lunedì 8 settembre 2014

Morire per l'hotel Excelsior

Per una serie di casualità (includenti il mio essere nata in Italia ed il mio frequentare librerie, una decisione del passato che trovo tuttora giustificata, quella di votare con i piedi andandomene in Germania, ed un probabile errore di cui non mi pento, quello di aver continuato ad usare i piedi per varcare la frontiera tedesco-francese), mi trovo ora tra le mani uno dei pochi libri di cui non creda esista un'edizione priva dell'intervento di un traduttore, in quanto scritto, nella sua prima redazione, in parte in francese ed in parte in italiano. Nell'edizione di cui dispongo, la parte francese è naturalmente lasciata tel quel, mentre la parte italiana è stata tradotta in francese da Gabrielle Cabrini e trasformata in corsivo, per distinguerla dal francese dell'autore. Nell'edizione italiana cui ho avuto parziale accesso, del 1966, la parte francese è stata tradotta in italiano, probabilmente dall'autore stesso. Se tutte le edizioni italiane sono effettivamente così, allora i lettori di queste mie paginette possono trovare, unici al mondo, le due versioni originali. Siccome sono paginette, so che non si monteranno la testa.

Samedi 13 septembre.
Si je ne suis pas mort, c'est parce qu'il n'y avait pas, en Italie, un « hôtel Majestic » pour lequel il vaille la peine de mourir.
Il fait très chaud. J'habite rue Galilée.
Dans la rue Galilée, entre l'avenue d'Iéna et la place des Etats-Unis, sur la façade au n° 17, sur une plaque de marbre, j'ai lu cette merveilleuse épitaphe : « Ici est tombé, le 25 août 1944, Raymond-Charles Bonenfant, marié, père de famille, mort pour la libération de l'hôtel Majestic. A sa mémoire. Ceux qu'il a délivrés. »
C'est-à-dire les clients de l'hôtel Majestic.
J'aime et respecte M. Charles Bonenfant. Si, pendant les combats de la libération, il m'était arrivé de mourir, je n'aurais pas voulu mourir pour l'Italie, pour l'Italie entière. Il y a en Italie beaucoup, oh, mais beaucoup ! de cochons, de salauds, pour lesquels je n'aurais jamais voulu, ne voudrais nullement mourir. 
Je n'aurais pas voulu non plus mourir pour la libération de Rome, ou de Florence, ou de Milan. Ah ! non ! A d'autres, pas à moi. Je suis, moi, de la race de M. Raymond-Charles Bonenfant. J'aurais voulu mourir pour quelque chose de bien personnel, de bien gentil, de bien propre, et pas trop grand : par exemple pour la libération de l'hôtel Excelsior. Au moins, j'aurais eu quelqu'un qui me serait resté reconnaissant ; non pas l'Italie, non pas les Italiens, mais la clientèle de l'hôtel Excelsior.
« Moi, cela m'est égal, parce que j'écris Paludes. » 
Curzio Malaparte, Journal d'un étranger à Paris, éditions de la Table Ronde, 2014. Première edition : Denoël, 1967 



Sabato, 13 settembre 
Se non sono morto, è perché non c'era, in Italia, un Hotel Majestic per il quale valesse la pena di morire.
Fa molto caldo. Abito in rue Galilée.
In rue Galilée, dove abito, tra l'avenue di Iéna e piazza degli Stati Uniti, sulla facciata della casa al n. 17 ho letto in una lapide questo meraviglioso epitaffio: «Qui è caduto, il 25 agosto 1944, Raymond Charles Bonenfant, del FFI, coniugato, padre di famiglia, morto per la liberazione dell'Hotel Majestic. Alla sua memoria, coloro che ha liberato».

Ossia i clienti dell'Hotel Majestic.
Amo ed onoro Charles Bonenfant. Se, durante la guerra di liberazione, mi fosse capitato di morire, non avrei voluto morire per l'Italia, per tutta l'Italia. Vi sono in Italia molte, oh, ma tante porcherie, sudicerie, per le quali non avrei mai voluto e non vorrei affatto morire.
E nemmeno avrei voluto morire per la liberazione di Roma, o di Firenze, o di Milano. Oh, no! Altri, non io. Io sono della razza di Raymond Charles Bonenfant. Avrei voluto morire per qualche cosa di molto personale, di molto gradevole, di molto pulito, e non troppo grande. Per esempio, per la liberazione dell'Hotel Excelsior. Almeno, avrei avuto qualcuno che mi sarebbe rimasto riconoscente: non l'Italia, non gli Italiani, ma la clientela dell'Hotel Excelsior.
«Per me è lo stesso, perché io scrivo Paludes».

*Nell'edizione italiana del 1966, il signor Bonenfant è stato cambiato in Bonefant. Non me la sono sentita di replicare questo cambio: ecco il mio apporto creativo odierno.

giovedì 28 agosto 2014

Dizionario di tutte 'e cose: T come Totalitario

Nel 1923, prima che il governo fosse di matrice completamente fascista (vi facevano parte quattro ministri fascisti su un totale di quattordici), prima che Mussolini, il 22 giugno del 1925, parlasse di volontà totalitaria del fascismo e ben prima che il sistema maggioritario divenisse normalità incontestata ed incontestabile, un politico italiano che, a differenza di Almirante, non mi risulta che nessuno desideri oggi commemorare, usò, su un giornale che non esiste più, forse per la prima volta al mondo, l'aggettivo totalitario.

Mentre l'on. Mussolini ripete la manifestazione del suo proposito di voler ricondurre il fascismo nei limiti della legalità e della disciplina, si ripete altresì con frequenza — che non accenna a diminuire — il fenomeno delle elezioni amministrative con relativa conquista di maggioranza e minoranza da parte di fascisti o sedicenti fascisti. "Maggioranza e minoranza": ecco la formola che esprime a maraviglia l'intima aspirazione di quegli individui che sono accorsi, frettolosi e dimentichi di ogni precedente atteggiamento, verso il partito che rappresentava, agli occhi loro, la promessa del dominio assoluto e dello spadroneggiamento completo ed incontrollato, nel campo della vita politica ed amministrativa... È bene che l'attenzione degli italiani si fissi con un po' di calma su questo fenomeno: mentre il governo fascista sta considerando il sistema "maggioritario" che deve, sul terreno elettorale, prendere il posto della proporzionale. Sistema "maggioritario"? Qualcuno che ha cercato di indovinare i connotati badando alle interviste del comm. Bianchi, ha proposto di chiamarlo invece sistema "minoritario": noi che, con tutto il riguardo dovuto al segretario generale del Ministero dell'Interno, incliniamo ad attribuire importanza anche maggiore alla realtà elettorale di tutte le domeniche, dubitiamo assai che non si debba finire per chiamarlo, con più verità, "sistema totalitario"!

Giovanni Amendola, Il Mondo, 12 maggio 1923

martedì 19 agosto 2014

Karo Antonio

Karo Antonio,

Kyero eskrivirte en djudyo antes ke no keda nada del avlar de mis padres. No saves, Antonio, lo ke es morirse en su lingua. Es komo kedarse soliko en el silensyo kada dya ke Dyo da, komo ser sikileoso sin saver porke.

Lo ke aki te eskrivo, Antonio, es el poko de ke me akodro despues de estos cinkos syekolos en Turkya. Yo naci en Asnières, ke es una sivdeka cerka de Paris, ama mi padre y mi madre eran cerka de los treynta kuando vinieron a morar en Francia. Dainda avlavan en franses ke era la lingua de todos los djudyos de Turkya en akel tyempo porke l'Alliance israëlite universelle asi les embezo. Despues de este se foueron al Lycée français de Galata Sarail en Stambol y es por esto ke tanto les plazya la Francia, ma en kaza nunka decharon de avlar djudyo y ansina es ke yine yo me embezi.

Antes de eskrivirte, Antonio, devo serar los ojos para akodrarme del avlar de mis padres. La difikoldad es ke muchos biervos me vyenen al tino i ke no se kualo dizirte kon eyos. Ke dizirte kon la “yaka” ? ( “Este no me pasa por la yaka” dizya mi nona) kon la ekspresyon “el kulo de pipino” ke mos saltava la riza, el “ijo de Mamzer”, kon todas las kozas ke son “kozas de tresalirse”...? 
Los biervos stan lokos, Antonio. Atornan y se fuyen. No ay mas ke asperar de eyos. No dizen mas ke la rolor, la dulsura lejana de la dondurma, de las keftikas, de los platikos ke se gizava en kaza. No dizen mas ke el gusto y el tormento del pasado, la lokura del tyempo. Se van los biervos y, lechos de mi, se mueren komo las nuves del cyelo.

La lingua maternal: asi se dize de lo ke se entendya en kaza, ma, en este kavzo, Antonio, la madre no se muere nunka. Siempre se keda fuerte. Puedes azer el mas gran viage; kuando retornas la topas bien en pies. En eya vive tu pasado, en eya te sientes presente a ti mismo.  Las palavras son tu verdadero lougar y tu esperanza. Kale ser loko para pensar ke, en eyas, podryas ser un dya el mousafir de ti mizmo. En el mas profondo de ti saves ke las kozas, o al meno el sentido ke tienes de las kozas, no se mueren nunka.
Ma, kuando se bozea tu lingua, kuando se deskae, desaziendo en el mabul, kuando deves serar los ojos, soliko en tu kamaretika y pensar por oras antes ke trucher dos biervizikos en la luz, kuando no ay nada ke meldar en tu lingua, ninguno dentro tus amigos por avlarla kon ti, kuando el poko ke te keda no lo vaz a dechar a ninguno despues de ti, kuando la mujer de tu alma te mira komo a un razino ke pok a poko se le fuye el meoyo y ke, kada dya te deves olvidar mas de ti para ser bien al lado de eya, kuando mirando a su kerida facha te vez, algunos dias ke te akodras del pasado, komo a un zingano ke no ubyera nunka dourmido kon eya y ke nunka lo podrya por ke saves ke, en akeyos momentos, la distansya entre vozotros es tan grande ke parece a la mar, eya veyendo solamente una partizika de ti, alora, Antonio, saves ke la muerte avla por tu boka.

Marcel Cohen, Lettre à Antonio Saura, traduit du judéo-espagnol par l'auteur, édition bilingue, L'Échoppe, 1997  



*
Fermatevi qui e rileggete questo incipit di un breve, intenso testo, se ci tenete a cogliere Cohen nel suo tornare bambino, figlio e nipote, ma non padre, e a non spezzarne la magia e se, per una volta, accettate di lasciare la materia narrativa nella sua forma originale: un grumo di vite. Mai una traduzione dello stesso autore mi è stata d'impaccio più che d'aiuto come questa volta: Cohen si è sdoppiato, traducendosi in francese, modificando e, soprattutto, omettendo. Autore e traduttore sono due persone diverse riunite nella stessa persona. Quel che segue sono solo io.
*

Caro Antonio,

Desidero scriverti in djudyo prima che non resti più nulla della lingua dei miei antenati. Non puoi immaginare, Antonio, cosa significhi estinguersi nella propria lingua. È come trovarsi da soli nel silenzio ogni giorno che Dio manda in terra, come essere sikileoso [in ansia, oppresso, in turco], senza sapere perché.

Quello che ti scrivo, Antonio, è il poco di quel che mi riesco a ricordare di questi cinque secoli in Turchia. Nacqui ad Asnières, che è un sobborgo di Parigi, e i miei genitori erano sulla trentina quando vennero a vivere in Francia. Allora parlavano in francese, in quanto lingua, all'epoca, di tutti gli ebrei della Turchia. Lo avevano imparato all'Alliance israëlite universelle. Frequentarono poi il liceo francese di Galata Sarail, ad Istanbul, ed è per questo che la Francia piaceva loro così tanto, senza peraltro rinunciare a parlare il djudyo a casa, che così imparai anch'io.

Prima di scriverti, Antonio, devo chiudere gli occhi per ricordarmi della lingua dei miei antentati. La cosa difficile è che molte parole mi vengono in mente senza potermici esprimere. Che dirti con  “yaka” ? (“Questo non mi passa per la yaka[collo, in turco], diceva mia nonna), con l'espressione “il culo del cetriolo” che ci faceva scoppiare a ridere, con “figlio di Mamzer” [bastardo, in ebraico], con tutte le cose che sono “cose da trasalire”...? 
Le parole sono folli, Antonio. Vanno e vengono. Non c'è altro da aspettarsi da loro. Non esprimono che l'odore, la dolcezza lontana del dondurma [gelato, in turco], delle keftikas [polpette turche], dei piccoli piatti che si cucinavano a casa. Non rendono che il gusto ed il tormento del passato, la follia del tempo. Se ne vanno, le parole, e mi sfuggono, muoiono come le nuvole del cielo.

La lingua materna: così si chiama quello che si sente a casa, ma, in questo caso, Antonio, è una madre che non muore mai. Resta sempre forte. Può intraprendere il viaggio più lungo; quando ritorna, la trovi ancora ben salda sulle gambe. In lei vive il tuo passato, in lei ti senti presente a te stesso. Le parole sono il tuo vero paese e la tua speranza. Bisogna essere folli per pensare che, in esse, potresti diventare, un giorno, straniero a te stesso. In fondo a te stesso sai che le cose, o almeno la loro percezione, non muoiono mai.
Ma quando la tua lingua si sgretola, quando si disfa, diluendosi nel mabul [diluvio, in ebraico], quando devi chiudere gli occhi, solo nella tua cameretta, e pensare per ore prima di portarne qualche brandello alla luce, quando non c'è niente da leggere nella tua lingua, nessuno dei tuoi amici con cui poterla parlare, quando il poco che te ne resta non lo trasmetterai a nessuno dopo di te, quando la donna della tua vita ti guarda come un malato che a poco a poco perde il senno e ogni giorno ti senti in dovere di dimenticare te stesso per poter stare bene al suo fianco, quando guardando il suo caro volto ti vedi, i giorni in cui ti ricordi del passato, come uno zingaro che non abbia mai dormito con lei e che mai potrebbe perché sa che, in quei momenti, la distanza tra di voi è tanto grande da sembrare il mare, lei riuscendo a vedere solamente una particella di te, allora, Antonio, sai che la morte parla attraverso la tua bocca.

venerdì 15 agosto 2014

La France

La Francia, come qualsiasi altro paese, dà il meglio di sé grazie alle sue minoranze e alle sue minorità. Voici un piccolo esempio, con un accento d'altri tempi, tra l'altro.

La Chine excelle dans le textile
La Thaïlande, dans les grains de riz
Le Japon fait des automobiles
Et les US, du RNB
La Suisse attire les comptes en banque
Les anglais ont un humour exquis
Le Nicaragua produit la cocaïne,
et la revend au meilleur prix,
La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies

La mer fait pousser les poissons
Et le ciel fait péter la pluie
Quant à Dieu, assis sur l'horizon
Il nous envoie des messies
La lune produit des cratères
Et le soleil à se faire chaud
Luc Skywalker vote pour les Verts
Dans l'univers, quelle harmonie
La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies

Les savants disent que dans quelques siècles
Il y aura sur terre plus de forêts
Je lis déjà dans vos pensées inquiètes
Sans arbres, plus de papier
Mais la France prévoyant la disette,
Rassurez vous ne payera pas le prix
Photocopiant sur un air de fête
Tous les arbres du pays
Chênes, cerisiers et hêtres
Pour faire face à la pénurie

La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies
La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies



La Cina eccelle nel tessile
La Tailandia nei chicchi di riso
Il Giappone fa automobili
E gli USA, il rhythm and blues,
La Svizzera attrae i conti in banca
Gli inglesi anno un umorismo delizioso
Il Nicaragua produce la cocaina,
e la rivende al miglior prezzo,
La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie

Il mare fa crescere i pesci
E il cielo fa scoppiettare la pioggia
Quanto a Dio, seduto sull'orizzonte
Ci manda messia
La luna produce crateri
E il sole fa caldo
Luc Skywalker vota per i Verdi
Nell'universo, che armonia
La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie

I saggi dicono che nel giro di qualche secolo
Sulla terra non ci saranno più foreste
Leggo già nei vostri pensieri preoccupati
Senza alberi, niente carta
Ma la Francia, prevedendo la carestia,
State tranquilli, non ne pagherà il prezzo
Fotocopiando su un'aria festiva
Tutti gli alberi del paese
Querce, ciliegi e faggi
Per far fronte alla penuria

La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie
La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie

Bonus track

mercoledì 13 agosto 2014

Bettelein

When I was little [my grandmother] would bounce me on her leg, hobby-horse style, and sing an old German nursery rhyme:

Bettelein
Ging allein
In die weite Welt hinein.
Stock und Hut
Steht ihr gut
Ist gar wohlgemut.
Aber Mutter weinet sehr,
Hat ja nun kein Betty mehr!
Wünsch' ihr Glück
Sagt ihr Blick,
Kehr' nur bald zurück!

Lauren Bacall
Myself and then some, Harper Collins, 2010


Quando ero piccola, [mia nonna] mi faceva sempre andare a cavalluccio sulle sue gambe e mi cantava una vecchia filastrocca tedesca:

Bettina
se n'è andata stamattina
per il mondo sola solettina.
Col cappello ed il bastone
- che bel trio, la perfezione -
non c'è che dire, sta benone.
Ma la mamma piange assai,
perché Betty non ha più ormai.
A parole le augura ogni bene
ma con lo sguardo le dice: 
torna presto, mio caro bene!

venerdì 8 agosto 2014

Kiosk am Meer

Freiheit - und weiter ging der Verkehr. Die Idee
Hat sich ausgedehnt unterwegs. Am Ende der Mole
Stand ein Topf aus Beton, keiner wüßte wofür.

Der Kiosk am Meer, das war sie. Im Fenster hingen
Blaustichige Ansichtskarten verblichener Sommer.
Wie sind wir hierher gekommen? Der Brandung wegen?
Wer ist noch derselbe nach Jahren der Egomanie?

Über den Wolken schlafen die Mauersegler,
So geht die Legende. Aber wie geht sie weiter?
Verzeihung, wir kannten uns kaum. Und Zeit war
Kein Eigentum, das der Einzelne schützte wie die Natur.
Ist der Sand enttäuscht, wenn die Dämmerung fällt?

Wir sprechen, blinzeln solang wir am Feuer sitzen.
Wenn du sie siehst, grüß sie von mir. Sag Guten Tag.

Durs Grünbein


Chiosco sul mare

Libertà - e il traffico, imperturbato, continuava. L'idea
si è poi diffusa, cammin facendo. In cima al molo
c'era un vaso in cemento, ma se ne ignorava il motivo.

Il chiosco sul mare, ecco, lei era questo. Sui vetri della finestra,
cartoline illustrate di estati passate di un azzurro slavato.
Come siamo arrivati qui? Con la risacca?
Chi è rimasto lo stesso, dopo anni di egomania?

Oltre le nubi i rondoni dormono in volo,
così dice la leggenda. Ma come prosegue?
Pardon, ci conoscevamo poco. E il tempo non era
una proprietà protetta da ognuno, come la natura.
È delusa la sabbia quando viene buio?

Intorno al fuoco, parliamo socchiudendo gli occhi.
Se la vedi, salutala da parte mia. Buongiorno, dille.

domenica 3 agosto 2014

Lenen van de grieken

Net alsof je Ptolemaeus Euergetes bent
vraag je de Atheners
Aeschylus, Sophocles en Euripides aan jou uit te lenen
(de manuscripten van al hun toneelstukken,
ook die die later verloren zijn)
en je geeft hen vijftien zilveren talenten
die zij mogen houden
als je ze niet onbeschadigd zou terugsturen.

Je schrijft de manuscripten over
en stuurt de kopieën terug,
niet in het geheim, maar alsof je op het podium staat
leg je meteen uit dat de Atheners
de vijftien talenten kunnen houden
als boete voor wat je hen aangedaan hebt.

Nachoem Wijnberg


Come se fossi Tolomeo Evergete
chiedi in prestito agli ateniesi
Eschilo, Sofocle ed Euripide
(i manoscritti di tutte le loro tragedie,
comprese quelle andate perdute)
e dài loro quindici talenti d'argento
che potranno tenere
se non dovessi restituirli intatti.

Ricopi i manoscritti
e restituisci le copie,
ma senza fingere, come se ti mettessi subito a spiegare
su un palco che gli ateniesi
i quindici talenti possono pure tenerli
a compensazione di quello che hai fatto loro.

sabato 2 agosto 2014

Le foto migliori

Le foto migliori dello spicchio nordoccidentale della Polonia in cui sono passata sono, al solito, quelle che ho deciso di non scattare, in questo caso quelle dei posti dove più brutali appaiono i segni dell'evoluzione intrapresa dal paese da quando è libero di comprare uno yogurt Danone in qualsiasi sklep della campagna più interna.

Non le ho fatte, queste foto, nonostante fossero impareggiabili e le avvertissi pure come necessarie, vuoi perché temevo di offendere le persone del posto vuoi perché non disponevo di un grandangolo che potesse (e non ne esiste uno che possa) racchiudere le distese circensi che si sviluppano in alcuni centri abitati della costa del Mar Baltico e che, pure fortunatamente intervallate da boschi e lunghi tratti di costa e di campagna risparmiati dalla violenza immobiliare, restano comunque uno schiaffo ed un insulto alle speranze di tutti coloro che hanno patito l'occupazione tedesca e/o il successivo regime comunista.

Alla prima categoria appartiene una foto di una bancarella di Ustka, che su un suo fianco ha appese, incorniciate tutte allo stesso modo, delle immagini che riportano, in modo alternato e regolare, riproduzioni di cani e di papi, non dissimili - papi e cani - dall'iconografia dei papibuoni e dei padripii. Un papa circondato da una luce diffusa giallastra contenente delle sfumature di rosa e di arancione. Un pastore tedesco aureolato dalla stessa identica luce, e poi altro papa, altro cane, papa-cane-papa-cane e via andare, riga per riga, e a capo alla fine di ogni riga, dall'altezza del banco di vendita fino a terra. Se si ha fortuna, si può apprezzarne la fattura e la disposizione al suono, che fa picchiettare i piedi dei clienti in attesa di ricevere l'ordinazione ad un chiosco, di Laśiatemy kantaare, con la kitarra immano, laśiatemy kantare, pekhé ne sono wiero, e di Mammammà mammammariammà cantate laiv e ridiffuse da casse potenti, tanto da bucare il suono del vento, altrove magnifico (mai come a Ustka ho provato gratitudine per il depistaggio identitario che mi assicurano i miei zigomi slavi, purché abbia l'accortezza di tenere la bocca chiusa, naturalmente).

Alla seconda categoria appartiene una foto d'insieme di Międzywodzie, da me subito, per forza di cose, affettuosamente identificata come terra di bisiacchi in salsa baltica, avendo deciso entrambi i luoghi di portarsi nel nome la comune collocazione in mezzo a delle acque: un reticolo di strade ortogonali percorse da bici a noleggio a forma di bob o di auto da formula 1, ma mai di bici, e contrassegnate da tristi condomini di recente costruzione in stile anni '70, in cui regna non solo l'horror vacui, ma anche quello per le linee curve e per qualsiasi parvenza di simmetria o di vago equilibrio, separati gli uni dagli altri da luminosi e fragorosi giochi da fiera paesana ed autoscontri, rivendite di birre e tabacchi e caramelle, variopinte baracche di pesce fritto, pizza e, soprattutto, dolci (leggasi gofry/lody/rurki e desery in generale, rigorosamente in questo ordine).

Ci sarebbe anche una terza categoria di foto belle non scattate, la più inafferrabile e la più controversa, che vede accomunate Polonia e Italia, oltre che dall'uso di alcune parole come pomidor, arancio, pałac e autostrada, anche dall'aver scelto di sotterrare, in qualche forziere al momento ben nascosto, il loro prezioso entuzjazm.

Restano quindi solo le foto peggiori di cui, per rispetto, mi permetto di lasciare solo due esemplari.

 

venerdì 1 agosto 2014

Sappiate

Voglio vivere e,
se muoio,
sappiate che
non ero
né un partigiano di Hamas
né un combattente.
Non ero nemmeno
uno scudo umano.
Ero a casa.

Gaza, 23 luglio 2014
Tweet di un palestinese riportato dalla ricercatrice Orit Perlov su Le Monde di oggi.


 
Jabalia, 24 luglio 2014. Foto della AFP riportata da Haaretz.
Cfr., volendo.

mercoledì 9 luglio 2014

Dizionario di tutte 'e cose: S come Sconfitta

Ἀσπίδι μὲν Σαΐων τις ἀγάλλεται, ἥν παρὰ θάμνῳ,
ἔντος ἀμώμητον κάλλιπον οὐκ ἐθέλων·
αὐτὸν δ' ἔκ μ' ἐσάωσα· τί μοι μέλει ἀσπὶς ἐκείνη;
ἐρρέτω· ἐξαῦτις κτήσομαι οὐ κακίω.

Archiloco

I me ga batù e 'desso i se la mena perché go dovù molar el mio scudo in graia. No gavessi mai volù (che bel ch'el iera), ma la xe 'ndada cussì.
Son vivo, però! Chi se frega del scudo. Ma ch'el vadi in mona, ch'el vadi: scudi sarà che noi no saremo.

martedì 1 luglio 2014

Dizionario di tutte 'e cose: X come Xe più giorni che luganighe

La garde à vue non la auguro a nessuno. Fosse per me, l'abolirei, questa misura poliziesca medievale comminata a milioni di persone, solo considerando il primo decennio del XXI secolo. Tuttavia, Sarkozy messo in garde à vue - lo stesso Sarkozy che da ministro dell'interno la considerava un indicatore dell'efficacia del proprio lavoro e ne raccomandava alla polizia un certo numero all'anno - permette almeno di spiegare definitivamente ai non triestini, in modo diretto, non mediato, senza l'ausilio di circonlocuzioni o perifrasi, il detto: Xe più giorni che luganighe.

martedì 24 giugno 2014

(spoiler)

Altro compleanno

A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un'ardesia propaghi il colore dell'estate.

Vittorio Sereni


lunedì 16 giugno 2014

Salustri

Parole povere l'ho già riportata. La riporto ancora una volta, con la voce dell'autore. Così arricchiamo il nostro Wortschatz di una parola, povera anche lei, ma precisissima: salustri.

domenica 15 giugno 2014

Da Malaspina


Le donne degli anni Quaranta
sfoggiavano eleganti acconciature,
la riga a lato, il peekaboo bang
o i boccoli si aprivano sul collo
a sfiorare appena le spalle.
Fumavano nel cinema estasiate
a Via col vento o Giubbe rosse,
sognavano di assomigliare
a Veronica Lake o Lauren Bacall,
Gene Tierney o Ida Lupino, attente
nelle sale ai borsaioli e ai bulli
che lavoravano di fino, sotto sotto,
alle borsette e ai piedi.

Maurizio Cucchi, Malaspina, 2013

Trieste, 1943



sabato 14 giugno 2014

-- У! Уу! У! -- кричал он на разные интонации

Dopo moltissimi anni, questo pomeriggio mi sono decisa a cercare il grido originale di Ivan Il'ič, quello che ripete per tre giorni, prima di morire, e ho finalmente scoperto che non è Oh! Oh! Oh!: è Uh! Uuh! Uh!

Dizionario di tutte 'e cose: S come Sfunzionare

A Parigi, c'è un teatro che non è per niente centrale: sta nella parte settentrionale della città, nel X arrondissement, vicino alla Gare du Nord, la stazione più complicata - per numero di passeggeri in transito, numero di persone in difficoltà che vi circolano, stazionano e talora dimorano, condizione degli spazi ed odori - di tutte le stazioni ferroviarie parigine. Si chiama Théâtre des Bouffes du Nord ed è più piccolo di altri teatri più noti. 
È un teatro che, se non fosse un teatro, avrebbe bisogno di almeno tre mani di pittura, e invece ha un'aura che cresce ad ogni mancato intervento. Non ha sipario. Non ha una vera e propria platea, solo balconate. La scena sembra inghiottire le prime file di spettatori, che stanno seduti a terra, su dei cuscini: chi vi si accomoda, deve prevedere la possibilità di essere coinvolto fisicamente nello spettacolo, vuoi per la prossimità con gli attori e la condivisione, con questi ultimi, del medesimo spazio a terra, vuoi perché è naturale che questa prossimità possa indurre il regista a prevedere, a volte, una vera e propria interazione del pubblico con gli attori. Quando le luci sono accese, prima che lo spettacolo inizi, la luce non supera il livello del fioco-poco più che fioco, se si sta al di sotto di una balconata, come è capitato a me.
Volendolo descrivere con un aggettivo solo, il Théâtre des Bouffes du Nord è, prima di tutto, uno spazio immaginario. In realtà, a ripensarci, è, prima di tutto, perché Peter Brook l'ha salvato dall'abbandono e dalla demolizione. 
Brook andrebbe ringraziato solo per questo. Anche per quello che vi rappresenta, naturalmente, e molto. Per esempio, di recente, per The valley of astonishment.
 
Protagonista, la memoria; coprotagonista, il linguaggio. Come fonte di ispirazione, la testimonianza lasciata da un medico, Aleksandr Romanovič Lurija a proposito del giornalista Solomon Šereševskij, che esito a chiamare paziente, perché, da non medico, non mi pare che mescolare i sensi debba essere considerata una malattia. Inoltre, la sua sinestesia lo dotò di una memoria eccezionale. Tuttavia, Šereševskij da paziente fu trattato, non solo dai medici, ma anche da tutti coloro che non riuscirono a considerarlo normale, a cominciare dal suo direttore, stupito e stizzito dalla sua abitudine di non prendere alcuna nota durante le riunioni di redazione.
Nella pièce, esattamente come nelle testimonianze scritte lasciate dal medico, Šereševskij, trasformato in un personaggio femminile interpretato da Kathryn Hunter, dà una prova delle sue capacità mnemoniche in un test in cui deve ripetere le prime terzine della Divina Commedia. Il medico scelse Dante in quanto autore in una lingua completamente ignota a Šereševskij. Solo che noi, naturalmente, non la ignoriamo, mentre la testimonianza di uno degli episodi rivelatori del modo in cui Šereševskij riusciva a memorizzare delle sequenze di parole senza errore dopo averle sentite recitare una sola volta è parlante solo in russo. Anche il testo di Brook, che ha trasposto in inglese il racconto russo, funziona benissimo. In italiano, invece, non può funzionare, a meno che non si cambi tutto, a partire dai versi, che dovrebbero essere in una lingua ignota, per esempio il persiano de La conferenza degli uccelli, a cui Brook si è ispirato ancora una volta per tratteggiare la valle della meraviglia (stupore non mi piace), Hayrat, che potrebbe far pensare ad un milanese che scappa da una porta perché ha i ratti in casa, se optassi davvero per un test basato sul persiano. Nonostante in italiano non funzioni, lascio lo stesso tutto come nell'originale russo, a parte le inevitabili imprecisioni della mia interpretazione: lo lascio impreciso e imperfetto, come il Théâtre des Bouffes du Nord.

В декабре 1937 г. Ш. была прочитана первая строфа из "Божественной комедии".

Nel mеzzо del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita,
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

 
Как всегда, Ш. просил произносить слова предлагаемого ряда раздельно, делая между каждым из них небольшие паузы, которые были достаточны, чтобы превратить бессмысленные для него звукосочетания в осмысленные образы.
Естественно, что он воспроизвел несколько данных ему строф "Божественной комедии" без всяких ошибок, с теми же ударениями, с какими они были произнесены. Естественно было и то, что это воспроизведение было дано им при проверке, которая была неожиданно проведена... через 15 лет! Вот те пути, которые использовал Ш. для запоминания:
"Nel – я платил членские взносы, и там в коридоре была балерина Нельская; меццо (mezzo) – я скрипач; я поставил рядом с нею скрипача, который играет на скрипке; рядом – папиросы "Дели" – это del; рядом тут же я ставлю камин (camin), di – это рука показывает дверь; nos – это нос, человек попал носом в дверь и прищемил его; tra – он поднимает ногу через порог, там лежит ребенок – это vita, витализм; mi – я поставил еврея, который говорит "ми – здесь ни при чем"; ritrovai – реторта, трубочка прозрачная, она пропадает, – и еврейка бежит, кричит "вай" – это vai. Она бежит, и вот на углу Лубянки - на извозчике едет per – отец. На углу Сухаревки стоит милиционер, он вытянут, стоит как единица (una). Рядом с ним я ставлю трибуну, и на ней танцует Сельва (selva); но чтобы она не была Сильва – над ней ломаются подмостки – это звук "э"...

Nel dicembre del 1937 a Š. fu letta la prima strofa della Divina Commedia.

Nel mеzzо del cammin di nostra vita
Mi ritrovai per una selva oscura,
Che la diritta via era smarrita,
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura.

 
Come sempre, Š. chiese di pronunciare le parole di ogni verso proposto separatamente, inserendovi brevi pause, che erano sufficienti a trasformare i suoni per lui privi di senso in immagini con un senso.
Naturalmente, ripetè i pochi versi della Divina Commedia senza commettere alcun errore, con lo stesso accento con cui gli erano stati pronunciati. Era anche naturale che questa riproduzione fosse ripetuta nel corso di un test che gli fu sottoposto all'improvviso... 15 anni dopo! Questi sono i percorsi che Š. usava per ricordare: "Nel - mentre stavo andando a pagare i contributi, ho incontrato nel corridoio la ballerina Nel'skaja; mezzo - sono un violinista; le ho piazzato vicino un violinista; vicino  a loro, delle sigarette "Deli" - questo è del; poi vicino ci ho messo un camino, di - è una mano che indica la porta; nos - è un naso, una persona si diresse verso la porta e la porta le si chiuse sul naso; tra solleva il piede per oltrepassare la porta e c'è un bébé - questo è vita; mi – ho piazzato un ebreo che continua a dire "mi non ho niente a che fare con questo"; ritrovai – una ritorta o, meglio, una storta, un tubo trasparente che sparisce ed una donna ebrea che corre ed urla “vai” – questo è vai. Sta correndo e all'angolo della Lubjanka – ecco che suo padre sta camminando – per. All'angolo del Suharevka un poliziotto sta in piedi dritto come il numero uno  – una. Vicino a lui piazzo un palco e su quel palco Sel'va sta ballando; ma non al punto da diventare Sil'va – sopra la sua impalcatura rotta  – questo è il suono “e”…

English

(Nos è naso in russo. Mi è noi pronunciato male. La mano che indica la porta, mi dispiace, ma non l'ho proprio capita. Magari chi andrà a vedere lo spettacolo di Brook a Perugia il prossimo ottobre e si metterà a studiare il russo per poter apprezzare meglio il testo ispiratore di Brook lo capirà. Per chi non lo farà, resta sempre la possibilità di leggere il poema persiano in traduzione nel bellissimo volume dell'Adelphi: persino quest'ultima non è precisissima nelle etichette che usa nel catalogo online).


giovedì 5 giugno 2014

" Des éléments démontrant l'utilisation de chlore, sous forme de gaz chimique, par l'armée syrienne "

Dice Le Monde che le autorità francesi dispongono da almeno una quindicina di giorni di elementi che dimostrano l'uso di cloro da parte dell'esercito siriano e che i risultati delle analisi dei campioni prelevati in Siria, effettuate in accordo con le regole internazionali, sono pronti, ma non possono essere resi pubblici per volontà dei servizi segreti francesi, americani e britannici, nonostante questi ultimi dispongano anche di intercettazioni che avrebbero rivelato il modo in cui gli attacchi sono stati preparati, nonché i loro mandanti ed esecutori.
La teoria della Rosina è ancora validissima ed internazionalmente riconosciuta.
*
Più che valida: il giorno dopo il pezzo di Le Monde, Romain Nadal, portaparola del ministro degli esteri, dice che l'analisi dei campioni è ancora in corso.
 *
A due giorni dall'annuncio dei risultati, poi smentito,  Samantha Power dice che sarebbe utile essere tenuti al corrente degli ultimi sviluppi dell'inchiesta.
La Rosina non guarda in faccia nessuno, neanche gli ambasciatori.


martedì 27 maggio 2014

Mια πόρτα

To ξυλουργείο,
τo σιδηρουργείο,
το παντοπωλείο,
οι γαλότσες του γεωργού
στο χαγιάτι,
χαμηλή συννεφιά,
σαπουνόνερα,
κι η απροσδόκητη
γαλάζια πόρτα πεσμένη
στα χαλάσματα
με το κλειδί της
στη θέση του.

Γιάννης Ρίτσος
Αθήνα, 3.ΙΙΙ.85


Una porta

La falegnameria,
la ferramenta,
la drogheria,
gli stivali di gomma del contadino
sotto il portico,
nuvole basse,
schiuma di sapone
e, inaspettata,
una porta blu crollata
a terra tra le rovine
con la chiave
al suo posto.

Yiannis Ritsos
Atene, 3.3.85

Cfr., volendo.

venerdì 16 maggio 2014

Ici existait au XIVème siècle

(La flaida, in triestino, è una vestaglia e, in senso lato, un vestito piuttosto lungo, largo ed informe. Parola indispensabile, almeno per me.)
(Ah, e poi el mato non è un matto, ma è solo un tizio. Meno indispensabile, ma da non sottovalutare: qualsiasi tizio è un mato, il che esclude categoricamente che qualcuno possa essere normale.)

"Ici existait au XIVème siècle l'église Sainte-Claire dans laquelle à l'aube du 6 avril 1327 Pétrarque conçut pour Laure un sublime amour qui les fit immortels"- dice, tra inspiegabili virgolette, una targa ad Avignone, che non ho cercato e che stavo persino rischiando di lasciare dietro di me, ignorandola per sempre. 


Accortamene solo perché richiamata da E., che ben conosce la mia cronica predisposizione a leggere targhe (e insegne, indicazioni, piccoli annunci, avvisi di smarrimenti di felini, scarabocchi, etc.), ho varcato la porta dell'ex chiesa, per vedere che ne resta ora, tra un teatro e un giardino interno, che occupano gran parte del terreno - poco, pochissimo resta - e soprattutto per incrociare i miei passi con i loro, anche se un po' in ritardo, in un momento impercettibilmente sfasato, almeno rispetto alla scala del tempo della presenza dei dinosauri sulla terra. È tutto presente, letterariamente parlando, senza rughe o segni del tempo, è levigato, spianato, uniforme, compatto: Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge, Piacer mi tira, Usanza mi trasporta. Così come è presente la mia visita nella navata fattasi cortile di condominio di provincia, che ripasso ora, scrivendone, come se dovesse presentarsi da un momento all'altro il postino o il gatto dei vicini.

 
Avanzo lentamente, tra gli alberi e l'ingresso del teatro, più volte tornando indietro, verso la cappella, e canticchiando, ma molto internamente, tra fegato e milza, sull'aria di Munastero 'e Santa Chiara, tengo 'o core scuro scuro... con passo molto più rilassato e zigzagante di quello dritto e perentorio con cui Jack Lemmon entra nel monastero in Maccheroni. Guardo gli alberi, faccio un paio di foto, mi metto a pensare se Laura si sia scoperta il capo per sputare a terra, come fece Flamenca, solo qualche anno dopo. Propendo per il sì.


Rispetto alla stessa scala temporale dei dinosauri, appena qualche minuto fa stavo salendo per la prima volta un'altra scala, quella del mio liceo, intitolato allo stesso poeta e per questo ospitante una sua statua, di fattura approssimativa ma di fisionomia indiscutibile, collocata in cortile, nascosta alla strada ma ben visibile dalla scalinata interna, che ora percorro a fianco di un ragazzo con cui sto per condividere, fresco amico, anche se ancora non lo so, cinque lunghi anni della mia vita. Volge lo sguardo a sinistra, verso la vetrata, rallenta, cerca un interlocutore e trova me, cui decide di rivolgere le sue prime parole da quando ha parcheggiato il motorino sul marciapiede bucherellato da molti cavalletti prima del suo: "Ma chi xe quel mato cola flaida?"

Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge,
Piacer mi tira, Usanza mi trasporta,
Speranza mi lusinga et riconforta
et la man destra al cor già stanco porge;

e ’l misero la prende, et non s’accorge
di nostra cieca et disleale scorta:
regnano i sensi, et la ragion è morta;
de l’un vago desio l’altro risorge.

Vertute, Honor, Bellezza, atto gentile,
dolci parole ai be’ rami m’àn giunto
ove soavemente il cor s’invesca.

Mille trecento ventisette, a punto
su l’ora prima, il dí sesto d’aprile,
nel laberinto intrai, né veggio ond’esca.

*

Era il giorno ch’al sol si scoloraro 
per la pietà del suo factore i rai, 
quando i’ fui preso, et non me ne guardai, 
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro. 
Tempo non mi parea da far riparo 
contra’ colpi d’Amor: però n’andai 
secur, senza sospetto; onde i mei guai 
nel commune dolor s’incomminciaro. 
Trovòmmi Amor del tutto disarmato 
et aperta la via per gli occhi al core, 
che di lagrime son fatti uscio et varco: 
però al mio parer non li fu honore 
ferir me de saetta in quello stato, 
a voi armata non mostrar pur l’arco.

*

Benedetto sia ’l giorno e ’l mese e l’anno 
e la stagione e ’l tempo e l’ora e ’l punto 
e ’l bel paese e ’l loco ov’io fui giunto 
da’ duo begli occhi che legato m’ànno; 
e benedetto il primo dolce affanno 
ch’i’ebbi ad esser con Amor congiunto, 
e l’arco e le saette ond’i' fui punto, 
e le piaghe che ’nfin al cor mi vanno. 
Benedette le voci tante ch’io 
chiamando il nome de mia Donna ò sparte, 
e i sospiri e le lagrime e ’l desio; 
e benedette sian tutte le carte 
ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio, 
ch’è sol di lei; sì ch’altra non v’ha parte.

*

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi 
che ’n mille dolci nodi gli avolgea, 
e ’l vago lume oltra misura ardea 
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; 
e ’l viso di pietosi color’ farsi, 
non so se vero o falso, mi parea: 
i’ che l’ésca amorosa al petto avea, 
qual meraviglia se di sùbito arsi? 
Non era l’andar suo cosa mortale, 
ma d’angelica forma, et le parole 
sonavan altro, che pur voce humana: 
uno spirto celeste, un vivo sole 
fu quel ch’i' vidi; et se non fosse or tale, 
piagha per allentar d’aro non sana.

mercoledì 14 maggio 2014

" au moins 14 éléments "

Hollande non è in possesso di prove dell'uso di armi chimiche da parte del regime siriano, si diceva. Dispone però di qualche elemento, che non fornisce. Nemmeno il ministro degli esteri, Laurent Fabius, fornisce qualcuno degli elementi noti al potere francese, perché il gas cloro evapora velocemente, dicono. Ciò nonostante, Fabius è in grado di quantificarne il numero con precisione: sono 14, almeno 14, raccolti da mani veloci, più veloci delle molecole gassose in fuga nell'atmosfera. Le armi convenzionali lasciano tracce meno volatili dei gas. Tuttavia, le armi convenzionali non destano nella stessa misura l'interesse di Fabius, e nemmeno il nostro, a dire il vero, e quindi non si contano, perché contano meno dei posti di lavoro nell'industria militare francese: sono almeno 165000, senza l'indotto. 

Klasyk

Wielkie drewniane ucho zatkane watą i nudziarstwami Cycerona. Wspaniały stylista - mówią wszyscy. Nikt już dzisiaj takich długich zdań nie pisze. I co za erudycja. W kamieniu nawet umie czytać. Tylko nigdy nie domyśli się, że żyłki marmuru w termach Dioklecjana to są pęknięte naczynia krwionośne niewolników z kamieniołomów.

 Zbigniew Herbert



Il classico

Un enorme orecchio di legno otturato da ovatta e dalle ciarle di Cicerone. Uno stilista meraviglioso, dicono tutti. Oggi nessuno scrive periodi così lunghi. E che erudizione. Sa leggere perfino in una pietra. Solo che non immaginerà mai che le vene del marmo delle terme di Diocleziano sono i vasi sanguigni spaccatisi agli schiavi delle cave.



lunedì 12 maggio 2014

puisque les arbres sont en fleurs

Mon cher Theo,

je suis dans une rage de travail puisque les arbres sont en fleurs et que je voulais faire un verger de Provence d’une gaieté monstre.

Vincent Van Gogh al fratello Theo, Arles, 3 aprile 1888

Mio caro Theo,

sono in pieno furore lavorativo, perché gli alberi sono in fiore e volevo fare un frutteto provenzale di una gioia mostruosa.

mercoledì 7 maggio 2014

Άξιζε να υπάρξουμε για να συναντηθούμε

Tsipras, che potrebbe diventare presidente della Commissione europea, se solo i cittadini europei lo volessero, cita spesso un verso di Ritsos. Credo di averlo trovato:

Άξιζε να υπάρξουμε για να συναντηθούμε
Valeva la pena di esistere per incontrarci. 

Musica.

Yiannis Markopoulos

Απλώνουμε τα χέρια στον ήλιο στον ήλιο
και τραγουδάμε και τραγουδάμε.
Το φως κελαηδάει, άιντε κελαηδάει
στις φλέβες του χόρτου και της πέτρας.
Άξιζε να υπάρξουμε για να συναντηθούμε.

Αγαπούμε τη γη, τους ανθρώπους και τα ζώα.
Τα ερπετά, τον ουρανό και τα έντομα.
Είμαστε, είμαστε κι εμείς όλα μαζί.
Μαζί κι ο ουρανός και η γη.

Απλώνουμε τα χέρια στον ήλιο στον ήλιο
και τραγουδάμε και τραγουδάμε.
Ο ήλιος με φωνάζει, ο ήλιος με φωνάζει.
Χαρά, χαρά. Δε μας νοιάζει τι θ’ αφήσει
το φιλί μας μες στο χρόνο και στο τραγούδι.

Γιάννης Ρίτσος

Stendiamo le mani al sole al sole
e cantiamo e cantiamo.
La luce trilla - davvero - trilla
nelle vene dell'erba e della pietra.
Valeva la pena di esistere per incontrarci.

Noi amiamo la terra, gli uomini, gli animali.
I rettili, il cielo e gli insetti.
Siamo, anche noi siamo una cosa sola.
Una cosa sola col cielo e la terra.

Stendiamo le mani al sole
e cantiamo e cantiamo.
Il sole mi chiama, il sole mi chiama.
Gioia, gioia. Non ci interessa cosa lascerà
il nostro bacio nel tempo e nel canto.

lunedì 5 maggio 2014

I mastini dell'oclocrazia - 2

Se non superato,...
E di continuare...
Perché...
E perché...
Anche perché...
Il che...
Cioè, le...

Ilvo Diamanti si rammarica della perdita del contatto diretto tra politici ed elettori, della fine della politica svolta sul territorio (brutta parola del presente), della vittoria totale della televisione sulle altre forme di comunicazione in campagna elettorale. Pur non arrivando ai vertici stilistici irraggiungibili di Ferruccio de Bortoli, se ne rammarica ricorrendo ad un monoproposizionalismo dal fiato cortissimo, enfisemico, che eleva costantemente tutte le subordinate a principali, oltre ogni ragionevole e sana paratassi, in un mondo linguistico dove regnano incontrastate monostruttura, monoflusso, monoritmo e - forse - monopensiero, instrinsecamente inadatto alla varietà, alla molteplicità e alle sfumature della realtà e alla conseguente esigenza di articolarne la descrizione: in poche parole, perfettamente televisivo. 

domenica 4 maggio 2014

Auf dem Sterbebett

Ich will gar nichts mehr, ich will anfangen zu spielen.

Günter Eich, 16.12.1972


Sul letto di morte
Non voglio più niente, voglio cominciare a giocare.

Le faiseur

Et qui arrive à dire, arrive à faire, n'est-ce pas ? Eh bien ! Je ferai tout ce qui pourra me sauver, car (il tire une pièce de cinq francs) voici l'honneur moderne !... Ayez vendu du plâtre pour du sucre, si vous avez su faire fortune sans exciter de plainte, vous devenez député, pair de France ou ministre ! Savez-vous pourquoi les drames, dont les héros sont des scélérats, ont tant de spectateurs ? C'est que tous les spectateurs s'en vont flattés, en se disant : — Je vaux encore mieux que ces coquins-là... Mais moi, j'ai mon excuse. Je porte le poids du crime de Godeau. Enfin, qu'y a-t-il de déshonorant à devoir ? Est-il un seul État en Europe qui n'ait ses dettes ? Quel est l'homme qui ne meurt pas insolvable envers son père ? Il lui doit la vie, et ne peut pas la lui rendre. La terre fait constamment faillite au soleil. La vie, Madame, est un emprunt perpétuel ! Et n'emprunte pas qui veut ! Ne suis-je pas supérieur à mes créanciers ? J'ai leur argent, ils attendent le mien : je ne leur demande rien, et ils m'importunent ! Un homme qui ne doit rien ! mais personne ne songe à lui, tandis que mes créanciers s'intéressent à moi.

Balzac, Le faiseur, Acte I, Scène 6, 1840

 
Serge Maggiani nel Faiseur di Emmanuel Demarcy-Mota

E chi riesce a dire, riesce a fare, vero? Ebbene! Farò tutto quello che potrà salvarmi, perché (tira fuori una moneta da cinque franchi) ecco qua l'onore moderno!... Anche a vendere gesso spacciandolo per zucchero, se avete saputo far fortuna senza incorrere in una denuncia, diventate deputato, pari di Francia o ministro! Sapete perché i drammi con dei farabutti, come protagonisti, hanno così tanti spettatori? Perché tutti gli spettatori se ne possono andare compiaciuti, dicendosi: "Sto ancora meglio di quei furbetti là..." Ma io, ho una scusante, io. Porto il peso del crimine di Godeau. In fin dei conti, che c'è di disonorevole ad essere indebitati? C'è un solo stato in Europa che sia senza debiti? Quale uomo non muore in debito nei confronti di suo padre? Gli deve la vita, e non può restituirgliela. La terra fallisce di continuo ai danni del sole. La vita, signora, è un perpetuo indebitamento! E non fa debiti solo chi vuole! Non sono superiore ai miei creditori? Io ho i loro soldi, e loro aspettano i miei: non domando loro niente, e loro vengono ad importunarmi! Se un uomo non ha debiti, nessuno si cura di lui, mentre i miei creditori, ci tengono, a me.

martedì 29 aprile 2014

« Nous avons encore quelques éléments mais je n’ai pas les preuves donc je ne peux pas ici les donner »

Le armi chimiche in Siria le avrebbero usate i ribelli siriani. Riforniti ed addestrati dai turchi. Così almeno ha scritto Hersh sulla London Review of Books, una prima volta a dicembre, una seconda volta ad aprile (in Italia Repubblica ha ripreso almeno il secondo pezzo). La prima volta, gli americani hanno smentito, sostenendo che Hersh ha detto il falso. Qualcuno ne ha negato la possibilità anche questa volta.
È possibile che Hersh e la London Review of Books che l'ha pubblicato per ben due volte siano privi di qualsiasi attendibilità. Come se nulla fosse, infatti, Hollande ha ripreso ad accusare Assad per un nuovo attacco, questa volta con armi chimiche a base di cloro. Tuttavia, le dichiarazioni di Hollande non necessitano di controlli, verifiche, repliche o smentite. Hollande, infatti, non può fornire prove perché non ne ha. Dispone di qualche elemento. Non fornisce neppure quello, comunque. La teoria di Hollande è ancora più parca della teoria della Rosina ("mostrarla e non darla", come facevano Bush e Blair con le presunte prove dell'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq): on ne doit ni la montrer, ni la donner.
Se gli gira, Hollande può intervenire militarmente senza il previo consenso dell'Assemblée Nationale, che è richiesto solo per autorizzare interventi più lunghi di quattro mesi. Si vede che c'est normal, come si risponde ad ogni interrogativo posto dallo straniero scettico, o semplicemente curioso, e comunque, nella fattispecie, irrecuperabilmente obnubilato dalle pregresse esperienze della cultura parlamentare del proprio Paese d'origine - a sua volta in via di progressivo, modernissimo e democratico indebolimento (dev'essere normale anche questo). È sicuramente costituzionalmente normal. Anzi, è più che normal, è persino al di sotto delle aspettative, visto che l'opinione pubblica e molta stampa tendono a rimproverare a Hollande mancanza d'autorità, non mancanza di trasparenza democratica o di iniziativa diplomatica.
Mai avrei immaginato di dover piazzare un giorno il Presidente della Repubblica francese più in basso della Rosina. Mai neanche di ritrovarmi così spaesata, e non solo rispetto alla Francia, ma rispetto al tempo in cui mi trovo a vivere.
1944              1945
krieg               krieg
krieg               krieg
krieg               krieg
krieg               krieg
krieg               mai
krieg
krieg
krieg
krieg
krieg
krieg
krieg

Ernst Jandl

Maggio 1906

Buffalo Bill's Wild West, Molo San Carlo*, 13-15 maggio 1906, Österreichische Nationalbibliothek
 (*attualmente, purtroppo, Molo Audace)

Maggio 2014

lunedì 28 aprile 2014

I mastini dell'oclocrazia

Tra i più determinati a mettere la politica di fronte a un out out c’è Massimo Pavin, presidente di Confindustria Padova.
Corriere Della Sera, 7.02.2014, Il malessere a Padova? Bolletta elettrica su del 40% di Rita Querzé 

Difficile che nel week-end pasquale sia accaduto qualcosa di risolutivo, a parte l'approfondimento da parte degli arabi della risposta italiana, inviata giovedì scorso, all'out-out fatto la scorsa settimana da Abu Dhabi. 
Il Sole 24 Ore, 22.04.2014, Alitalia, richieste Etihad al cda. Da sciogliere anche il nodo Adr di Laura Serafini

Il Resto del Carlino, Cronaca di Rimini, Udc: l'out out di Nanni al Pd "O con noi o con i comunisti", 12 gennaio 2011, non firmato

La norma nascosta nel decreto Alitalia cancellerebbe i processi per i grossi crac però non passerà, dopo il dietrofront del governo e l'out out di il ministro dell'economia Giulio Tremonti minaccia dimissioni.
La Repubblica, Cronaca di Parma, Parmalat, il processo trema. Risparmiatori chiedono 141 mln, 9.10.2008, non firmato

Il primo marzo scade l'out out del governo Monti per trovare una nuova intesa tra il general contractor Eurolink e la Stretto di Messina, società concessionaria dell'opera, alle condizioni imposte dalle legge.
L'Espresso, 16.1.2013, Ponte, un miliardo buttato di Paola Pilati

L'out-out lo ha posto L'Electrolux-Zanussi ai 2044 dipendenti.
L'Unità, 13.04.2001, Zanussi, la rottura è nell'urna di Michele Sartori

venerdì 25 aprile 2014

Tener su le carte

"Non eravamo mica buoni, a fare la guerra." Io almeno. Ero un ragazzo squillante, dinamico, ma si vede che c'erano delle scottature interne, che condizionavano la mia relazione col mondo e l'intera gamma delle mie capacità pratiche, comprese quelle belliche. O forse era solo banale immaturità generica e temporanea, un portato della gioventù.
Ma ora sono un adulto, una persona seria, e se ci fosse di nuovo una guerra civile - a cui sembrano dispostissimi gli animi, mancano solo le circostanze - credo che sarei in grado di farla con più cura. Naturalmente il vigore non è più quello di una volta: non potrei, come Odisseo davanti ai Feaci, fare ancora buona figura nel lancio di un disco di pietra, mentre invece me la cavo abbastanza bene a tirare le freccette sul bersaglio all'osteria, e nel complesso mi arrangio nei salti a piedi giunti, in alto e in lungo. Purtroppo però la corsa oggi no, corsa veloce o mezzofondo, ormai non ho più la distinzione di una volta, penso che qualunque Feacio potrebbe battermi, le intemperie mi hanno indebolito le ginocchia... Ma la guerra civile, se venisse prima che sia troppo tardi per me, sono convinto che (a parte il disgusto) sarei in grado di farla più utilmente dell'altra volta.
A sentire i discorsi e le intemerate, da questa parte e da quella, si direbbe che gli animi dei miei conterranei siano già ardentemente pronti: ma poi, se si passerà ai fatti, mi rendo conto che i più si defileranno, e dalla mia parte resteremo in pochi a tener su le carte, i soliti quattro gatti.

Luigi Meneghello, L'apprendistato. Nuove Carte 2004-2007, Rizzoli 2012


mercoledì 23 aprile 2014

Onde èli

Onde èla mai la pi cara de le mé jèje
che la scrivéa par carnevai e feste
i "dialoghi" in puisia e fin
co drento parole in latin
che tanti i se li recorda ancora;
"la se 'vea trat al bever", i diséa,
par passarghe sora a la malora.
Chi sa. Ma sol che éla la sa quant
che inte 'sto scribinciar mi ghe soméje.

Andrea Zanzotto

(Where are they? Where on earth is the dearest of my aunts who used to write the "dialogues" in form of poems for Carnival and other holidays even with Latin words therein that many people still remember; "she took to drink", they said, to overcome her sorrow. Who knows. But only she knows how much, in this scribbling, I resemble her.)

martedì 22 aprile 2014

おもてなし(omotenashi) = ospitalità per una mano al mese

È pensiero diffuso che se una lingua non possiede una parola esprimente un certo concetto, allora chi parla quella lingua non conosce quel concetto.
In base allo stesso principio, se una lingua possiede una parola esprimente un certo concetto, allora chi parla quella lingua conosce quel concetto.


I giapponesi, come moltissimi altri popoli, hanno nel loro vocabolario la parola おもてなし(omotenashi)/ospitalità.
Nel 2013, il Giappone, un paese di circa 127 milioni di abitanti, ha accolto sei (6) rifugiati. Una mano al mese. Dal 1982, ne ha accolti 622 (fonte). 

mercoledì 16 aprile 2014

La tigre sacra

La tigre sacra
vien da lontano
fosche avventure
drammi d'amor.

Umberto Poli



È una pubblicità o, meglio, come avrebbe detto l'autore (più noto come Saba), una reclame, per il cinema triestino Ideal Politeama. I versi promozionali sono stati recuperati grazie ad un ricordo di Cergoly riportato da La promessa della notte: conversazioni con i poeti italiani, Renato Minore, Donzelli 2011. 
Il ricordo di Cergoly, come tutti i ricordi, potrebbe però essere impreciso. Per prima cosa, secondo Quanto hai lavorato per me, caro Fortuna!, a cura di Riccardo Cepach, 2007, nel fascicolo 90 del fondo della corrispondenza Saba-Fortuna è conservata una copia del manifesto del film The Tiger's Trail, Usa, 1919, che sarebbe stato proiettato al Teatro Eden (il cinema Eden di viale XX Settembre). E poi, un'altra versione della réclame, riportata ancora da Cepach, ma anche in Umberto Saba. Diario del Novecento di Luciano Simonelli, Simonelli editore 2011, così recita, sempre con la stessa metrica di tre quinari e un quaternario:

La tigre sacra
fosche venture
stragi, paure
drammi d'amor.
La tigre sacra
vien di lontano,
n'è americano
il creator.
La tigre sacra
fa palpitare
e spasimare
lo spettator.
La tigre sacra
fra lotte immani
di bianchi indiani
spira terror.
La tigre sacra
teme ciascuno
ma n'è ciascuno
l'ammirator.

Felicità.

domenica 13 aprile 2014

Dizionario di tutte 'e cose - I come Irriproducibile

Neanche i video che seguono li ho fatti io. Non sono stata nemmeno io a raggrupparli: l'ha fatto Didi-Huberman, su un pavimento di un'enorme sala del Palais de Tokyo, su cui, nonostante la loro presenza, si può camminare, se si ha la cura di restare negli spazi lasciati tra un'immagine e l'altra. Del resto, l'installazione di Didi-Huberman è un palese omaggio - oltre che a Warburg, presente con Atlas mnemosyne - al pensiero di Benjamin - assente molto presente - sull'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. E, fatte, le debite proporzioni da un passaggio all'altro, Benjamin senza Marx, ecc. ecc.
A parte delle immagini fisse riproducenti dei tessuti di anonimi bizantini del XV secolo, delle fotografie non firmate, Desastres de la guerra di Goya e Kriegsfibel di Brecht, tutte le altre sono sequenze video tratte dai film che ho cercato di raccogliere qui, in qualche forma (spero di averli recuperati tutti, pur non avendone rispettato né la sequenza prescelta per ognuno, né l'ordine, né, per forza di cose, la disposizione). Alle pareti, poi, sono riprodotte delle foto di Arno Gisinger.
Omettendo qualsiasi considerazione sui contenuti di ogni riproduzione, mi sembra che si tratti di un tradimento di Benjamin, per quanto compiuto in buona fede e probabilmente involontario, o almeno di una premessa essenziale del suo lavoro. Perché la visione è necessariamente influenzata dal grado di conoscenza dei film da parte di ogni visitatore (nel mio caso, non più di metà), dal ricordo che è rimasto della loro visione, quando c'è stata, dalla scelta di guardarli dapprima dall'alto o passeggiandoci attorno, dal modo di percorrere gli spazi tra i fotogrammi (me ne sono resa facilmente conto sia andando avanti ed indietro sia seguendo con lo sguardo le scelte di percorso, diverse, fatte da chi era con me), dal tempo che ci si trova a dedicare ad ogni film, e, non da ultimo, da quanta attenzione si dedichi alle foto alla pareti e dai tempi e dai modi in cui si scelga di dedicarla.
Nessun visitatore, tenendo conto almeno di questi fattori (e chissà di quanti altri), può vedere la mostra Nuove storie di fantasmi nello stesso modo.

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Make A Gif, Animated Gifs
Theo Angelopoulos, Lo sguardo di Ulisse, 1995

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Anonimo spagnolo, El entierro de Buenaventura Durruti, 1936

 QIGyjd on Make A Gif, Animated Gifs
Dominique Abel, En nombre del padre, 1999

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Bas Jan Ader, I Am too Sad to Tell You, 1971

892FKw on Make A Gif, Animated Gifs

Robin Anderson, Bob Connolly, Black Harvest, 1992

Filippo Bonini Baraldi, Plan séquence d’une mort criée, 2004

Aleksandr Dovženko, Arsenale, 1929


Aleksandr Dovženko, La terra, 1930

Harun Farocki, Übertragung, 2007


Jean-Luc Godard, Vivre sa vie, 1962


 Mohsen Makhmalbaf, Once Upon a Time, Cinema, 1992

Sergej Paradžanov, La Légende de la forteresse de Souram, 1984

Sergej Ejzenštejn, La corazzata Potëmkin, 1925


Pier Paolo Pasolini, Medea, 1969


Artavazd Pelešjan, Noi, 1969


 Pier Paolo Pasolini, La Rabbia, 1963


Vsevolod Pudovkin, La madre, 1926

Glauber Rocha, Terra em transe, 1967

 Jean Rouch, Cimetières dans la falaise, 1951

Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, 1964


Zhao Liang, Pétition, la cour des plaignants, 1996-2009

Sergej Paradžanov, Le ombre degli avi dimenticati, 1964

Eppure

Paris à Velib' from Paul on Vimeo.

Non l'ho girato io, il video, eppure riproduce una parte del mio tragitto quando torno a casa dal lavoro. Non è mio, eppure restituisce un po' delle sensazioni che provo quando divento vélibiste. Mi ricorda, tra le varie cose, che nessuno è unico (difficile dimenticarsene, del resto, in una città popolosa). La differenza più marcata rispetto alla mia esperienza è la colonna sonora: la mia, anche se sono nata ben dopo queste note, è un misto di Voglio vivere così, col sole in fronte, e felice canto, beatamente, adatta ai momenti di gaudente ciondolio tra le strade secondarie e poco frequentate, e di Io sono il vento, più consona ai sorpassi degli automobilisti in coda nelle grandi arterie. Porelli, gli automobilisti. Breve istante di solidarietà umana. Finito: spero si estinguano, come i dinosauri.

lunedì 7 aprile 2014

(à quelques exceptions* près)




*
uni : unire, dérivé de unus.
les : illi, illae.
Français : dér. à l'aide du suff. -ais de France issu du b. lat. Francia « pays habité par les Francs »; cf. le lat. médiév. franciscus « relatif à la France ».
sont : sunt.
invincible : empr. au lat. invincibilis « qu'on ne peut vaincre », composé de in- négatif et de vincibilis « qu'on peut vaincre », lui-même dér. de vincere « vaincre ».
front : du lat. class. frons -tis « front (de l'homme, des animaux) ; siège des sentiments (pudeur, impudence); visage, contenance; partie antérieure d'un objet, spéc. front d'une armée ».
national : empr. au lat. natio (dér. de nasci « naître ») « naissance; ensemble d'individus nés en même temps ou dans le même lieu, nation», lat. chrét. nationes plur. « les nations païennes (p. oppos. au peuple de Dieu) », lat. médiév. natio.