Sempre e mai più sono tra le espressioni più prive di senso che io conosca. Tuttavia, si conferma che una delle cose che non smetterò mai di fare è leggere. Perché ultimamente senta l'esigenza di soffocare qui dei passi di alcune delle mie letture, non lo so, fatto sta che ora, in pieno periodo di persecuzioni alessandrine, ritocca per forza a Durrell, del quale è proprio vero che non riesco a scegliere niente altro che le note iniziali e poco più, tra i vari motivi anche perché è irriportabile il modo in cui le pagine del Quartetto di Alessandria riescono qua e là a traspirare Kavafis.
All the characters and situations described in this book (a sibling to JUSTINE and BALTHAZAR and the third volume of a quartet) are purely imaginary. I have exercised a novelist's right in taking a few necessary liberties with modern Middle Eastern history and the staff-structure of the Diplomatic Service. I have also improved the beauty of Trafalgar Square by adding a few elms to soften its austerity. Honi soit qui mal y pense.
Mountolive, Lawrence Durrell, Penguin books
Per motivi evidenti, tocca poi per forza ad un testo di un francese del 1972 che traduce dall'arabo e dal persiano e vive a Barcellona, testo che ho iniziato a leggere ieri e che quindi riporto del tutto prematuramente. Avrei voluto riportarne solo l'incipit fino al primo punto, ma, come si vedrà, è impossibile (tempo fa mi sarei trattenuta dal farlo solo perché ci sono di mezzo i treni - facevo la stessa cosa con tutto quello che aveva a vedere con la Russia - ).
I
tutto sembra più difficile nell'età adulta, tutto suona più falso un po' metallico come il rumore delle due armi di bronzo l'una contro l'altra ci rinviano a noi stessi senza lasciarci uscire da niente è una bella prigione, si viaggia con molte cose un bambino che non ha portato una piccola stella in cristallo di Boemia un talismano vicino a nevi che si guardano sciogliere, dopo l'inversione del Gulf Stream preludio alla glaciazione, stalattiti a Roma e iceberg in Egitto, non smette di piovere su Milano ho perso l'aereo avevo millecinquecento chilometri di treno davanti a me me ne restano cinquecento, questa mattina le Alpi hanno brillato come coltelli, tremavo di spossatezza sul mio sedile senza potere chiudere occhio come un drogato tutto indolenzito, mi sono parlato fortissimo in treno, o pianissimo, mi sento molto vecchio vorrei che il convoglio continui continui che vada fino ad Istanbul o Siracusa che vada fino alla fine almeno lui che sappia andare fino al termine del tragitto ho pensato oh sono proprio da compatire mi sono fatto pietà su questo treno il cui ritmo ti apre l'anima più sicuramente di uno scalpello, lascio filare tutto tutto fugge tutto è più difficile per i tempi che corrono lungo i binari della ferrovia mi piacerebbe farmi portare molto semplicemente da un posto all'altro come è logico per un viaggiatore come un non vedente preso per il braccio quando attraversa una strada pericolosa ma io vado solo da Parigi a Roma, e alla stazione centrale di Milano, in questo tempio di Akhenaton per locomotive dove restano alcune tracce di neve nonostante la pioggia, giro in tondo, guardo le immense colonne egiziane che sostengono il soffitto, bevo un bicchierino per noia, su una terrazza aperta sui binari come altre sul mare, non mi fa alcun bene non era il momento delle libagioni ci sono tante cose che ti distolgono dal cammino, che ti perdono e l'alcol è una di quelle rende più profonde le ferite quando ci si ritrova soli in un'immensa stazione gelida ossessionati da una destinazione che è davanti a sé e al contempo dietro di sé: eppure il treno non è circolare, va da un punto all'altro io sono in orbita gravito come un sasso, mi sentivo pietra di poco peso quando l'uomo mi si è avvicinato sulla banchina, so che attiro i matti e gli svitati di questi tempi vengono ad infilarsi nella mia fragilità si trovano uno specchio o un compagno d'armi e quello è proprio matto prete di una divinità sconosciuta ha un berretto da folletto e un campanello nella mano sinistra, mi porge la destra e mi grida in italiano "compagno un'ultima stretta di mano prima della fine del mondo" non oso prenderla per paura che abbia ragione, deve avere quarant'anni non di più e questo sguardo penetrante ed inquisitore dei suonati che ti interrogano perché hanno scoperto in te un fratello istantaneo, esito davanti al braccio teso terrorizzato di fronte a questo sorriso da folle e gli rispondo "no grazie" come se mi vendesse il giornale o mi proponesse una sigaretta, allora il matto agita il suo campanello e si mette a ridere con una gran voce lugubre mostrandomi un dito della mano che mi ha offerto, poi sputa per terra, si allontana e un'immensa solitudine quasi disperata spazza la banchina in quel momento darei non so cosa per braccia o spalle persino il treno che mi porta a Roma rinuncerei a tutto perché qualcuno mi appaia là e resti nel mezzo della stazione, tra le ombre, tra gli uomini senza uomini i viaggiatori attaccati ai loro telefoni e alle loro valigie, tutti quelli che spariranno e rinunceranno al loro corpo durante la breve parentesi che li porterà da Milano Centrale a Fossoli Bolzano o Trieste, molto tempo fa alla gare de Lyon a Parigi un mistico folle mi aveva anche annunciato la fine del mondo e aveva avuto ragione, mi ero allora aperto in due nella guerra e schiantato come una minuscola meteora, di quelle che non brillano neanche nel cielo, una granata naturale la cui massa a detta degli astronomi è irrisoria, il matto della stazione di Milano mi ricorda il dolce folle della gare de Lyon, un santo, chissà, forse era lo stesso uomo, forse siamo cresciuti allo stesso ritmo ciascuno nelle nostre rispettive follie che si ritrovano sul binario n° 14 della stazione di Milano, città dal nome di rapace e di militare spagnolo, posata al bordo della pianura come su un nevato lentamente vomitato dalle Alpi di cui ho visto le cime, delle lame di selce che squarciano il cielo e danno il tono dell'apocalisse confermata dal folletto al campanello in questo santuario del progresso che è la stazione di Milano Centrale perduta nel tempo come me perduto qui nello spazio della città elegante, con una benda sull'occhio come Millán Astray, il generale guercio, un uccello da preda, febbricitante, pronto a dilaniare carni vibranti appena ritrovata la luce del volo e del pericolo: a Millán Astray sarebbe tanto piaciuto che Madrid diventasse una nuova Roma, serviva Franco il duce iberico suo idolo pelato in quel grande preludio di guerra degli anni '40, questo ufficiale guercio e battagliero era legionario gridava "viva la muerte" da buon profeta militare, la fuga dalla morte si sarebbe svolta fino in Polonia, avrebbe sollevato un'alta onda di cadaveri la cui schiuma avrebbe finito per lambire, a Trieste o in Croazia, le rive dell'Adriatico: penso a Millán Astray e alla sua polemica con Unamuno severo prete della cultura quando i viaggiatori si accalcano sul binario per imbarcarsi verso la fine del mondo e il treno che ve li porta diritti, Unamuno era un filosofo così classico e così nobile che non vedeva il massacro avvicinarsi, non poteva ammettere che il generale guercio avesse ragione a gridare "viva la muerte" davanti al suo gregge perché questo falcone aveva sentito (gli animali tremano prima della tempesta) che la carogna sarebbe avanzata, che la morte avrebbe vissuto qualche anno di abbondanza, prima di finire essa stessa in un treno, un treno tra Bolzano e Birkenau, tra Trieste e Klagenfurt o tra Zagabria e Roma, dove il tempo si fermò, come si è fermato per me su questo binario fasciame di vagoni, di motrici furiose e soffianti, una pausa tra due morti, tra il soldato spagnolo e la stazione omonima, così opprimente come lo stesso dio della guerra Marte - accendo macchinalmente una sigaretta bisogna prepararsi al viaggio, allo spostamento come tutti quelli che percorrono a grandi passi la banchina di Milano Centrale alla ricerca di un amore, di uno sguardo, di un avvenimento che li strappi dai cerchi infiniti, dalla Ruota, un incontro, qualsiasi cosa per scappare a se stessi, al commercio vitale, al ricordo delle emozioni e dei crimini, è molto strano che non ci sia alcuna donna sulla banchina in questo preciso momento, così spinto dal ricordo di Millán Astray e del suo occhio bendato salgo a mia volta sull'espresso transitaliano che avrebbe dovuto essere il vertice del progresso e della tecnologia dieci anni fa perché le porte erano automatiche e superava i duecento chilometri all'ora in linea retta e con tempo buono e oggi, un po' più vicini alla fine del mondo, è solo un treno: ci sono molte cose come i treni e le automobili, abbracci, visi, corpi la loro velocità la loro bellezza o la loro bruttezza appaiono proprio ridicole qualche anno più tardi, una volta putride o arrugginite, superato il marciapiede eccomi in un altro mondo, il velluto appesantisce tutto, anche il calore, ho lasciato fino all'inverno salendo su questo vagone, è un viaggio nel tempo, non è una giornata come le altre, è una giornata particolare l'8 dicembre il giorno dell'Immacolata Concezione e sto per perdermi l'omelia del papa piazza di Spagna quando un matto viene ad annunciarmi la fine del mondo, avrei potuto vedere il pontefice un'ultima volta, vedere il discendente spirituale del primo leader palestinese il solo che sia giunto a qualche risultato, eppure questo non era vinto in anticipo per questo mingherlino levantino squattrinato e piagnucoloso che non ha scritto una sola riga di suono vivo, fuori sul binario adiacente un treno è fermo e una ragazza ha qualcosa nello sguardo dietro il finestrino, credo parli a qualcuno che non vedo, è molto vicina a me in realtà tutt'al più ad un metro siamo separati da due vetri molto sporchi bisogna che io sia forte non posso attardarmi sui visi di giovani donne bisogna che mi rinforzi che prenda lo slancio per i chilometri che mi restano per il vuoto in seguito e lo spavento del mondo cambio vita mestiere meglio non pensarci, ho riposto la valigetta sopra il mio sedile, l'ho discretamente legata al portabagagli sarebbe meglio chiudere gli occhi un istante ma sul marciapiede dei poliziotti saliti su carri elettrici a due ruote tipo Achille o Ettore senza cavallo seguono un giovane Nero che scappa nel senso del marciapiede provocando la sorpresa e l'emozione dei viaggiatori, gli angeli blu, annunciatori dell'apocalisse forse, cavalcano uno strano monopattino d'azzurro silenzioso, tutti scendono per approfittare dello spettacolo, il figlio di Tideo e Pallade Atena si avventano sui troiani, a qualche decina di metri da me verso la locomotiva uno dei due carabinieri si porta all'altezza del fuggitivo e con un gesto di rara violenza aiutato da tutta la velocità del suo veicolo scaraventa l'uomo senza scampo su uno dei pali di cemento in mezzo alla banchina, il fuggitivo si appiattisce contro il cemento la sua testa urta contro la colonna e cade, cade sulla pancia nel bel mezzo della stazione di Milano Centrale giusto in tempo perché il secondo angelo gli salti sul fondoschiena e l'immobilizzi, seduto sulle reni come un domatore o un contadino lega con una corda un animale recalcitrante, poi, risalito sul suo mezzo, trascina il criminale che inciampa all'estremità di una catena tra i mormorii di ammirazione della folla, scena di trionfo antico, ci si porta dietro i vinti incatenati dietro i carri dei vincitori, li si trascina verso i velieri, il Nero ha il viso tumefatto e il naso che sanguina la testa alta un po' incredulo tutti risalgono in vettura l'incidente è chiuso la giustizia ha trionfato qualche minuto prima della partenza, getto uno sguardo alla valigia, ho molta paura di non riuscire a dormire di essere inseguito quando sonnecchierò quando abbasserò lo sguardo qualcuno si intrometterà nel mio sonno o sotto le mie palpebre per sollevarle come si socchiude una persiana o una veneziana, era molto tempo che non pensavo a Venezia, all'acqua verde della punta della Dogana, alla nebbia delle Zattere e al freddo intenso quando si guarda il cimitero dopo le Fondamenta Nuove, di ritorno dalla guerra, non ho pensato alle ombre che, a Venezia, sono vino e si bevono in inverno dalle cinque del pomeriggio, rivedo violinisti slavi che suonano per i giapponesi, francesi in piena mascherata di carnevale, un parrucchiere fortunato di Monaco che si era comprato un palazzo sul Canal Grande, e il treno si slancia di colpo piego la testa all'indietro è partito più di cinquecento chilometri prima della fine del mondo
Intervallo I
It was the invitation list to the carnival ball, still echoing with the majestic poetry of the names which had come to me so much to me, the name of the Alexandrians.
Listen:
Pia dei Tolomei, Benedict Dangeau, Dante Borromeo, Colonel Neguib, Toto de Brunel, Wilmot Pierrefeu, Mehmet Adm, Pozzo di Borgo, Ahmed Hassan Pacha, Delphine de Francueil, Djamboulat Bey, Athena Trasha, Haddad Fahmy Amin, Gaston Phipps, Pierre Balbz, Jacques de Guéry, Count Banubula, Onouphrios Papas, Dmitri Randidi, Paul Capodistria, Claude Amaril, Nessim Hosnani, Tony Umbada, Baldassaro Trivizani, Gilda Ambron...
Balthazar, Lawrence Durrell, Penguin books
II
mi lascio prendere dalla cadenza piatta delle periferie della città dal nome di soldato spagnolo e di rapace, i sobborghi di una città del nord come ce ne sono tanti, edifici per ammassare i proletari, gli immigrati degli anni '60, verticalità concentrazionaria, al ritmo paradossale delle traversine - sono a Venezia in questo minuscolo appartamento umido dove non c'era luce che nella cucina il pavimento era in pendenza, si dormiva con i piedi per aria il che sembrava buono per la circolazione, era all'ingresso del Ghetto di fronte alla panetteria prima della grande sinagoga dove ascoltavo i salmi e i canti a momenti, a volte il nome del quartiere faceva paura, il Vecchio Ghetto, soprattutto la notte quando tutto era deserto e silenzioso, quando soffiava la bora vento glaciale che sembrava venire dritto dall'Ucraina dopo aver gelato i cechi gli ungheresi e gli austriaci, nel mio Vecchio Ghetto impossibile non pensare a Łódź a Cracovia a Salonicco e ad altri ghetti di cui non resta niente, impossibile non essere perseguitati dall'inverno del 1942, i treni verso Treblinka, Bełżec e Sobibór, nel 1993 qualche mese dopo la mia guerra a me ed esattamente cinquant'anni dopo lo sterminio, nel Ghetto veneziano immerso nella nebbia e nel freddo immaginavo la macchina di morte tedesca senza sapere che uno dei suoi ultimi ingranaggi aveva girato molto vicino, a qualche chilometro da là, ma se ripenso ora a Venezia nel torpore ferroviario è soprattutto per quello che mi aveva raggiunto, il corpo che lei così spesso mi rifiutava mi obbligava a lunghe camminate notturne talvolta fino all'alba, col mio berretto nero, passavo piazza dei Due Mori, salutavo San Cristoforo sul pinnacolo della Madonna dell'Orto, mi perdevo tra qualche casa moderna che sta lassù come se l'avessero posata a matita in un angolino per nasconderla, come se non fosse dissimulata dalla laguna, e quante volte quante mi sono ritrovato a prendere un caffè di giorno con piloti e macchinisti di vaporetti per cui non esistevo, perché i veneziani hanno questa facoltà atavica di ignorare tutto quello che non è loro, di non vedere, di fare sparire lo straniero, e questo disprezzo sovrano, questa strana nobiltà antiquata dell'assistito che si permette di ignorare del tutto la mano che lo nutre non era spiacevole, al contrario, era una grande franchezza e una grande libertà, lontana dalla simpatia commerciale che ha invaso tutto il mondo, tutto il mondo salvo Venezia dove si continua a ignorarvi e a disprezzarvi come se non si avesse bisogno di voi, come se il ristoratore non avesse bisogno di clienti, ricco com'è della sua città e sicuro, certo, che altri commensali meno furbetti verranno presto ad occupare i suoi tavoli, qualsiasi cosa accada, e questo gli dà una superiorità terribile sul visitatore, la superiorità dell'avvoltoio sulla carogna, sempre il viaggiatore finirà spennato, squartato con o senza sorriso, a quale scopo mentirgli, persino il panettiere di fronte a me ammetteva, senza battere ciglio, che il suo pane non era molto buono e i suoi pasticcini troppo cari, questo panettiere mi ha visto tutti i giorni tutti i giorni per mesi senza mai sorridermi la sua forza era la sua certezza della mia scomparsa, un giorno avrei lasciato Venezia e la laguna, fosse dopo uno, due, tre, dieci anni lui apparteneva all'isola e non io, e me lo ricordava ogni mattina, il che era salutare, non bisognava illudersi, non frequentavo che stranieri, slavi, palestinesi, libanesi, Ghassan, Nayef, Khalil e persino un siriano di Damasco che teneva un bar dove si ritrovavano gli studenti e gli esiliati, era un vecchio marinaio che aveva disertato durante uno scalo, un tipo piuttosto rugoso che non si sarebbe mai associato ad alcun mare né ad alcuna nave, aveva una buona testa da contadino con orecchie molto grandi abbastanza pelose nel mio ricordo, era molto pio, pregava, digiunava e non beveva mai l'alcol che serviva ai suoi clienti, la sua debolezza erano le ragazze, le puttane soprattutto, cosa che giustificava dicendo che il Profeta aveva avuto cento donne, che amava le donne e che era tutto sommato un buon peccato la fornicazione, io a Venezia non fornicavo molto, l'inverno era interminabile, umido e freddo, poco propizio alla fornicazione in effetti, mi ricordo che la prima notte nel Ghetto non avevo coperte e gelavo a tal punto che mi ero avvolto in un tappeto orientale pieno di polvere, completamente vestito, con le scarpe perché il tappetino, rigido, faceva come un tubo e non copriva i piedi, ho letto storie di navi fantasma di William Hogdson prima di addormentarmi come un fachiro fallito o un marinaio pronto a essere reso al mare cucito nella sua amaca, ben lontano dall'erotismo che alcuni attribuiscono a Venezia, un tipo arrotolato come un sigaro polveroso e logoro, sul suo proprio letto, con le sue scarpe e un berretto, perché il riscaldamento non funzionasse, sono incapace di ricordarmene ad ogni modo in questo vagone ora devono esserci venticinque gradi, mi sono tolto il maglione nello stesso momento del mio vicino di fronte, ha una testa da rapper newyorkese bianco, legge Pronto con un'aria di superiorità, mi chiedo cosa mi annuncerà, lui, certamente non la fine del mondo, piuttosto la fine di una coppia di attori hollywoodiani o l'overdose di cocaina di un uomo d'affari italiano di trent'anni, il nipote di nonno Agnelli o zio Agnelli il genio della Fiat, riesco a leggere il suo nome sulla copertina, Lupo, è strano, mi devo essere sbagliato, come si può essere un uomo d'affari e chiamarsi Lupo, l'immagino bello, il pelo brillante, i denti bianchi, l'occhio vivo e appena arrossato, è stato senza dubbio ritrovato incosciente in un appartamento di lusso di Torino, forse in compagnia di qualche donna di facili costumi, la sua Lamborghini ben parcheggiata giù, con chissà un po' di sangue o di bile sulla sua camicia Armani sbottonata, e indovino l'emozione delle donne a casa che leggono in maggioranza queste riviste, mio Dio questo lupo è proprio bello, proprio ricco e nato bene, che triste spreco, avrebbe potuto avere la decenza di schiantarsi contro un guardrail a trecento chilometri all'ora, un incidente d'elicottero, o anche sugli sci d'acqua, finire tagliato a pezzi da una delle eliche del suo yacht, persino abbattuto da un proiettile in pieno viso da un marito geloso o da un sicario mafioso ma la droga, è come se avesse preso la sifilide, è una vergogna, è impossibile, ingiusto, per un po' mi sarebbe stato quasi simpatico questo giovane lupo torinese che getta la sua grande famiglia nello scandalo, spero che uscirà dall'ospedale prima della fine del mondo, il mio vicino ha un'aria condiscendente e di rimprovero, scrolla il capo emettendo piccoli rumori con la lingua quando fuori cade la notte, siamo nella pianura, la triste pianura di Lombardia che l'oscurità invade grazie a Dio il crepuscolo sarà breve gli alberi nudi gelati in piedi accanto alle linee elettriche spariranno si indovineranno solo le loro ombre e la luna uscirà forse di tanto in tanto dalle nuvole per schiarire le colline prima di Bologna, scivoleremo poi verso il sud-ovest nella mollezza toscana fino a Firenze e infine nella stessa direzione fino a Roma, ancora quasi cinquecento chilometri prima della stazione Termini, le chiese, il papa e tutto il resto, il bazar romano: cianfrusaglie da bigotti e cravatte, incensieri e ombrelli, il tutto annegato nelle fontane del Bernini e nelle automobili, là dove, sui pavés marci e il Tevere nauseabondo, aleggiano le Vergini col Bambino, i santi Matteo, le Pietà, le deposizioni, i mausolei, le colonne, i carabinieri, i ministri, gli imperatori e i rumori di una città resuscitata mille volte, rosa dalla cancrena la bellezza e la pioggia, che più che una bella donna evoca un vecchio erudito dal sapere magnifico che si dimentica facilmente nella sua poltrona, la vita lo abbandona in tutti i modi, trema, tossisce, recita le Georgiche o un'ode di Orazio pisciandosi addosso, il centro di Roma si svuota nello stesso modo, più abitanti, più negozi di alimentari, vestiti vestiti e vestiti da perdere la testa miliardi di camicie centinaia di migliaia di scarpe milioni di cravatte di sciarpe tante da ricoprire San Pietro, da fare il giro del Colosseo, da seppellire tutto sotto gli stracci per sempre e prendere in giro i turisti in questo immenso negozio religioso di merce di seconda mano dove brilleranno gli sguardi avidi di scoperte, guarda, ho trovato una chiesa magnifica di Borromini sotto questa pelliccia, un soffitto dei fratelli Carracci dietro questo abito da caccia e in questi stivali di cuoio nero le corna del Mosè di Michelangelo, se non mi si attendesse non vi ritornerei mai più, se nell'età adulta tutto fosse più semplice non avrei mai fatto questo viaggio, mai portato quest'ultima valigia, "plus mon Loire gaulois que le Tibre latin", i versi di Du Bellay imparati a memoria a scuola, "heureux qui comme Ulysse" e così di seguito, anch'io ho i miei "Rimpianti", Ungaretti diceva che il Tevere era un fiume fatale, Ungaretti nato ad Alessandria d'Egitto vi ha vissuto fino all'età di vent'anni prima di imbarcarsi per Roma poi di stabilirsi in Francia, Alessandria, c'è Alessandria in Piemonte non molto lontano da qui, non ci sono mai andato, mi ricordo a Venezia avevo chiesto in un'agenzia di viaggi se c'erano delle navi per Alessandria e l'impiegata (biondo veneziano, una specie di fermaglio in bocca come uno stuzzicandenti) mi aveva guardato con sguardo interrogativo, ma per Alessandria c'è il treno, e in questa fiducia immediata che si dà ai professionisti avevo preso in considerazione, nello spazio di un secondo, un treno che andasse da Venezia ad Alessandria d'Egitto, diretto via Trieste Zagabria Belgrado Salonicco Istanbul Antiochia Aleppo Beirut San Giovanni d'Acri e Port Said, provocazione alla geopolitica e all'intendimento, e persino, una volta compresa la sua confusione, Alessandria in Piemonte, avrei persino sognato un treno che unisse tutte le Alessandrie, una rete tra Alessandria in Piemonte Alessandretta in Turchia Alessandria d'Egitto Alessandria d'Aracosia, forse la più misteriosa, persa in Afghanistan lontano dalle ferrovie, il treno si sarebbe chiamato Alessandria-Express e sarebbe andato da Alessandria Escate nel Tagikistan fino al Piemonte via i labbri dell'Africa in tredici giorni e altrettante notti, Alessandria d'Egitto altra decadente città della decadenza che non manca di fascino quando piove o quando è scuro, mi ricordo avevamo un hotel sulla Corniche la prima volta passavamo delle ore sul balcone di fronte al Mediterraneo fino a quando un grosso blocco di cemento non si stacca e per un pelo non uccide un tipo seduto in terrazza, giù, ha appena sollevato lo sguardo, egiziano abituato al fatto che ogni giorno il cielo non gli cada sulla testa, in questa camera doppia dormivo con Marianne, si svestiva in bagno, aveva un corpo, un viso da squarciarti l'anima e la mia non chiedeva altro, nel profumo di pioggia e di mare di Alessandria mi inebriavo dei profumi di Marianne, il nostro hotel non era il Cecil, niente di Durrell nel nostro soggiorno, all'epoca ignoravo tutti i libri, di Ungaretti o di Kavafis questo triste piccolo impiegato di una delle immense banche che ci sono a Ramleh, o della Borsa del cotone, uscendo dal lavoro frequentava le gigantesche pasticcerie dove sognava di Antonio lo sconfitto di Azio guardando un servitore arabo ancheggiare... Mathias Énard, Zone, Actes Sud 2008
Vista la piega che ha preso questo post, ne approfitto per metterci anche delle altre cose che, come accennato sopra per inciso, avevo trattenuto per paura. Meglio lasciarle uscire allo scoperto, è l'unico modo che conosca per sconfiggere la paura. Allora si riparte: uno, due, tre, via.
Un altro motivo dei tappeti di quella regione era la scrittura cuneiforme.
Le donne analfabete di Zafferano usavano la misteriosa lingua dell'iscrizione della grotta per annodare nei tappeti i loro desideri e i loro segreti.
Ogni tanto sui tappeti appariva uno straniero con un cappello in testa che saliva alla grotta a dorso di mulo. In mano teneva un foglio con su dei caratteri cuneiformi.
Ma all'improvviso, alla fine degli anni Trenta, le donne cominciarono ad annodare un motivo completamente nuovo: apparve un treno nei loro tappeti, un treno sbuffante che si snodava come un serpente sul monte Zafferano.
(...)
Poiché la ferrovia era il suo grande sogno, Reza Pahlavi fece costruire una lunga strada ferrata, dall'estremo sud del Paese ai confini orientali. Per la precisione, fin sotto l'orecchio dell'Unione Sovietica. Lui sapeva, in realtà, che costruiva quella ferrovia per gli europei, ma sapeva anche che gli europei non potevano portarsela a casa. La ferrovia sarebbe rimasta al paese.
I binari avanzarono attraverso i deserti, varcarono fiumi e montagne, percorsero valli, attraversarono città e villaggi, e alla fine raggiunsero il monte Zafferano.
Il serpente di ferro strisciò sulla montagna, ma a metà strada dovette fermarsi. La storica grotta, dove la scrittura cuneiforme era incisa sulla parete sud, gli sbarrò il cammino. L'arrivo del treno turbava la pace secolare della grotta. Ma gli ingegneri temevano sprattutto he la dinamite usata per costruire la ferrovia potesse farla crollare.
L'iscrizione cuneiforme, l'antichissimo retaggio culturale del Paese, era in pericolo. Si temeva che una crepa potesse incrinarla. Gli ingegneri furono presi dal panico. Il responsabile del progetto non sapeva come risolvere il problema. Non osava correre rischi. Perché sapeva che lo scià gli avrebbe fatto tagliare la testa se fosse successo qualcosa.
Spaventato, inviò un telegramma alla capitale: "Impossibile proseguire causa iscrizione cuneiforme".
(...)
"Ho sentito dire molte cose negative sullo scià Reza, e soprattutto criticare molto la costruzione della ferrovia. Voi cosa ne pensate?"
"Ascolta, ragazzo, ti ho appena detto che non so niente di politica. Per queste cose non devi rivolgerti a me. Non ho neanche mai letto i giornali e di sicuro non quelli dell'epoca. Leggo soltanto i miei libri, libri antichi, di poesia, di storia. Di critiche non so niente. Quel che so è che il monte Zafferano non è una montagna qualsiasi. Quel monte non è solo un ammasso di rocce. È un patrimonio sacro di questo Paese. Le radici dei nostri padri affondano tra quelle rocce, in quelle pietre. Non si tratta solo della grotta. Ci sono anche altre cose su quel monte. Il pozzo sacro, per esempio. La montagna vive, respira: vai nella grotta e resta un attimo in silenzio, la sentirai. Vai al pozzo sacro, inginocchiati e ascolta.
Sentirai battere il cuore della montagna. E in quei giorni, all'improvviso, iniziarono a distruggere il nostro antico monte Zafferano con la dinamite e i martelli inglesi."
"Allora perché ci mandaste mio padre?"
"Non fui io a mandarlo. Gli spiegai semplicemente quello che stava succedendo. E poi lui non mi dava davvero ascolto, guardava quello che facevano i suoi coetanei.
Anche se, a posteriori, ripensandoci, mi rendo conto che è andato tutto bene. All'inizio credevo che il monte Zafferano non sarebbe sopravvissuto. Oggi, dopo anni, vedo che è guarito. Sul suo pendio sono ricresciuti così tanti arbusti e fiori che la roccia danneggiata non si vede più. I camosci passano tra i binari e i loro piccoli saltano da una rotaia all'altra. La montagna ha accettato e inglobato la ferrovia. Praticamente non si vede più.
Tra poco arriverà il treno. Passa molto piano. E questo è bello, adesso il nostro amico monte Zafferano ha anche qualcosa di nuovo, di moderno. Un treno con piccoli vagoni rossi, che sale sferragliando piano. Così vanno le cose nella vita, ragazzo. Così vanno le cose."
Scrittura cuneiforme, Kader Abdolah, Iperborea, Milano 2004
Intervallo II
- La gente va a piedi o va a cavallo. Non è vero che si va a piedi e a cavallo, c'è anche un'altra maniera, caro Leonardo. Come? Col treno.
- Treno.
- Bravo. Visto? Allora, il treno. Il treno è costruito così, Leonardo: du' binari - più facile di così si muore - ma lunghi, ma puoi arrivare anche in Africa. Te non ti preoccupare, se finisce subito è binario morto. Du' pezzi di ferro - due pezzi di ferro li saprete costruire.
- Eh.
- Di ferro, duro, du' pezzi di ferro duro, con du' cose di legno dentro, va bene? Vai, con questi du' pezzi di ferro, dove ti pare. Curvi quando c'è da curvare, salisci, scendi. Leonardo, guarda. Ora disegno, io disegno peggio di lei, scusi se mi permetto, eh.
- Eh.
- Eh? Allora, ecco. Za e za. Ecco bell'e fatto il binario. Questi so' legni e sopra c'è il treno, tutto di ferro, il fumo che sbuffa, tuf tuf, eccetera.
- Treno.
- Treno. Come fa ad andare il treno? Si butta la legna nella caldaia. Il calore sviluppa, sviluppa energia e il treno va.
- Ma allora il caminetto va.
- Bravo! No, il caminetto non va.
- Eh eh eh.
- Già, come mai il caminetto non va?
- No, perché c'è un meccanismo diverso, no.
- Buttando legna, si muove, si muove, buttando legna. Anche con la corrente, ma quella è un'altra cosa.
Dal noto film.
Povero, certo: ricco di anatemiper questo maledetto predellino
del treno da cui spavaldo senza
valigia mi soffi baci e un abisso di addii.
Tu esisti altrove; a Termini io rimango
strozzato dalla tua mano giovinetta
(la mano del Signore dalle Unghie Rôse):
ti accompagna il rimprovero di un tango.
Sandro Penna, de la gourmandise (poèmes poste restante), Ypsilon éditeur 2009, Peccato di gola (poesie al fermo posta), Scheiwiller 1989
Intervallo III
Titolo del libro: Nuovo Orario dei treni.Nome dell'autore: Ufficio delle ferrovie.
Numero di pagine: 20.
Riassunto: questo libro rivoluziona in un modo memorabile l'esperienza della lettura, stabilisce chiaramente la relazione che esiste tra il modernismo e i trasporti pubblici. Il termine "comunicazione" si deve qui intendere nel senso che ne dà la filosofia di Karl Jaspers: prendere coscienza dell'esistenza altrui, perché se nell'universo non ci fosse niente altro che se stessi, il sé non saprebbe manifestarsi... Immagine del treno e programmazione temporale si articolano lungo tutto il libro, riflettendo la "pseudorealtà" della coesistenza paradossale dell'immobilismo individuale e dell'azione collettiva nel meccanismo della nostra civilizzazione. Il termine "pseudorealtà" viene da una parola greca che significa "appassionato di teatro", suggerendo un'espansione incontrollata della coscienza. La previsione degli orari di arrivo dei treni simbolizza bene la cooperazione meccanica dei passeggeri sotto l'influenza della predestinazione, e fa anche pensare alla regolarità che hanno richiesto la logistica e la strategia degli Alleati durante la Seconda Guerra mondiale. Un libro da non perdere.
Essais de micro, Huang Kuo-chun, traduzione francese di Esther Lin e Angel Pino, Actes Sud 2009
Intervallo IV
Ça!
C'est cela c'est cela, ça, ça, ça!
Cela c'est passé sous le pont du chemin de fer.
Là où les treins freinent, repartent puis tanguez tango, crissent et grincent.
Un homme courait dans le couloir d'un wagon sans âme, il court sur la moquette usée. Il est là. À courir à l'intérieur même de ce train.
Poursuivi par qui?
Et quel est son nom?
On dirait qu'il court également à l'intérieur de lui-même.
Qu'il se dédouble. Et deveint son propre frère.
Le train freine et s'arrête. Choc!
Dehors une voix quasi inaudible donne semble-t-il une liste de noms de gares
On dirait qu'il s'agit d'une halte imprévue.
Cela c'est déroulé ainsi dans le passé.
Désormais je vais pouvoir m'exprimer au présent.
Et je dis que la mer du Nord me manque. J'en fais l'aveu public. Je parle calmement, nous ne sommes pas dans la période des transes n'est-ce pas!
C'est cela c'est cela, ça, ça, ça
Tratto da "Ça", Franck Venaille, Mercure de France 2009
Due parole mie, ora: ciuf ciuf.