sabato 24 aprile 2010

Cusa favia al dé ch’è mort Ariè?

A gh’eva vint’an.
L’era un cariulant,
n’anarchic, bon c’mel pan.
Da quand chi là i cmandava
al stava lugà in dal bosc.
Lur il pungdava.
Na matina l’eva riscià
d’gn’in paes a
salutà so madar.
I l’à vest, in quatr’i gà sparà,
lasà cuntr’al mur
a suga ras
cm’en pipistrel fiundà.

Cesare Zavattini


Cosa facevo il giorno che è morto Ariè?

Aveva vent’anni.
Era uno scariolante
un anarchico, buono come il pane.
Da quando quelli là comandavano
stava nascosto nel bosco.
Loro lo puntavano.
Una mattina si era arrischiato
a venire in paese a
salutare sua madre.
L’hanno visto, in quattro gli hanno sparato,
lasciandolo contro il muro
a rinsecchirsi
come un pipistrello colpito da una fionda.

La poesia di Zavattini è dedicata a Riccardo Siliprandi, detto Ariè, bracciante anarchico, morto per mano fascista a 32 anni il 5 maggio del 1921 a Luzzara, il paese del poeta. Per lungo tempo gli si era negata una targa commemorativa: l'hanno messa lo scorso anno e riporta proprio la poesia di Zavattini.

*

Sarà il primo 25 aprile senza mio nonno Romeo, socialista nenniano. Spedito dal duce in Grecia a vent'anni (si imbarcò a Brindisi con un suo cugino che ebbe meno fortuna e che dalla Russia non tornò più), prigioniero dei tedeschi dopo l'8 settembre, scappato dal treno che lo avrebbe portato in Germania, si unì ai partigiani jugoslavi e riuscì a tornare a casa solo alla fine del 1945 grazie all'iniziativa di un suo compagno napoletano. Il napoletano si presentò ad un ufficiale inglese del campo alleato in cui erano finiti, mentre mio nonno rimase fuori dalla stanza. Erano gli ultimi due italiani rimasti nel campo.
Compagno napoletano - Possiamo averlo, il permesso?
Ufficiale inglese - Ma quanti siete? Voi italiani venite sempre uno alla volta, a chiederlo, non se ne può più.
Compagno napoletano - dopo aver preso per il braccio e trascinato mio nonno davanti alla scrivania - Siamo in tanti, vede? 
Dai suo ricordi emergevano la fame, i tedeschi (i iera cativime vignia i brividi solo a sentirli co' i parlea), la generosità dei greci e la frutta che riusciva a rimediare (certa ua, granda cusìta - mimando con le mani la dimensione di un limone), il nome - accompagnato da un sorriso rivolto a mia nonna - di una ragazza greca, l'orrore dei morti ammazzati dagli ustascia (gnianca 'e bestie).
Dopo la guerra, per molti anni, ogni 25 aprile, finché ha potuto, andava alla Risiera di San Sabba con i compagni dell'ANPI.
Dopo la guerra, per molti anni, ogni 25 aprile, a casa dei miei nonni materni la mattina iniziava con delle parole gridate dalla camera alla cucina:
"Ienia, dove atu mes' el fasoet?" (Eugenia, dove hai messo il fazzoletto? Quello da partigiano).

*

C'è un testo che sfoglio prima di ogni 25 aprile, Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, dell'Einaudi. Lo sfoglio a caso, ma per la pagina del Tigre ci passo sempre (ho scoperto solo recentemente che l'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia ha una ricchissima sezione dedicata alle Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana):

Quinto Persico (Tigre)

Di anni 19 – operaio – nato a Cicagna (Genova) il 14 giugno 1925 -. Nel settembre 1944 diserta, unitamente ad altri commilitoni, dalla Divisione “Monterosa” per raggiungere i reparti partigiani della Divisione “Cichero”, operanti nella zona sovrastante Chiavari (Genova) -. Catturato in seguito ad azione di rastrellamento -. Processato il 2 marzo 1945 a Chiavari dal Tribunale di Guerra Divisionale della “Monterosa” convocato in Tribunale Straordinario -. Fucilato lo stesso 2 marzo 1945 in località Bosco Peraja (Calvari, Genova), da plotone della “Monterosa”, con Dino Berisso e altri otto partigiani.

2.3.1945
Carissimi genitori,

perdonatemi quello che vi ho fatto. Muoio contento. Saluti a Zio e tutta famiglia e tutti vicini, famiglia Alfredo.

Senza piangere muoio e mi levo la maglia.

2 commenti:

  1. Bhakti Velutti26 marzo 2013 23:28

    Mio marito e' il pronipote di Tigre, sta facendo anche lui una ricerca su questo povero ragazzo, morto da eroe ma per nulla celebrato dalla sua famiglia, noi gli stiamo cercando di dare l'onore e la gloria che si merita...grazie anche a lei per la memoria.

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    1. Grazie. Ho fatto ben poco, ma grazie.

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