sabato 8 novembre 2008

Odissea, libro XVI, versi 190-212

Derek Bayley legge Omero nella traduzione di Robert Fagles.



Così dicendo baciò il figlio e per le guance
il pianto a terra scorreva: prima l'aveva frenato.
Telemaco - poiché ancora non credeva che fosse il padre -
gli disse di nuovo, rispondendo, parole:
"No, tu non sei Odisseo, non sei il padre mio, ma m'incanta
un nume perché io soffra e singhiozzi di più.
Mai un mortale poteva far questo
con la sua sola mente, a meno che un dio,
senza fatica, a sua voglia venisse a farlo giovane o vecchio;
tu poco fa eri un vecchio e malamente vestivi,
e ora somigli agli dèi che il cielo vasto possiedono".
E ricambiando disse l'accorto Odisseo:
"Telemaco, non va che tu, avendo qui il caro padre tornato,
lo guardi stordito, con troppo stupore.
Un altro Odisseo non potrà mai venire,
perché son io, proprio io, che dopo aver tanto errato e sofferto,
arrivo dopo vent'anni alla terra dei padri.
E questa è azione d'Atena, la Predatrice,
che mi fa come vuole, e può farlo,
a volte simile a un mendicante, altre volte
a un uomo giovane, con belle vesti sul corpo:
facile ai numi, che il cielo vasto possiedono,
fare splendido o miserabile un uomo mortale".

Traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

ὣς ἄρα φωνήσας υἱὸν κύσε, κὰδ δὲ παρειῶν

δάκρυον ἧκε χαμᾶζε· πάρος δ᾽ ἔχε νωλεμὲς αἰεί.

Τηλέμαχος δ᾽, οὐ γάρ πω ἐπείθετο ὃν πατέρ᾽ εἶναι,

ἐξαῦτίς μιν ἔπεσσιν ἀμειβόμενος προσέειπεν·

οὐ σύ γ᾽ Ὀδυσσεύς ἐσσι, πατὴρ ἐμός, ἀλλά με δαίμων

θέλγει, ὄφρ᾽ ἔτι μᾶλλον ὀδυρόμενος στεναχίζω.

οὐ γάρ πως ἂν θνητὸς ἀνὴρ τάδε μηχανόωιτο

ὧι αὐτοῦ γε νόωι, ὅτε μὴ θεὸς αὐτὸς ἐπελθὼν

ῥηϊδίως ἐθέλων θείη νέον ἠὲ γέροντα.

ἦ γάρ τοι νέον ἦσθα γέρων καὶ ἀεικέα ἕσσο·

νῦν δὲ θεοῖσιν ἔοικας, οἳ οὐρανὸν εὐρὺν ἔχουσι.

τὸν δ᾽ ἀπαμειβόμενος προσέφη πολύμητις Ὀδυσσεύς·

Τηλέμαχ᾽, οὔ σε ἔοικε φίλον πατέρ ἔνδον ἐόντα

οὔτε τι θαυμάζειν περιώσιον οὔτ᾽ ἀγάασθαι·

οὐ μὲν γάρ τοι ἔτ᾽ ἄλλος ἐλεύσεται ἐνθάδ᾽ Ὀδυσσεύς,

ἀλλ᾽ ὅδ᾽ ἐγὼ τοιόσδε, παθὼν κακά, πολλὰ δ᾽ ἀληθείς,

ἤλυθον εἰκοστῶι ἔτεϊ ἐς πατρίδα γαῖαν.

αὐτάρ τοι τόδε ἔργον Ἀθηναίης ἀγελείης,

ἥ τέ με τοῖον ἔθηκεν, ὅπως ἐθέλει, δύναται γὰρ,

ἄλλοτε μὲν πτωχῶι ἐναλίγκιον, ἄλλοτε δ᾽ αὖτε

ἀνδρὶ νέωι καὶ καλὰ περὶ χροῒ εἵματ᾽ ἔχοντι.

ῥηΐδιον δὲ θεοῖσι, τοὶ οὐρανὸν εὐρὺν ἔχουσιν,

ἠμὲν κυδῆναι θνητὸν βροτὸν ἠδὲ κακῶσαι.

Translitterazione (fatta da anglofoni).


mercoledì 5 novembre 2008

O’Higgins

A Obama

José Eduardo O'HIGGINS nació en la pequeña, aunque hermosa población
de Runten, provincia de Salvamorro, en el Paraguay Oriental.

Hijo de un minero y una telefonista, sus padres eran tan étnicamente
limpios que en Runten, provincia de Salvamorro, en el Paraguay Oriental,
les llamaban, cariñosamente, los puros.

Más de una vez su madre, en un alarde de loca picardía femenina, se había
lanzado a dar consejos, sobre higiene, a los vecinos y curiosos de Runten,
provincia de Salvamorro, en el Paraguay Oriental.

Su padre, Carlos María Pablo Swartz O'Higgins, era conocido en su
profesión como "el topo", por las siestas que se echaba en la mina,
cuando, amparado en la oscuridad de las galerías, apagaba la luz de
carburo, se tiznaba de carbón y fingía ser una piedra.

Murió cuando un minero le confundió con una veta de lignito y lo convirtió
en 27 sacos de carbón para barbacoa.

Su madre aceptó con resignación la pérdida de su marido y aprovechó la
ocasión para cambiar el papel del pasillo.

José Eduardo O'HIGGINS, vecino de Runten, provincia de Salvamorro, en el
Paraguay Oriental, era un alma grande y le llamaban el "Mahatma
paraguayo". Ya a los 7 años de edad dio a la caridad una bolsa de trozos
de soldaditos de plástico, diez chicles mascados y el sujetador de su
madre.

Del sujetador nunca más se supo pero, meses después, José Eduardo
O'HIGGINS, vecino de Runten, provincia de Salvamorro, en el Paraguay
Oriental, se hizo militar, después general, más tarde presidente, luego
dictador, poco después monarca y ahora emperador y santo patrono, hijo
predilecto de Runten, provincia de Salvamorro, en el jodido Paraguay
oriental.

Está a punto de convertirse en Dios, el dios más joven de Runten,
Paraguay.

Accidents Polipoétics

domenica 2 novembre 2008

Se qualcuno mi chiede

(e qualcuno me lo chiede) dove vado con me
risponderei di non saperlo. Ho avuto
fin nel ventre materno, con la gioia,
questa sicurezza in una vera,
assoluta, inconoscibile irrealtà.

Pier Paolo Pasolini

sabato 18 ottobre 2008

Könnten Sie es kürzer sagen?

Leute waren da,
Dinge geschahen,
Bewegungen wurden vollführt.

Es schmerzte.

Martin Auer


Sarebbe in grado di dirlo più brevemente?

C'era della gente,
Accaddero delle cose,
Si eseguirono dei movimenti.

Fece male.

domenica 5 ottobre 2008

Poesie di Virgilio Giotti dette da Claudio Grisancich




A casa di Giotti, di Claudio Sepin: link al video su youtube.


La casa

Mia casa, messa in alto
come un nido de usei,
co' le man mie e i mii oci
fata, nei ani bei

che i mii fioi cresseva
gavevo atorno, e bela
la mama: mia te son,
mia, come lori e ela.

Davero mi me sento
solo con ti, mia casa.
Co te torno, ogni volta
i mii oci i te basa.

Te torno come el sposo
che torna de la sposa,
che nel su' sol, via i cruzzi,
beato el se riposa.

Rivo suso, mia casa,
e 'pena che son drento
strachezza e mal de gambe
i sparissi. Me sento

de colpo calai i ani
e san. Franco sui pìe
me movo; e giro, e vardo
le care robe mie;

le carezzo, le indrizzo,
che ogni toco sia bel;
vardo fora el mio monte,
vardo par aria el ziel.

Ch'el par tanto vizin
Fora sul pergoleto,
tacado, "casa alta",
ai orli del tu' teto.

Quel ziel, che vien zo in ogi
no' saete: de pezo.
Ma mi, anca se tremo,
resto l'istesso in mezo

de la mia casa, pronto
de andar 'basso con ela.
E sarìa par mi,
forsi, la morte bela.

Mia casa, ma te son
Ti pròpio vera po'?
Mia casa squasi vera!
Un sogno che me go

trovà drento putel
te son. Ma vera, sì,
pal mio cuor, pai mii oci,
che i te vedi cussì.

Fermo 'sto cuor, seradi
'sti do oci, e anca ti,
mia, mia casa bela,
te gavarà finì.

Virgilio Giotti

mercoledì 24 settembre 2008

Paragoni

Gli ITALIANI agiscono cattolicamente, ma sono scaltri
e hanno un comportamento troppo chiassoso
Gli ZINGARI rubano la biancheria e i bambini piccoli
e fanno fatture a nonne, galline e manzi.
Gli EBREI dominano - molto segretamente - il mondo intero
e ci fregano l'onesto denaro.
I TURCHI puzzano di montone e sono mangiaaglio
e nelle liti usano coltelli affilati.
I NERI sono pigri e vivono alla giornata,
e il loro cervello è tremendamente piccolo.
Come siamo noi TEDESCHI, bisognerebbe chiederlo agli ITALIANI
agli ZINGARI
agli EBREI
ai TURCHI
e ai NERI,
ma questi sono troppo gentili per dirci l'amara verità.

Christine Nöstlinger


Vergleiche

Die ITALIENER tun katholisch, sind aber verschlagen
und haben ein viel zu lautes Betragen.
Die ZIGEUNER stehlen die Wäsche und die kleinen Kinder
und verhexen Omas, Hühner und Rinder.
Die JUDEN herrschen - sehr geheim - über die ganze Welt
und bescheißern uns ums redliche Geld.
Die TÜRKEN stinken nach Hammel und sind Knoblauchfresser
und benutzen beim Streit scharfe Messer.
Die SCHWARZEN sind faul und leben bloß in den Tag hinein,
und ihr Gehirn ist schrecklich klein.
Wie wir DEUTSCHE so sind, müßte man die ITALIENER
die ZIGEUNER
die JUDEN
die TÜRKEN
und die SCHWARZEN
fragen,
aber die sind zu höflich, um uns die bittere Wahrheit zu sagen.

domenica 29 giugno 2008

20 miglia in un elenco

Ville di campagna cosiddette "vittoriane" con un portico su cui sventola una bandiera o una coccardona americana, circondate da alberi secolari e giardini con prato all'inglese, l'erba a coprire ogni pollice quadrato, fino al ciglio della strada (tanto il marciapiede non c'è), là dove vigila la cassetta della posta semicilindrica d'ordinanza, meglio se dotata di bandierina americana, ancora meglio se più di una, in tal caso rette da apposito sostegno multiasta;
strada in mezzo al bosco, a tornanti, con limiti di velocità, a seconda della presenza o meno di case, scuole e chiese, da 30 a 35 a 40 miglia;
scoiattolo che attraversa la strada;
jogger bianco, sudatissimo e tiratissimo;
cadavere di scoiattolo sull'asfalto;
parcone pubblico, con bandierone americano svettante al centro del parcheggione davanti all'ingresso;
jogger bianca, mediamente sudata e tiratissima, pantaloncino con scritto "Irish" sul sedere;
strada statale con limite di velocità di 55 miglia;
complessi di case medio-borghesi lungo percorsi più o meno circolari, che si diramano a partire dalla statale, con limite da 15 a 25 miglia a seconda della larghezza, provvisti di marciapiede privo di passanti, piccolo prato prospiciente ciascuna casa, interrotto dal vialetto di ingresso che conduce al garage e da quello, più stretto, che conduce alla porta di ingresso, qualche alberello, una serie di servizi comuni, dal punto di raccolta della spazzatura, all'aspiratutto per le auto, alla piscina, al campo da tennis, alla sauna e alla palestra;
ristrada statale;
donna bianca ad una fermata d'autobus, seduta per terra, rivista in mano;
uomo di colore ad una successiva fermata d'autobus, in piedi, mani in tasca, cuffie in testa;
complesso di negozi anonimi, catene di bar e ristoranti, concessionari di auto, riuniti attorno ad una corte il cui fulcro è un distributore di benzina;
auto di tutte le marche, nazionali e non, guidate con prudenza, finestrini chiusi;
incrocio con altra statale, in mezzo al quale un uomo di colore regge un cartello enorme che pubblicizza la svendita di lenzuola e tovaglie causa cessata attività;
complesso di negozi anonimi, catene di bar e ristoranti, concessionari di auto, riuniti attorno ad una corte il cui fulcro è una banca aperta 7 giorni alla settimana;
case di periferia uni- o bifamiliari strette (tipo 3-4 m x 8-10 m) a schiera, con finestre a veranda, di mattoni marrone scuro o prefabbricate e dipinte un tempo ma non ridipinte più, di tre tipi: o quasi dignitose, con un portico in comune e scale d'accesso indipendenti per ogni famiglia, o povere, cadenti e abitate, o povere, cadenti e abbandonate;
tram lento;
erbacce alte;
bambina su un triciclo, immobile, in un portico dietro ad una ringhiera;
fermate del tram, solo gente di colore in sua attesa;
auto che oltrepassa il limite di velocità, finestrino aperto, autoradio accesa, braccio steso fuori, in mano una sigaretta;
bambini di colore che fermano gli automobilisti in una strada laterale per mostrare loro dei cartelli, piazzandoli con decisione davanti al parabrezza;
a interrompere le schiere delle case, chiese battiste, metodiste, haitiane, centri musulmani ecc. ecc. e piccoli negozi, di due tipi: poveri e aperti in orari fantasiosi, poveri e abbandonati;
murales con gli eroi del quartiere, tutti neri;
autobus e fermate con la stessa gente in attesa;
gruppi di adolescenti di colore seduti su pile di pneumatici davanti ad una casa;
cintura verde, ville medie per la media borghesia, senza personalità;
fiume tra due rive ingombre di svincoli, con marciapiedi che si interrompono per lavori in mezzo al nulla;
fermate d'autobus, nessun autobus, nessuno in attesa;
murales dedicati alle donne artiste;
condomini piccoli, tutti della stessa altezza, nessuno spazio tra l'uno e l'altro, per la piccola borghesia, piccole zone verdi negli slarghi, piccoli monumenti al loro centro;
festa di strada, annunciata da un piccolo striscione colorato appeso ad un cavalletto con su scritto "fiesta";
scalinata di museo che turisti percorrono di corsa per terminare, braccia levate al cielo e sgambettanti, sul piazzale davanti alla facciata del museo e farsi immortalare così da un amico dotato di macchina fotografica, rimasto ai piedi o a metà della scalinata;
gruppi di turisti in coda a lato della scalinata, in attesa di una fotografia ai piedi della statua a braccia al cielo di quello che per primo si è mostrato al mondo correndo su per quei gradini;
museo, interno (omissis);
prato, ragazzi che giocano a calcio, gente in macchina sotto il sole con le quattro porte aperte, magliette appese a panchine, gente seduta su panchine all'ombra;
persone che assistono ad una gara di sollevamento pesi, con i pesi di diverse forme ed un percorso da completare;
viale pieno di bandiere di tutto il mondo, sotto ad ogni bandiera il nome del paese, in inglese e nella lingua del paese;
rete di strade cittadine, a reticolo perpendicolare;
slargo, rotatoria, fontana al centro;
qualche albero qua e là;
la chiesa più grande della città;
piccola aiuola, due merli dalle piume lucidissime, tre piccioni;
strada con edifici del terziario, bandiere americane cittadine, con aquila, che ricordano il 4 luglio;
grattacielo, parcheggio, banca, grattacielo, parcheggio, banca, assicurazione;
banca nella nicchia inferiore della B della cui insegna pigola un uccellino;
ristoranti, incroci, getti di aria calda dai negozi;
libreria, interno (omissis);
auto, taxi;
autobus e fermate con la solita gente in loro attesa;
mercato coperto, interno (omissis);
Chinatown;
musei, chiese, palazzi;
condomini residenziali di città, lampioni rossi, negozi e ristoranti in edifici ricoperti da murales;
passerella pedonale;
altro fiume, più grande.

mercoledì 4 giugno 2008

Im Kaffeehaus

Im Kaffeehaus
beschreibst du mir
deine Vorstellungen
von der Liebe.
Das Wichtigste
sei die Aufrichtigkeit
und die Treue.
Ich bin bereit
deine Vorstellungen
ganz und gar
zu übernehmen
wenn nur dein Knie
nie aufhört
das meine
zu berühren.

Peter Turrini

Nel caffè
mi descrivi
la tua idea
dell'amore.
Le cose più importanti
sarebbero la sincerità
e la fedeltà.
Sarei dispostissimo
a fare mia
la tua idea
se solo il tuo ginocchio
non smettesse mai
di toccare
il mio.

lunedì 28 aprile 2008

Le ballatelle Italo-Abissine

I

In cravatta bianca, in frac,
alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
ascoltando Grieg o Bach,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon dei Degiàc
e dei Ras di Menelik;
ma l'Italia che fé cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac.

II

Pur noi in barba agli Abbacùc,
che impinguati di beefsteaks,
dietro un fumo di giubèk,
profetizzano il zurùch,
da quei negri del cibùc,
Roma avrà il salamelèc,
sempre in barba agli Abbacùc
impinguati di beefsteaks;
e col comodo di Cook,
o di Chiari, e d'uno chèque,
ce n'andremo fin là in break
a sonarci Grieg o Gluk,
sempre in barba agli Abbacùc.

Ernesto Ragazzoni

mercoledì 16 aprile 2008

Saba

Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un'Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all'altra
dall'uno all'altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
"Porca - vociferando - porca". Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all'Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.

Vittorio Sereni

Opicina 1947

Risalii quest'estate ad Opicina.
Era con me un ragazzo comunista.
Tito sui muri s'iscriveva, in vista,
sotto, della mia bianca cittadina.

Nell'ora dei ricordi vespertina
sedemmo all'osteria, che ancor m'attrista,
oggi, se penso quella camerista
che ci servì con volto d'assassina.

Due vecchie ebree, testarde villeggianti,
io, quel ragazzo, parlavamo ancora
lassù italiano, tra i sassi e l'abete.

"Dopo il nero fascista il nero prete;
questa è l'Italia, e lo sai. Perché allora -
diceva il mio compagno - aver rimpianti?"

Umberto Saba
Epigrafe, 1947-1948

giovedì 20 marzo 2008

Viaggio

Poi, alla fine,
mi metto in moto
nonostante
la tentazione di restare
nelle zone più vicine
in vista del mio noto.
Ma, in compenso, parto
solo per tornare.
Non so neanch'io
cos'è che vale
e mi convince,
quale pensiero...
un'intuizione certa
un sesto senso
che mi spinge,
la coscienza fulminante
di una scoperta
paradossale,
che bisogna perdersi
per potersi davvero
ritrovare.

Paolo Ruffilli

Voyages

Le voyage commence avant, bien avant les voyages, dans une maison
grande comme une boîte d’allumettes, avec des odeurs de sel, d’immortelles,
le carrelage brisé devant la cheminée. Rumeur au creux des coquillages.
Armurier de marine, mon grand-père habitait à côté.
J’entends le bruit d’un pas la nuit: le mien. Je me lève attiré par la tiédeur du
terrain sableux où je creuse un tunnel pour ressortir à l’autre bout du monde.
Là nous irons la tête en bas! La nuit est pleine d’étoiles. La mer monte. La
lune éclaire mes travaux. Ainsi, pendant des jours, je fouillai un sable de
plus en plus humide et de plus en plus pur jusqu’à tomber sur une nappe
d’eau, saumâtre, grise.
Il me fallut chercher plus tard une autre voie. Plusieurs pistes s’offraient en
étoile : pirate ou pèlerin? Pirate des livres dont les pages reçoivent le vent
comme des voiles? Ou pèlerin d’encore, du plus lointain et du plus bleu?

Pierre Lartigue


Viaggi

Il viaggio comincia prima, ben prima dei viaggi, in una casa
grande come una scatola di fiammiferi, con odori di sale, di fiori artificiali,
le piastrelle rotte davanti al camino. Rumore nelle cavità delle conchiglie.
Armaiolo di marina, mio nonno abitava alla porta accanto.
Sentivo il rumore di un passo, la notte: il mio. Mi alzo attirato dal tepore del
terreno sabbioso dove scavo un tunnel per uscire all'altro capo del mondo.
Ci andremo con la testa in giù! La notte è piena di stelle. Il mare sale. La
luna illumina i miei lavori. Così, per giorni, scavavo una sabbia
sempre più umida e sempre di più fino a cadere su una falda
d'acqua, salmastra, grigia.
Dovevo cercare più tardi un'altra via. Diverse piste si offrivano a
stella: pirata o pellegrino? Pirata dei libri le cui pagine ricevono il vento
come delle vele? O pellegrino d'ancora, del più lontano e del più blu?

mercoledì 19 marzo 2008

Kosmopolit

Von meiner weitesten Reise zurück, anderntags
Wird mir klar, ich verstehe vom Reisen nichts.
Im Flugzeug eingesperrt, stundenlang unbeweglich,
Unter mir Wolken, die aussehn wie Wüsten,
Wüsten, die aussehn wie Meere, und Meere,
Den Schneewehen gleich, durch die man streift
Beim Erwachen aus der Narkose, sehe ich ein,
Was es heißt, über die Längengrade zu irren.

Dem Körper ist Zeit gestohlen, den Augen Ruhe.
Das genaue Wort verliert seinen Ort. Der Schwindel
Fliegt auf mit dem Tausch von Jenseits und Hier
In verschiedenen Religionen, mehreren Sprachen.
Überall sind die Rollfelder gleich grau und gleich
Hell die Krankenzimmer. Dort im Transitraum,
Wo Leerzeit umsonst bei Bewußtsein hält,
Wird ein Sprichwort wahr aus den Bars von Atlantis.

Reisen ist ein Vorgeschmack auf die Hölle.

Durs Grünbein


Cosmopolita

Di ritorno dal mio viaggio più lontano, il giorno dopo
mi è chiaro che non capisco nulla di viaggi.
Imprigionato nell'aereo, fermo per ore,
sotto di me nuvole che assomigliano a deserti,
deserti che assomigliano a mari e mari
uguali a cumuli di neve per i quali si girovaga
al risveglio dalla narcosi, capisco
cosa significa errare lungo i gradi di longitudine.

Al corpo è rubato il tempo, agli occhi la calma.
La parola precisa perde il suo posto. Le vertigini
si levano in volo con lo scambio tra al di là e qui.
In diverse religioni, più lingue.
Ovunque le piste sono ugualmente grigie e ugualmente
chiara è la camera d'ospedale. Là, nello spazio di transito,
dove il tempo vuoto ci mantiene invano coscienti,
un proverbio diventa vero dai bar di Atlantide.

Viaggiare è un assaggio di inferno.

domenica 9 marzo 2008

Geometria euclidea - 3

Triangle équilatéral

Je suis allé trop loin
Avec mon souci d'ordre.

Rien ne peut plus venir.

Guillevic


Triangolo equilatero

Sono andato troppo lontano
Con il mio cruccio d'ordine.

Niente può più venire.

domenica 2 marzo 2008

Geometria euclidea - 2

Triangle isocèle

J'ai reussi à mettre
Un peu d'ordre en moi-même.

J'ai tendence à me plaire.

Guillevic



Triangolo isoscele

Sono riuscito a mettere
Un po' d'ordine in me stesso.

Ho tendenza a piacermi.

sabato 1 marzo 2008

Geometria euclidea - 1

Point

Je ne suis que le fruit peut-être
De deux lignes qui se rencontrent.

Je n'ai rien.

On dit: partir du point,
Y arriver.

Je n'en sai rien.

Mais qui
M'effacera?

Guillevic


Punto

Sono solo il frutto forse
Di due linee che si incontrano.

Non ho niente.

Diciamo: partire dal punto,
Arrivarci.

Non ne so nulla.

Ma chi
Mi cancellerà?

sabato 23 febbraio 2008

Libertà

Ausschnitt aus Requiem. Für eine Freundin

Denn das ist Schuld, wenn irgendeines Schuld ist:
die Freiheit eines Lieben nicht vermehren
um alle Freiheit, die man in sich aufbringt.
Wir haben, wo wir lieben, ja nur dies:
einander lassen; denn daß wir uns halten,
das fällt uns leicht und ist nicht erst zu lernen.

Rainer Maria Rilke

Perché, se c'è una colpa, è questa:
non accrescere la libertà di una persona amata
fino a darle tutta la libertà che matura in se stessi.
Quando amiamo, abbiamo in effetti solo questo:
lasciarci l'un l'altro; perché trattenerci
ci viene facile e connaturato.

lunedì 11 febbraio 2008

Bei meiner Geburt

Bei meiner Geburt
war ich krank.
Der Arzt sagte, ich hätte
nur noch 73 Jahre zu leben,
plus oder minus ein paar.
Ich habe die Diagnose
sehr ernst genommen
und mich gleich erkundigt
nach einem Platz im Hospiz für
Sterbebegleitung,
und ich muss sagen, man behandelt mich
hier sehr aufmerksam.

Martin Auer

Alla mia nascita
ero malato.
Il medico disse che avevo
ancora solo 73 anni da vivere,
anno più anno meno.
Ho preso la diagnosi
molto sul serio
e mi sono subito informato
per un posto nell'ospizio per
l'assistenza ai malati terminali,
e devo dire che qui mi si tratta
con estrema attenzione.

Zufall

Wenn statt mir jemand anderer
auf die Welt gekommen wär'.
Vielleicht meine Schwester
oder mein Bruder
oder irgendein fremdes blödes Luder -
wie wär' die Welt dann,
ohne mich?
Und wo wäre denn dann ich?
Und würd' mich irgendwer vermissen?
Es tät ja keiner von mir wissen.
Statt mir wäre hier ein ganz anderes Kind,
würde bei meinen Eltern leben
und hätte mein ganzes Spielzeug im Spind.
Ja, sie hätten ihm sogar
meinen Namen gegeben!

Martin Auer

Caso

Se al posto mio fosse venuto
al mondo qualcun altro.
Forse mia sorella
o mio fratello
o qualche ignota stronzetta -
come sarebbe allora il mondo,
senza di me?
E dove sarei io allora?
E mancherei a qualcuno?
Davvero nessuno saprebbe di me.
Al posto mio ci sarebbe qui un figlio completamente diverso,
vivrebbe dai miei genitori
e avrebbe tutti i miei giocattoli nell'armadietto.
Sì, gli avrebbero perfino
dato il mio nome!

Martin Auer è nato nel 1951 a Vienna. Tra l'altro, ha scritto un libro per bambini pubblicato nel 1986 e ha preparato (gratis) la rivoluzione mondiale.

venerdì 11 gennaio 2008

Nenni

Era il pieno dell'estate, quell'estate
dell'anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c'era, se non quell'aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio - una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un'allegrezza
eccezionale, il senso d'una festa.
E io come il "naufrago che guata" (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane...)
felice d'aver salvato la pelle - bisestile
doppiamente per me, è stato l'anno -
ho avuto, per un attimo, dentro, il senso
d'un "poema a Fanfani": e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un "appoggio morale", com'è
uso dire. Fu l'idea di un mattino
bruciato dal sole di quell'estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell'Italia ricca - che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti -
l'imitazione d'una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un'altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c'era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all'opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta - da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).
Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d'intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d'Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta... Timidamente La seguivo
d'una generazione: e L'ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.
Dodici anni è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti, essere
furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d'odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell'omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

Pier Paolo Pasolini, 1960
Bestemmia, Poesie disperse I

domenica 6 gennaio 2008

De Africa

Vi dirò dunque dell'Affrica,
la qual Affrica è il paese
dove sta il senegalese,
l'ottentotto ed il niam-niam;
ed ha un clima cosí torrido
che, pel sole e i gran calori,
tutti i neri sono mori
ed in piú, figli di Càm.

Gli abitanti – detti indigeni –
cosí in uggia han panni e gonne
che, sí uomini che donne,
vanno nudi, o giú di lí;
ed han gusti cosí semplici
che, talor, se è necessario,
mangian anche il missionario
che li accolse e convertí.

Pur ve n'ebbero, di celebri
affricani, e di cartello:
Amonasro, il moro Otello,
la regina Taïtú,
e fra tutti memorabile
quel Scipione l'Affricano
cosí detto, perché un sano,
vero e buon romano fu.

Fattispecie di triangolo
con la punta volta in basso,
mezzo arena e mezzo sasso
e padul l'altra metà
(tre metà?), caos di polvere
con dentro iridi di fiori,
tale è l'Affrica, o signori,
nella sua complessità.

L'Ibi, il tropico del Canchero
l'equatore, l'Amba rasa
sono là come di casa,
con il ghibli, il Congo, Assab;
col cammello, con il dattero
e la tanto celebrata
adamonia digitata,
che sarebbe il baobab.

Sono là. E là – tartufolo
minerale – c'è il diamante,
c'è la pulce penetrante,
e la ria mosca tsè-tsè.
Ed è là che a volte càpita
di veder, tra arbusto e arbusto,
quel pulcino d'alto fusto
che lo struzzo è detto... ed è.

Ma la cosa che c'è in Affrica
e piú merita attenzione
è il terribile leone,
ruggibondo e divorier.
Non è ver che di proposito
sia malevolo e cattivo,
ha un carattere un po' vivo,
e va in bestia volentier.

Ed allora, Dio ne liberi
incontrarlo per la strada!
Se per lí non ci si bada
si finisce entro il leon.
Affamato, quei vi stritola
vi trangugia a larghe falde
poi, tra ciuffi d'erbe calde,
digerito vi depon.

Sono cose che succedono.
Ma l'ardito cacciatore
col fucil vendicatore
spaccia il mostro – e come no! –
Urli, spari, capitomboli!
Crolla il re della foresta.
Alla sera... Allah! gran festa
di tam-tam e di falò.

Viva l'Affrica ed il semplice
suo figliolo, l'affricano.
Non ancora buon cristiano
veramente come va;
un po' lesto di mandibola,
un po' lento nel lavarsi,
coi capelli crespi ed arsi,
... ma... speriamo... si farà.

Già, pel bianco nostro merito
ei, selvaggio ebano ignavo
si piegò, percosso e schiavo,
nella pelle del zio Tom,
ed – onore per lui inclito –
importato or ora in Francia
s'ebbe a far bucar la pancia
sulla Marna e sulla Sòm.

Benvenuto dal tuo Senegal,
fratel nero, e dal Sahara;
dalla tua contrada avara
benvenuto a crepar qui.
Vien! L'Europa qui ti prodiga
(giú la barbara zagaglia!)
la civile sua mitraglia
che già tanto suol nutrí!

Ti vogliamo eroe... Rallegrati.
Pur, se mai, ti si dà il caso
che tu porti fuori il naso
da quest'orgia, o almeno un piè,
quando torni ai tuoi, ricòrdati:
(quando là sarai tranquillo)
– Tante cose al coccodrillo,
per mio conto, e al cimpanzè!

Ernesto Ragazzoni

Biancotti racconta: "Talvolta in un cerchio d'amici [...] si levava una voce: "Ragazzoni, l'Affrica..." Ed egli sorridendo ironico e bonario incominciava:"Vi dirò dunque dell'Affrica...""

giovedì 3 gennaio 2008

Elegia del verme solitario

Solo è Allah nel Paradiso
del Profeta Makometto
solo è il naso in mezzo al viso
solo è il celibe nel letto,
ma nessun, da Polo a Polo,
come me sul globo è solo,
né mai fu, per quanto germe
ebbe luna dal lunario,
perch’io solo sono il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Solitario sulla vetta
della torre antica è il passero
solitario. È la vedetta
solitaria in cima al cassero,
solitario è il soldo, o duolo,
del tapin ch’à un soldo solo,
solo andava il cieco inerme
e ben noto Belisario,
ma il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Tutte l’altre creature
hanno moglie od hanno figli:
i canguri han le cangure
i conigli han le coniglie,
l’api accoppiansi nell’aria
e perfin la dromedaria
tra le sabbie nude ed erme
ha il fedele dromedario.
Il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Una vaga fantasia
alle volte pur mi coglie,
la mia mente vola via
e m’immagino aver moglie,
mi par d’essere, o cuccagna,
un bel nastro, una lasagna…
non piú fitto in membra inferme
nel mio vil penitenziario
e non piú essere un verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Nastro a volte mi figuro
annodarmi intorno a un collo
di fanciulla esile e puro.
In intingoli di pollo
altre volte invece parmi
da lasagna intingolarmi.
Il mio cor si tuffa in terme
di speranza… ed al contrario
resto sempre il verme, il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Pure il giorno verrà, il giorno
che uscirò fuori a vedere
come è fatto il mondo intorno
miserere, miserere,
finirò la vita trista
nel boccal d’un farmacista
pieno d’alcool ed ermeticamente funerario,
perché io non son che il verme
lungo…
cupo…
cieco…
bieco…
triste verme solitario.

Ernesto Ragazzoni


venerdì 21 dicembre 2007

Ciclone in Toscana

e lieve lieve
cade la neve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più non ne deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

Ernesto Ragazzoni

Il Biancotti riporta: "Invitato una volta in una sbadigliante riunione di signore e signorine letteratoidi a dir qualcosa di suo, improvvisò: "E lieve lieve...", avvertendo di esser disposto a continuare così per almeno un paio di ore".

giovedì 20 dicembre 2007

Can

Can, no te si mio.
Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
Ma un ocio bon me par.
Te vardo parchè sì, can te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
E po’ te lassi star.
Te va col to trotto
Che la strada no pesa, sito sito.
Dove? No se sa.
Can se te digo tuto, me scòltitu?
Senti: son vegnù qua
Ne la casa granda dei veci
Che xe morti, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
In giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
Tra do ortiche che fiorisse e che more
Ogni ano, can.
Can, ti te conossi el to paron
E col tè bate te pianzi e te ridi
A la to moda dopo.
Mi son che go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bestemo.
Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
cò la savata, ogni dera.
Son tanto stufo,can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
E la to ànema va drio le to gambe
Da canton a canton
Su la strada ogni dì.
Can pien de pulzi, de forza, de fame,
Can tuto curame.
Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.
Can desterà can superbo e curioso
can capriçioso.
Can co’ le to cagne ogni tanto; can bon,
can savaton.
Can moscador, pien de farfale in testa,
can de festa
e da lavoro. Can senza partìo, can finìo.
Can de cuor, can cazzadòr, can foresto
ma de sèsto.
Can che dorme, rùstego; can maton
sempre de sbrindolon.
Can povero e sior, tuto el dì a
çercar quel che no te pol trovar
Can drito e s-cièto de drento e de for a,
can de la mal ora.
Tuto can.
Vien qua. Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato.

Ernesto Calzavara

venerdì 14 dicembre 2007

Telefonata




Hallo F., hierrrrr ist die H. Kaonnst Du sprrrechen?/Hallo F., sono la H. Puoi parlare?
Hallo H. Eigentlich bin ich in einer Besprechung. Ist es dringend?/ Hallo H. Veramente sono in una riunione. E' urgente?
Ich wollte kurrrz fraogen, ob Du es geschaofft haost zu [segue spiegazione di lavoro]. /Volevo chiedere velocemente se ce l'hai fatta a [...]
Errinnerrrrst Du Dich darrrraon, dass ich noch zweiiii Wochen bei derr Firrrrma bin, weiiiil ich [incomprensibile] gehe?/Ti ricordi che sono ancora due settimane in azienda perché vado [...]?
Ach sooo, das stimmt. Sorry, ich hatte es vergessen, aber mach Dir keine Sorgen, ich bin dabei, mich damit zu beschäftigen und nächste Woche kriegst Du bestimmt das Ergebnis./Ah, è vero. Scusa, l'avevo dimenticato, ma non preoccuparti, me ne sto occupando e la prossima settimana avrai sicuramente il risultato.
Entschuldigung, H., da ich den Namen der Stadt nicht richtig verstanden habe: wo gehst Du hin? - wenn ich fragen darf./Scusa, H., siccome non ho capito esattamente il nome della città, dove vai? - se posso chiedere.
In Mutterschutz./In maternità.
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Parziali scusanti: il marcato accento bavarese dell'interlocutrice e il fatto di aver dovuto rispondere nel bel mezzo di una riunione.
Per il resto, me ne assumo totalmente - dato il contesto - la maternità.

domenica 21 ottobre 2007

Oseli migranti

Oseli migranti
su l’isola che cala
cô la stagion se amala
in païsi distanti.

I cala per stanchessa
sul silensio del dosso
che a sera se fa rosso
per tanta gran tristessa.

I vien da lontanía
a la fin de l’istàe
da le gran solitàe;
i riposa e i va via.

Biagio Marin
Quanto più moro

domenica 14 ottobre 2007

Fetiţa cu o mie de riduri [73]

cînd vreau să mă văd, închid ochii, intru în cutia de carton, acolo dorm doi pantofi, unul cu vîrful în călcîiul celuilalt, în poziţia pe care o au gemenii în uter. de asta sînt eu tot timpul una pe faţă, una pe dos. de asta cu frică blestem, cu ruşine mă închin, că altfel nici nu încap în cutie, de asta pantofii ăştia nu se pot despărţi. cînd mă văd cu Beroza mă aflu mereu în cutia de carton, „cu tine nu sînt niciodată absent", mi-a spus; vorbea ruseşte. l-au auzit şi pantofii şi de-atunci îl urmează orbeşte. bine, dar tu, tu ce faci? eu? numai acolo, în cutia de carton, cred şi nu cercetez.

Nora Iuga

La ragazza con le mille rughe

quando mi voglio vedere, chiudo gli occhi, entro nella scatola di cartone, lì dormono due scarpe, una con la punta nel tallone dell'altra, poste come due gemelli nell'utero. per questo sono sempre un diritto ed un rovescio. per questo quando ho paura bestemmio, quando mi vergogno mi confesso, altrimenti non entrerei nella scatola, per questo queste scarpe non si possono separare. quando vedo Beroza, sono sempre nella scatola di cartone. “assieme a te non sono mai assente” mi ha detto, parlava russo. le scarpe hanno ascoltato e da allora lo seguono ciecamente. bene, ma tu, tu che fai? io? solo là, nella scatola di cartone, credo e non dubito.

domenica 30 settembre 2007

La tela

Allora di giorno la gran tela tessevo,
e la sfacevo di notte, con le fiaccole accanto.

Odissea, XIX, 149-150
trad. Rosa Calzecchi Onesti

’ένθα καί ’ηματίη μέν ‘υφαίνεσκον μέγαν ιστόν
νύκτας δ’αλλύεσκον, ’επεί δαίδας παραθείμην

Partenza d'aeroplani

Vanno in su dove il cielo è azzurro netto,
dove le nubi si vedono sotto.
Chi resta a terra agita il fazzoletto.

Umberto Saba
Il Canzoniere - Poesie scritte durante la guerra

domenica 2 settembre 2007

stummes gedicht

so unsprechbar, so
unaussprechlich - ebenso
unsichtbar, also kein
visuelles, sondern
höchst zerbrechlich, nämlich schon
zerbrochen - zum ersten mal
wird ein gedicht
gerochen

Ernst Jandl
Peter un die Kuh - Gedichte


poesia muta

così indicibile, così
impronunciabile - pure
invisibile, quindi non
visiva, bensì
estremamente fragile, cioè già
frantumata - per la prima volta
una poesia viene
annusata

kaltes gedicht

die schinke und das wurst
in kühlschrank drin
der schöne deutsche wort
in kühlschrank drin
das schönsten deutschen wort
die wört der deutschen schön
das wurst die schinke plus
kühl vodka von die russ

Ernst Jandl
Peter und die Kuh - Gedichte


poesia fredda

la prosciutto e il salsiccia
dentro il frigorifero
il bella parola tedesca
dentro il frigorifero
la parola più belle tedesche
le paroli dei tedeschi bella
il salsiccia la prosciutto più
vodka fredda da li russo

domenica 19 agosto 2007

Sui scoi

'Na giostra de s'ciume
te ciama pa' i tufi
su i scoi sbarufa
i vestiti col vento.

Gnanca un soldo de pase
pa' i muscoli s'ceti
e i salta sti quatro muleti
come delfini.

Un tocio e do toci
e negarse de rider.

Ghe piasi a le mule
sintirse le man
de sora el costume.

Un tocio e do toci
la gola che brusa
e darghe pa'i oci
sti schizzi che orba.

'Na guera de urli
de salso
e la zente scolta.

Claudio Grisancich
Poesie, Antologia 1957-2002

mercoledì 15 agosto 2007

Inventario

la cartoliata el citrato - le diferenziali el giro
d'italia coi piatini - le papuzze a quadreti
de marzapan "ma - l'amore no " che cantava
mama e sue sorele - a casa d'i veci
amato brezar - visavì le case prandi
a far aromi - le braghe a la zuava
"giuriam giuriam - che tito xe rufian"
le baleniere - cafè de brustolar
coss'te pica l'usel - i misurini de l'oio
i careti sbrenai - par via capitolina
i lupini del 'talian - vendui in scartozo
umberto saba - virgilio giotti
la prima sega - el bagno a la diga
ionico a la riversa - el mulo pan e ovo
un chilo de pan nero - 'na biga de pan bianco
'pena finì la guera - el mecano el traforo
el sei che 'ndava - barcola fin squasi
dentro in acqua - fred aster e ginger rogers
che dio li benedissi - parlar per iodri: iavi
col toven, neci - redebelve, talambre
vidali laura weiss - un salto su in partito
el treno su le rive - i botoni de la mina
le pinze fate in casa - el cine in oratorio
toio fior avanti popolo - co 'l garofano rosso
la seicento de mio pare - l'iso moto l'ardea
i spagnoleti in bustina - un'alfa drio l'orecia
tre diana col filtro - guido sambo el poeta
e fabio todeschini - che nissun ricorda
ricordo mi - el mocador le ciacole
fin far le ore picole - là su le colonete
de via rugero mana - le nose involtizzade
in carta argento - su l'albero a nadal
quel'osteria a l'alpin - po' quela a la batana
le palpadine in cine - che le mule no' lassa
i martedi de anita - i fighi soto rum
giani stuparich mi - su'l ponte de la roia
paolo universo quel - che no gavemo più
ma che savemo - de 'ver avù

Claudio Grisancich
Inventario, 2004

[Contiene cose di papà e cose di nonno; parlar per iodri, che mi cepia saias; ionico a la riversa - più che altro da ripetere più volte; un po' diverso dall'inventario di Günter Eich.]

Vergnügungen

Der erste Blick aus dem Fenster am Morgen
Das wiedergefundene alte Buch
Begeisterte Gesichter
Schnee, der Wechsel der Jahreszeiten
Die Zeitung
Der Hund
Die Dialektik
Duschen, Schwimmen
Alte Musik
Bequeme Schuhe
Begreifen
Neue Musik
Schreiben, Pflanzen
Reisen
Singen
Freundlich sein.

Bertolt Brecht
Das Leben ist doch schön!, Reclam jun. 2007

venerdì 10 agosto 2007

El nome

Esser poeta
per dopo 'ver el nome
in t-una piaza
sporcada d'i colombi.

Claudio Grisancich

Tuta la verità

Còntime 'lora tuta la verità.
Che te son stada al bagno
ch'i vendeva angurie e in riva
iera muli in zocoli e done
co' i cavei duri de salso.

Còntime la verità
fora xe tuto bianco
l'inverno.

Claudio Grisancich

Bora

pugno de bora
mètime sora
tuto quel che no' servi
frùghila
longo fora 'sta mia strada
zèrchime
bùtime in alto
'ncora 'na volta
.........................
ti
te ga un zigo che spaura
te ga'l mio mistero
bora
mètime
sora sora
più sora
'ncora 'na volta
fa de mi bandiera.

Claudio Grisancich

Dona de pugnai

Done che n-tela carne
me gavè fato tài,
done, go 'ncora posto
pa' i vostri pugnai.

Claudio Grisancich

martedì 7 agosto 2007

Un prato chiuso in petto

Un prato chiuso in petto.
Tu che voli,
caschi tra fiore e fiore:
co na mano sur core
conto li caprioli.

Mario Dell'Arco

domenica 22 luglio 2007

Urteil

die gedichte dieses mannes sind unbrauchbar.
zunächst
rieb ich eines in meine glatze.
vergeblich. es förderte nicht meinen haarwuchs.
daraufhin
betupfte ich mit meinem meine pickel. diese
erreichten binnen zwei tagen die größe mittlerer kartoffeln.
die ärzte staunten.
daraufhin
schlug ich zwei in die pfanne.
etwas mißtraurisch, aß ich nicht selber.
daran starb mein hund.
darafufhin
benütze ich eines als schutzmittel
dafür bezahlt ich die abtreibung.
daraufhin
klemmte ich eines ins auge
und betrat einen besseren klub.
der portier
stallte mir ein bein, dass ich hinschlug.
daraufhin
fällte ich obiges urteil.

Ernst Jandl



Sentenza

le poesie de 'sto mato no servi a un'ostia
prima de tuto
me son strusà una su la crapa pelada.
inutile. no fazeva creser i cavei.
dopo
go pasà legermente una sui mii brufoli. sti qua
nel giro de do giorni i ga ragiunto la grandeza de patate medie.
i dotori i xe rimasti.
dopo
ne go cusinà due in padela.
un poco malfidente, no le go magnade mi.
ghe xe morto el can.
dopo
go doperà una come goldon.
go pagà l'aborto.
dopo
go meso una ne l'ocio
e son entrà in un club più bel.
el portier
me ga fato un sgambeto cusì me son tolà.
dopo
go emeso la sudeta sentenza.

(me ga girà cusì)

sabato 21 luglio 2007

Rabia

El me vigniva de drio
co stavo insieme ai muli,
el me contava de ela
e mi ridevo, el viso
'ndava 'vantindrìo.

Fumava otavi spanti
povari tavolini, povara luse
de zente che parla 'vanti.
E anca lori, i visi
dei mii muli, 'vantindrìo.

E ti,
camina avanti viso mio
bel, bon, tra i fis'ci
soto i pini: e la tua man
in t-ei cavei mii
e 'l sol piombà
in t-ei cavei mii.
Quei tui, biondi, me regalava ore
svelte, sempre più svelte.

Fumava otavi spanti
fumava i palmi sudai
fumava le giachete
del siroco. De drio de mi
el me contava de ela
e mi ridevo
el viso 'vantindrìo.

Claudio Grisancich
Noi vegnaremo

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, per noi non più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi, mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro ma scrivi.

Franco Fortini
Una volta è per sempre

(La traduzione-occasione è quella delle Poesie e canzoni di Brecht, condotta in collaborazione con la moglie Ruth, che uscirono per Einaudi nel 1961)

giovedì 5 luglio 2007

Sufi de buora

Sufi de buora
turbineva in dolina,
un persegher aurora
ne l'aria cristalina.

Tra 'l verde griso,
rocia asurina
orleva la dolina
comò lavro in suriso.

Fiuri bianchi svoleva,
fiuri bianchi sigheva
de dolor nel seleste:
buora feva le feste.

Biagio Marin
Il non tempo del mare

Te caresso i genugi

Te caresso i genugi
mori, e i cavili nigri.
Tu son comò un'anfora cota
piena de vin
e i brassi xe l'anse,
e te togo e te bevo
soto 'l sol sensa fin.

Biagio Marin
Il non tempo del mare

Picola rosa mora

Picola rosa mora,
el refolo de buora
che t'ha verta bonora,
che 'l cuor t'ha messo a nuo,
gera un refolo cruo.

El gera forsi stanco
de mulinâte intorno,
el volea 'vê posso
sora a quel orlo rosso
che ' i feva ai vogi zorno.

Ma alora l'odor tovo
l'ha 'mbriagao
e sensa pentimento
da mato l'ha dao drento
fin che 'l cuor l'ha catao.

Biagio Marin
Il non tempo del mare

martedì 26 giugno 2007

Quanne?

E cuntente m' aiute e nun mi stanche
di sciabbuè cch' i dìcete, nda ll' arie,
a tarantelle.
I mène,
ll'hène 'a forze di na pétre
ca nfuète fìschete arraggète
e tròzzete a nu mure,
ma su' nvéce martelle
c'appizzutète uèrena scafè
cchi ci truvè na voce o na scintille
nd'u scure.

Ah, sti pacce, sti pacce,
ca rusichìne i pétre com'a zùccre;
a vrazzète,
ll'avèren' 'a ittè nda na iaramme,
lle sacce,
fiscanne fiscanne;
ma ié cchiù toste mbàreche d'u ciucce
ca manche si ll'accìrese vè nnante,
nchiuvète ci rumagne nd' ' a spiranze
di nni fe 'ustre ll'occhie
cchi na 'uce
c'assincirè lle uèrete nd'u zanghe
u nivre di na cruce.

Quanne, quanne
m'i uése dice quanne
mi putéra sente cchiù sùue
di mó ca iètte u bbànne?

Albino Pierro
Un pianto nascosto, 1986


E contento mi aiuto e non mi stanco
di sciabolare nell'aria con le dita,
a tarantella.
Le mani
hanno la forza di un sasso
che scagliato fischia rabbioso
e urta in un muro,
ma sono invece martelli
che appuntiti vorrebbero scavare
per trovarci
una voce o una scintilla
nel buio.

Ah, questi pazzi, questi pazzi
che rosicchiano i sassi come zucchero;
a bracciate,
dovrebbero gettarli in un burrone,
lo so,
fischiando fischiando;
ma io più duro, forse, di un asino
che non va avanti nemmeno se l'uccidi,
inchiodato ci resto alla speranza
di farglieli lucenti gli occhi
con una luce
che nel fango vorrebbe illimpidire
il nero di una croce.

Quando, quando,
me lo volete dire quando,
potrei sentirmi piú solo
di ora che getto il bando?

Traduzione dell'autore

Nu jurne

Nu jurne
nun vi sapéra dice si nd'u munne
facì fridde o chiuvìte
'ssìvite nda na botte
'a 'uce di menzejurne.
Senze ca le sapìne
i 'nnammurète si tinìne 'a mène
e aunìte ci natàine nd' 'a rise
ca spànnene i campène d'u paìse.
Nun c'èrene cchiù i scannìje;
si sintìne cchiù llègge di nu sante,
facìn'i sonne d'i vacantìje
cucchète supre ll'èrve e ca lle vìrene
u céhe e na paùmme
ca ci pàssete nnante.

Avìne arrivète a lu punte juste:
mó si putìna stringe
si putìna vasè
si putìna ntriccè come nd'u foche
i vampe e com'i pacce
putìna chiange rire e suspirè,
ma nun fècere nente:
stavìne appapagghiète com' 'a nive
rusèta d'i muntagne,
quanne càlete u sóue e a tutt'i cose
ni scìppete nu lagne.

Chi le sàpete.
Certe si mpauràine
di si scrijè tuccànnese cc'u fiète;
i'èrene une cchi ll'ate
'a mbulla di sapone culurète,
e mbàreche le sapìne
ca dopp'u foche ièssene i lavine
d' 'a cìnnere e ca i pacce
si grìrene tropp'assèie
lle nghiùrene cchi ssèmpe addù nisciune
ci trasèrete mèie.

Mó nun le sacce addù su',
si su' vive o su' morte,
i 'nnammurète;
nun sacce si camìnene aunìte
o si u diàue ll'hè voste separète.
Nun mbògghi'a Die
ca si fècere zanghe mmenz' 'a vie.

Albino Pierro
Un pianto nascosto, 1986


Un giorno
non vi saprei dire se nel mondo
facesse freddo o piovesse
uscì di colpo
la luce di mezzogiorno.
Senza che lo sapessero
gli innamorati si tenevano per mano
e insieme ci nuotavano nel sorriso
che spandono le campane del paese.
Non c'erano più le angosce;
si sentivano più leggeri di un santo,
facevano i sogni delle vergini
coricate sull'erba e che li vedono
il cielo e una colomba
che gli passa davanti.

Erano arrivati al punto giusto:
ora si potevano stringere
si potevano baciare
si potevano intrecciare come nel fuoco
le vampe e come i pazzi
potevano piangere ridere e sospirare,
ma non fecero niente:
stavano imbambolati come la neve
rosata delle montagne,
quando il sole tramonta e a tutte le cose
strappa un lamento.

Chi lo sa!
Certo s'impaurivano
di sparire toccandosi col fiato,
erano l'uno per l'altro
la bolla di sapone colorata,
e forse lo sapevano
che dopo il fuoco escono torrenti
di cenere e che i pazzi
se gridano troppo
li chiudono per sempre dove nessuno
vi entrerebbe mai.

Ora non lo so dove sono
se sono vivi o sono morti,
gli innamorati
non so se camminano insieme
o se il diavolo li ha voluti separati.
Dio non voglia
che si fecero fango in mezzo alla via.

Trad. dell'autore

U ialle

U ialle è cantète.
Chhé aspèttese?
Ièsse dafòre e zumpe:
già nd'i strète
di stu paise zinne c'è nu sòue
ca sànete i cichète.

Albino Pierro
Metaponto, Il Nuovo Cracas, Roma 1963

Il gallo ha cantato.
Che aspetti?
Esci fuori e salta:
già nelle strade
di questo paesino c'è un sole
che guarisce i ciechi.

sabato 23 giugno 2007

I pidriùl ad sàida

E un dè la mi muràia
l’era pina
ad pidriùl ad sàida
che fa i ragn.

Tonino Guerra
Da I bu


Un giorno il mio muro
era tutto coperto
di quegli imbuti di seta
che fanno i ragni.

Vose de l'isola

Vose sconta tra refoli de bava
che tu me ciami e me no sè d'indola
e a mala pena colzo la parola
che la manincunia nel cuor me scava;

supio d'ombra e de sol de pergolada
che sa de fiuri d'ua e de garbiti,
che sa de miel in ogni refolada
e mai no vego quii to fianchi striti,

de me t'ha fato vela sensa porto
e nuolo sensa tera indola piôve,
semensa al vento che no cata un orto,
anema in pena in serca de to nove.

Biagio Marin
Il non tempo del mare, Mondadori, Milano 1964

[Alle Eus e ai loro echi.
Io ci ho provato, eh. Sarà che son quassù, ma vi ho trovato pure un paio di voci che mi parlano di sud.]

mercoledì 20 giugno 2007

'Nndola tu son, amor, che no tu rivi?

'Nndola tu son, amor, che no tu rivi?
Da largo xe rivagia la provensa
da largo xe rivae co' tanti sighi
silise a nembo, un svolo de semensa.

E fin al leto riva el sol per tera
e i gno gerani sgionfa i so butuni;
el mar xe in sogno drento la speciera,
corcali svola fora dei barcuni.

Comò tu fa a no vignî col vento,
col profumo in tel sol del tamariso?
Son qua che speto verta ogni momento
e 'mbriaga de sol in duto 'l viso.

Biagio Marin
Il non tempo del mare, Mondadori, Milano 1964

(Ovvero di un miglior uso dell'acqua e delle tamerici)

El strighez

Te vol partir?
'ndar via de Trieste?
Te ga ragion,
parti, va,
te tornarà anca ti.

De lontan te pensarà,
te vedarà tuto,
tuto quel che no te vedi 'desso.

Te vedi sto mureto?
sto mureto de piere
longo sta strada
che taia el ciel?
quei do alberi drio, legeri
contro del ciel?
El mar xe là.
E quele casete de lontan
rosa zelesti?

Te vedi,
roba de gnente, no?
Anca a questo te pensarà
patindo.

Te vol farte strada, te vol,
diventar qualcossa?
Te ga ragion,
parti, va,
te tornarà anca ti.
E quel qualcossa che te sarà,
qua de novo,
'l te cascarà de dosso come 'na straza.

Questo xe el bel, te vedi,
questo xe el bel de sta zità,
e questa xe anca la su' malora.

Anita Pittoni
Férmite con mi, Ed. dello Zibaldone, Trieste 1962

lunedì 18 giugno 2007

Über allen Gipfeln

Über allen Gipfeln
Ist Ruh',
In allen Wipfeln
Spürest Du
Kaum einen Hauch;
Die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur! Balde
Ruhest du auch.

Goethe
Wanderers Nachtlied



Quiete tutte le cime.

Su tutte le rame alte
appena un fiato.

Muti i piccoli uccelli del bosco.

Fra poco, guarda
requie anche per te.

Franco Fortini
Poesie Inedite

domenica 10 giugno 2007

Impresija

Burja je odprla okno.
Tople zvezde
padajo na polja.
Pomlad.
Pomlad.

Bel obraz je zasijal
v sinjini,
svila zašumela
po dolini.
Stekleno nebo
se je razbilo,
nad nami mehki, temni oblaki.
Svila.

Srečko Kosovel


Impression

Die Bora riss das Fenster auf.
Warme Sterne
fallen auf Felder.
Frühling.
Frühling.

Weißes Antlitz aufleuchtend
im Blau,
seidenes Rauschen
durchs Tal.
Zerschlagen
der gläserne Himmel,
über uns dunkle, samtweiche Wolken.
Seide.

Übersetzung: Jozej Strutz


giovedì 7 giugno 2007

Piccola lode al pubblico della poesia

Eccoci qui ancora una volta
seduti di fronte al pubblico della poesia
che è seduto di fronte a noi minaccioso
ci guarda e aspetta la poesia

in verità il pubblico della poesia non è minaccioso
forse non è neanche tutto seduto
forse c'è anche qualcuno in piedi
perché sono venuti così entusiasti e numerosi

o forse ci sono un po' di sedie vuote
ma quelli che sono venuti sono i migliori
hanno fatto questo grande sforzo proprio per noi
perchè poi mai dovrebbero minacciarci

il pubblico della poesia non minaccia proprio nessuno
è invece mite generoso attento

e in fondo anche cauto ottimista trattabile
ma sopratutto perché ama
ama di un amore profondo sincero irresistibile
di un amore tenace esclusivo lacerante

chi
ama il pubblico della poesia
fingete di chiedere anche se lo sapete benissimo
ma state al gioco perché siete svegli e simpatici

il pubblico della poesia non ama mica me
questo lo sanno tutti lui ama qualcun altro
di cui io non sono che uno dei tanti valletti
diciamo messaggeri se proprio vogliamo farci belli

il pubblico della poesia ama lei
lei e
solo lei e
sempre lei

lei che è sempre così imprevedibile
lei che è sempre così impraticabile
lei che è sempre così imprendibile
lei che è sempre così implacabile

lei che attraversa sempre col rosso
lei che è contro l'ordine delle cose
lei che è sempre in ritardo
lei che non prende mai niente sul serio

lei che fa chiasso tutta la notte
lei che non rispetta mai niente
lei che litiga spesso e volentieri
lei che è sempre senza soldi

lei che parla quando bisogna tacere
e tace quando bisogna parlare
lei che fa tutto quello che non bisogna fare
e non fa tutto quello che bisogna fare

lei che si trova sempre così simpatica
lei che ama il casino per il casino
lei che si arrampica sugli specchi
lei che adora la fuga in avanti

lei che ha un nome finto
lei che è dolce come una ciambella
e feroce come un labirinto
lei che è la cosa più bella che ci sia

il pubblico della poesia ama lei
chi
bravi lei la poesia
e come potrebbe il pubblico della poesia non amarla

perché ama la poesia vi chiederete
forse perché la poesia fa bene
cambia il mondo
diverte

salva l'anima
mette in forma
illumina rilassa
apre orizzonti

chissà ognuno di voi ha certamente i suoi buoni motivi
se no non sarebbe qua
ma meglio non essere troppo curiosi dei fatti degli altri
se si vuole evitare che gli altri ficchino il naso nei nostri

sia dunque lode al pubblico della poesia
lode al suo giusto nobile grande amore per la poesia
nel cui riflesso noi pallidi e umili messaggeri
viviamo grati e benedicenti

SEGRETISSIMO
DA NON RIVELARE
ASSOLUTAMENTE MAI
AL PUBBLICO DELLA POESIA

il pubblico della poesia ama la poesia
perché vuole essere amato vuole essere amato
perché si ama profondamente e vuole essere rassicurato
del suo profondo amore per se stesso

per sua fortuna il pubblico della poesia
crede solo di ascoltare la poesia
perché se la ascoltasse veramente capirebbe
la disperata impossibilità e inutilità del suo amore

e si prenderebbe a schiaffi dalla mattina alla sera
brucerebbe tutti i libri sulle piazze
si butterebbe in un canale
o finirebbe i suoi tristi giorni in un convento

CONCLUSIONE
LA POESIA FA MALE
MA PER NOSTRA FORTUNA
NESSUNO CI VORRÀ CREDERE MAI

Nanni Balestrini
Tutto in una volta : 50 poesie per 50 anni
Edizioni del Leone, Spinea, Venezia 2003

lunedì 4 giugno 2007

Gedicht

Zerstörte Landschaft mit
Konservendosen, die Hauseingänge
leer, was ist darin? Hier kam ich

mit dem Zug nachmittags an,
zwei Töpfe an der Reisetasche
festgebunden. Jetzt bin ich aus

den Träumen raus, die über eine
Kreuzung wehn. Und Staub,
zerstückelte Pavane, aus totem

Neon, Zeitungen und Schienen
dieser Tag, was krieg ich jetzt,
einen Tag älter, tiefer und tot?

Wer hat gesagt, daß sowas Leben
ist? Ich gehe in ein
anderes Blau.

Rolf Dieter Brinkmann
Westwärts 1&2, Rowohlt Taschenbuch, 1975


Poesia

Paesaggio distrutto con
lattine di conserve, gli ingressi delle case
vuoti, che cosa c'è dentro? Qui sono arrivato

con il treno di pomeriggio,
due pentole legate
alla valigia. Ora sono uscito

dai sogni che soffiano
sopra un incrocio. E polvere,
pavana frammentata, di neon

morto, giornali e binari
questo giorno, che cosa rimedio ora,
un giorno più vecchio, più profondo e morto?

Chi ha detto che una cosa così sia
vita? Io vado in un
altro blu.

venerdì 1 giugno 2007

Was brauchst du

was brauchst du? einen Baum ein Haus zu
ermessen wie groß wie klein das Leben als Mensch
wie groß wie klein wenn du aufblickst zur Krone
dich verlierst in grüner üppiger Schönheit
wie groß wie klein bedenkst du wie kurz
dein Leben vergleichst du es mit dem Leben der Bäume

du brauchst einen Baum du brauchst ein Haus
keines für dich allein nur einen Winkel ein Dach
zu sitzen zu denken zu schlafen zu träumen
zu schreiben zu schweigen zu sehen den Freund
die Gestirne das Gras die Blume den Himmel

Friederike Mayröcker

giovedì 31 maggio 2007

Sonetto XLIX

Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,
la notte come serpe mi travollo
e sì mi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente 'l meo core.
Parmi la notte ben cento mili' ore,
dicendo: - Dio, sarà ma' dì, vedrollo?;
e tanto piango, che tutto m'immollo,
ch'alcuna cosa m'alleggia 'l dolore.
Ed i' ne son da lei cosi cangiato,
che 'n una ched e' giungo 'n sua contrada,
sì mi fa dir ch'i' vi son troppo stato,
e ched i' voli, sì tosto men vada,
però ch'ell'ha 'l su' amor a tal donato,
che per un mille più di me li aggrada.

Cecco Angiolieri

martedì 29 maggio 2007

Epigramma 7


Comprasti trecce di capelli, rossetto, miele, cerone, denti:
a quel prezzo, ti compravi una faccia.

Lucillio

domenica 27 maggio 2007

Biglietto di viaggio

Quando sarò ucciso, uno di questi giorni
l'assassino troverà nella mia tasca i biglietti di viaggio
uno verso la pace
uno per i campi di pioggia
uno
verso la conoscenza dell'umanità
(ti prego non sprecare i biglietti mio caro assassino ti
prego di partire...)

Sāmi Al-Qāsim
trad. di F. M. Corrao

Nato nel 1939 a Zarqā' in Giordania da una famiglia drusa. Dopo gli studi a Nazareth, ha lavorato come insegnante e giornalista in Israele. Per l'impegno nella resistenza palestinese e per la sua militanza nel partito comunista, ha subito numerosi arresti ed è stato costretto al domicilio coatto. Dopo l'occupazione israeliana del 1967 è stato allontanato dall'insegnamento. Da allora si è dedicato alla scrittura di poesia ed opere teatrali.

giovedì 24 maggio 2007

Ponterosso

Trieste
Un ponte piturà de rosso
El Ponterosso
Come due gambe storte
Traverso del Canal
Dessiné d’après nature
Cassas e Lavallé
Vietato il riprodurre

Un sbatociar
De barche e de battane

E fora del Canal
In mezo al golfo
Un vapor in ancora per sempre
el suo nome
Con tanti oblò
Dopiadi sora el mar

Tutto e tutti
Passa el Ponterosso
Revoltella in carozza coi Asburgo
Turbanti levantini
Odori de havlà e de pesce fritto
E greci e turchi
E dalmati e croati
E svevi de la Bieska
Ebrei de Weimar
A zavattar per metter banchi

E passa una slovena de Kamnik
No la trova el suo amor
Fabbro de fin
Ferro battù de Kropa
Perso el se ga nel vardar onde

Carri e cavai
De Pinzgau
Coi zoccoli a tamburo
E lupolo per la Dreher
E jazzo per sorbetti
Che cala de Postojna

Pianelle furlanute
Cadorini e Ciarniei
Regnicoli e Ungheresi

Ponterosso
Del mondo gran corona
E mi son tuto fiamma
De vento son vestì
Dormo
Coi nuvoli fumando

E ciacolo con l’Angelo
Come inciodà de sora dei camini
Con l’elmo dei gendarmi
Color giallo d’argilla
Barba spartida
Come l’Imperator

E vedo ancora
Angeli e lune
Come nei quadri
Di monsieur Chagall

Un ponte piturà de rosso
Il Ponterosso
Su l’Adriatico estremo
Sotto il crinal del Carso
Con l’ultima sirena
Che me smaga
La bella Lau

E digo
strenzi el tuto
E slarga el Ponterosso
Ombelico del mondo
O mia Trieste
Stupida e cattiva

Carolus L. Cergoly



Trieste
Un ponte dipinto di rosso
Il Ponterosso
Come due gambe storte
Attraverso il Canale
Dessiné d’après nature
Cassas e Lavallé
Vietato il riprodurre

Uno sbattere
Di barche e di battane

E fuori dal Canale
In mezzo al golfo
Un vapore all'ancora per sempre
il suo nome
Con tanti oblò
Doppiati sopra il mare

Tutto e tutti
Passano per il Ponterosso
Revoltella in carrozza con gli Asburgo
Turbanti levantini
Odori di havlà e di pesce fritto
E greci e turchi
E dalmati e croati
E svevi della Bieska
Ebrei di Weimar
A ciabattare per mettere banchi

E passa una slovena di Kamnik
Non trova il suo amore
Fabbro di fine
Ferro battuto di Kropa
Si è perso nel guardare onde

Carri e cavalli
Di Pinzgau
Cogli zoccoli a tamburo
E luppolo per la Dreher
E ghiaccio per sorbetti
Che scende da Postojna

Pianelle friulane
Cadorini e Carnioli
Regnicoli e Ungheresi

Ponterosso
Del mondo gran corona
E io sono tutto fiamma
Di vento sono vestito
Dormo
Con le nuvole fumando

E chiacchero con l’Angelo
Come inchiodato sopra i camini
Con l’elmo dei gendarmi
Color giallo d’argilla
Barba divisa
Come l’Imperatore

E vedo ancora
Angeli e lune
Come nei quadri
Di monsieur Chagall

Un ponte dipinto di rosso
Il Ponterosso
Sull’Adriatico estremo
Sotto il crinale del Carso
Con l’ultima sirena
Che mi avvilisce
La bella Lau

E dico
stringi il tutto
E allarga il Ponterosso
Ombelico del mondo
O mia Trieste
Stupida e cattiva

mercoledì 23 maggio 2007

Perché scrivo in dialeto?

Perché scrivo in dialeto...?
Dante, Petrarca, e quel dai Diese Giorni
Gà pur scrito in toscan.

Seguo l'esempio.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

Nei momenti che i basi fermemo

Nei momenti che i basi fermemo
No' par gusto ma par riflession,
La me amante vol scriver i versi,
Che mi digo e me basta de dir.

Tuta nùa la se méte al lavoro
Po' la méte una blusa lisièra,
Po' la ziga "che fredi xé i versi"
La stranùa, mi la baso, e bondì.

"Ah che curti che xé 'sti poemi!"
Dirà queli che ne lezerà,
"Ah che boni che gèra quei basi!"
Dirà ela ... o Amor lo dirà.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

Secondo i giorni penso e vedo

Secondo i giorni penso e vedo
Tasso piànzer, Goethe rìder...
Secondo i giorni solamente.

Secondo i giorni credarìa
Che Torquato invidii a Goethe
El pan de Weimar.
Secondo i giorni solamente.

Tasso mato, e Goethe grando
Coi più grandi de 'sto mondo,
Secondo i giorni a mi me par
Più bravo Goethe.

Secondo i giorni solamente.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

sabato 5 maggio 2007

Uma didática da invenção VII

No descomeço era o verbo.
Só depois é que veio o delírio do verbo.
O delírio do verbo estava no começo, lá onde a
criança diz: Eu escuto a cor dos passarinhos.
A criança não sabe que o verbo escutar não funciona
para cor, mas para som.
Então se a criança muda a função de um verbo, ele
delira. E pois.
Em poesia que é voz de poeta, que é a voz de fazer
nascimentos -
O verbo tem que pegar delírio.

Manoel de Barros,
O livro das ignorãças


Una didattica dall'invenzione
VII

Al disprincipio era il verbo.
Solo dopo è che venne il delirio del verbo.
Il delirio del verbo stava nell'inizio, là dove il
bambino dice: Io ascolto il colore degli uccellini.
Il bambino non sa che il verbo ascoltare non funziona
per il colore, ma per il suono.
Allora se il bambino cambia la funzione di un verbo,
delira. E dunque.
In poesia che è voce di poeta, che è la voce del fare
nascite -
Il verbo deve delirare.

Manoel de Barros
Il libro dell'ignoranza (trad. E. Sanches)


martedì 1 maggio 2007

Das Lied von der Moldau

Am Grunde der Moldau wandern die Steine
Es liegen drei Kaiser begraben in Prag.
Das Große bleibt groß nicht und klein nicht das Kleine.
Die Nacht hat zwölf Stunden, dann kommt schon der Tag.

Es wechseln die Zeiten. Die riesigen Pläne der
Mächtigen kommen am Ende zum Halt.
Und gehn sie einher auch wie blutige Hähne
Es wechseln die Zeiten, da hilft kein Gewalt.

Am Grunde der Moldau wandern die Steine
Es liegen drei Kaiser begraben in Prag.
Das Große bleibt groß nicht und klein nicht das Kleine.
Die Nacht hat zwölf Stunden, dann kommt schon der Tag.

Bertolt Brecht


La canzone della Moldava

In fondo alla Moldava vanno le pietre,
sepolti a Praga riposan tre re.
A questo mondo niente rimane uguale
la notte più lunga eterna non è.

Si mutano i tempi, l'inutile lotta
di galli violenti futuro non ha.
I folli progetti di tutti i potenti
si oppongono invano al tempo che va.

In fondo alla Moldava vanno le pietre,
sepolti a Praga riposan tre re.
A questo mondo niente rimane uguale
la notte più lunga eterna non è.

Trad. Giorgio Strehler

venerdì 27 aprile 2007

Uma didática da invenção II

Desinventar objetos.
O pente, por exemplo. Dar ao
pente funções de não pentear. Até que ele fique à
disposição de ser uma begonia. Ou uma gravanha.

Usar algumas palavras que ainda não tenham idioma.

Manoel de Barros, O livro das ignorãças

Una didattica dall'invenzione
II

Disinventare oggetti.
Il pettine, per esempio. Dare al
pettine funzioni di non pettinare. Fino a che sia nella
disposizione di essere una begonia. O un ago di pino.

Usare qualche parola che ancora non abbia un idioma.

Manoel de Barros, Il libro dell'ignoranza
(trad. E. Sanches)

mercoledì 18 aprile 2007

Picjât

'E soi bon
da fâ dut,
picjât
che no fài
nua

Federico Tavan
Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio


demograzia

a no'l è sucedût nua
canàes
continuàa a comprâa

Federico Tavan
Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio


Se fos normâl

Se fos normâl
'e audarés al vint
a scrîve poesies
sui tiô cjavei.
Descolz
su l'aga de Andrèes
in cercja de la sorgent.
E a la sera
cjocs de luna
cencja mai stufâsse
da gosâ al nostre amour.
E po' sui arbi
in cercja de nîtz,
sui lavres un vier.
Se fos normâl
e sunarés
dute' li cjampanes.
E po' via
pa' chî prâtz
e deventâ
flours
âs
e
la meil.

Federico Tavan
Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio


Se fossi normale

Se fossi normale
aiuterei il vento
a scrivere poesie
sui tuoi capelli.
Scalzo
nell'acqua di Andreis
in cerca della sorgente.
E alla sera,
ubriachi di luna,
senza mai stancarsi
di gridare il nostro amore.
E poi sugli alberi
in cerca di nidi,
sulle labbra un verme.
Se fossi normale
suonerei
tutte le campane.
E poi via
per i prati
a diventare
fiori
api
e
miele.

domenica 1 aprile 2007

Laude dei pacifici lapponi e dell'olio di merluzzo

Ben tappati dentro i poveri
ma fidati lor ricoveri,
mentre lento sui tizzoni
cuoce il lor desinaruzzo
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Fuori, il vento piglia a schiaffi
quattro o cinque abeti squallidi:
gli orsi bianchi sono pallidi
pel gran freddo e si dan graffi
l'un con l'altro per distrarsi...
Oh! bisogna ricordarsi
che omai nevica da mesi;
fiumi e rivi presi al laccio
dell'inverno son di ghiaccio
(e che ghiaccio! perché il ghiaccio
è assai freddo in quei paesi);
ma che importa lor? ghiottoni
dallo stomaco di struzzo
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

E son là, raccolti, stretti,
padre, madre, zii, bambini
(battezziamoli lappini
i lapponi pargoletti?),
e poi c'è la nonna, il nonno,
qualche amico dei vicini;
ciascun preso un po' dal sonno
perché ha l'epa troppo piena
già di grasso di balena;
pure a nuove imbandigioni
ogni dente torna aguzzo,
e i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Beatissimi! fra poco
tutti quanti russeranno
in catasta a torno al fuoco,
poi doman si leveranno,
torneranno alla stess'opra,
mangeranno e riberranno
il buon olio di cui sopra,
e cosí per tutto l'anno,
sempre..... fin che moriranno.

Cosí svolgesi la loro
vita, piana e senza scosse,
senza mai quell'ansia d'oro
che noi muta in pelli-rosse;
senza il fiel, senza la bile
necessari all'uom civile.....
Ho da dirvelo? una smania
prepotente mi dilania,
ed invan da piú stagioni
in me dentro la rintuzzo:.....
vo in Lapponia tra i lapponi
a ber l'olio di merluzzo!

Ernesto Ragazzoni

Il teorema di Pitagora

I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s'usa
a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le balene si fan sempre piú rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti:
il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dí lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?

Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l'oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
ardenti piú non parlano i Jeova ai profeti?
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...

Ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti.
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
Il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Ernesto Ragazzoni

sabato 31 marzo 2007

Bambini e sinistra

Chi dice ai bambini
dovete pensare a destra
è uno di destra
Chi dice ai bambini
dovete pensare a sinistra
è uno di destra
Chi dice ai bambini
non dovete pensare affatto
è uno di destra
Chi dice ai bambini
è del tutto indifferente ciò che pensate
è uno di destra
Chi dice ai bambini
quello che lui stesso pensa
e dice loro anche
che ci potrebbe essere qualcosa di sbagliato
forse è uno di sinistra

Kinder und Linke

Wer Kindern sagt
Ihr habt rechts zu denken
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
Ihr habt links zu denken
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
Ihr habt gar nichts zu denken
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
Es ist ganz gleich was ihr denkt
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
was er selbst denkt
und ihnen auch sagt
dass daran etwas falsch sein könnte
der ist vielleicht ein Linker

Erich Fried

Leggere poesie

Chi si aspetta
la propria salvezza
da una poesia
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Chi non si aspetta
alcuna salvezza
da una poesia
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Gedichte lesen


Wer
von einem Gedicht
seine Rettung erwartet
der sollte lieber
lernen
Gedichte zu lesen

Wer
von einem Gedicht
keine Rettung erwartet
der sollte lieber
lernen
Gedichte zu lesen

Erich Fried, Es ist was es ist, 1983

domenica 12 novembre 2006

Le mie invisibilissimi pagine

Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori, è ...non scrivere. Ci passerei tutta la vita [...]. Si lavora d'immaginazione, e non è lavoro da tutti .[...] Quante idee, diventate fisse, hanno condotto al manicomio, quante hanno trascinato gente a massacrarsi. Il meglio è scriverle per esclusivo uso interno. Lasciatele al loro stato di puro spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il solo che permetta di averne la mente di continuo ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su semplice carta, una, vuol dire farsene tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i mille e mille germi odorosi di un giardino incantato. Corteggiatele tutte, le idee, non sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà? E' grazie a questi solidi principii che di continuo riesco a regalarmi alla fantasia invisibili pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate.

Ernesto Ragazzoni, "Le mie invisibilissimi pagine", 1919

Tutti i testi del volume Buchi nella sabbia e pagine invisibili si trovano qui.