mercoledì 15 luglio 2015

αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις/queste cose che l'anima respinge


Και τι φρικτή η μέρα που ενδίδεις,
(η μέρα που αφέθηκες κ’ ενδίδεις),
και φεύγεις οδοιπόρος για τα Σούσα,
και πηαίνεις στον μονάρχην Aρταξέρξη
που ευνοϊκά σε βάζει στην αυλή του,
και σε προσφέρει σατραπείες και τέτοια.
Και συ τα δέχεσαι με απελπισία
αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις.
Άλλα ζητεί η ψυχή σου, γι’ άλλα κλαίει·
τον έπαινο του Δήμου και των Σοφιστών,
τα δύσκολα και τ’ ανεκτίμητα Εύγε·
την Aγορά, το Θέατρο, και τους Στεφάνους.
Aυτά πού θα σ’ τα δώσει ο Aρταξέρξης,
αυτά πού θα τα βρεις στη σατραπεία·
και τι ζωή χωρίς αυτά θα κάμεις.

Κωνσταντίνος Καβάφης
Η Σατραπεία

E che giorno terribile, se cedi
(il giorno che ti lasci andare e cedi)
e ti fai pellegrino verso Susa,
e giungi ad Artaserse, al grande re,
che benigno t'ammette alla sua corte
e t'offre satrapie, cariche, onori.
Tu, tu le accetti con disperazione,
queste cose che l'anima respinge.
Altro l'anima cerca e d'altro piange:
quelle lodi del popolo e dei saggi,
i "bravo!" inestimabili, difficili,
e l'Agorà, il Teatro, le Corone!
E come potrà dartele Artaserse,
come trovarle nella satrapia
queste cose? Ma senza queste cose,
che vita -dimmi- sarà mai la tua?

Kostantinos Kavafis
La satrapia
traduzione di F. M. Pontani

venerdì 26 giugno 2015

melde

                                    für Volker Braun

von staub bedeckt, wie alle pilger,
am rhein entlanggewandert, an der moldau,
eben zurückgekehrt aus spanien, aus bulgar-

ien, fernost: so rastet sie am rand
von äckern und von straßen, nicht nur milde,
wenn wir vorrüberrasen, unerkannt,

unkenntlich, winkt uns nach mit ihren zähen blättern;
geht in der landschaft auf wie im gemälde
der firnis, blüht bescheiden, blüht in schmetter-

lingen, solidarisch mit dem schutt,
nicht dem erschütterer, liebt das malade,
das brüchige: ihr staat

ist überall; von pfützen, wo die winzigen klammern
der wasserläufer die wolken halten, der mulde
voll schlamm und unkraut; von jenseits des rostigen hammer-

krans ruft es, von brache, schrottplatz, müllde-
deponie, durchs flirren eines ganzen, langen sommers,
meldet beharrlich, ungehorsamst, die melde.

Jan Wagner, Regentonnenvariationen, Hansen Berlin, 2014



                                   per Volker Braun

ricoperto di polvere, come tutti i pellegrini,
migrato lungo il reno, la moldava,
appena ritornato dalla spagna, dalla bulga-

ria, dall'estremo oriente: così sosta al bordo
di campi, di strade, non solo mite,
quando gli sfrecciamo oltre, senza riconoscerlo,

irriconoscibile, ci fa cenno con le sue foglie tenaci;
si leva nel paesaggio come nel quadro
la vernice, fiorisce sobriamente, fiorisce a far-

falle, solidale con i ciottoli,
non con chi lo scuote, ama il malato,
il fragile: il suo paese

è ovunque; dalle pozzanghere, dove i minuscoli tarsi
degli insetti pattinatori trattengono le nuvole, dalle conche
piene di fango ed erbacce; dall'altra parte della gru a testa di mar-

tello arrugginita chiama, da campo a maggese, parco rottami, disca-
rica, attraverso lo scintillio di un'intera, lunga estate,
semplice si presenta, perseverando, disobbediendo, l'atreplice.


(Dedicata alla libera circolazione delle persone, ovvio.)


martedì 23 giugno 2015

Dizionario di tutte 'e cose: U come Urto

E poi ho cominciato ad amare lo spazio, i grandi spazi, perché nei grandi spazi il tuo pensiero vaga. Invece, al giorno d'oggi, cosa abbiamo? Abbiamo degli spazi piccoli e ristretti, così andiamo ad urtare con tutte le nostre idee.

Libereso Guglielmi, Libereso, il giardiniere di Calvino - Da un incontro di Libereso con Ippolito Pizzetti, Tarka


Cfr., volendo.

martedì 19 maggio 2015

Concordanze, dissonanze, rimandi

πάντα γέλως καὶ πάντα κόνις καὶ πάντα τὸ μηδέν,
πάντα γὰρ ἐξ ἀλόγων ἐστὶ τὰ γινόμενα
(tutto è risata e tutto è polvere e tutto è niente,
tutto ciò che accade è infatti senza ragione)

Glicone, X secolo

***

Soneto

Mientras por competir con tu cabello
oro bruñido al sol relumbra en vano;
mientras con menosprecio en medio el llano
mira tu blanca frente el lilio bello;
mientras a cada labio, por cogello,
siguen más ojos que al clavel temprano,
y mientras triunfa con desdén lozano
del luciente cristal tu gentil cuello,
goza cuello, cabello, labio y frente,
antes que lo que fue en tu edad dorada
oro, lilio, clavel, cristal luciente,
no sólo en plata o viola troncada
se vuelva, mas tú y ello juntamente
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada.

Luis de Góngora, 1582

***

Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt.

Rainer Maria Rilke, 1923

(noi non abbiamo mai, nemmeno per un solo giorno,/ lo spazio puro dinanzi a noi, in cui i fiori/si aprono all'infinito. È sempre mondo/ e mai un nessun luogo senza nulla: il puro,/ insorvegliato, che si respira e/ si sa infinito e non si desidera)

***

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido
indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia di un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lancia fiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
- potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
anche…e parlando onorato:
“mia donna venne a me di Val di Pado”
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
non quagliamo acque lacustri e commoventi pioppi
non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei territori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento
ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti del cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

Vittorio Sereni, 1965

***

Mandate a dire all'imperatore

nulla nessuno in nessun luogo mai
Vittorio Sereni

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Pierluigi Cappello, 2006

giovedì 14 maggio 2015

N° 113

L'AGENT PUBLIC. L'acte doit être rectifié par le procureur.
Il y a une inversion dans votre nom et prénom.
Votre patronyme c'est quoi ?
N° 113. Benjamin.
L'AGENT PUBLIC. Or ils ont mis Walter. 
L'AGENT PUBLIC. Cet acte que vous me réclamez c'est pour quoi faire ?
N° 113. Un visa, Madame.
L'AGENT PUBLIC. Il vous faut saisir le procureur parce qu'il y a un problème.
L'AGENT PUBLIC. Ils ont mis Benjamin.
N°113. Benjamin ?
L'AGENT PUBLIC. « Benjamin » ce n'est pas votre prénom, vous en êtes bien sûr ?
N°113. Walter, Madame.

L'AGENT PUBLIC. Né à Berlin ?
N° 113 :-( C'est ça.
L'AGENT PUBLIC. Hébergé à l'hôtel ?
N° 113. Au 6 de la rue Beauvau.
L'AGENT PUBLIC. Avez-vous une pièce d'identité sur vous pour vérifier vos nom et prénom ?
N° 113. Une carte de bibliothèque.

L'AGENT PUBLIC. :-) J'ai trouvé !
La préfecture a saisi votre PRÉNOM en CAPITALE, suivi de votre NOM en MINUSCULE.
Vous avez changé d'identité.
Monsieur BENJAMIN, vous êtes enregistré, chez nous, sous le patronyme de : WALTER.
WALTER Benjamin.
Il faut saisir le procureur.

Sonia Chiambretto, État civil, Nous grmw, 2015


IL PUBBLICO UFFICIALE. L'atto deve essere rettificato dal procuratore.
C'è un'inversione tra il suo cognome e il suo nome.
E il suo cognome qual è?
N° 113. Benjamin.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ora hanno messo Walter.
IL PUBBLICO UFFICIALE. A cosa le serve questo atto che mi richiede?
N° 113. Per un visto, signora.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Deve rivolgersi al procuratore perché c'è un problema.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Hanno messo Benjamin.
N°113. Benjamin?
IL PUBBLICO UFFICIALE. «Benjamin» non è il suo nome, ne è proprio sicuro?
N° 113. Walter, signora.

IL PUBBLICO UFFICIALE. Nato a Berlino?
N° 113. :-( È così.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ospitato in quale albergo?
N° 113. In rue Beauvau 6.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ha con lei un documento d'identità per verificare il suo nome e cognome?
N° 113. Una tessera della biblioteca.

IL PUBBLICO UFFICIALE. :-) Trovato!
La prefettura ha inserito il suo NOME in MAIUSCOLO, seguito dal suo COGNOME in MINUSCOLO.
Lei ha cambiato identità.
Signor BENJAMIN, lei è registrato, nei nostri registri, col cognome di: WALTER.
WALTER Benjamin.
Bisogna rivolgersi al procuratore.

 

sabato 25 aprile 2015

Una idea è una idea e nessuno la rompe

Udine li 14 marzo 1945

Dalle mie prigioni vi scrivo.

Carissimi famigliari, vengo a voi con queste mie ultime parole, facendovi sapere che sono condannato a morte, ma non disperatevi per me. Speriamo che tutto vada bene, se non va bene va male. Cara mamma se anche muoio io ti restano lo stesso altri quattro leoni, niente da fare così è il destino, io e Gino Nosella, i più disgraziati dei condannati a morte.
Luigi detto Boschin (parte?) per la Germania, Vi faccio sapere che insieme a noi due è anche il cugino Benito di Cordovado; anche lui condannato a morte. Speriamo che tutto vada bene, ma siamo che aspettiamo momento per momento e siamo in trentasette condannati a morte.
Un saluto ai parenti e ai paesani.
Una idea è una idea e nessuno la rompe. A morte il fascismo e viva la libertà dei popoli. Un saluto a Natale Tomba e a sua moglie Gigia e ai padroni.
Se il destino e sfortuna mi rapì, vi chiedo perdono a tutti, papà mamma e fratelli. Girare attorno qua e là per la prigione e a dirsi che siamo condannati a morte, ma ormai è così e viva la libertà dei popoli.
È così l’ultimo saluto che vi faccio.
Bacioni ai nonni che preghino per me tanto e vi bacio tutti.
Vostro                        Luigi

Luigi Ciol (Resistere)
Di anni 19 - nato a Cintello di Teglio Veneto (Venezia) il 4 ottobre 1925 -. Partigiano con il grado di caposquadra nella Brigata "Iberati" operante nella zona di Venezia -. Catturato il 22 gennaio 1945 a Fossalta di Portogruaro - tradotto nelle carceri di Udine - torturato -. Processato il 14 marzo 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine, per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 9 aprile 1945 a Udine con altri ventotto partigiani.

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi

mercoledì 22 aprile 2015

Auswanderer-Schiff

Auswanderer-Schiff
Neapel

Denk: daß einer heiß und glühend flüchte,
und die Sieger wären hinterher,
und auf einmal machte der
Flüchtende kurz, unerwartet, Kehr
gegen Hunderte –: so sehr
warf sich das Erglühende der Früchte
immer wieder an das blaue Meer:
als das langsame Orangen-Boot
sie vorübertrug bis an das große
graue Schiff, zu dem, von Stoß zu Stoße,
andre Boote Fische hoben, Brot, –
während es, voll Hohn, in seinem Schooße
Kohlen aufnahm, offen wie der Tod.

Rainer Maria Rilke



Nave di emigranti
Napoli

Immagina un uomo in fuga, accaldato, fervente,
tallonato dai vincitori,
che d'improvviso si rivolti
per un attimo, inaspettatamente,
contro centinaia di avversari: con la stessa intensità
il bagliore dei frutti continuava a proiettarsi
sul mare azzurro,
quando la lenta barca delle arance
le traghettò fino alla grande
nave grigia, su cui, urto dopo urto,
altre barche issavano pesce, e pane,
mentre quella, beffarda, accoglieva
carbone nel suo grembo, spalancata come la morte.


mercoledì 15 aprile 2015

That's how I was

There was a madman in Vilna, he walked into a synagogue and saw a painter standing on top of a ladder and painting the ceiling. So he said to him 'hold on the brush because I'm taking away the ladder.' That's how I was: I held onto the brush and held myself, did not fall down. That was the remarkable thing.

Abraham Sutzkever, Selected Poetry and Prose, translated from the Yiddish by Barbara and Benjamin Harshav



C'era un pazzo a Vilnius: entrò in una sinagoga e vide che in cima ad una scala c'era un pittore che stava dipingendo il soffitto. Poi gli disse 'reggiti al pennello ché tolgo la scala'. Ecco com'ero: mi sono aggrappato al pennello e mi son tenuto, non sono caduto. Era questa la cosa straordinaria.

martedì 10 marzo 2015

am ende

am ende wird es ein erdenaufenthalt gewesen sein,
der kaum zu ordnen war, für mich, der ich
immer ordentlich bin.

Rolf Persch (1949-2015)


alla fine

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
che è stato difficile da mettere in ordine, per me che
sono sempre ordinato.

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
difficile da mettere in ordine, mentre io
sono sempre ordinato.

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
che io - che sono sempre ordinato -
ho stentato a mettere in ordine.

alla fine sarò passato di qui
senza aver messo quasi niente in ordine
io che di regola sono ordinato.

alla fine sarò passato di qui
senza aver messo niente a posto.

alla fine sarò passato.

domenica 1 febbraio 2015

Zu guter Letzt

Als Kind wußte ich:
Jeder Schmetterling
den ich rette
Jede Schnecke
und jede Spinne
und jede Mücke
jeder Ohrwurm
und jeder Regenwurm
wird kommen und weinen
wenn ich begraben werde

Einmal von mir gerettet
muß keines mehr sterben
Alle werden sie kommen
zu meinem Begräbnis

Als ich dann groß wurde
erkannte ich:
Das ist Unsinn
Keines wird kommen
ich überlebe sie alle

Jetzt im Alter
frage ich: Wenn ich sie aber
rette bis ganz zuletzt
kommen doch vielleicht zwei oder drei?

Erich Fried


Da ultimo

Da bambino sapevo:
ogni farfalla
che salvo
ogni lumaca
ed ogni ragno
ed ogni moscerino
ogni forbicina
ed ogni lombrico
verranno e piangeranno
quando verrò sepolto

Una volta salvato da me
nessuno deve più morire
Tutti verranno
al mio funerale

Quando sono cresciuto
ho riconosciuto:
è assurdo
non verrà nessuno
io sopravviverò a tutti

Ora invecchiando
chiedo: se io però
li salvo fino all'ultimo esemplare
magari ne verranno almeno due o tre?

L'ora giusta

Once he was asked "Ho do you combine socialism and mysticism?" He answered, in his gay quaint way, "I like to hang out my red flag from the ground floor and then go up above to see how it looks".
E.M. Forster, The Creator as Critic and Other Writings

C’è gente cui piace «mettere fuori la bandiera rossa al pianterreno e poi salire sopra per vedere che effetto fa», così diceva di sé Edward Carpenter;  Carpenter metteva la bandiera rossa al pianterreno e poi prendeva l'ascensore per andarsene in terrazza, le stelle l'armonia lo spirito, non credo che la bandiera rossa gli facesse poi tanto effetto.
Con queste pagine non metto una bandiera rossa al pianterreno: non saprei goderne l'effetto dalla terrazza; né, restando al pianterreno, potrei salutarla con fede. Credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono; ma pare che in Italia basta ci si affacci a parlare il linguaggio della ragione per essere accusati di mettere la bandiera rossa alla finestra. As you like. Nelle pagine che seguono ho ricordato la dura signoriadei del Carretto su un povero paese della Sicilia, qui mi vien fatto di ricordare quel ministro di polizia dello stesso nome che nelle prigioni del Regno delle Due Sicilie cacciò gli uomini che allora parlavano il linguaggio della ragione; il ministro del Carretto pare sia destinato a restare come familiare fantasima nella storia d'Italia, diciamo - Mazzini Garibaldi Pisacane, Risorgimento Resistenza Repubblica - e l'ombra del ministro del Carretto intanto si muove come uno spettro di famiglia in un castello di Scozia.
Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione. La povera gente di questo paese ha una gran fede nella scrittura, dice - basta un colpo di penna - come dicesse - un colpo di spada – e crede che un colpo vibratile ed esatto della penna basti a ristabilire un diritto, a fugare l'ingiustizia e il sopruso. Paolo Luigi Courier, vignaiuolo della Turenna e membro della Legion d'onore, sapeva dare colpi di penna che erano come colpi di spada; mi piacerebbe avere il polso di Paolo Luigi per dare qualche buon colpo di penna: una «petizione alle due Camere» per i salinari di Regalpetra per i braccianti per i vecchi senza pensione per i bambini che vanno a servizio. Certo, un po' di fede nelle cose scritte ce l’ho anch'io come la povera gente di Regalpetra: e questa è la sola giustificazione che avanzo per queste pagine.
Regalpetra, si capisce, non esiste: «ogni riferimento a fatti accaduti e a persone esistenti è puramente casuale». Esistono in Sicilia tanti paesi che a Regalpetra somigliano; ma Regalpetra non esiste. Esistono a Racalmuto, un paese che nella mia immaginazione confina con Regalpetra, i salinari; in tutta la Sicilia ma sono braccianti che campano 365 giorni, un lungo anno di pioggia e di sole, con 60.000 lire; ci sono bambini che vanno a servizio, vecchi che muoiono di fame, persone che lasciano come unico segno del loro passaggio sulla terra - diceva Brancati - un'affossatura nella poltrona di un circolo. La Sicilia è ancora una terra amara. Si fanno strade e case, anche Regalpetra conosce l'asfalto e le nuove case, ma in fondo la situazione dell'uomo non si può dire molto diversa da quella che era nell'anno in cui Filippo II firmava un privilegio che dava titolo di conti ai del Carretto e Regalpetra elevava a contea.
Giorni addietro un mio parente mi diceva - ho saputo che hai scritto delle castronerie sui ragazzi che vanno a servizio, davvero castronerie sono, io sto cercando per terra e per mare un ragazzo per i servizi di casa, manco a pagarlo a peso d'oro lo trovi. Dico - bene, è segno che si sta meglio. Bestemmiando mi investe - bene un c...; io non posso trovare un ragazzo e tu mi dici bene, capisci che senza un ragazzo non posso andare in campagna?; e poi non credere che sia impossibile trovarlo perché ora si sta meglio; meglio un c... si sta; è che non vogliono venire a servizio per orgoglio, si contentano morire di fame. Involontariamente dico ancora - bene. Per fortuna non sente, continua - sai che mi disse una mamma che voleva allogare il figlio da me?, mi disse che era delicato e almeno un uovo al giorno avrei dovuto dargli; così sono fatti oggi i poveri, e tu scrivi...
Questo c'è di nuovo: l'orgoglio; e l'orgoglio maschera la miseria, le ragazze figlie di braccianti e di salinari passeggiano la domenica vestite da non sfigurare accanto alle figlie dei galantuomini, e galantuomini commentano - guardate come vestono, il pane di bocca si levano per vestire così -; e io penso - bene, questo è forse un principio, comunque si cominci l'importante è cominciare. Ma è un greve cominciare, è come se la meridiana della Matrice segnasse un'ora del 13 luglio 1789, domani passerà sulla meridiana l'ombra della Rivoluzione francese, poi Napoleone il Risorgimento la rivoluzione russa la Resistenza, chissà quando la meridiana segnerà l'ora di oggi, quella che è per tanti altri uomini nel mondo l'ora giusta.

Leonardo Sciascia, Le parrocchie di Regalpetra, 1956


domenica 25 gennaio 2015

Domenica, 25 gennaio 2015

Mi trovo in quel tempo sospeso che si interpone alla realtà delle cose, in cui abbandono per un po' il presente, un presente uguale ad altri presenti, e guardo al futuro e, per farlo, mi metto a scrivere, in modo che il tempo si fermi per il tempo necessario alla riflessione, di cui sarò libera, come quasi sempre accade, di pentirmi, per la probabile pochezza e la certa effimerità dei suoi risultati.
In questo preciso presente, l'asse da stiro è pronto, ma la mia mano non ancora ad affrontare il ferro, delle carte da leggere impigriscono sul tavolo, un dolce aspetta di prendere forma dalle mie mani, una poesia inglese non riesce ad attraversare la frontiera con l'italiano e rimane un abbozzo (Mi sono messa il cappotto largo ché fa freddo./È un indumento esterno./Ruvido, di lana./Di origine sconosciuta./Ha una fodera interna raffinata, ma è/come oggetto esterno che lo vedi — una grazia),
e la strage di Charlie Hebdo e dell'Hyper Casher,
le sirene continue, i falsi allarmi, il métro che si fa nemico,
la consultazione compulsiva di Twitter/Le Parisien/Libé/Le Point/i giornali italiani... (Le Monde è inutile, nell'immediatezza di fatti),
il giro in bici intrapreso per andare a vedere la via in cui abiteremo da marzo e finito giocoforza poco prima di arrivarci, inghiottito dai luoghi degli attacchi con le lacrime che mi rigano il volto in orizzontale, a fianco del marciapiede dove Ahmed è caduto per sempre ed in cima alla via che ospita la sede del giornale, dove un violoncellista, davanti a montagne di fiori e matite e biglietti, a una processione laica e silenziosa e ad un giornalista televisivo americano in posa per il trucco, sistema la sedia e lo strumento ed intona Bach,
le domande e le discussioni con i passanti che per la prima volta in quasi sei anni mi vedono e si fanno all'improvviso ciarlieri,
l'obbligo di sentirsi Charlie,
la manifestazione più grande, per numero di partecipanti e contraddizioni, cui abbia mai preso parte, 
le parole repubblicane sacralizzate, ripetute e scandite a voce e per iscritto, forse mai così deboli, almeno a mia memoria,
la fila al chiosco dei giornali al buio delle sette di mattina,
un giornaletto dalla copertina verde che ora pende, ripiegato male, da una mensola, 

tutto questo ed altro sta per prendere posto nei miei ricordi,
mentre decine di persone trovano invece posto in carcere ogni giorno per apologia di terrorismo,
in questo preciso presente guardo alla Grecia e al futuro dell'Europa e il passato, recente e meno recente legato alla mia esistenza, scompare, in un unico blocco di materiale composito italo-slavo-germano-francese

tutto scompare

tutto, tranne poche note di una canzone di settant'anni fa, che sorvolano per pochi istanti una piazza di Atene, in una sera di fine gennaio del 2015:


Ci hanno provato in tutti i modi, dopo ogni singola elezione, a deludermi, a farmi cambiare le mie vecchie idee, nate in un secolo ormai passato, ad instillarmi rassegnazione o cinismo, ma io, ad ogni nuova elezione, che sia di un comune o di un paese, cui abbia diritto di partecipare o meno, dimentico tutto e ritrovo spazio per la speranza.

mercoledì 7 gennaio 2015

Charlie Hebdo

« Je vais très mal. Mais c’est normal, non ? J’ai perdu tous mes amis aujourd’hui. C’était des gens tellement vivants, qui avaient tellement à cœur de faire plaisir aux gens, de les faires rire, qui avaient à cœur de leur donner des idées généreuses. C’était des gens très bons. C’étaient les meilleurs d’entre nous, forcément, comme tous les gens qui font rire, comme tous les gens qui sont pour la liberté, comme tous les gens qui sont pour qu’on puisse aller et venir librement, en sécurité. Ils ont été assassinés, c’est une boucherie épouvantable. Et il ne faut pas laisser le silence s’installer. Il faut vraiment nous aider. Il faut qu’on soit groupés contre cette horreur. La terreur ne doit pas empêcher la joie de vivre, la liberté d’expression (…) Ça serait bien si, demain, les journaux s’appelaient « Charlie Hebdo », si on titrait tous « Charlie Hebdo », si toute la France titrait « Charlie Hebdo ». Ça montrerait qu’on n’est pas d’accord avec ça, que jamais on acceptera ça, que jamais, on ne laissera le rire s’éteindre, jamais on laissera la liberté s’éteindre. »

Philippe Val, ancien directeur de la rédaction de Charlie Hebdo, au micro de France Inter.


«Sto molto male. Ma è normale, no? Ho perso tutti i miei amici, oggi. Erano delle persone talmente vivaci, cui stava talmente a cuore far piacere alla gente, farla ridere, cui stava a cuore dare loro delle idee generose. Erano delle persone molto buone. Erano i migliori tra di noi, necessariamente, come tutte le persone che fanno ridere, come tutte le persone che sono per la libertà, come tutte le persone che sono a favore del fatto che si possa andare e venire liberamente, in sicurezza. Sono stati assassinati, è una carneficina spaventosa. E non bisogna che prenda il sopravvento il silenzio. Bisogna davvero aiutarci. Bisogna essere contro questo orrore. Il terrore non deve impedire la gioia di vivere, la libertà di espressione (…) Sarebbe bello se, domani, i giornali si chiamassero «Charlie Hebdo», se li intitolassimo tutti «Charlie Hebdo», se tutta la Francia intitolasse «Charlie Hebdo». Ciò mostrerebbe che non siamo d'accordo con questo, che non accetteremo mai questo, che non lasceremo mai spegnersi il riso, non lasceremo mai spegnersi la libertà.»

Philippe Val, ex direttore della redazione di Charlie Hebdo, al microfono di France Inter.

sabato 3 gennaio 2015

venerdì 2 gennaio 2015

Lieber Felix - gestern wollte ich euch zum neuen Jahr glückwünschen

An Felix Weltsch
(Postkarte. Prag, Stempel: 2. I.1917)

Lieber Felix - gestern wollte ich euch zum neuen Jahr glückwünschen, aber es ging nicht. Ich sah Dich so friedlich, tief in Ruhe, lesen, dann sogar die Mappe öffnen, Papier herausnehmen und schreiben, daß es für mich gar keine Frage war, daß ich Dich nicht stören dürfe. Allerdings stand neben Dir eine Tasse und die Tür zum beleuchteten Wohnzimmer war halb offen - ich sagte mir also, falls Du Dich stärker mit der Tasse zu beschäftigen anfängst oder falls Deine Frau hereinkommt, dann dürfe auch ich vielleicht kommen. Das war aber ein Irrtum. - Denn als schließlich Deine Frau hereinkam, und Du, mit gutem Appetit in etwas hineinbeißendend, mit ihr zu sprechen anfingst, schämte ich mich natürlich weiter zuzuschauen, konnte deshalb nicht feststellen, ob die Arbeitsunterbrechung eine längere war und ging deshalb. Nächstens.
Viele Grüße. Übrigens gute Zeitungsnachrichten.
Franz


A Felix Weltsch
(Cartolina. Praga, timbro: 2.1.1917)

Caro Felix - ieri avrei voluto farvi gli auguri di buon anno, ma non mi è riuscito. Ti ho visto leggere così tranquillo, così serafico, e poi persino aprire la cartella, estrarne della carta e scrivere, che non mi sono sentito in alcun diritto di disturbarti. Certamente vicino a te c'era una tazza e la porta che dava sulla sala illuminata era mezza aperta, per cui mi sono detto che se avessi iniziato a occuparti più seriamente della tazza o se tua moglie fosse entrata, allora forse avrei potuto venire anch'io. Tuttavia l'ipotesi era sbagliata, perché quando infine tua moglie è effettivamente entrata e tu, addentando qualcosa con appetito, hai iniziato a parlare con lei, mi sono naturalmente vergognato di continuare a guardare, tanto da non poter stabilire se l'interruzione del lavoro fosse stata un'interruzione lunga, per cui me ne sono andato. Sarà per la prossima volta.
Tanti saluti. A proposito, buone notizie nei giornali.
Franz

domenica 28 dicembre 2014

Wintermorgen

Die Fee, bei der er einen Wunsch frei hat, gibt es für jeden. Allein nur wenige wissen sich des Wunsches zu entsinnen, den sie taten; nur wenige erkennen darum später im eignen Leben die Erfüllung wieder. Ich weiß den, der mir in Erfüllung ging, und will nicht sagen, daß er klüger gewesen ist als der der Märchenkinder. Er bildete sich in mir mit der Lampe, wenn sie am frühen Wintermorgen um halb sieben sich meinem Bette näherte und den Schatten des Kindermädchens an die Decke warf. Im Ofen wurde Feuer angezündet. Bald sah die Flamme, wie in ein viel zu kleines Schubfach eingepfercht, wo sie vor Kohlen kaum sich rühren konnte, zu mir hin. Und doch war es ein so Gewaltiges, das dort in nächster Nähe, kleiner als ich selbst, sich einzurichten anfing, und zu dem die Magd sich tiefer bücken mußte als zu mir. Wenn es versorgt war, tat sie einen Apfel zum Braten in die Ofenröhre. Bald zeichnete sich das Gatter der Kamintür im roten Flackern auf der Diele ab. Und meiner Müdigkeit kam vor, sie habe an diesem Bilde für den Tag genug. So war es um diese Stunde immer; nur die Stimme des Kindermädchens störte den Vollzug, mit dem der Wintermorgen mich den Dingen in meinem Zimmer anzutrauen pflegte. Noch war die Jalousie nicht hochgezogen, da schob ich schon zum erstenmal den Riegel der Ofentür beiseite, um dem Apfel in seiner Röhre nachzuspüren. Manchmal hatte er sein Arom noch kaum verändert. Und dann geduldete ich mich, bis ich den schaumigen Duft zu wittern glaubte, der aus einer tieferen und verschwiegeneren Zelle des Wintertages kam als selbst der Duft des Baums am Weihnachtsabend. Da lag die dunkle, warme Frucht, der Apfel, der sich, vertraut und doch verändert wie ein guter Bekannter, der verreist war, bei mir einfand. Es war die Reise durch das dunkle Land der Ofenhitze, der er die Arome von allen Dingen abgewonnen hatte, welche der Tag mir in Bereitschaft hielt. Und darum war es auch nicht sonderbar, daß immer, wenn ich an seinen blanken Wangen meine Hände wärmte, ein Zögern mich beschlich, ihn anzubeißen. Ich spürte, daß die flüchtige Kunde, die er in seinem Dufte brachte, allzu leicht mir auf dem Wege über meine Zunge entkommen könne. Jene Kunde, die mich manchmal so beherzte, daß sie mich noch auf dem Marsch zur Schule tröstete. Dort angelangt, kam freilich bei Berührung mit meiner Bank die ganze Müdigkeit, die erst verflogen schien, verzehnfacht wieder. Und mit ihr jener Wunsch: ausschlafen zu können. Ich habe ihn wohl tausendmal getan und später ging er wirklich in Erfüllung. Doch lange dauerte es, bis ich sie darin erkannte, daß noch jedesmal die Hoffnung, die ich auf Stellung und ein sicheres Brot gehegt hatte, umsonst gewesen war.

Berliner Kindheit um Neunzehnhundert


Mattino d'inverno

La fata a cui si ha il diritto di chiedere un desiderio esiste per ciascuno di noi, solo che pochi riescono a ricordarsi del desiderio espresso, così solo pochi riconoscono il suo compimento nel corso della propria vita. Io so bene quello che si è avverato e non voglio dire che sia stato più ragionevole di quello dei bambini delle favole. Prendeva forma in me con la lampada, quando questa si avvicinava al mio letto nel primo mattino d'inverno, alle sei e mezza, proiettando l'ombra della bambinaia sul soffitto. Nella stufa veniva acceso il fuoco. Subito la fiamma, come se fosse stipata in un cassetto troppo piccolo dove poteva agitarsi a mala pena, data la quantità di carbone, si metteva a guardarmi. Eppure era così formidabile quello che iniziava a compiersi lì, così vicino a me, ancora più piccolo di me, a cui la domestica doveva chinarsi ancor di più che per raggiungere me. Quando il fuoco era pronto, metteva una mela a cuocere nel forno. Subito la griglia dello sportello del camino si profilava in forma di guizzi rossi sulla tavola. E alla mia fatica sembrava sempre di averne abbastanza, di questa visione, per il resto del giorno. Così era immancabilmente a quell'ora; solo la voce della bambinaia disturbava il raccoglimento con cui il mattino d'inverno aveva l'abitudine di presentarmi gli oggetti della mia stanza. La tenda non era ancora sollevata che già scostavo per la prima volta la sbarra dello sportello del forno per sorprendere la mela nel suo forno. Qualche volta non aveva ancora cambiato il suo aroma. E poi pazientavo fino a quando credevo di avvertire il profumo schiumoso che proveniva da una cellula della giornata invernale più profonda e più sorda ancora del profumo dell'albero la vigilia di Natale. Eccolo lì, il frutto scuro, caldo, la mela che, familiare eppure cambiata come cambia un buon conoscente che torni dopo un lungo viaggio, si presentava dinanzi a me. Era il viaggio attraverso l'oscuro paese del calore del forno, che aveva assorbito gli aromi di tutte le cose che la giornata mi riservava. Ed è per questo che non era neppure strano che, se mi scaldavo le mani alle sue guance lisce, mi prendesse a poco a poco inevitabilmente un'esitazione che mi tratteneva dal morderla. Avvertivo che la fugace notizia che apportava nel suo profumo poteva sfuggire troppo facilmente, mentre prendeva la via della mia lingua. Quella notizia che talvolta si impadroniva a tal punto del mio cuore che mi consolava ancora durante il mio cammino verso la scuola. Arrivato là, al contatto col mio banco, la fatica, che prima sembrava dissipata, ritornava decuplicata, e con essa quel desiderio: poter fare una lunga dormita. L'ho formulato un migliaio di volte ed in seguito si sarebbe davvero realizzato, ma mi ci è voluto molto tempo prima di poter riconoscere che la speranza riposta in un'occupazione e in un pane sicuro si rivela ogni volta vana.

sabato 27 dicembre 2014

Renzi sul mio divano

C'era Renzi sul mio divano, poche sere fa. Un flusso continuo di parole (rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo) mitragliate all'altezza dei cuscini e diffuse ovunque nella stanza: impossibile ignorarlo. Rò-rà-remo. Abbandonato lì disteso da mia madre, interessata a sentir parlare di cose italiane anche quando viene a trovarmi, dentro un piccolo apparecchio elettronico che ne diffondeva la voce da uno studio televisivo fino a me. Rò-rà-remo. Renzi a casa mia, dico, ché la sua voce è tutto quello di cui sembra essere composto. Non sembra avere corpo, pensieri, non suoi almeno*, o parole di qualche significato che vadano al di là dell'affermazione di sé e - a ruota - della denigrazione dell'avversario, specie se del proprio partito. Rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo. Non sono neanche sicurissima parlasse italiano, quella sera in cui ha occupato abusivamente il mio divano: nessuna pausa o titubanza, troppa energia, troppa fretta, troppi verbi coniugati al futuro, un verbo su tutti: fare. Farò-farà-faremo.
Per sua fortuna la mia stanchezza decembrina impediva alla stizza di montare**, mentre lui non aveva pietà, né di me né del suo interlocutore, che deve aver infilato due mezze parole compiacenti, tra una raffica verbale e l'altra.
Togliti da lì, pensavo, se proprio non puoi smetterla, levati dal mio divano, che è dedicato esclusivamente ad Oblomov e ai suoi seguaci, vai a trovare Hollande, proponigli una gara in scooter, sfida Valls a corsa, tieni una conferenza sul patto del Nazareno o sulla fraternité con i compagni di partito a Sciences Po, vai a farti fotografare in una posa plastica mentre corri davanti alla tour Eiffel, buca le Ninfee di Monet per cercare Leonardo, vai a vedere la Gioconda e smarrisciti nel suo enigma***, se possibile. Oppure, più semplicemente, non dico di tacere, che è azione articolata, ma respira, respira ogni tanto e, per una volta nella vita, compi una piccola azione da uomo: infragilisciti.

* In this present crisis, government is not the solution to our problem, government is the problem, Ronald Reagan, 20 gennaio 1981.
New Labour believes in a flexible labour market that serves employers and employees alike, Manifesto del Partito laburista, 1997 
** Mi sono riposata, in questi ultimi due giorni: ma ch'el vadi in monazza, ch'el vadi. 
*** Anche perché diciamo la verità: la Gioconda è più enigmatica che bella, Matteo Renzi, Stil novo, Rizzoli 2012.

giovedì 25 dicembre 2014

This is my project

Photography, photographers, photographs deal with facts.
I have been photographing the United States, trying by investigating photographically to learn who we are and how we feel, by seeing what we look like as history has been and is happening to us in this world.
Since World War II we have seen the spread of affluence, the move to the suburbs and the spreading of them, the massive shopping centers to serve them, cars for to and from. New schools, churches, and banks. And the growing need of tranquilizer peace, missile races, H bombs for overkill, war and peace tensions, and bomb shelter security. Economic automation problems, and since the Supreme Court decision to desegregate schools, we have the acceleration of civil liberties battle by Negroes.
I look at the pictures I have done up to now, and they make me feel that who we are and how we feel and what is to become of us just doesn’t matter. Our aspirations and successes have been cheap and petty. I read the newspapers, the columnists, some books, and I look at some magazines (our press). They all deal in illusions and fantasies. I can only conclude that we have lost ourselves, and that the bomb may finish the job permanently, and it just doesn’t matter, we have no loved life.
I cannot accept my conclusions, and so I must continue this photographic investigation further and deeper. This is my project.

Garry Winogrand, application for a Guggenheim fellowship, 1963
/domanda di borsa di studio Guggenheim, 1963

La fotografia, i fotografi, le fotografie hanno a che vedere con i fatti.
Ho sempre fotografato gli Stati Uniti cercando di imparare, le mie foto come strumento di ricerca, chi siamo e come ci sentiamo, vedendo quale aspetto abbiamo nel corso della storia passata e presente in questo mondo. 
Fin dalla Seconda guerra mondiale abbiamo visto la ricchezza diffondersi, le persone spostarsi verso le periferie e queste ultime espandersi, la creazione di enormi centri commerciali a loro destinati e l'andirivieni di automobili. Nuove scuole, chiese e banche. E la crescente esigenza di pace rassicurante, le corse ai missili, le bombe ad idrogeno ad elevato potenziale distruttivo, l'alternanza di tensioni tra la guerra e la pace e la sicurezza dei rifugi antibomba. Problemi di automazione economica e, da quando la Corte Suprema ha deciso di mettere al bando la segregazione nelle scuole, abbiamo l'accelerazione della battaglia per le libertà civili da parte dei neri.
Guardo le foto che ho fatto finora: mi fanno capire che chi siamo e come ci sentiamo e quello che diventeremo non conta proprio niente. Le nostre aspirazioni e i nostri successi sono stati di scarso valore, insignificanti. Leggo i giornali, gli editorialisti, alcuni libri e guardo qualche rivista (la nostra stampa). Si occupano tutti di illusioni e fantasie. Posso solo concludere che abbiamo smarrito noi stessi e che la bomba potrebbe definitivamente finire il lavoro, e non ha proprio alcuna importanza: la nostra vita è senza amore.
Non mi rassegno ad accettare queste conclusioni, per cui devo proseguire questa ricerca e devo condurla più a fondo. Questo è il mio progetto.

sabato 29 novembre 2014

Gare de l'Est

Nivasio Dolcemare scese dal treno e senza transizione entrò nei libri di Maupassant.

Alberto Savinio, Maupassant e l'altro, Adelphi 1975


venerdì 31 ottobre 2014

A Stefano Cucchi

A Stefano Cucchi e alla sua famiglia dedico una poesia nata quarantaquattro anni fa per Pinelli. Al SAP e a Giovanardi, il mio disprezzo.

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L'alibi del morto

Giuda dice che l'alibi del morto
era crollato: per questo il morto è sceso nel cortile.
Ma l'alibi era buono; il morto è riabilitato:
nessuno dice che Giuda aveva torto.

*

Il perito settore dice che le ferite
non sono incompatibili con la meccanica di
una caduta dall'alto. Il giornale conclude
che dunque il morto si è suicidato.

*

Miserabili vecchi che per pietà
di se stessi dovrebbero esser morti
ci parlano degli specchi, ci ammoniscono, ci insegnano il futuro,
escono dagli specchi per baciare i morti.

*

L'assassino s'è affrettato a sparlare del morto.
S'era sentito un assassino compatire un morto.
S'era visto un assassino baciare la fronte di un morto.
Vedi che gli assassini non trascurano i morti.


20.30 cordoglio del beone.
20.31 rampogne del furfante.
20.32 consigli dell’idiota.
20.33 ultimatum del boia.

*

La Borsa è sana, la Borsa reagisce
con splendido, inatteso, confortante vigore
alle notizie dal fronte, ai proclami, alla limpida morte
del legionario ucciso dal nemico.

*

Corvi senz'ali all'ombra
piatta della bilancia
trinità di sicari
brandiscono la lancia.

*

Giuda dice: la gente ai miei guerrieri
ha buttato dei sassi, per questo han caricato.
Di chi c'era nessuno se n'è accorto:
ma il Senato dice che Giuda non ha torto.

*

Non predicate la dittatura
di una classe sull’altra, non è il vostro lavoro.
Non dite niente che possa suscitare
l’odio di classe: ci pensano già loro.

*

Parlo per me ma forse anche per voi.
Amici, diciamo la verità:
di sentirci oppressi ci sentiamo felici;
ci importa adesso esser vittime, non esser liberi poi.

Giovanni Raboni, 1970
da Cadenza d’inganno

mercoledì 29 ottobre 2014

Caro Einaudi,


Caro Einaudi,

La traduzione mi sembra scorrevole, forse un po' ingenua, ma il mio tedesco è troppo ridotto per giudicare. L'edizione è elegante.
Visto in tedesco, il mio libretto mi fa uno straordinario effetto mediterraneo, italiano: se io fossi tedesco mi farebbe venir voglia di visitare l'Italia. Curioso. Forse perché ha messo in evidenza tutti quei Cefalù, Cesenatico, Ostia, Piombino, e le illustrazioni sono in prevalenza acquatiche. Chiederò qualcosa all'Ente del turismo e al ministero degli Esteri.

Cordiali saluti.

(9 ottobre 1964)

domenica 26 ottobre 2014

Dizionario di tutte 'e cose: V come Visco e come Vocazioni

& tentons encore une fois d'arracher au fanatique son poignard,
& au superstitieux son bandeau
Jean-Edme Romilly, Tolérance
Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers

e tentiamo ancora una volta di strappare il pugnale al fanatico
e la benda al superstizioso

Sono andata a Visco per vedere cosa è rimasto del campo di internamento fascista per civili jugoslavi. Ci sono andata in compagnia di diverse domande, la maggior parte delle quali relative al periodo che ha seguito la fase propriamente detta fascista della storia italiana: cosa è rimasto, a quasi settant'anni dalla nascita della Repubblica? Come è stata elaborata, in tutti questi anni, l'esperienza fascista, che in nome della superiore civiltà italiana ha commesso violenze contro le popolazioni slave (e africane e anche contro parte della propria, di popolazione, ma queste sono storie che sono passate per altri campi), incendiato case, deportato civili in decine di campi di internamento - di cui Visco è stato solo un esempio - privandoli della libertà, della salute e in molti casi anche della vita? A quali conclusioni è giunta l'Italia su quella parte del proprio passato, da quando si richiama a valori diversi da quelli del regime fascista, sanciti dalla Costituzione più bella del mondo, come ha osservato quel fine costituzionalista che è Roberto Benigni?

Tornandomene a casa, la sola risposta che sono riuscita a trovare è che l'Italia, a Visco, ha lasciato passare il tempo, nient'altro che questo. Deve avere a che fare col principio di minima energia o forse con l'urgenza delle cose presenti, solitamente di carattere emergenziale, da fare nell'immediato, che tolgono spazio ad una riflessione piena sul passato, su se stessi e sul rapporto con l'altro (la riforma agraria tributaria urbanistica del lavoro della scuola delle pensioni costituzionale delle istituzioni federale la grande riforma liberale adesso! la riforma di questo è prioritaria la riforma di quest'altro va fatta subito una riforma al mese le riforme dei primi 1000 giorni, e via riformando dal 1946 ad oggi).

Tutto sembra essere infatti rimasto com'era, salvo - appunto - l'intervento del tempo nella sua doppia, ambigua accezione, nella lingua in cui ora scrivo, di tempo cronologico e tempo  meteorologico, almeno da quel che si riesce ad intravvedere attraverso le aperture nelle recinzioni che costeggiano la strada che da Visco va verso Palmanova.

La caserma Sbaiz è lì, in mattoni rossi, con le sue torrette di osservazione ed i cartelli destinati al corretto utilizzo dei loro fari, testimoni delle poche, puerili difese contro la noia che devono essere state a disposizione dei soldati che vi hanno prestato servizio: "È assolutamente vietato dirigere la fase (?) del faro verso i veicoli in transito sulla strada".


Anche gli edifici del campo sembrano essere tutti lì, quali più quali meno in attesa di essere definitivamente divorati dal verde, isolati dal resto degli edifici più recenti da un cancello interno, visibile dalla strada attraverso la cancellata esterna, che delimita tutta l'area, e dai campi limitrofi.


Al tutto si è aggiunto anche dell'altro: un campo da tennis, edifici il cui uso non sono riuscita ad identificare, una sede della Protezione civile, alcune sedi di imprese, edili e di trasporti, una pista ciclabile che segue il vecchio campo per un lungo tratto.


Come omaggio a memoria degli internati, dopo settant'anni potenzialmente disponibili per studiare e diffondere la storia del campo per poterla integrare nella memoria viva del Paese, ma anche, volendo - e non si è voluto -  per identificare e punire i responsabili della sua ideazione e della sua gestione, anni invece lasciati passare uno dopo l'altro invano, una ghirlanda ormai secca appesa ad un palo, che ben si presterebbe ad una metafora dell'Italia e su cui invece non ho alcuna intenzione di insistere, se non per dire che per istinto mi verrebbe da chiederne la rimozione, per un minimo di decenza e rispetto, se non si finisse però inevitabilmente per offendere le mani, del tutto probabilmente slovene (v. Novice, Visco, 11. oktober 2013 e v. qui), cui l'Italia deve aver gentilmente concesso di posarla.


Se si allarga la limitata visione che si può trarre oggi del campo di Visco alle parole spese sul suo conto, ci sono anche altre ghirlande, se possibile ancora più secche:


Il Presidente della regione, che, diversamente da me, ritiene che a Visco non ci sia più niente, è pieno di buona volontà, ma, per sua stessa implicita ammissione, del tutto impotente. Debora Serracchiani davanti al cancello chiuso restituisce concretamente, in forma di immagine, l'idea della debolezza del potere ufficiale. Se in settant'anni si fosse persa la memoria del campo di internamento, cosa che non è, perché il campo non è stato demolito, perché i giornali di tanto in tanto lo ricordano attraverso le singole persone, quali Ferruccio Tassin o Boris Pahor, che se ne occupano con caparbietà, perché gli sloveni ed i croati non lo dimenticano, perché la Serracchiani ogni tanto ci va e ne parla, sarebbe paradossalmente meglio. In questa ipotesi, potremmo attribuire alle istituzioni delle omissioni più o meno gravi, fino, nella peggiore delle ipotesi, una cosciente volontà di oblio, come in molti altri esempi di misfatti della storia italiana. Invece le istituzioni ci sono, si esprimono, si sbracciano, si rammaricano, si fanno ritrarre sui luoghi storici e condividono i propri video su YouTube, ma non servono a nulla. Se mai un giorno ci sarà un memoriale, sarà in primo luogo grazie alla perseveranza di singole persone come Tassin, non all'iperattivismo mediatico del partito democratico, che dal Friuli Venezia Giulia a Roma sembra sempre di più l'incarnazione del verso delle Elegie Duinesi in cui Rilke scrive del Tun ohne Bild, del fare senza disporre di una visione, dell'agire alla cieca - sempre riformando, s'intende.

Non è sempre così, tuttavia, perché non è vero, come comunemente si crede, che l'Italia non abbia memoria o non abbia vocazione alla memoria (il concetto di n'avoir pas la vocation come negazione assoluta me l'ha insegnato involontariamente il francese più triestino che abbia mai incrociato, uno che, elegantemente, non aveva vocazione a - e non semplicemente voglia di - intraprendere nessuna attività umana che odorasse vagamente di lavoro).
In effetti, quando si tratta di ricordare chi si è reso responsabile di soprusi e violenze grandi e piccole, alcune istituzioni sono molto efficaci e capaci di Tun mit Bild.
Come già ricordato tempo fa, l'ex omologa della Serracchiani alla regione Lazio ha concesso al comune di Affile il finanziamento di un mausoleo al generale Graziani: in seguito allo sdegno della stampa, anche internazionale, l'attuale Presidente del Lazio ha dichiarato di voler interrompere il finanziamento, con la conseguenza, probabilmente, che il mausoleo resterà lì, in tutto il suo splendore.
Non si contano poi le volte che si leggono notizie di assessori comunali desiderosi di intitolare una via ad Almirante.
Più modestamente, qualche anno fa il comune di Novara, su iniziativa dell’Associazione Italiana Maestri Cattolici di quella città, ha intitolato un'area verde a Primo Boccaleri


 - Maestro -

Nato a Piovera (AL) il 24/7/1909 - morto a Novara il 17/10/1965.
Uomo di cultura, educatore, sensibile, capace di trasformare i valori dell’uomo in singoli percorsi educativi. Cittadino di spiccata vocazione umana e sociale.

E pure di altre spiccate vocazioni, il maestro, non si sa se omesse o se finite nel dimenticatoio dell'associazione o se semplicemente ignorate da quest'ultima e dal comune di Novara, perché Boccaleri fu anche e soprattutto un fervente fascista, secondo lo storico Christopher Duggan in Fascist Voices: An Intimate History of Mussolini's Italy e anche secondo la Fondazione dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, che ne conserva il diario. Secondo Duggan, in seguito all'invasione della Jugoslavia del 1941, Boccaleri accettò con entusiasmo un posto di maestro a Torrette, sulla costa croata, nonostante la sua famiglia avesse tentato di dissuaderlo, in nome di una grande missione per la sua Patria ed un imperioso comando fascista a svolgere appieno il suo dovere e a qualsiasi costo: "Duce, insegnerò qui non solo la nostra dolce lingua, ma anche i nostri ideali: ad ogni costo". Dal racconto di Duggan, si capisce che le lezioni di Primo Boccaleri

 - Maestro -

erano intese come lezioni di civilizzazione a bambini intrinsecamente non civilizzati ("non hanno nemmeno un senso di civiltà"), sporchi, brutti e cattivi, in un contesto quotidiano di prevaricazione linguistica e politica di cui Boccaleri fu, assieme a molti altri italiani, parte attiva nel suo ruolo di educatore, per usare le parole del comune di Novara, non risparmiandosi, tra l'altro, sentimenti di vivo rammarico per non potersi unire alla Milizia nelle operazioni armate, negli assassini e nella distruzione delle case di coloro che non si piegavano all'occupazione fascista.

Sono andata a farmi un giro anche lungo le strade attorno al parco "Primo Boccaleri" di Novara, per quanto solo tramite lo Street View di Google Maps, e ancora in compagnia delle stesse domande che mi hanno portata a Visco, ma sono poi tornata con una sola risposta nella realtà del mio appartamento, in un Paese in cui nemmeno cinque Repubbliche ed altrettante Costituzioni repubblicane sembrano essere bastate per assumere appieno le responsabilità passate, dall'affaire Dreyfus al regime di Vichy e da questo alla guerra d'Algeria, e per essere in grado di scongiurare possibili derive nazionalistiche ed antisemite: una sola risposta fattasi, a questo punto, definitivamente ritornello:

Primo Boccaleri


 - Maestro -

lunedì 8 settembre 2014

Morire per l'hotel Excelsior

Per una serie di casualità (includenti il mio essere nata in Italia ed il mio frequentare librerie, una decisione del passato che trovo tuttora giustificata, quella di votare con i piedi andandomene in Germania, ed un probabile errore di cui non mi pento, quello di aver continuato ad usare i piedi per varcare la frontiera tedesco-francese), mi trovo ora tra le mani uno dei pochi libri di cui non creda esista un'edizione priva dell'intervento di un traduttore, in quanto scritto, nella sua prima redazione, in parte in francese ed in parte in italiano. Nell'edizione di cui dispongo, la parte francese è naturalmente lasciata telle quelle, mentre la parte italiana è stata tradotta in francese da Gabrielle Cabrini e trasformata in corsivo, per distinguerla dal francese dell'autore. Nell'edizione italiana cui ho avuto parziale accesso, del 1966, la parte francese è stata tradotta in italiano, probabilmente dall'autore stesso. Se tutte le edizioni italiane sono effettivamente così, allora i lettori di queste mie paginette possono trovare, unici al mondo, le due versioni originali. Siccome sono paginette, so che non si monteranno la testa.

Samedi 13 septembre.
Si je ne suis pas mort, c'est parce qu'il n'y avait pas, en Italie, un « hôtel Majestic » pour lequel il vaille la peine de mourir.
Il fait très chaud. J'habite rue Galilée.
Dans la rue Galilée, entre l'avenue d'Iéna et la place des Etats-Unis, sur la façade au n° 17, sur une plaque de marbre, j'ai lu cette merveilleuse épitaphe : « Ici est tombé, le 25 août 1944, Raymond-Charles Bonenfant, marié, père de famille, mort pour la libération de l'hôtel Majestic. A sa mémoire. Ceux qu'il a délivrés. »
C'est-à-dire les clients de l'hôtel Majestic.
J'aime et respecte M. Charles Bonenfant. Si, pendant les combats de la libération, il m'était arrivé de mourir, je n'aurais pas voulu mourir pour l'Italie, pour l'Italie entière. Il y a en Italie beaucoup, oh, mais beaucoup ! de cochons, de salauds, pour lesquels je n'aurais jamais voulu, ne voudrais nullement mourir. 
Je n'aurais pas voulu non plus mourir pour la libération de Rome, ou de Florence, ou de Milan. Ah ! non ! A d'autres, pas à moi. Je suis, moi, de la race de M. Raymond-Charles Bonenfant. J'aurais voulu mourir pour quelque chose de bien personnel, de bien gentil, de bien propre, et pas trop grand : par exemple pour la libération de l'hôtel Excelsior. Au moins, j'aurais eu quelqu'un qui me serait resté reconnaissant ; non pas l'Italie, non pas les Italiens, mais la clientèle de l'hôtel Excelsior.
« Moi, cela m'est égal, parce que j'écris Paludes. » 
Curzio Malaparte, Journal d'un étranger à Paris, éditions de la Table Ronde, 2014. Première edition : Denoël, 1967 



Sabato, 13 settembre 
Se non sono morto, è perché non c'era, in Italia, un Hotel Majestic per il quale valesse la pena di morire.
Fa molto caldo. Abito in rue Galilée.
In rue Galilée, dove abito, tra l'avenue di Iéna e piazza degli Stati Uniti, sulla facciata della casa al n. 17 ho letto in una lapide questo meraviglioso epitaffio: «Qui è caduto, il 25 agosto 1944, Raymond Charles Bonenfant, del FFI, coniugato, padre di famiglia, morto per la liberazione dell'Hotel Majestic. Alla sua memoria, coloro che ha liberato».

Ossia i clienti dell'Hotel Majestic.
Amo ed onoro Charles Bonenfant. Se, durante la guerra di liberazione, mi fosse capitato di morire, non avrei voluto morire per l'Italia, per tutta l'Italia. Vi sono in Italia molte, oh, ma tante porcherie, sudicerie, per le quali non avrei mai voluto e non vorrei affatto morire.
E nemmeno avrei voluto morire per la liberazione di Roma, o di Firenze, o di Milano. Oh, no! Altri, non io. Io sono della razza di Raymond Charles Bonenfant. Avrei voluto morire per qualche cosa di molto personale, di molto gradevole, di molto pulito, e non troppo grande. Per esempio, per la liberazione dell'Hotel Excelsior. Almeno, avrei avuto qualcuno che mi sarebbe rimasto riconoscente: non l'Italia, non gli Italiani, ma la clientela dell'Hotel Excelsior.
«Per me è lo stesso, perché io scrivo Paludes».

*Nell'edizione italiana del 1966, il signor Bonenfant è stato cambiato in Bonefant. Non me la sono sentita di replicare questo cambio: ecco il mio apporto creativo odierno.

giovedì 28 agosto 2014

Dizionario di tutte 'e cose: T come Totalitario

Nel 1923, prima che il governo fosse di matrice completamente fascista (vi facevano parte quattro ministri fascisti su un totale di quattordici), prima che Mussolini, il 22 giugno del 1925, parlasse di volontà totalitaria del fascismo e ben prima che il sistema maggioritario divenisse normalità incontestata ed incontestabile, un politico italiano che, a differenza di Almirante, non mi risulta che nessuno desideri oggi commemorare, usò, su un giornale che non esiste più, forse per la prima volta al mondo, l'aggettivo totalitario.

Mentre l'on. Mussolini ripete la manifestazione del suo proposito di voler ricondurre il fascismo nei limiti della legalità e della disciplina, si ripete altresì con frequenza — che non accenna a diminuire — il fenomeno delle elezioni amministrative con relativa conquista di maggioranza e minoranza da parte di fascisti o sedicenti fascisti. "Maggioranza e minoranza": ecco la formola che esprime a maraviglia l'intima aspirazione di quegli individui che sono accorsi, frettolosi e dimentichi di ogni precedente atteggiamento, verso il partito che rappresentava, agli occhi loro, la promessa del dominio assoluto e dello spadroneggiamento completo ed incontrollato, nel campo della vita politica ed amministrativa... È bene che l'attenzione degli italiani si fissi con un po' di calma su questo fenomeno: mentre il governo fascista sta considerando il sistema "maggioritario" che deve, sul terreno elettorale, prendere il posto della proporzionale. Sistema "maggioritario"? Qualcuno che ha cercato di indovinare i connotati badando alle interviste del comm. Bianchi, ha proposto di chiamarlo invece sistema "minoritario": noi che, con tutto il riguardo dovuto al segretario generale del Ministero dell'Interno, incliniamo ad attribuire importanza anche maggiore alla realtà elettorale di tutte le domeniche, dubitiamo assai che non si debba finire per chiamarlo, con più verità, "sistema totalitario"!

Giovanni Amendola, Il Mondo, 12 maggio 1923

martedì 19 agosto 2014

Karo Antonio

Karo Antonio,

Kyero eskrivirte en djudyo antes ke no keda nada del avlar de mis padres. No saves, Antonio, lo ke es morirse en su lingua. Es komo kedarse soliko en el silensyo kada dya ke Dyo da, komo ser sikileoso sin saver porke.

Lo ke aki te eskrivo, Antonio, es el poko de ke me akodro despues de estos cinkos syekolos en Turkya. Yo naci en Asnières, ke es una sivdeka cerka de Paris, ama mi padre y mi madre eran cerka de los treynta kuando vinieron a morar en Francia. Dainda avlavan en franses ke era la lingua de todos los djudyos de Turkya en akel tyempo porke l'Alliance israëlite universelle asi les embezo. Despues de este se foueron al Lycée français de Galata Sarail en Stambol y es por esto ke tanto les plazya la Francia, ma en kaza nunka decharon de avlar djudyo y ansina es ke yine yo me embezi.

Antes de eskrivirte, Antonio, devo serar los ojos para akodrarme del avlar de mis padres. La difikoldad es ke muchos biervos me vyenen al tino i ke no se kualo dizirte kon eyos. Ke dizirte kon la “yaka” ? ( “Este no me pasa por la yaka” dizya mi nona) kon la ekspresyon “el kulo de pipino” ke mos saltava la riza, el “ijo de Mamzer”, kon todas las kozas ke son “kozas de tresalirse”...? 
Los biervos stan lokos, Antonio. Atornan y se fuyen. No ay mas ke asperar de eyos. No dizen mas ke la rolor, la dulsura lejana de la dondurma, de las keftikas, de los platikos ke se gizava en kaza. No dizen mas ke el gusto y el tormento del pasado, la lokura del tyempo. Se van los biervos y, lechos de mi, se mueren komo las nuves del cyelo.

La lingua maternal: asi se dize de lo ke se entendya en kaza, ma, en este kavzo, Antonio, la madre no se muere nunka. Siempre se keda fuerte. Puedes azer el mas gran viage; kuando retornas la topas bien en pies. En eya vive tu pasado, en eya te sientes presente a ti mismo.  Las palavras son tu verdadero lougar y tu esperanza. Kale ser loko para pensar ke, en eyas, podryas ser un dya el mousafir de ti mizmo. En el mas profondo de ti saves ke las kozas, o al meno el sentido ke tienes de las kozas, no se mueren nunka.
Ma, kuando se bozea tu lingua, kuando se deskae, desaziendo en el mabul, kuando deves serar los ojos, soliko en tu kamaretika y pensar por oras antes ke trucher dos biervizikos en la luz, kuando no ay nada ke meldar en tu lingua, ninguno dentro tus amigos por avlarla kon ti, kuando el poko ke te keda no lo vaz a dechar a ninguno despues de ti, kuando la mujer de tu alma te mira komo a un razino ke pok a poko se le fuye el meoyo y ke, kada dya te deves olvidar mas de ti para ser bien al lado de eya, kuando mirando a su kerida facha te vez, algunos dias ke te akodras del pasado, komo a un zingano ke no ubyera nunka dourmido kon eya y ke nunka lo podrya por ke saves ke, en akeyos momentos, la distansya entre vozotros es tan grande ke parece a la mar, eya veyendo solamente una partizika de ti, alora, Antonio, saves ke la muerte avla por tu boka.

Marcel Cohen, Lettre à Antonio Saura, traduit du judéo-espagnol par l'auteur, édition bilingue, L'Échoppe, 1997  



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Fermatevi qui e rileggete questo incipit di un breve, intenso testo, se ci tenete a cogliere Cohen nel suo tornare bambino, figlio e nipote, ma non padre, e a non spezzarne la magia e se, per una volta, accettate di lasciare la materia narrativa nella sua forma originale: un grumo di vite. Mai una traduzione dello stesso autore mi è stata d'impaccio più che d'aiuto come questa volta: Cohen si è sdoppiato, traducendosi in francese, modificando e, soprattutto, omettendo. Autore e traduttore sono due persone diverse riunite nella stessa persona. Quel che segue sono solo io.
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Caro Antonio,

Desidero scriverti in djudyo prima che non resti più nulla della lingua dei miei antenati. Non puoi immaginare, Antonio, cosa significhi estinguersi nella propria lingua. È come trovarsi da soli nel silenzio ogni giorno che Dio manda in terra, come essere sikileoso [in ansia, oppresso, in turco], senza sapere perché.

Quello che ti scrivo, Antonio, è il poco di quel che mi riesco a ricordare di questi cinque secoli in Turchia. Nacqui ad Asnières, che è un sobborgo di Parigi, e i miei genitori erano sulla trentina quando vennero a vivere in Francia. Allora parlavano in francese, in quanto lingua, all'epoca, di tutti gli ebrei della Turchia. Lo avevano imparato all'Alliance israëlite universelle. Frequentarono poi il liceo francese di Galata Sarail, ad Istanbul, ed è per questo che la Francia piaceva loro così tanto, senza peraltro rinunciare a parlare il djudyo a casa, che così imparai anch'io.

Prima di scriverti, Antonio, devo chiudere gli occhi per ricordarmi della lingua dei miei antentati. La cosa difficile è che molte parole mi vengono in mente senza potermici esprimere. Che dirti con  “yaka” ? (“Questo non mi passa per la yaka[collo, in turco], diceva mia nonna), con l'espressione “il culo del cetriolo” che ci faceva scoppiare a ridere, con “figlio di Mamzer” [bastardo, in ebraico], con tutte le cose che sono “cose da trasalire”...? 
Le parole sono folli, Antonio. Vanno e vengono. Non c'è altro da aspettarsi da loro. Non esprimono che l'odore, la dolcezza lontana del dondurma [gelato, in turco], delle keftikas [polpette turche], dei piccoli piatti che si cucinavano a casa. Non rendono che il gusto ed il tormento del passato, la follia del tempo. Se ne vanno, le parole, e mi sfuggono, muoiono come le nuvole del cielo.

La lingua materna: così si chiama quello che si sente a casa, ma, in questo caso, Antonio, è una madre che non muore mai. Resta sempre forte. Può intraprendere il viaggio più lungo; quando ritorna, la trovi ancora ben salda sulle gambe. In lei vive il tuo passato, in lei ti senti presente a te stesso. Le parole sono il tuo vero paese e la tua speranza. Bisogna essere folli per pensare che, in esse, potresti diventare, un giorno, straniero a te stesso. In fondo a te stesso sai che le cose, o almeno la loro percezione, non muoiono mai.
Ma quando la tua lingua si sgretola, quando si disfa, diluendosi nel mabul [diluvio, in ebraico], quando devi chiudere gli occhi, solo nella tua cameretta, e pensare per ore prima di portarne qualche brandello alla luce, quando non c'è niente da leggere nella tua lingua, nessuno dei tuoi amici con cui poterla parlare, quando il poco che te ne resta non lo trasmetterai a nessuno dopo di te, quando la donna della tua vita ti guarda come un malato che a poco a poco perde il senno e ogni giorno ti senti in dovere di dimenticare te stesso per poter stare bene al suo fianco, quando guardando il suo caro volto ti vedi, i giorni in cui ti ricordi del passato, come uno zingaro che non abbia mai dormito con lei e che mai potrebbe perché sa che, in quei momenti, la distanza tra di voi è tanto grande da sembrare il mare, lei riuscendo a vedere solamente una particella di te, allora, Antonio, sai che la morte parla attraverso la tua bocca.

venerdì 15 agosto 2014

La France

La Francia, come qualsiasi altro paese, dà il meglio di sé grazie alle sue minoranze e alle sue minorità. Voici un piccolo esempio, con un accento d'altri tempi, tra l'altro.

La Chine excelle dans le textile
La Thaïlande, dans les grains de riz
Le Japon fait des automobiles
Et les US, du RNB
La Suisse attire les comptes en banque
Les anglais ont un humour exquis
Le Nicaragua produit la cocaïne,
et la revend au meilleur prix,
La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies

La mer fait pousser les poissons
Et le ciel fait péter la pluie
Quant à Dieu, assis sur l'horizon
Il nous envoie des messies
La lune produit des cratères
Et le soleil à se faire chaud
Luc Skywalker vote pour les Verts
Dans l'univers, quelle harmonie
La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies

Les savants disent que dans quelques siècles
Il y aura sur terre plus de forêts
Je lis déjà dans vos pensées inquiètes
Sans arbres, plus de papier
Mais la France prévoyant la disette,
Rassurez vous ne payera pas le prix
Photocopiant sur un air de fête
Tous les arbres du pays
Chênes, cerisiers et hêtres
Pour faire face à la pénurie

La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies
La France, la France, des photocopies,
la France, la France, des photocopies



La Cina eccelle nel tessile
La Tailandia nei chicchi di riso
Il Giappone fa automobili
E gli USA, il rhythm and blues,
La Svizzera attrae i conti in banca
Gli inglesi hanno un umorismo delizioso
Il Nicaragua produce la cocaina,
e la rivende al miglior prezzo,
La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie

Il mare fa crescere i pesci
E il cielo fa scoppiettare la pioggia
Quanto a Dio, seduto sull'orizzonte
Ci manda messia
La luna produce crateri
E il sole fa caldo
Luc Skywalker vota per i Verdi
Nell'universo, che armonia
La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie

I saggi dicono che nel giro di qualche secolo
Sulla terra non ci saranno più foreste
Leggo già nei vostri pensieri preoccupati
Senza alberi, niente carta
Ma la Francia, prevedendo la carestia,
State tranquilli, non ne pagherà il prezzo
Fotocopiando su un'aria festiva
Tutti gli alberi del paese
Querce, ciliegi e faggi
Per far fronte alla penuria

La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie
La Francia, la Francia, fotocopie,
la Francia, la Francia, fotocopie

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