatti senza ragione)

Glicone, X secolo

***

Soneto

Mientras por competir con tu cabello
oro bruñido al sol relumbra en vano;
mientras con menosprecio en medio el llano
mira tu blanca frente el lilio bello;
mientras a cada labio, por cogello,
siguen más ojos que al clavel temprano,
y mientras triunfa con desdén lozano
del luciente cristal tu gentil cuello,
goza cuello, cabello, labio y frente,
antes que lo que fue en tu edad dorada
oro, lilio, clavel, cristal luciente,
no sólo en plata o viola troncada
se vuelva, mas tú y ello juntamente
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada.

Luis de Góngora, 1582

***

Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt.

Rainer Maria Rilke, 1923

(noi non abbiamo mai, nemmeno per un solo giorno,/ lo spazio puro dinanzi a noi, in cui i fiori/si aprono all'infinito. È sempre mondo/ e mai un nessun luogo senza nulla: il puro,/ insorvegliato, che si respira e/ si sa infinito e non si desidera)

***

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido
indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia di un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lancia fiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
- potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
anche…e parlando onorato:
“mia donna venne a me di Val di Pado”
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
non quagliamo acque lacustri e commoventi pioppi
non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei territori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento
ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti del cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

Vittorio Sereni, 1965

***

Mandate a dire all'imperatore

nulla nessuno in nessun luogo mai
Vittorio Sereni

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Pierluigi Cappello, 2006

giovedì 14 maggio 2015

N° 113

L'AGENT PUBLIC. L'acte doit être rectifié par le procureur.
Il y a une inversion dans votre nom et prénom.
Votre patronyme c'est quoi ?
N° 113. Benjamin.
L'AGENT PUBLIC. Or ils ont mis Walter. 
L'AGENT PUBLIC. Cet acte que vous me réclamez c'est pour quoi faire ?
N° 113. Un visa, Madame.
L'AGENT PUBLIC. Il vous faut saisir le procureur parce qu'il y a un problème.
L'AGENT PUBLIC. Ils ont mis Benjamin.
N°113. Benjamin ?
L'AGENT PUBLIC. « Benjamin » ce n'est pas votre prénom, vous en êtes bien sûr ?
N°113. Walter, Madame.

L'AGENT PUBLIC. Né à Berlin ?
N° 113 :-( C'est ça.
L'AGENT PUBLIC. Hébergé à l'hôtel ?
N° 113. Au 6 de la rue Beauvau.
L'AGENT PUBLIC. Avez-vous une pièce d'identité sur vous pour vérifier vos nom et prénom ?
N° 113. Une carte de bibliothèque.

L'AGENT PUBLIC. :-) J'ai trouvé !
La préfecture a saisi votre PRÉNOM en CAPITALE, suivi de votre NOM en MINUSCULE.
Vous avez changé d'identité.
Monsieur BENJAMIN, vous êtes enregistré, chez nous, sous le patronyme de : WALTER.
WALTER Benjamin.
Il faut saisir le procureur.

Sonia Chiambretto, État civil, Nous grmw, 2015


IL PUBBLICO UFFICIALE. L'atto deve essere rettificato dal procuratore.
C'è un'inversione tra il suo cognome e il suo nome.
E il suo cognome qual è?
N° 113. Benjamin.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ora hanno messo Walter.
IL PUBBLICO UFFICIALE. A cosa le serve questo atto che mi richiede?
N° 113. Per un visto, signora.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Deve rivolgersi al procuratore perché c'è un problema.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Hanno messo Benjamin.
N°113. Benjamin?
IL PUBBLICO UFFICIALE. «Benjamin» non è il suo nome, ne è proprio sicuro?
N° 113. Walter, signora.

IL PUBBLICO UFFICIALE. Nato a Berlino?
N° 113. :-( È così.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ospitato in quale albergo?
N° 113. In rue Beauvau 6.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ha con lei un documento d'identità per verificare il suo nome e cognome?
N° 113. Una tessera della biblioteca.

IL PUBBLICO UFFICIALE. :-) Trovato!
La prefettura ha inserito il suo NOME in MAIUSCOLO, seguito dal suo COGNOME in MINUSCOLO.
Lei ha cambiato identità.
Signor BENJAMIN, lei è registrato, nei nostri registri, col cognome di: WALTER.
WALTER Benjamin.
Bisogna rivolgersi al procuratore.

 

sabato 25 aprile 2015

Una idea è una idea e nessuno la rompe

Udine li 14 marzo 1945

Dalle mie prigioni vi scrivo.

Carissimi famigliari, vengo a voi con queste mie ultime parole, facendovi sapere che sono condannato a morte, ma non disperatevi per me. Speriamo che tutto vada bene, se non va bene va male. Cara mamma se anche muoio io ti restano lo stesso altri quattro leoni, niente da fare così è il destino, io e Gino Nosella, i più disgraziati dei condannati a morte.
Luigi detto Boschin (parte?) per la Germania, Vi faccio sapere che insieme a noi due è anche il cugino Benito di Cordovado; anche lui condannato a morte. Speriamo che tutto vada bene, ma siamo che aspettiamo momento per momento e siamo in trentasette condannati a morte.
Un saluto ai parenti e ai paesani.
Una idea è una idea e nessuno la rompe. A morte il fascismo e viva la libertà dei popoli. Un saluto a Natale Tomba e a sua moglie Gigia e ai padroni.
Se il destino e sfortuna mi rapì, vi chiedo perdono a tutti, papà mamma e fratelli. Girare attorno qua e là per la prigione e a dirsi che siamo condannati a morte, ma ormai è così e viva la libertà dei popoli.
È così l’ultimo saluto che vi faccio.
Bacioni ai nonni che preghino per me tanto e vi bacio tutti.
Vostro                        Luigi

Luigi Ciol (Resistere)
Di anni 19 - nato a Cintello di Teglio Veneto (Venezia) il 4 ottobre 1925 -. Partigiano con il grado di caposquadra nella Brigata "Iberati" operante nella zona di Venezia -. Catturato il 22 gennaio 1945 a Fossalta di Portogruaro - tradotto nelle carceri di Udine - torturato -. Processato il 14 marzo 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine, per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 9 aprile 1945 a Udine con altri ventotto partigiani.

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi

mercoledì 22 aprile 2015

Auswanderer-Schiff

Auswanderer-Schiff
Neapel

Denk: daß einer heiß und glühend flüchte,
und die Sieger wären hinterher,
und auf einmal machte der
Flüchtende kurz, unerwartet, Kehr
gegen Hunderte –: so sehr
warf sich das Erglühende der Früchte
immer wieder an das blaue Meer:
als das langsame Orangen-Boot
sie vorübertrug bis an das große
graue Schiff, zu dem, von Stoß zu Stoße,
andre Boote Fische hoben, Brot, –
während es, voll Hohn, in seinem Schooße
Kohlen aufnahm, offen wie der Tod.

Rainer Maria Rilke



Nave di emigranti
Napoli

Immagina un uomo in fuga, accaldato, fervente,
tallonato dai vincitori,
che d'improvviso si rivolti
per un attimo, inaspettatamente,
contro centinaia di avversari: con la stessa intensità
il bagliore dei frutti continuava a proiettarsi
sul mare azzurro,
quando la lenta barca delle arance
le traghettò fino alla grande
nave grigia, su cui, urto dopo urto,
altre barche issavano pesce, e pane,
mentre quella, beffarda, accoglieva
carbone nel suo grembo, spalancata come la morte.


mercoledì 15 aprile 2015

That's how I was

There was a madman in Vilna, he walked into a synagogue and saw a painter standing on top of a ladder and painting the ceiling. So he said to him 'hold on the brush because I'm taking away the ladder.' That's how I was: I held onto the brush and held myself, did not fall down. That was the remarkable thing.

Abraham Sutzkever, Selected Poetry and Prose, translated from the Yiddish by Barbara and Benjamin Harshav



C'era un pazzo a Vilnius: entrò in una sinagoga e vide che in cima ad una scala c'era un pittore che stava dipingendo il soffitto. Poi gli disse 'reggiti al pennello ché tolgo la scala'. Ecco com'ero: mi sono aggrappato al pennello e mi son tenuto, non sono caduto. Era questa la cosa straordinaria.

martedì 10 marzo 2015

am ende

am ende wird es ein erdenaufenthalt gewesen sein,
der kaum zu ordnen war, für mich, der ich
immer ordentlich bin.

Rolf Persch (1949-2015)


alla fine

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
che è stato difficile da mettere in ordine, per me che
sono sempre ordinato.

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
difficile da mettere in ordine, mentre io
sono sempre ordinato.

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
che io - che sono sempre ordinato -
ho stentato a mettere in ordine.

alla fine sarò passato di qui
senza aver messo quasi niente in ordine
io che di regola sono ordinato.

alla fine sarò passato di qui
senza aver messo niente a posto.

alla fine sarò passato.

domenica 1 febbraio 2015

Zu guter Letzt

Als Kind wußte ich:
Jeder Schmetterling
den ich rette
Jede Schnecke
und jede Spinne
und jede Mücke
jeder Ohrwurm
und jeder Regenwurm
wird kommen und weinen
wenn ich begraben werde

Einmal von mir gerettet
muß keines mehr sterben
Alle werden sie kommen
zu meinem Begräbnis

Als ich dann groß wurde
erkannte ich:
Das ist Unsinn
Keines wird kommen
ich überlebe sie alle

Jetzt im Alter
frage ich: Wenn ich sie aber
rette bis ganz zuletzt
kommen doch vielleicht zwei oder drei?

Erich Fried


Da ultimo

Da bambino sapevo:
ogni farfalla
che salvo
ogni lumaca
ed ogni ragno
ed ogni moscerino
ogni forbicina
ed ogni lombrico
verranno e piangeranno
quando verrò sepolto

Una volta salvato da me
nessuno deve più morire
Tutti verranno
al mio funerale

Quando sono cresciuto
ho riconosciuto:
è assurdo
non verrà nessuno
io sopravviverò a tutti

Ora invecchiando
chiedo: se io però
li salvo fino all'ultimo esemplare
magari ne verranno almeno due o tre?

L'ora giusta

Once he was asked "Ho do you combine socialism and mysticism?" He answered, in his gay quaint way, "I like to hang out my red flag from the ground floor and then go up above to see how it looks".
E.M. Forster, The Creator as Critic and Other Writings

C’è gente cui piace «mettere fuori la bandiera rossa al pianterreno e poi salire sopra per vedere che effetto fa», così diceva di sé Edward Carpenter;  Carpenter metteva la bandiera rossa al pianterreno e poi prendeva l'ascensore per andarsene in terrazza, le stelle l'armonia lo spirito, non credo che la bandiera rossa gli facesse poi tanto effetto.
Con queste pagine non metto una bandiera rossa al pianterreno: non saprei goderne l'effetto dalla terrazza; né, restando al pianterreno, potrei salutarla con fede. Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono; ma pare che in Italia basta ci si affacci a parlare il linguaggio della ragione per essere accusati di mettere la bandiera rossa alla finestra. As you like. Nelle pagine che seguono ho ricordato la dura signoriadei del Carretto su un povero paese della Sicilia, qui mi vien fatto di ricordare quel ministro di polizia dello stesso nome che nelle prigioni del Regno delle Due Sicilie cacciò gli uomini che allora parlavano il linguaggio della ragione; il ministro del Carretto pare sia destinato a restare come familiare fantasima nella storia d'Italia, diciamo - Mazzini Garibaldi Pisacane, Risorgimento Resistenza Repubblica - e l'ombra del ministro del Carretto intanto si muove come uno spettro di famiglia in un castello di Scozia.
Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione. La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice - basta un colpo di penna - come dicesse - un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l'ingiustizia e il sopruso. Paolo Luigi Courier, vignaiuolo della Turenna e membro della Legion d'onore, sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna: una «petizione alle due Camere» per i salinari di Regalpetra per i braccianti per i vecchi senza pensione per i bambini che vanno a servizio. Certo, un po' di fede nelle cose scritte ce l’ho anch'io come la povera gente di Regalpetra: e questa è la sola giustificazione che avanzo per queste pagine.
Regalpetra, si capisce, non esiste: «ogni riferimento a fatti accaduti e a persone esistenti è puramente casuale». Esistono in Sicilia tanti paesi che a Regalpetra somigliano; ma Regalpetra non esiste. Esistono a Racalmuto, un paese che nella mia immaginazione confina con Regalpetra, i salinari; in tutta la Sicilia ma sono braccianti che campano 365 giorni, un lungo anno di pioggia e di sole, con 60.000 lire; ci sono bambini che vanno a servizio, vecchi che muoiono di fame, persone che lasciano come unico segno del loro passaggio sulla terra - diceva Brancati - un'affossatura nella poltrona di un circolo. La Sicilia è ancora una terra amara. Si fanno strade e case, anche Regalpetra conosce l'asfalto e le nuove case, ma in fondo la situazione dell'uomo non si può dire molto diversa da quella che era nell'anno in cui Filippo II firmava un privilegio che dava titolo di conti ai del Carretto e Regalpetra elevava a contea.
Giorni addietro un mio parente mi diceva - ho saputo che hai scritto delle castronerie sui ragazzi che vanno a servizio, davvero castronerie sono, io sto cercando per terra e per mare un ragazzo per i servizi di casa, manco a pagarlo a peso d'oro lo trovi. Dico - bene, è segno che si sta meglio. Bestemmiando mi investe - bene un c...; io non posso trovare un ragazzo e tu mi dici bene, capisci che senza un ragazzo non posso andare in campagna?; e poi non credere che sia impossibile trovarlo perché ora si sta meglio; meglio un c... si sta; è che non vogliono venire a servizio per orgoglio, si contentano morire di fame. Involontariamente dico ancora - bene. Per fortuna non sente, continua - sai che mi disse una mamma che voleva allogare il figlio da me?, mi disse che era delicato e almeno un uovo al giorno avrei dovuto dargli; così sono fatti oggi i poveri, e tu scrivi...
Questo c'è di nuovo: l'orgoglio; e l'orgoglio maschera la miseria, le ragazze figlie di braccianti e di salinari passeggiano la domenica vestite da non sfigurare accanto alle figlie dei galantuomini, e galantuomini commentano - guardate come vestono, il pane di bocca si levano per vestire così -; e io penso - bene, questo è forse un principio, comunque si cominci l'importante è cominciare. Ma è un greve cominciare, è come se la meridiana della Matrice segnasse un'ora del 13 luglio 1789, domani passerà sulla meridiana l'ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l'ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l'ora giusta.

Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, 1956


domenica 25 gennaio 2015

Domenica, 25 gennaio 2015

Mi trovo in quel tempo sospeso che si interpone alla realtà delle cose, in cui abbandono per un po' il presente, un presente uguale ad altri presenti, e guardo al futuro e, per farlo, mi metto a scrivere, in modo che il tempo si fermi per il tempo necessario alla riflessione, di cui sarò libera, come quasi sempre accade, di pentirmi, per la probabile pochezza e la certa effimerità dei suoi risultati.
In questo preciso presente, l'asse da stiro è pronto, ma la mia mano non ancora ad affrontare il ferro, delle carte da leggere impigriscono sul tavolo, un dolce aspetta di prendere forma dalle mie mani, una poesia inglese non riesce ad attraversare la frontiera con l'italiano e rimane un abbozzo (Mi sono messa il cappotto largo ché fa freddo./È un indumento esterno./Ruvido, di lana./Di origine sconosciuta./Ha una fodera interna raffinata, ma è/come oggetto esterno che lo vedi — una grazia),
e la strage di Charlie Hebdo e dell'Hyper Casher,
le sirene continue, i falsi allarmi, il métro che si fa nemico,
la consultazione compulsiva di Twitter/Le Parisien/Libé/Le Point/i giornali italiani... (Le Monde è inutile, nell'immediatezza di fatti),
il giro in bici intrapreso per andare a vedere la via in cui abiteremo da marzo e finito giocoforza poco prima di arrivarci, inghiottito dai luoghi degli attacchi con le lacrime che mi rigano il volto in orizzontale, a fianco del marciapiede dove Ahmed è caduto per sempre ed in cima alla via che ospita la sede del giornale, dove un violoncellista, davanti a montagne di fiori e matite e biglietti, a una processione laica e silenziosa e ad un giornalista televisivo americano in posa per il trucco, sistema la sedia e lo strumento ed intona Bach,
le domande e le discussioni con i passanti che per la prima volta in quasi sei anni mi vedono e si fanno all'improvviso ciarlieri,
l'obbligo di sentirsi Charlie,
la manifestazione più grande, per numero di partecipanti e contraddizioni, cui abbia mai preso parte, 
le parole repubblicane sacralizzate, ripetute e scandite a voce e per iscritto, forse mai così deboli, almeno a mia memoria,
la fila al chiosco dei giornali al buio delle sette di mattina,
un giornaletto dalla copertina verde che ora pende, ripiegato male, da una mensola, 

tutto questo ed altro sta per prendere posto nei miei ricordi,
mentre decine di persone trovano invece posto in carcere ogni giorno per apologia di terrorismo,
in questo preciso presente guardo alla Grecia e al futuro dell'Europa e il passato, recente e meno recente legato alla mia esistenza, scompare, in un unico blocco di materiale composito italo-slavo-germano-francese

tutto scompare

tutto, tranne poche note di una canzone di settant'anni fa, che sorvolano per pochi istanti una piazza di Atene, in una sera di fine gennaio del 2015:


Ci hanno provato in tutti i modi, dopo ogni singola elezione, a deludermi, a farmi cambiare le mie vecchie idee, nate in un secolo ormai passato, ad instillarmi rassegnazione o cinismo, ma io, ad ogni nuova elezione, che sia di un comune o di un paese, cui abbia diritto di partecipare o meno, dimentico tutto e ritrovo spazio per la speranza.

mercoledì 7 gennaio 2015

Charlie Hebdo

« Je vais très mal. Mais c’est normal, non ? J’ai perdu tous mes amis aujourd’hui. C’était des gens tellement vivants, qui avaient tellement à cœur de faire plaisir aux gens, de les faires rire, qui avaient à cœur de leur donner des idées généreuses. C’était des gens très bons. C’étaient les meilleurs d’entre nous, forcément, comme tous les gens qui font rire, comme tous les gens qui sont pour la liberté, comme tous les gens qui sont pour qu’on puisse aller et venir librement, en sécurité. Ils ont été assassinés, c’est une boucherie épouvantable. Et il ne faut pas laisser le silence s’installer. Il faut vraiment nous aider. Il faut qu’on soit groupés contre cette horreur. La terreur ne doit pas empêcher la joie de vivre, la liberté d’expression (…) Ça serait bien si, demain, les journaux s’appelaient « Charlie Hebdo », si on titrait tous « Charlie Hebdo », si toute la France titrait « Charlie Hebdo ». Ça montrerait qu’on n’est pas d’accord avec ça, que jamais on acceptera ça, que jamais, on ne laissera le rire s’éteindre, jamais on laissera la liberté s’éteindre. »

Philippe Val, ancien directeur de la rédaction de Charlie Hebdo, au micro de France Inter.


«Sto molto male. Ma è normale, no? Ho perso tutti i miei amici, oggi. Erano delle persone talmente vivaci, cui stava talmente a cuore far piacere alla gente, farla ridere, cui stava a cuore dare loro delle idee generose. Erano delle persone molto buone. Erano i migliori tra di noi, necessariamente, come tutte le persone che fanno ridere, come tutte le persone che sono per la libertà, come tutte le persone che sono a favore del fatto che si possa andare e venire liberamente, in sicurezza. Sono stati assassinati, è una carneficina spaventosa. E non bisogna che prenda il sopravvento il silenzio. Bisogna davvero aiutarci. Bisogna essere contro questo orrore. Il terrore non deve impedire la gioia di vivere, la libertà di espressione (…) Sarebbe bello se, domani, i giornali si chiamassero «Charlie Hebdo», se li intitolassimo tutti «Charlie Hebdo», se tutta la Francia intitolasse «Charlie Hebdo». Ciò mostrerebbe che non siamo d'accordo con questo, che non accetteremo mai questo, che non lasceremo mai spegnersi il riso, non lasceremo mai spegnersi la libertà.»

Philippe Val, ex direttore della redazione di Charlie Hebdo, al microfono di France Inter.

sabato 3 gennaio 2015

venerdì 2 gennaio 2015

Lieber Felix - gestern wollte ich euch zum neuen Jahr glückwünschen

An Felix Weltsch
(Postkarte. Prag, Stempel: 2. I.1917)

Lieber Felix - gestern wollte ich euch zum neuen Jahr glückwünschen, aber es ging nicht. Ich sah Dich so friedlich, tief in Ruhe, lesen, dann sogar die Mappe öffnen, Papier herausnehmen und schreiben, daß es für mich gar keine Frage war, daß ich Dich nicht stören dürfe. Allerdings stand neben Dir eine Tasse und die Tür zum beleuchteten Wohnzimmer war halb offen - ich sagte mir also, falls Du Dich stärker mit der Tasse zu beschäftigen anfängst oder falls Deine Frau hereinkommt, dann dürfe auch ich vielleicht kommen. Das war aber ein Irrtum. - Denn als schließlich Deine Frau hereinkam, und Du, mit gutem Appetit in etwas hineinbeißendend, mit ihr zu sprechen anfingst, schämte ich mich natürlich weiter zuzuschauen, konnte deshalb nicht feststellen, ob die Arbeitsunterbrechung eine längere war und ging deshalb. Nächstens.
Viele Grüße. Übrigens gute Zeitungsnachrichten.
Franz


A Felix Weltsch
(Cartolina. Praga, timbro: 2.1.1917)

Caro Felix - ieri avrei voluto farvi gli auguri di buon anno, ma non mi è riuscito. Ti ho visto leggere così tranquillo, così serafico, e poi persino aprire la cartella, estrarne della carta e scrivere, che non mi sono sentito in alcun diritto di disturbarti. Certamente vicino a te c'era una tazza e la porta che dava sulla sala illuminata era mezza aperta, per cui mi sono detto che se avessi iniziato a occuparti più seriamente della tazza o se tua moglie fosse entrata, allora forse avrei potuto venire anch'io. Tuttavia l'ipotesi era sbagliata, perché quando infine tua moglie è effettivamente entrata e tu, addentando qualcosa con appetito, hai iniziato a parlare con lei, mi sono naturalmente vergognato di continuare a guardare, tanto da non poter stabilire se l'interruzione del lavoro fosse stata un'interruzione lunga, per cui me ne sono andato. Sarà per la prossima volta.
Tanti saluti. A proposito, buone notizie nei giornali.
Franz

domenica 28 dicembre 2014

Wintermorgen

Die Fee, bei der er einen Wunsch frei hat, gibt es für jeden. Allein nur wenige wissen sich des Wunsches zu entsinnen, den sie taten; nur wenige erkennen darum später im eignen Leben die Erfüllung wieder. Ich weiß den, der mir in Erfüllung ging, und will nicht sagen, daß er klüger gewesen ist als der der Märchenkinder. Er bildete sich in mir mit der Lampe, wenn sie am frühen Wintermorgen um halb sieben sich meinem Bette näherte und den Schatten des Kindermädchens an die Decke warf. Im Ofen wurde Feuer angezündet. Bald sah die Flamme, wie in ein viel zu kleines Schubfach eingepfercht, wo sie vor Kohlen kaum sich rühren konnte, zu mir hin. Und doch war es ein so Gewaltiges, das dort in nächster Nähe, kleiner als ich selbst, sich einzurichten anfing, und zu dem die Magd sich tiefer bücken mußte als zu mir. Wenn es versorgt war, tat sie einen Apfel zum Braten in die Ofenröhre. Bald zeichnete sich das Gatter der Kamintür im roten Flackern auf der Diele ab. Und meiner Müdigkeit kam vor, sie habe an diesem Bilde für den Tag genug. So war es um diese Stunde immer; nur die Stimme des Kindermädchens störte den Vollzug, mit dem der Wintermorgen mich den Dingen in meinem Zimmer anzutrauen pflegte. Noch war die Jalousie nicht hochgezogen, da schob ich schon zum erstenmal den Riegel der Ofentür beiseite, um dem Apfel in seiner Röhre nachzuspüren. Manchmal hatte er sein Arom noch kaum verändert. Und dann geduldete ich mich, bis ich den schaumigen Duft zu wittern glaubte, der aus einer tieferen und verschwiegeneren Zelle des Wintertages kam als selbst der Duft des Baums am Weihnachtsabend. Da lag die dunkle, warme Frucht, der Apfel, der sich, vertraut und doch verändert wie ein guter Bekannter, der verreist war, bei mir einfand. Es war die Reise durch das dunkle Land der Ofenhitze, der er die Arome von allen Dingen abgewonnen hatte, welche der Tag mir in Bereitschaft hielt. Und darum war es auch nicht sonderbar, daß immer, wenn ich an seinen blanken Wangen meine Hände wärmte, ein Zögern mich beschlich, ihn anzubeißen. Ich spürte, daß die flüchtige Kunde, die er in seinem Dufte brachte, allzu leicht mir auf dem Wege über meine Zunge entkommen könne. Jene Kunde, die mich manchmal so beherzte, daß sie mich noch auf dem Marsch zur Schule tröstete. Dort angelangt, kam freilich bei Berührung mit meiner Bank die ganze Müdigkeit, die erst verflogen schien, verzehnfacht wieder. Und mit ihr jener Wunsch: ausschlafen zu können. Ich habe ihn wohl tausendmal getan und später ging er wirklich in Erfüllung. Doch lange dauerte es, bis ich sie darin erkannte, daß noch jedesmal die Hoffnung, die ich auf Stellung und ein sicheres Brot gehegt hatte, umsonst gewesen war.

Berliner Kindheit um Neunzehnhundert


Mattino d'inverno

La fata a cui si ha il diritto di chiedere un desiderio esiste per ciascuno di noi, solo che pochi riescono a ricordarsi del desiderio espresso, così solo pochi riconoscono il suo compimento nel corso della propria vita. Io so bene quello che si è avverato e non voglio dire che sia stato più ragionevole di quello dei bambini delle favole. Prendeva forma in me con la lampada, quando questa si avvicinava al mio letto nel primo mattino d'inverno, alle sei e mezza, proiettando l'ombra della bambinaia sul soffitto. Nella stufa veniva acceso il fuoco. Subito la fiamma, come se fosse stipata in un cassetto troppo piccolo dove poteva agitarsi a mala pena, data la quantità di carbone, si metteva a guardarmi. Eppure era così formidabile quello che iniziava a compiersi lì, così vicino a me, ancora più piccolo di me, a cui la domestica doveva chinarsi ancor di più che per raggiungere me. Quando il fuoco era pronto, metteva una mela a cuocere nel forno. Subito la griglia dello sportello del camino si profilava in forma di guizzi rossi sulla tavola. E alla mia fatica sembrava sempre di averne abbastanza, di questa visione, per il resto del giorno. Così era immancabilmente a quell'ora; solo la voce della bambinaia disturbava il raccoglimento con cui il mattino d'inverno aveva l'abitudine di presentarmi gli oggetti della mia stanza. La tenda non era ancora sollevata che già scostavo per la prima volta la sbarra dello sportello del forno per sorprendere la mela nel suo forno. Qualche volta non aveva ancora cambiato il suo aroma. E poi pazientavo fino a quando credevo di avvertire il profumo schiumoso che proveniva da una cellula della giornata invernale più profonda e più sorda ancora del profumo dell'albero la vigilia di Natale. Eccolo lì, il frutto scuro, caldo, la mela che, familiare eppure cambiata come cambia un buon conoscente che torni dopo un lungo viaggio, si presentava dinanzi a me. Era il viaggio attraverso l'oscuro paese del calore del forno, che aveva assorbito gli aromi di tutte le cose che la giornata mi riservava. Ed è per questo che non era neppure strano che, se mi scaldavo le mani alle sue guance lisce, mi prendesse a poco a poco inevitabilmente un'esitazione che mi tratteneva dal morderla. Avvertivo che la fugace notizia che apportava nel suo profumo poteva sfuggire troppo facilmente, mentre prendeva la via della mia lingua. Quella notizia che talvolta si impadroniva a tal punto del mio cuore che mi consolava ancora durante il mio cammino verso la scuola. Arrivato là, al contatto col mio banco, la fatica, che prima sembrava dissipata, ritornava decuplicata, e con essa quel desiderio: poter fare una lunga dormita. L'ho formulato un migliaio di volte ed in seguito si sarebbe davvero realizzato, ma mi ci è voluto molto tempo prima di poter riconoscere che la speranza riposta in un'occupazione e in un pane sicuro si rivela ogni volta vana.

sabato 27 dicembre 2014

Renzi sul mio divano

C'era Renzi sul mio divano, poche sere fa. Un flusso continuo di parole (rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo) mitragliate all'altezza dei cuscini e diffuse ovunque nella stanza: impossibile ignorarlo. Rò-rà-remo. Abbandonato lì disteso da mia madre, interessata a sentir parlare di cose italiane anche quando viene a trovarmi, dentro un piccolo apparecchio elettronico che ne diffondeva la voce da uno studio televisivo fino a me. Rò-rà-remo. Renzi a casa mia, dico, ché la sua voce è tutto quello di cui sembra essere composto. Non sembra avere corpo, pensieri, non suoi almeno*, o parole di qualche significato che vadano al di là dell'affermazione di sé e - a ruota - della denigrazione dell'avversario, specie se del proprio partito. Rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo. Non sono neanche sicurissima parlasse italiano, quella sera in cui ha occupato abusivamente il mio divano: nessuna pausa o titubanza, troppa energia, troppa fretta, troppi verbi coniugati al futuro, un verbo su tutti: fare. Farò-farà-faremo.
Per sua fortuna la mia stanchezza decembrina impediva alla stizza di montare**, mentre lui non aveva pietà, né di me né del suo interlocutore, che deve aver infilato due mezze parole compiacenti, tra una raffica verbale e l'altra.
Togliti da lì, pensavo, se proprio non puoi smetterla, levati dal mio divano, che è dedicato esclusivamente ad Oblomov e ai suoi seguaci, vai a trovare Hollande, proponigli una gara in scooter, sfida Valls a corsa, tieni una conferenza sul patto del Nazareno o sulla fraternité con i compagni di partito a Sciences Po, vai a farti fotografare in una posa plastica mentre corri davanti alla tour Eiffel, buca le Ninfee di Monet per cercare Leonardo, vai a vedere la Gioconda e smarrisciti nel suo enigma***, se possibile. Oppure, più semplicemente, non dico di tacere, che è azione articolata, ma respira, respira ogni tanto e, per una volta nella vita, compi una piccola azione da uomo: infragilisciti.

* In this present crisis, government is not the solution to our problem, government is the problem, Ronald Reagan, 20 gennaio 1981.
New Labour believes in a flexible labour market that serves employers and employees alike, Manifesto del Partito laburista, 1997 
** Mi sono riposata, in questi ultimi due giorni: ma ch'el vadi in monazza, ch'el vadi. 
*** Anche perché diciamo la verità: la Gioconda è più enigmatica che bella, Matteo Renzi, Stil novo, Rizzoli 2012.