lunedì 16 novembre 2015

Vous n’aurez pas ma haine/Non avrete il mio odio

di Antoine Leiris, 16 novembre 2015

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio. Non so chi voi siate e non voglio saperlo, siete delle anime morte. Se quel Dio per il quale uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Quindi non vi farò questo regalo di odiarvi. Eppure l'avete cercato, ma rispondere all'odio con la rabbia sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Perso. Same player shoot again.

L'ho vista questa mattina, finalmente, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando me ne sono perdutamente innamorato più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore; vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso delle anime libere a cui voi non avrete mai accesso.

Siamo in due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Del resto non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil, che si sta risvegliando dal suo riposino. Ha solo 17 mesi, mangerà la sua merenda come tutti i giorni, poi andremo a giocare come tutti i giorni e, per tutta la vita, questo bambino vi farà l'affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete nemmeno il suo odio.


lunedì 2 novembre 2015

Tu frut, tu omp, tu muart

Celeste Bach!

Tu frut, tu omp, tu muart,
pleas in ta la çera a vif
l'eternitàt tai nustris cuarps.
A vif l'eternitàt tal flour
dai nustris aìns q'a no finissin...
Ma cui çantia tant dols e alt,
  «Crist!
viers li puartis serenis
viers li puartis q'a entri
jenfra i òmis la muart»?

Pier Paolo Pasolini
Fondo Pasolini presso Luigi Ciceri





Tu ragazzo, tu uomo, tu morto
piegati sulla terra vive
l'eternità nei nostri corpi.
Vive l'eternità nel fiore
dei nostri anni che non finiscono...
Ma chi canta così dolcemente e forte
  «Cristo!
verso le porte serene
verso le porte da cui entra
in mezzo agli uomini la morte»?

Bach rappresentò per me in quei mesi la più forte e completa distrazione: rivedo la stanzetta dei Cicuto, il leggio aperto alla luce della finestra, P[ina] che dà la pece all’arco, e lo spartito delle “sei sonate”…rivedo ogni rigo, ogni nota di quella musica; risento la leggera emicrania che mi prendeva subito dopo le prime note, per lo sforzo che mi costava quell’ostinata attenzione del cuore e della mente. La piccola stanza spariva, sommersa dall’argento freddissimo e ardentissimo del Siciliano: io lo ascoltavo e lo svisceravo, particolare per particolare; avevo scritto degli “studi” […]. Era soprattutto il Siciliano che mi interessava, perché gli avevo dato un contenuto, e ogni volta che lo riudivo mi metteva, con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto: una lotta, cantata infinitamente, tra la Carne e il Cielo, tra alcune note basse, velate, calde e alcune note stridule, terse, astratte. come parteggiavo per la Carne! Come mi sentivo rubare il cuore da quelle sei note, che, per un’ingenua sovrapposizione di immagini, immaginavo cantate da un giovanetto. E come, invece, sentivo di rifiutarmi alle note celesti! È evidente che soffrivo, anche lì, d’amore; ma il mio amore trasportato in quell’ordine intellettuale, e camuffato da Amore sacro, non era meno crudele.
Dai Quaderni rossi

venerdì 30 ottobre 2015

Dizionario di tutte 'e cose: L come Lacune

Lieber Dr. Thomas Mann! Obwohl wir uns nicht persönlich kennen, muß ich Sie darüber informieren, daß vor drei Wochen ein Deutscher in unsere Stadt gekommen ist, der behauptet, Sie zu sein. Da ich Sie - wie wir alle in Drohobycz - nur von Fotografien aus den Zeitungen kenne, kann ich nicht mit letzter Sicherheit sagen, daß Sie es nicht sind, aber allein die Geschichten, die er erzählt - von seiner abgetragenen Kleidung und dem starken Körpergeruch abgesehen, der ihn umgibt -, machen ihn verdächtig.

Maxim Biller, Im Kopf von Bruno Schulz, 2013

Caro Dottor Thomas Mann! Nonostante non ci conosciamo personalmente, devo informarLa del fatto che un tedesco che sostiene di essere Lei è venuto nella nostra città tre settimane fa. Siccome io - come noi tutti, a Drohobycz - La conosco solo da fotografie sui giornali, non posso dire con tutta certezza che Lei non sia lui, ma già le storie che lui racconta - fatta eccezione per il suo vestito liso e il forte odore del suo corpo, che lo circonda  - lo rendono sospetto.

Nel 1938, Bruno Schulz scrisse una lettera a Thomas Mann, allora in esilio a Zurigo, accompagnata da un racconto scritto in tedesco. Non ci sono giunti né la lettera né il racconto. Maxim Biller ha provato a colmare questa lacuna.
È da un po' che mi capita di leggere tentativi di colmare lacune di questo tipo. Sono tanto numerosi che mi vien da pensare che si scrivano solo libri così o almeno che io, più o meno inconsciamente, non cerchi che quelli. Del resto, come avrei potuto resistere al racconto di Juna (deludente), a quello di Maggiani, che dà voce al popolo privo di voce (molto bello, almeno in quella parte) o alla storia di Benjamin che riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti (audace)? Se l'avessi fatto, avrei ignorato che, quando io avevo 7 anni e cercavo volumi in una piccola biblioteca di quartiere, Benjamin passava il tempo nella biblioteca pubblica di New York. Di questo passo, prima o poi troverò i nomi dei mandanti delle stragi italiane, almeno in letteratura.

W. B.

Einmal dämmert Abend wieder,
Nacht fällt nieder von den Sternen,
Liegen wir gestreckte Glieder
In den Nähen, in den Fernen.

Aus den Dunkelheiten tönen
Sanfte kleine Melodeien.
Lauschen wir uns zu entwöhnen,
Lockern endlich wir die Reihen.

Ferne Stimmen, naher Kummer - :
Jene Stimmen jener Toten,
Die wir vorgeschickt als Boten
Uns zu leiten in den Schlummer.

Hannah Arendt

Fino a stasera ignoravo che la Arendt avesse abitato davanti al gelataio dove ogni tanto vado. Quante leccate inconsapevoli. Le prossime acquisteranno un gusto diverso, il gusto mnemosine. 


(Un giorno ritornerà ad imbrunire, la notte cadrà dalle stelle; sdraiati, le membra distese, saremo qui vicino, lontani da qui. Dalle tenebre risuonano dolci brevi melodie. Ascoltiamoci perdere le nostre abitudini, rompiamo infine le righe. Voci lontane, vicini affanni: quelle voci di quei morti mandati in avanscoperta, come messaggeri, per condurci in un lieve sonno.)

mercoledì 9 settembre 2015

Queste saremmo noi

Queste saremmo noi, se avessimo una foto che ci ritrae assieme, ma la foto non esiste, perché lei fotografa me, oltre ad altre cose, mentre io fotografo sempre meno e comunque, di preferenza, cartelli.
Lei sarebbe la bionda, con le gambe lunghe, io quella con il ciuffo bianco alla Aldo Moro, cui devo ricorrere non solo per riferimenti appresi per meri motivi d'anagrafe, ma soprattutto perché nessuno, a parte gli Stefani, conosce il ciuffo che mi viene da mia madre e, come avranno già capito i lettori più scaltri, con le gambe non altrettanto lunghe, nonostante non avessi l'intenzione di usare un eufemismo, ma ormai è fatta e non ho voglia di tornare indietro, cancellare e trovare l'espressione realistica appropriata, ché mi aspetta l'ultimo capitolo di LTI di Klemperer e non vorrei farlo aspettare troppo.
Lei sarebbe quella che usa il corpo per muoversi verso nuove mete, forare il vento - capacità da non sottovalutare, in quanto appresa nel paesaggio triestino, dove il vento può farsi muro -, arrivare in tempo a prendere l'aereo pur partendo tardi perché il tempo passato al gate sarebbe tempo perso, mentre io quella che se lo porta visibilmente dietro perché non saprebbe dove lasciarlo, quando si sposta, naturalmente con un generoso anticipo, se da sola, generoso perché regala sempre tempi supplementari per la lettura, cancellando la nozione di attesa. In una foto che ci cogliesse uscire dal portone di casa, presa verosimilmente da Maria, la portinaia portoghese, usciremmo ad un orario intermedio tra il mio ed il suo, come si capirebbe chiaramente dal fatto che non correremmo, né io mi fermerei a leggere l'avviso dell'EDF sul portone, che pure sarebbe ben visibile, sullo sfondo, ché Maria è precisa e ha la mano ferma. Il tacco alto che si vedrebbe in basso a destra, sotto il mio piede, sarebbe di una passante: si tratterebbe di un banale scherzo prospettico, non voluto da Maria.
Più in generale, lei sarebbe quella con gli occhiali da sole sui capelli, evidentemente fotofobici, io da vista, sul naso, a stampigliarvi una striscia bianca dietro il ponte, quando il sole è abbastanza forte da abbronzarmi.
Lei sarebbe quella con la sciarpa, io anche.
Lei sarebbe quella senza borsetta, ché è un oggetto inutile, a parte la mia.
Lei sarebbe quella pettinata, in ogni circostanza meteorologica fissata dalla foto, se ci fosse. Lei, ripeto.
Lei sarebbe quella che distrae lo sguardo per usare l'app che non è ancora uscita, io quella con lo sguardo interrogativo di chi, usando la semplice funzione telefonica, ormai abbastanza accessoria e teoricamente non troppo complicata, per parlare con la propria madre, nota una prima coincidenza nel vedere lei che risponde dopo il primo squillo e una seconda nel sentire la voce di lei, e non quella materna - due coincidenze, non una selezione di un numero sbagliato.
Lei sarebbe quella che riesce a fare un trasloco in bicicletta; non sarebbero degli oggetti fotomontati, quelli che vedeste nel suo cestino, mentre io sarei quella che arranca dietro, piccola piccola, quasi presa per sbaglio nel quadro della foto.
Lei sarebbe quella che si ritrae un po' trovando il coraggio necessario per affrontare lo scatto della macchina fotografica con un movimento delle spalle verso il ritrattista e/o socchiudendo gli occhi, io quella che trova più efficace, come rimedio, frapporre tra la macchina ed il proprio volto le mani, che lei trova belle, per inciso di vanagloria.
Lei sarebbe quella che, se la foto, oltre ad esistere, parlasse, avrebbe un bellissimo accento austro-ungarico, discorrendo in tedesco, ereditato dalla nonna, e con qualche lieve sfumatura milanese, nella pronuncia italiana, che non si spingerebbe tuttavia ad appropriarsi di aperture vocaliche paragonabili alla sottil[ɛ]tta. A me non va di parlare del mio accento, non solo perché se la foto parlasse sarebbe un video, ma anche perché ci pensano già i francesi, durante quasi ogni primo incontro, a farlo. E, nell'ipotesi detta, sarebbero le sue, le scarpe che scricchiolano, sia chiaro.
E credo che si vedrebbe, comunque, davanti al portone di casa o in qualsiasi altro luogo, che ci amiamo.
E sì, Klemperer, scusa, arrivo.

giovedì 27 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose 2015 - Edizione ampliata e corretta

Migranti, clandestini, profughi, rifugiati, richiedenti asilo, illegal aliens, undocumented immigrants, sans-papiers: con giravolte continue se ne definiscono i contorni, se ne regolano le accezioni.

In questo momento, illegal alien è preferito dai repubblicani statunitensi, mentre undocumented immigrant dai democratici. In Italia, si riconosce un simpatizzante di destra da uno di sinistra nello stesso modo: il primo non disdegna di parlare di clandestini, il secondo ha una chiara preferenza per migrante. Un po' ovunque in Europa, un rifugiato merita più rispetto di un profugo, il profugo più di un migrante e quest'ultimo più di un clandestino - sappiatelo, ricercatori del futuro.  L'expatriado e i suoi omologhi, avendo sia los papeles sia una professione, non hanno alcun problema di rispetto, anzi, possono essere persino motivo di vanto, perché contribuiscono alla giusta dose di diversity ed alla vitalità del mercato immobiliare.

La distinzione tra migrante legale e illegale è in palese via di estinzione, almeno sulla stampa. Per questione di brevità, i giornali preferiscono in genere usare migrante e basta, senza qualificazioni, anche se nella stragrande maggioranza dei casi l'illegalità è sottintesa. Un migrante, nel momento in cui scrivo, potrebbe in breve tempo raggiungere lo status esclusivo di sinonimo di migrante illegale. Il migrante, se è molto fortunato, diventa immigrato: in questo caso, una volta stabilitosi, diventa un individuo di origine straniera, ovvero mit Migrationshintergrund, concetto che però si estende anche ai suoi figli, anche quando sono nati nel paese in cui il genitore è riuscito ad immigrare. L'ex concetto di migrante legale tende via via a ridursi al solo turista, che è tuttavia un termine in via di rapido deterioramento, in particolare a Barcellona, Lisbona e Heidelberg, a Venezia il deterioramento essendo giunto a compimento già da decenni.

In via generale, il migrante non dovrebbe migrare, né del resto il rifugiato rifugiarsi, in particolare in Polonia, pur venendo così meno alla sua ragion d'essere, a meno che non riceva un invito a farlo, meglio per iscritto su carta intestata dello Stato concerné, nel qual caso rientra nella famiglia dell'immigration choisie, cui si contrappone quella subie.

Il vocabolario europeo si sta arricchendo anche di nuovi, raffinati termini e concetti all'altezza della sua storia: Asylbetrügerwelfare tourist. Il primo è un migrante che al posto di rispondere agli annunci di lavoro del proprio paese, preferisce chiedere asilo in Germania. Il secondo è un migrante che, dopo aver comparato le tabelle delle prestazioni sanitarie, scolastiche, pensionistiche, ecc. dei diversi paesi europei, sceglie il paese che ne garantisce il miglior rapporto qualità-prezzo, che è sempre l'Inghilterra, secondo il primo ministro inglese, anche se i Nuovi Finlandesi sono di tutt'altro avviso. 

Un migrante si può rinchiudere fino a 6 mesi, prorogabili di ulteriori 6 mesi, per poterne accertare l'identità. Si può provare ad impedirgli l'accesso con una barriera, che può essere accettabile e finanziata da fondi europei, come quella di Ceuta e Melilla, o sconveniente e stigmatizzabile, come quella ungherese. Sulla mano di un migrante si può scrivere un numero con un pennarello. Un migrante si può lasciar vivere in campi improvvisati privi d'acqua o sugli scogli tra due stracci, si può espellere in un paese sicuro come la Libia, si può anche bastonare. Un migrante non può farsi assumere, affittare un appartamento, aprire un conto in banca o guidare un'auto: è già così in molti paesi, ma l'Inghilterra lo sta per introdurre nel suo corpus legislativo. Meglio togliere ogni dubbio e privilegiare la certezza del diritto. In via preventiva, prima che varchi quella linea immaginaria che separa noi dagli altri, contro un migrante si possono usare i gas lacrimogeni, per il momento sia in Macedonia sia in Grecia. Come segnale di benvenuto, contro l'Asylbetrüger, si può usare il fuoco, come attestato in una lunga serie di azioni, talvolta sostenute da cittadini non militanti e da famiglie per bene, accompagnate dai figli. Contro un uomo no, contro un uomo non si può fare niente di tutto questo, l'uomo ha dei diritti inalienabili.

mercoledì 19 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose: G come Genio

È in corso la costruzione della barriera voluta da Orbán per fermare il flusso dei migranti. C'è un punto, tuttavia, dove l'opera è già completata: si trova in corrispondenza del triplice confine tra Ungheria, Serbia e Romania.


sabato 15 agosto 2015

Berlino, 1921

 Alice Croner e Walter Benjamin

mercoledì 12 agosto 2015

Portbou, luglio 2015

Sono venuta fisicamente a Portbou, endlich.
Ho quindi visto Portbou o, meglio, ho visto quello che ho voluto vedere: il paese, la ferrovia, la chiesa, gli alberi bruciati sulle alture intorno, le gettate di cemento del complesso parcheggione-banchina del porto nuovo, i turisti davanti ai condomini fronte mare ed un esercizio della memoria ipertrofica declinata in forma di targhe disseminate in molti punti del paese e del suo cimitero, a partire da quella esibita sulla facciata del tuo ultimo albergo, di una stele di una tomba fittizia ricoperta di pietre, alcune, per il timore che la funzione delle nude pietre non bastasse, provviste di scritte esplicative a pennarello, che la pioggia penserà ad attenuare fino al giusto oblio, del famoso monumento inclusivo di targa di anniversario della posa del monumento medesimo, come se la memoria avesse smesso di essere diretta a te per parlare solo di sé, chiudendosi in se stessa, di citazioni tratte dalle tue opere e del centro che un giorno sarà dedicato interamente a te, salvo la targa da dedicare al politico che provvederà ad inaugurarlo. Ti farò sapere il suo nome, se non tergiverseranno ancora a lungo.
Ho anche dovuto rispondere ad una serie di domande di un'inchiesta rivoltemi, all'uscita dal cimitero, da un esperto di architettura del paesaggio, ma ignaro di lingue diverse dalla sua, cui ho cercato di restituire - in uno spagnolo inventato che si arricchiva via via che ascoltavo le domande - le mie impressioni fresche fresche sul monumento, tratte percorrendo el circuito a te dedicato in senso inverso rispetto a quello che lui stesso mi aveva suggerito prima che lo affrontassi, con l'avvertimento che non mi riusciva proprio di districare, così, a caldo, l'effetto della visita dalle letture delle tue opere (mi è uscito un improbabile todo es entrelazado). Alla fine dell'intervista, l'esperto deve essere rimasto piuttosto deluso, mentre io avevo sistemato già qualche aggettivo possessivo, anche se continuo ad ignorare quelli delle persone che non abbiamo avuto modo di usare: tutti i plurali, ad esempio. Du hättest Spaß gehabt.
Speravo di poter continuare ad immaginare il tuo ultimo sguardo posato su un posto bello. Non credo che lo fosse nemmeno nel 1940, non in quella camera d'albergo senza vista né sul mare né sui colli, ma questo è un dettaglio, naturalmente, rispetto ai pensieri che devono aver accompagnato la tua lunga fuga. Sappi invece - ed è solo per questo che ti scrivo oggi, in fondo - che c'è una barchetta vicino a riva, discreta, che non attira l'attenzione dei bagnanti, ancorata con la prua verso terra, su cui ha fisso lo sguardo, e la poppa verso l'orizzonte, come il tuo angelo della storia, con la schiena rivolta al futuro.


Ed i tuoi libri, naturalmente, in molte case e in tutte le biblioteche, e quelli altrui, ma anche molta memoria, ancora da costruire, di tutti gli uomini con una valigia, ma soprattutto di quelli senza nemmeno quella.

mercoledì 15 luglio 2015

αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις/queste cose che l'anima respinge


Και τι φρικτή η μέρα που ενδίδεις,
(η μέρα που αφέθηκες κ’ ενδίδεις),
και φεύγεις οδοιπόρος για τα Σούσα,
και πηαίνεις στον μονάρχην Aρταξέρξη
που ευνοϊκά σε βάζει στην αυλή του,
και σε προσφέρει σατραπείες και τέτοια.
Και συ τα δέχεσαι με απελπισία
αυτά τα πράγματα που δεν τα θέλεις.
Άλλα ζητεί η ψυχή σου, γι’ άλλα κλαίει·
τον έπαινο του Δήμου και των Σοφιστών,
τα δύσκολα και τ’ ανεκτίμητα Εύγε·
την Aγορά, το Θέατρο, και τους Στεφάνους.
Aυτά πού θα σ’ τα δώσει ο Aρταξέρξης,
αυτά πού θα τα βρεις στη σατραπεία·
και τι ζωή χωρίς αυτά θα κάμεις.

Κωνσταντίνος Καβάφης
Η Σατραπεία

E che giorno terribile, se cedi
(il giorno che ti lasci andare e cedi)
e ti fai pellegrino verso Susa,
e giungi ad Artaserse, al grande re,
che benigno t'ammette alla sua corte
e t'offre satrapie, cariche, onori.
Tu, tu le accetti con disperazione,
queste cose che l'anima respinge.
Altro l'anima cerca e d'altro piange:
quelle lodi del popolo e dei saggi,
i "bravo!" inestimabili, difficili,
e l'Agorà, il Teatro, le Corone!
E come potrà dartele Artaserse,
come trovarle nella satrapia
queste cose? Ma senza queste cose,
che vita -dimmi- sarà mai la tua?

Kostantinos Kavafis
La satrapia
traduzione di F. M. Pontani

venerdì 26 giugno 2015

melde

                                    für Volker Braun

von staub bedeckt, wie alle pilger,
am rhein entlanggewandert, an der moldau,
eben zurückgekehrt aus spanien, aus bulgar-

ien, fernost: so rastet sie am rand
von äckern und von straßen, nicht nur milde,
wenn wir vorrüberrasen, unerkannt,

unkenntlich, winkt uns nach mit ihren zähen blättern;
geht in der landschaft auf wie im gemälde
der firnis, blüht bescheiden, blüht in schmetter-

lingen, solidarisch mit dem schutt,
nicht dem erschütterer, liebt das malade,
das brüchige: ihr staat

ist überall; von pfützen, wo die winzigen klammern
der wasserläufer die wolken halten, der mulde
voll schlamm und unkraut; von jenseits des rostigen hammer-

krans ruft es, von brache, schrottplatz, müllde-
deponie, durchs flirren eines ganzen, langen sommers,
meldet beharrlich, ungehorsamst, die melde.

Jan Wagner, Regentonnenvariationen, Hansen Berlin, 2014



                                   per Volker Braun

ricoperto di polvere, come tutti i pellegrini,
migrato lungo il reno, la moldava,
appena ritornato dalla spagna, dalla bulga-

ria, dall'estremo oriente: così sosta al bordo
di campi, di strade, non solo mite,
quando gli sfrecciamo oltre, senza riconoscerlo,

irriconoscibile, ci fa cenno con le sue foglie tenaci;
si leva nel paesaggio come nel quadro
la vernice, fiorisce sobriamente, fiorisce a far-

falle, solidale con i ciottoli,
non con chi lo scuote, ama il malato,
il fragile: il suo paese

è ovunque; dalle pozzanghere, dove i minuscoli tarsi
degli insetti pattinatori trattengono le nuvole, dalle conche
piene di fango ed erbacce; dall'altra parte della gru a testa di mar-

tello arrugginita chiama, da campo a maggese, parco rottami, disca-
rica, attraverso lo scintillio di un'intera, lunga estate,
semplice si presenta, perseverando, disobbediendo, l'atreplice.


(Dedicata alla libera circolazione delle persone, ovvio.)


martedì 23 giugno 2015

Dizionario di tutte 'e cose: U come Urto

E poi ho cominciato ad amare lo spazio, i grandi spazi, perché nei grandi spazi il tuo pensiero vaga. Invece, al giorno d'oggi, cosa abbiamo? Abbiamo degli spazi piccoli e ristretti, così andiamo ad urtare con tutte le nostre idee.

Libereso Guglielmi, Libereso, il giardiniere di Calvino - Da un incontro di Libereso con Ippolito Pizzetti, Tarka


Cfr., volendo.

martedì 19 maggio 2015

Concordanze, dissonanze, rimandi

πάντα γέλως καὶ πάντα κόνις καὶ πάντα τὸ μηδέν,
πάντα γὰρ ἐξ ἀλόγων ἐστὶ τὰ γινόμενα
(tutto è risata e tutto è polvere e tutto è niente,
tutto ciò che accade è infatti senza ragione)

Glicone, X secolo

***

Soneto

Mientras por competir con tu cabello
oro bruñido al sol relumbra en vano;
mientras con menosprecio en medio el llano
mira tu blanca frente el lilio bello;
mientras a cada labio, por cogello,
siguen más ojos que al clavel temprano,
y mientras triunfa con desdén lozano
del luciente cristal tu gentil cuello,
goza cuello, cabello, labio y frente,
antes que lo que fue en tu edad dorada
oro, lilio, clavel, cristal luciente,
no sólo en plata o viola troncada
se vuelva, mas tú y ello juntamente
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada.

Luis de Góngora, 1582

***

Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt.

Rainer Maria Rilke, 1923

(noi non abbiamo mai, nemmeno per un solo giorno,/ lo spazio puro dinanzi a noi, in cui i fiori/si aprono all'infinito. È sempre mondo/ e mai un nessun luogo senza nulla: il puro,/ insorvegliato, che si respira e/ si sa infinito e non si desidera)

***

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido
indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia di un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lancia fiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
- potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
anche…e parlando onorato:
“mia donna venne a me di Val di Pado”
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
non quagliamo acque lacustri e commoventi pioppi
non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei territori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento
ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti del cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

Vittorio Sereni, 1965

***

Mandate a dire all'imperatore

nulla nessuno in nessun luogo mai
Vittorio Sereni

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Pierluigi Cappello, 2006

giovedì 14 maggio 2015

N° 113

L'AGENT PUBLIC. L'acte doit être rectifié par le procureur.
Il y a une inversion dans votre nom et prénom.
Votre patronyme c'est quoi ?
N° 113. Benjamin.
L'AGENT PUBLIC. Or ils ont mis Walter. 
L'AGENT PUBLIC. Cet acte que vous me réclamez c'est pour quoi faire ?
N° 113. Un visa, Madame.
L'AGENT PUBLIC. Il vous faut saisir le procureur parce qu'il y a un problème.
L'AGENT PUBLIC. Ils ont mis Benjamin.
N°113. Benjamin ?
L'AGENT PUBLIC. « Benjamin » ce n'est pas votre prénom, vous en êtes bien sûr ?
N°113. Walter, Madame.

L'AGENT PUBLIC. Né à Berlin ?
N° 113 :-( C'est ça.
L'AGENT PUBLIC. Hébergé à l'hôtel ?
N° 113. Au 6 de la rue Beauvau.
L'AGENT PUBLIC. Avez-vous une pièce d'identité sur vous pour vérifier vos nom et prénom ?
N° 113. Une carte de bibliothèque.

L'AGENT PUBLIC. :-) J'ai trouvé !
La préfecture a saisi votre PRÉNOM en CAPITALE, suivi de votre NOM en MINUSCULE.
Vous avez changé d'identité.
Monsieur BENJAMIN, vous êtes enregistré, chez nous, sous le patronyme de : WALTER.
WALTER Benjamin.
Il faut saisir le procureur.

Sonia Chiambretto, État civil, Nous grmw, 2015


IL PUBBLICO UFFICIALE. L'atto deve essere rettificato dal procuratore.
C'è un'inversione tra il suo cognome e il suo nome.
E il suo cognome qual è?
N° 113. Benjamin.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ora hanno messo Walter.
IL PUBBLICO UFFICIALE. A cosa le serve questo atto che mi richiede?
N° 113. Per un visto, signora.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Deve rivolgersi al procuratore perché c'è un problema.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Hanno messo Benjamin.
N°113. Benjamin?
IL PUBBLICO UFFICIALE. «Benjamin» non è il suo nome, ne è proprio sicuro?
N° 113. Walter, signora.

IL PUBBLICO UFFICIALE. Nato a Berlino?
N° 113. :-( È così.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ospitato in quale albergo?
N° 113. In rue Beauvau 6.
IL PUBBLICO UFFICIALE. Ha con lei un documento d'identità per verificare il suo nome e cognome?
N° 113. Una tessera della biblioteca.

IL PUBBLICO UFFICIALE. :-) Trovato!
La prefettura ha inserito il suo NOME in MAIUSCOLO, seguito dal suo COGNOME in MINUSCOLO.
Lei ha cambiato identità.
Signor BENJAMIN, lei è registrato, nei nostri registri, col cognome di: WALTER.
WALTER Benjamin.
Bisogna rivolgersi al procuratore.

 

sabato 25 aprile 2015

Una idea è una idea e nessuno la rompe

Udine li 14 marzo 1945

Dalle mie prigioni vi scrivo.

Carissimi famigliari, vengo a voi con queste mie ultime parole, facendovi sapere che sono condannato a morte, ma non disperatevi per me. Speriamo che tutto vada bene, se non va bene va male. Cara mamma se anche muoio io ti restano lo stesso altri quattro leoni, niente da fare così è il destino, io e Gino Nosella, i più disgraziati dei condannati a morte.
Luigi detto Boschin (parte?) per la Germania, Vi faccio sapere che insieme a noi due è anche il cugino Benito di Cordovado; anche lui condannato a morte. Speriamo che tutto vada bene, ma siamo che aspettiamo momento per momento e siamo in trentasette condannati a morte.
Un saluto ai parenti e ai paesani.
Una idea è una idea e nessuno la rompe. A morte il fascismo e viva la libertà dei popoli. Un saluto a Natale Tomba e a sua moglie Gigia e ai padroni.
Se il destino e sfortuna mi rapì, vi chiedo perdono a tutti, papà mamma e fratelli. Girare attorno qua e là per la prigione e a dirsi che siamo condannati a morte, ma ormai è così e viva la libertà dei popoli.
È così l’ultimo saluto che vi faccio.
Bacioni ai nonni che preghino per me tanto e vi bacio tutti.
Vostro                        Luigi

Luigi Ciol (Resistere)
Di anni 19 - nato a Cintello di Teglio Veneto (Venezia) il 4 ottobre 1925 -. Partigiano con il grado di caposquadra nella Brigata "Iberati" operante nella zona di Venezia -. Catturato il 22 gennaio 1945 a Fossalta di Portogruaro - tradotto nelle carceri di Udine - torturato -. Processato il 14 marzo 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine, per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 9 aprile 1945 a Udine con altri ventotto partigiani.

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi

mercoledì 22 aprile 2015

Auswanderer-Schiff

Auswanderer-Schiff
Neapel

Denk: daß einer heiß und glühend flüchte,
und die Sieger wären hinterher,
und auf einmal machte der
Flüchtende kurz, unerwartet, Kehr
gegen Hunderte –: so sehr
warf sich das Erglühende der Früchte
immer wieder an das blaue Meer:
als das langsame Orangen-Boot
sie vorübertrug bis an das große
graue Schiff, zu dem, von Stoß zu Stoße,
andre Boote Fische hoben, Brot, –
während es, voll Hohn, in seinem Schooße
Kohlen aufnahm, offen wie der Tod.

Rainer Maria Rilke



Nave di emigranti
Napoli

Immagina un uomo in fuga, accaldato, fervente,
tallonato dai vincitori,
che d'improvviso si rivolti
per un attimo, inaspettatamente,
contro centinaia di avversari: con la stessa intensità
il bagliore dei frutti continuava a proiettarsi
sul mare azzurro,
quando la lenta barca delle arance
le traghettò fino alla grande
nave grigia, su cui, urto dopo urto,
altre barche issavano pesce, e pane,
mentre quella, beffarda, accoglieva
carbone nel suo grembo, spalancata come la morte.


mercoledì 15 aprile 2015

That's how I was

There was a madman in Vilna, he walked into a synagogue and saw a painter standing on top of a ladder and painting the ceiling. So he said to him 'hold on the brush because I'm taking away the ladder.' That's how I was: I held onto the brush and held myself, did not fall down. That was the remarkable thing.

Abraham Sutzkever, Selected Poetry and Prose, translated from the Yiddish by Barbara and Benjamin Harshav



C'era un pazzo a Vilnius: entrò in una sinagoga e vide che in cima ad una scala c'era un pittore che stava dipingendo il soffitto. Poi gli disse 'reggiti al pennello ché tolgo la scala'. Ecco com'ero: mi sono aggrappato al pennello e mi son tenuto, non sono caduto. Era questa la cosa straordinaria.

martedì 10 marzo 2015

am ende

am ende wird es ein erdenaufenthalt gewesen sein,
der kaum zu ordnen war, für mich, der ich
immer ordentlich bin.

Rolf Persch (1949-2015)


alla fine

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
che è stato difficile da mettere in ordine, per me che
sono sempre ordinato.

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
difficile da mettere in ordine, mentre io
sono sempre ordinato.

alla fine sarà stato un soggiorno terreno
che io - che sono sempre ordinato -
ho stentato a mettere in ordine.

alla fine sarò passato di qui
senza aver messo quasi niente in ordine
io che di regola sono ordinato.

alla fine sarò passato di qui
senza aver messo niente a posto.

alla fine sarò passato.