sabato 18 agosto 2012

Dizionario di tutte 'e cose - C come Cozze


Certains sujets comme l’économie m’échappent.
Carla Bruni


Forse, a questo punto, ho qualche cosa da dire sul paese che mi ospita, pur se deformato dalle lenti dei miei occhiali e da quelle formate col tempo dai luoghi e dalle persone che ho conosciuto e - non lo escluderei - da quelli che ancora non ho conosciuto e che per il momento mi limito ad immaginare. Comincio con delle parole altrui, a mo' di omaggio o come segno di insicurezza: fate voi.
Le Français colle à la vie comme la moule au rocher. Ce n’est pas qu’il l’aime, il ne s’aperçoit pas de son état. Ne connaît pas l’horreur d’être moule. Et si jamais il se réveille, c’est pour déclencher une mécanique d’enfer qui finit dans la philosophie et dans l’école. Le Français est engagé ou dégagé. Révolutionnaire ou indifférent. Est “ intéressé ”. (Je suis né à Paris de parents français.).
Georges Perros, Papiers collés - I
Il francese si attacca alla vita come la cozza allo scoglio. Non è che gli piaccia, ma non si rende proprio conto della propria condizione. Non conosce l'orrore di essere cozza. E, se mai si sveglia, è per scatenare una meccanica infernale che finisce nella filosofia e nell'accademia. Il francese è impegnato o disimpegnato. Rivoluzionario o indifferente. È “interessato”. (Sono nato a Parigi da genitori francesi).
La deformazione delle lenti dei miei occhiali potrebbe sembrare una metafora o una frase fatta. Non è né l'una né l'altra. Ci sono dei giorni in cui tutti si mettono improvvisamente a fare delle grigliate e l'aria si riempie di fumo. In quei giorni, nelle vetrine della federazione Arti scacchiste compaiono delle indefinibili macchie su cui vegliano tricolori francesi. Poi pulisco gli occhiali. Il fumo delle grigliate si volatilizza, l'aria si fa tersa e le macchie assumono sembianze umane.


Anche quando gli occhiali sono puliti, non è facile mettere a fuoco quel che si muove.
Fare delle foto con il banco ottico è un esercizio continuo. Allora, prima di tutto bisogna aprire l'obiettivo, mirare, inquadrare, fissare il tempo di esposizione... sono ad un secondo a 32, bloccare l'obiettivo, mettere una lastra, verificare bene che tutto sia chiuso, aprire il volet, prendere un gran respiro.
"Attenzione, non muovetevi più!" Ci sono solo dei gabbiani, ma non si sa mai lo stesso. Peggio per i gabbiani, verranno un po' sfocati.
Raymond Depardon
Raymond Depardon, Claudine Nougaret, Journal de France, 2012

Vorrei provare a mettere un po' a fuoco due momenti, un giorno di agosto del 1893 ed un giorno di agosto del 2012, nel primo caso grazie a Le massacre des Italiens, Aigues-Mortes, 17 août 1893 di Gérard Noiriel, Fayard 2010(1), nel secondo caso grazie alla cronaca delle ultime settimane. Secondo il bilancio ufficiale francese, il massacro del 17 agosto 1893 costò la vita a 8 persone e provocò il ferimento di 50 persone, tutte italiane. Secondo il rapporto presentato alla Camera dei Deputati italiana(2), oltre agli 8 morti ci furono 14 dispersi e 99 feriti.

Operai morti ad Aigues-Mortes(3) il 17 agosto 1893
Caffaro Vittorio, 29 anni, di Pinerolo (TO)
Calori Bartolomeo, 26 anni, di Torino
Ferrini Mariano, di Terricciola (PI)
Merlo Giuseppe, 29 anni, di Centallo (TO)
Rolando Lorenzo, di Altare (GE)
Tassi Carlo, 58 anni, di Castelceriolo (AL)
X (cadavere non identificato)
Zanetti Paolo, Giovanni, 29 anni, di Nese (BG)

Operai visti ad Aigues-Mortes il giorno del massacro che non hanno dato notizie di sé al 18 novembre 1893
Arioldi Angelo, 27 anni, di Bergamo Bandetti
Secondo Giuseppe, 32 anni, di S. Raffaele (TO)
Bindaro (o Pindarro) Giuseppe, di Ivrea (TO)
Castagno Filippo, 47 anni, di Villafalletto (CN)
Giuliano Ernesto, di Oneglia (IM)
Mainero Chiaffredo, di Moretta (CN)
Migone Angelo
Mongrandi Giovanni
Reggi Giovanni
Rosso Grato, 22 anni, di Germagnano (TO)
Sacchi Pietro, 39 anni, di Mede (PV)
Torchio Secondo, 26 anni, di Tigliole (AT)
Torvero Silvestro, di Ivrea (TO)
X (detto il Milanese)


Frédéric Bazille, I bastioni di Aigues-Mortes, III quarto del XIX secolo, museo del Louvre, dipartimento di arti grafiche

Non fu l'unico atto di violenza contro immigrati nella Francia della fine dell'Ottocento, ma fu tra i più spaventosi: fu, ad un tempo, il più grande pogrom della storia più recente francese e uno dei maggiori scandali della sua storia giudiziaria: tutti gli accusati furono assolti. La scintilla che scatenò il massacro fu il gesto di un piemontese, un operaio delle locali saline che, esasperato dagli insulti subiti, immerse nella tinozza dell'acqua potabile dei francesi una camicia intrisa di sale, ma senza le tensioni latenti nella società francese dell'epoca, probabilmente tutto sarebbe sfociato, al più, in una rissa. La Francia era allora il paese europeo che importava più immigrati, l'Italia quello che ne esportava di più, in una fase di radicale trasformazione dell'economia. Dal 1882 l'Italia era alleata della Germania e dell'Austria e, in quanto tale, tra i nemici della Francia, ancora memore della sconfitta di Sedan.

Per fare la foto, mi devo spostare ad Aigues-Mortes in quegli anni. Posta nel cuore della Camargue, la cittadina conta, a fine Ottocento, poco più di 4000 abitanti. Prima dell'avvento del treno era stata per secoli letteralmente isolata, circondata com'era da paludi salmastre. "Popolata da rettili velenosi, da insetti di tutti i tipi, da uccelli acquatici, da tori selvaggi, da cavalli erranti in libertà" (Adolphe Joanne, Géografie du département du Gard, 1880), insalubre, vi regnava, endemico, il paludismo. Tradizionalmente, molti abitanti erano piccoli allevatori, cacciatori e pescatori, in parte impiegati stagionalmente nella raccolta del sale. Tra le tradizioni più antiche della regione, la corsa delle vacche e quella dei tori, diventate col tempo sempre più invise al potere centrale, che non ne ha mai amato il potenziale sedizioso derivato dall'eccitazione della partecipazione collettiva e che ha tentato in passato a più riprese di vietare fino a ripiegare sulla loro istituzionalizzazione in forma di corride in spazi recintati.

Gaston Bouzanquet, Aigues-Mortes, Corsa di tori, I quarto del XX secolo, Arles, museo della Camargue


Gaston Bouzanquet, Aigues-Mortes, Corsa di tori, I quarto del XX secolo, Arles, museo della Camargue

Fin dalla metà del 1200, al tempo di Luigi IX, gli abitanti del luogo hanno potuto beneficiare dell'esenzione dei tributi sul sale e del suo consumo gratuito. Da quando però, a metà Ottocento, la produzione del sale ha assunto un'organizzazione di tipo capitalistico ed è finita nel quasi monopolio della CSM (Compagnie des Salins du Midi), gli abitanti di Aigues-Mortes non hanno potuto più né pescare né cacciare nel vasto territorio di proprietà della CSM e hanno dato vita a periodici moti di protesta per rivendicare un aumento del salario. Tuttavia, una scoperta casuale del 1875 ha di fatto elevato il loro generale livello economico: la vite coltivata nella sabbia, infatti, non si ammala di fillossera e la sua introduzione ne ha resi in un buon numero relativamente agiati. Sono diventati così, verso la fine del secolo, coltivatori, piccoli commercianti e artigiani e si sono sostanzialmente liberati dal lavoro stagionale alle saline, ormai affidato agli stagionali esterni, che siano di altre regioni della Francia, come gli Ardéchois ed i trimards, o veri e propri stranieri, come i Piémos.
La parola trimards rimanda ai verbi trimer (lavorare duro) e trimarder (vagabondare), è rivendicata da una parte del movimento anarchico con un certo orgoglio in segno di sfida alla società più ricca e privilegiata di Francia e ha una connotazione decisamente peggiorativa. Il termine comprende un'ampia gamma di persone, dall'operaio disoccupato al vagabondo. A differenza degli abitanti di Aigues-Mortes, i trimards costituiscono la parte sociale francese più debole, posta ai margini della società, la più vulnerabile, quella che sarà maggiormente scandagliata dalle indagini del giudice istruttore e quella cui, nel corso del processo, saranno attribuite le colpe più gravi. I trimards hanno tra i 25 e i 35 anni, vengono da un po' tutta la Francia ad esclusione del nord, alcuni vengono da un'infanzia priva di genitori, alcuni sono figli illegittimi, molti sono pregiudicati o per vagabondaggio o per furto o violenza e non riescono ad uscire dal circolo vagabondaggio-repressione.
I Piémos sono gli immigrati italiani, effettivamente provenienti per la maggior parte dal Piemonte, che allora conta 500 000 stagionali e 750 000 emigrati e gli eroi dei cui villaggi sono degli uomini in grado di portare sulla schiena 150 kg di piastre di ardesia, come ricorda Nuto Revelli ne Il Mondo dei vinti. Alcuni di essi vengono però dalla Toscana, specie dalla provincia di Lucca. Tutti sono ad Aigues-Mortes come lavoratori stagionali. La maggior parte viene dalle montagne, da cui partono in gruppi sotto l'autorità di un caporale.
Gli Ardéchois sono gli operai-contadini francesi dei villaggi di montagna, tra cui quelli dell'Ardèche, e non sono dissimili, per abitudini e necessità lavorative, dai piemontesi: si organizzano in gruppi che formano le cosiddette colles, ciascuna guidata da un capo: lo chef de colle è, a tutti gli effetti, il corrispondente del caporale dei piemontesi. Nonostante siano francesi, sono considerati dagli abitanti di Aigues-Mortes degli stranieri.
Alla salina di Fangouse, a 8 chilometri a est dalla città di Aigues-Mortes, alle 6 di mattina del 16 agosto 1893 trecento operai, di cui cento francesi e duecento italiani, escono dalle loro baracche e vengono suddivisi in una decina di squadre di lavoro. La salina è un deserto di sale battuto dal sole e spazzato dal mistral, che favorisce l'evaporazione dell'acqua, ma che solleva anche incessantemente una polvere salata che corrode la pelle e intride i vestiti. Il lavoro che li attende è un lavoro da forzati e non finirà prima delle 7 di sera: terminata ormai la preliminare operazione di battitura, con cui la crosta degli strati depositati per evaporazione viene spezzata a colpi di zappa, quel giorno devono procedere alla raccolta, al trasporto e all'accumulo del sale in enormi mucchi piramidali, alti fino a 20 metri, da innalzare spingendo carriole da 100 kg su passerelle in legno inclinate fino ad un'altezza di 7-8 metri. Si potranno fermare per il pranzo, che consisterà, come sempre, di pane, minestra e caffè. Sono stati assunti per la stagione dalla CSM, che controlla la quasi totalità delle saline della regione e tutte le attività connesse, dalla produzione alla vendita. Sono pagati a cottimo e collettivamente, perché la velocità con cui si asporta il sale dalla salina è fondamentale per evitare che un improvviso temporale pregiudichi la produzione. Ormai da anni i francesi vi partecipano solo se costretti da un lungo periodo di disoccupazione: le squadre organizzate dai caporali italiani hanno ormai raggiunto dei livelli di salari eccezionali, da 10 a 12 franchi al giorno a testa, in anni in cui un operaio specializzato parigino percepisce circa 7 franchi al giorno.
Durante la mattinata, mentre la temperatura si innalza velocemente verso i 30 gradi, in una delle squadre miste, i trimards, frustrati dall'impossibilità di seguire il ritmo di lavoro forsennato dei Piémos, iniziano a sabotarne il lavoro. I toni salgono, partono gli insulti, come in una lotta in difesa dell'onore. I trimards, affaticati, incapaci di seguire il ritmo di lavoro dei Piémos, si sentono umiliati per l'affronto di vedersi superati nell'unica dote in loro possesso, quella della forza fisica. Decidono che la misura è colma e iniziano a molestare gli italiani e a sabotarne il lavoro, per quella che probabilmente considerano essere l'ultima possibile linea di difesa della propria dignità. Un trimard viene urtato da un piemontese con la carriola e reagisce più animatamente degli altri. Ora ha un pretesto preciso che giustifica la propria rabbia e la fa montare ancora di più. La reazione assume presto un carattere collettivo, con tutti i connotati di una grande rissa, perché il Piémo insultato per l'urto involontario non ci sta ed immerge la sua camicia (o suoi pantaloni) intrisa di sale nella tinozza dell'acqua potabile dei trimards, un gesto di sfida e di beffa ad alto valore simbolico in un posto in cui l'acqua potabile è poca e trasportata a fatica ogni giorno sul luogo di lavoro. Questa è la versione francese. Secondo la versione italiana, un italiano avrebbe lavato delle scarpe salate nell'acqua potabile, apparentemente in assenza di precedenti provocazioni. In ogni caso, in risposta, i trimards attaccano la baracca dei piemontesi lanciandovi contro un blocco di sale e delle pietre.
Quello che segue sono inseguimenti di un gruppo nei confronti dell'altro, con cacciatori e fuggitivi che cambiano rapidamente a seconda della consistenza di una parte o dell'altra nelle varie squadre di lavoro, corse a perdifiato, confronti fisici, placcaggi, botte, pugni. Sembra un terreno familiare a chi è abituato a partecipare in prima persona alla corsa dei tori, ma cui gli operai italiani, abituati alla fatica, non si sottraggono. Poi, una svolta nell'alternarsi degli inseguimenti: gli italiani concentrano i loro sforzi nella parte della salina della Fangouse dove sono più numerosi e finiscono per prevalere. Tre colpi di coltello raggiungono un trimard, diversi altri sono feriti da pietre e colpi di bastone. I trimards, feriti, umiliati, fuggono attraverso le paludi verso il paese di Aigues-Mortes a cercare rinforzi. Non sanno ancora che non sarà questo il punto più alto di quella che percepiscono come un'umiliazione. Arrivati in città, esibiscono le ferite e diffondono la notizia degli scontri e delle botte. La notizia diventa voce, voce che si moltiplica e che in un lampo arriva ai disoccupati che vagano per le strade cittadine perché non sono riusciti a farsi assumere alle saline. La folla aumenta rapidamente, unita dalla comune frustrazione, quella dell'onta subita di chi lavora in salina e quella di chi in salina non ci è nemmeno entrato, e si trova unita dal solo obiettivo a portata di cervello e di mano capace di placare la frustrazione: vendicarsi contro gli immigrati. La folla ne raggiunge un primo gruppo, la squadra di lavoro del caporale di origine toscana Giuseppe Ciuti, alle 3 di pomeriggio, davanti al panificio della vedova Fontaine, in place Saint-Louis, a due passi dal municipio. Una banda di trimards sovraeccitata, armata di bastoni e di forconi irrompe sulla piazza e si avventa contro gli italiani. Una cinquantina di questi cerca riparo nel panificio. Sentite le grida di morte urlate dalla banda, l'agente consolare Léon Advenier si precipita dal sindaco,  Marius Terros, che requisisce immediatamente la brigata della gendarmeria rinforzandola con quindici o venti doganieri, quattro guardie campestri, il commissario di polizia, e invia un telegramma al prefetto di Nîmes per chiedergli aiuto. I gendarmi tentano di proteggere il panificio e formano davanti ad esso un cordone di protezione, ma la pressione della folla è enorme: si cerca di romperlo e di mettere a fuoco l'edificio. L'assalto dura fino a mezzanotte, ora in cui arriva il capitano Cabley alla testa di un gruppo di altri venticinque gendarmi.
Alle 2 di notte del 17 agosto arriva il giudice d'istruzione, alle 4 di mattina il prefetto chiama l'esercito, che sarà sul posto appena alle 6 di pomeriggio, dopo la battaglia. Nonostante la presenza dei rappresentanti delle istituzioni, fino all'arrivo dell'esercito la città resta per un giorno quasi esclusivamente in mano ai facinorosi.
La mattina del 17 agosto, il sindaco requisisce una vettura per permettere agli italiani rifugiatisi nel panificio di raggiungere la stazione del treno e di prendere il treno delle 9 e 30. Monta anche lui in macchina, protetto dai gendarmi, e in tre viaggi riesce a trasportare 35 italiani. Non è un compito facile. La folla è compatta, rabbiosa, lancia pietre e colpisce l'auto a colpi di bastone. Dopo i tre viaggi, il sindaco sospende l'operazione, con ancora una quindicina di italiani bloccati nel panificio.
Nel frattempo, una banda di 300 trimards, armati di mazze e capeggiati da Florentin Blanc, armato anch'egli e sventolante una bandiera rossa, accorre sulla piazza e incita la folla ad andare alle saline. Il capitano Cabley con i suoi uomini riesce a superare la banda e a riunire gli italiani nella loro baracca alla salina per tentare di proteggerli. Quando la banda arriva, prende d'assalto la baracca. Florentin Blanc lancia pietre e colpisce alla testa un italiano, Marcel Biblemont supera le linee dei gendarmi, sale sul tetto, divelle le assi e le getta sugli italiani rinserrati dentro, Lazare Beaugé, uno dei più esaltati, cerca di forzare le porte e le finestre, Jean Le Cleach si lancia contro gli italiani brandendo un martello. Per placare la violenza dell'assalto, Cabley promette di espellere gli italiani non appena avranno raggiunto la stazione di Aigues-Mortes. Riesce a farli uscire scortati per poi condurli lungo il tragitto di 8 chilometri che li separa dalla città. Sono circa 90 italiani a mettersi in marcia così scortati. I lanci di pietre e i colpi di bastone, però, non cessano, anzi, la successione degli eventi fa pensare che in molti degli assalitori la vista dei gendarmi che proteggono gli italiani faccia montare ancora di più la rabbia e faccia rafforzare la sensazione di stare subendo ancora una volta un'ingiustizia.
È questo momento, probabilmente, il punto di non ritorno. Per quanto violente, infatti, le cariche al panificio prima e quelle contro la baracca e la fila degli italiani scortati verso la stazione poi, fino a questo momento non si è registrato ancora nessun morto. Il massacro si produrrà solo al formarsi di una seconda folla di attaccanti, composta dai cittadini di Aigues-Mortes. In effetti, verso le 10 di mattina del 17, Charles Brézun riesce a raccogliere la popolazione sulla piazza Saint-Louis. Secondo più testimonianze, è lui che grida: "La caccia all'orso(4) è aperta". Il grido è accompagnato da dei colpi di tamburo, che vengono intesi come un appello pubblico al raduno dell'intera comunità e alla concessione del diritto di uccidere, come in occasione delle antiche lotte comunali di fronte ai pericoli stranieri. A questo punto i due gruppi, quello proveniente dalla salina e quello cittadino, si congiungono a circa 700 metri dalle mura cittadine e prendono a tenaglia gli italiani e i gendarmi che li scortano.
È questo il momento in cui si sommano le forze tra trimards, Ardéchois e abitanti locali ed è questo il momento in cui cadono le prime due vittime. Un gran numero di italiani viene spinto in un fossato e i trimards si accaniscono contro di loro a colpi di bastone e di pietre. Joseph Constant, di Aigues-Mortes, arriva dal vigneto a fianco armato di fucile e spara nel mucchio degli italiani che si dibattono nel fossato. Gli italiani che sono riusciti a proseguire, sempre sotto scorta, e a raggiungere la città, vengono bloccati in un vicolo, tra la muraglia ed una fila di case. Il prefetto del Gard, il dipartimento di Aigues-Mortes, circondato da sindaco, agente consolare, giudice di pace, giudice d'istruzione e procuratore della repubblica, tenta invano di interporsi. Intima persino a Joseph Granier, il proprietario della casa contadina posta all'esterno delle mura, di aprire il suo cancello, perché dia rifugio agli italiani. Granier esita, toglie la catena, ma poi, con la folla che lo minaccia di bruciargli la casa, richiude brutalmente il cancello(5). La folla ringrazia: "Viva Granier! Viva la Francia! Morte agli italiani!" Il massacro prosegue.
I gendarmi fanno stendere a terra gli italiani. La folla continua a lanciare pietre e chi è a terra, ferito, viene finito a colpi di mazza. In questa fase, sono soprattutto gli abitanti di Aigues-Mortes a prendere l'iniziativa. Philippe Buffard viene visto colpire a morte due italiani feriti, uno vicino ad un albero, l'altro vicino al muro, che prima di essere raggiunti dai suoi colpi si muovevano ancora. Diversi italiani cercano di scappare per il vigneto, ma vengono assaliti dai contadini con fucili e forche. Un italiano cade pancia a terra, colpito alla schiena da un proiettile. Diversi testimoni individuano in Jean Rouet il responsabile della sua morte. Altre fonti riportano che sul cadavere di quest'italiano si accaniscono in parecchi, piazzandogli "un bastone sul corpo per derisione".
A mezzogiorno, i sopravvissuti sono raggruppati davanti alla torre di Constance.

Gaston Bouzanquet, Aigues-Mortes, Tour de Constance, 4° quarto del XIX secolo-I quarto del XX secolo, Arles, museo della Camargue

Anonimo, Aigues-Mortes e i suoi dintorni: porto dalla cima della tour de Constance, II metà del XIX secolo, Chantilly, museo Condé

Dei 90 partiti la mattina scortati dai gendarmi, ce ne sono ora 38.
La violenza prosegue nel pomeriggio. Due italiani cadono in piena piazza Saint-Louis, l'uno morto, l'altro ferito. Durante il processo, il curato dirà che gli assalitori si sono abbattuti sui corpi dei caduti "senza lasciare quei poveri disgraziati morire in pace".
Il sindaco invita la popolazione alla calma con due avvisi, di cui uno sembra quasi dare ragione ai facinorosi: "Raccogliamoci per medicare le nostre ferite e tornare pacificamente al lavoro, proviamo quanto il nostro scopo sia stato raggiunto e le nostre rivendicazioni soddisfatte. Viva la Francia! Viva Aigues-Mortes!"
Alle 6 di sera arriva il generale Albert Caze alla testa di un reggimento di fanteria e di una cinquantina di cavalieri.
Alle 8, i sopravvissuti al massacro vengono infine condotti in stazione, dove prendono il treno per Nîmes e Marsiglia.
Nonostante l'arrivo dell'esercito, la caccia allo straniero prosegue per giorni.
Il 18 agosto viene condotta l'autopsia su 7 corpi: sono morti in seguito a ferite provocate da fratture al cranio, colpi di coltello, proiettili. Un ottavo ferito muore un mese dopo, all'ospedale, di tetano. In totale, si contano più di 50 feriti.

La quantità di cognomi di origine italiana, nella Francia del 2012, è elevata, talmente elevata che, scherzando su un riflesso condizionato non raro ad incontrarsi: "Magari è di origine corsa" - mi dicono -, io ho preso a dirmi, ogni volta che ne incrocio uno su una copertina di un libro, tra i titoli di coda di un film, su un campanello o sull'etichetta apposta alla giacca di qualche commesso: "Toh, un altro corso". Questo più o meno involontario censimento sta creando una personale geografia della Francia, con una Corsica al centro, sconfinata, affiancata a nord-ovest da un minuscolo territorio esagonale, popolato dai discendenti dei Galli, gli antenati dei francesi. Antenati e Galli sono due parole che si attraggono come calamite, in francese, fino a formare l'espressione, irrinunciabile, inevitabile, immarcescibile, scontata, ripetitiva, in una parola, oscena: "Nos ancêtres les Gaulois". Del tutto probabilmente lo dicono anche i milioni di francesi con un cognome di origine corsa, come il sindaco di Aigues-Mortes, Cédric Bonato, e come il procuratore della Repubblica di Nîmes, Robert Gelli, chiamati a commentare di recente un episodio di violenza accaduto il 4 agosto 2012 a Aigues-Mortes, dove vado a rispostarmi per scattare un'altra foto.

Nel quartiere di Bosquet, all'esterno dei bastioni di Aigues-Mortes, il 4 agosto 2012, poco dopo mezzanotte, una coppia in macchina passa lentamente di fronte al parcheggio della drogheria Viva, all'angolo tra la rue du Vieux-Bourgidou e la rue Jeanne-Demessieux, luogo di ritrovo serale dei giovani locali nelle sere estive. Vi sostano dei giovani tra i 20 e i 25 anni. Sono studenti in master a Montpellier, ingegneri a Marsiglia, venditori nella telefonia ed impiegati stagionali, tutti incensurati. Hanno un neo, però: sono figli di immigrati maghrebini. Un giovane si avvicina alla macchina e chiede se la coppia abbia bisogno di indicazioni. Nessuna risposta. L'auto riparte. Ritorna qualche minuto più tardi. Con un fucile da caccia che sporge da un finestrino. Dall'abitacolo esce una voce maschile: "C’est pas les Arabes qui vont nous donner des renseignements. On est en France". (Non saranno degli arabi a darci delle indicazioni. Siamo in Francia.) La sua compagna aggiunge: "On est chez nous". (Siamo a casa nostra.) L'uomo spara due colpi in aria. Poi punta l'arma sui giovani, che si mettono a correre qua e là per trovare riparo. Uno riesce a nascondersi dietro ad un cespuglio, un altro in un giardinetto vicino, altri ancora in un campo di basket a fianco. Partono altri colpi. Se ne contano una decina, in totale, di cui due contro una macchina di una donna che sta tornando a casa con la figlia di 9 anni. Sono cartucce per la piccola cacciagione. Un paio vanno a segno: trovano un braccio e la schiena di un giovane, l'unico a rimanere ferito. È l'uomo che spara, ma è la sua compagna a ricaricare il fucile e a urlare, ridendo: "Courez, courez" (correte, correte).

L'uomo si chiama William Vidal, ha 44 anni ed è impiegato municipale al cimitero e appassionato di caccia. Assicura di avere sparato solo in aria e di aver risposto a degli insulti rivoltigli più volte dai giovani. Nessun intento razzista. Stessa versione per la sua compagna, Monique Guindon, anche lei di 44 anni.
Dopo un processo per direttissima, il 6 agosto a lui hanno comminato quattro anni di carcere per violenza armata ed incitazione all'odio razziale, alla donna, due. Entrambi hanno fatto appello.
Il sindaco, socialista, non ha voluto rilasciare dichiarazioni ufficiali. Si dice sia preoccupato e cerchi di evitare di esacerbare ulteriormente gli animi in una situazione sociale potenzialmente esplosiva. Tuttavia, ha voluto incontrare i giovani, a cui ha tenuto a dire che si è trattato di un fatto intollerabile e a ricordare il massacro degli italiani del 1893. I giovani hanno trovato il parallelo bizzarro: sono francesi, sono nati a Aigues-Mortes! - hanno detto.
Non è mancato il comitato di solidarietà ai due condannati. Non sono mancate nemmeno le petizioni "contre l’emprisonnement de William Vidal et Monique Guindon". Le ho cercate, ne ho letto i testi (i giovani, secondo i promotori delle petizioni, "stavano festeggiando il Ramadan"), quello dei link cui rinviano (un articolo di Midi libre che ricorda che l'autore degli spari, da vigile del fuoco volontario, aveva salvato un bambino dall'annegamento), ne ho identificato quella che sembra essere la motivazione che spinge i più ad aderire (una protesta contro una giustizia che si mostrerebbe troppo severa nei confronti dei francesi e troppo molle nei confronti degli arabi) ed i cognomi dei loro firmatari (vi ho trovato un Marzo, un Narboni, un D'Agostino, un Toniolo, due Carbini, un Gregori, un Di Stefano, uno Zanarini, un De Caro, ma anche un De Castro, un Perez, un Garcia, un Lopez, un Fonte Da Silva, un Del Prado, un Cortes de Conquilla, un Navarro, un La Perna, un Escamilla, un Costa, un Moreno, un Pimiento, un Alonzo, un Rivera e perfino un Tedeschi ed un Cahen), per finire ingarbugliata tra i diversi episodi di razzismo registrati dalla cronaca locale del Gard negli ultimi anni.

Il Gard è il solo dipartimento francese in cui il Fronte Nazionale è arrivato primo al primo turno delle presidenziali di quest'anno (al secondo turno, ancora tra parentesi, e me ne scuso, è stato Sarkozy a prevalere su Hollande, ma questo si è registrato anche in diversi arrondissements parigini, dove non si pratica la caccia all'arabo). È questa, una possibile spiegazione? O è solo uno dei possibili indicatori di un malessere? O l'episodio del 1893 non è un episodio eccezionale, ma un'azione destinata a ripetersi, in particolare ogni volta che si ripresentino delle circostanze favorevoli - di disoccupazione, di tensioni sociali, di immigrazione, ecc. - ? E cosa c'è da aspettarsi, dal Gard e da altre zone, se e quando la crisi disoccupazionale si farà più marcata (è poco più alto del 13%, l'attuale tasso di disoccupazione di quel dipartimento)? E sono solo una coincidenza, la frustrazione e l'insofferenza di alcuni francesi del 1893 rispetto all'istituzione-polizia che scortava gli italiani per proteggerli dal linciaggio e quelle di alcuni francesi del 2012 rispetto al verdetto dell'istituzione-tribunale? E cosa resta, nella memoria degli abitanti di Aigues-Mortes oggi, dell'agosto del 1893? E in quella degli italiani? E un italiano o un francese di origine italiana (leggi: corsa) che usi regolarmente, finché esiste, del sale di Aigues-Mortes (le Salins du Midi, che impiegano 1500 persone nel mondo, di cui 150 a Aigues-Mortes, sono state messe in vendita qualche mese fa da uno dei tre fondi d'investimento che le detengono), può farne uso ignorando completamente che cosa vi sia successo più di un secolo fa? O firmare una petizione in favore di chi pratica la caccia all'arabo? E cambia qualcosa, il fatto di conoscere quello o altri episodi, in una persona qualsiasi, italiana o meno? Cambia l'immagine della Francia rispetto ai clichés più duri a morire? E che colpa ricade, se ricade, à la façon des anciens Grecs, dai padri del 1893 sui figli del 2012? E perché un figlio di immigrati maghrebini si sente in diritto di dover essere tutelato in quanto nato ad Aigues-Mortes, ma non si sente di applicare necessariamente lo stesso grado di tutela ad una persona che non sia nata in Francia ("Le parallèle est bizarre : on est Français, on est nés ici")? E cosa significano i successi del Fronte Nazionale nell'est e nel sud del paese? E cosa ha lasciato in eredità al paese, il periodo di Sarkozy, da quando questi è diventato ministro dell'interno a quando ha dovuto traslocare dall'Eliseo? E in che cosa la Francia di Hollande è diversa da quella di Sarkozy? E in che cosa è uguale? E cosa significa mai essere francese? Significa qualcosa?

Continua

1. Tra le diverse ulteriori pubblicazioni:
José Cubero, Nationalistes et étrangeres. Le massacre d'Aigues-Mortes (1893), Imago, 1998
Enzo Barnabà, Gli italiani all'estero, Autres passages, a cura di Jean-Charles Vegliante, Paris, Publications de la Sorbonne Nouvelle, 1990
Enzo Barnabà, Aigues-Mortes, una tragedia dell'immigrazione Italiana in Francia, Edizioni Edit Service, Torino 1994,
Enzo Barnabà, Morte agli italiani!, Ed. Infinito 2008
2. Da Camera dei deputati, Documenti Diplomatici presentati al Parlamento Italiano dal Ministro degli Affari Esteri (Brin), Aigues-Mortes, seduta del 23 novembre 1893, Roma, Tipografia della Camera dei Deputati, 1893, pp. 76-79
3 Aigues-Mortes, a voler essere fedeli, in italiano andrebbe tradotto con Villa Literno, Ponticelli, Castel Volturno e Rosarno.
4. "Orsi" era uno dei modi in cui venivano chiamati gli italiani.
5. Commerciante in vini, è l'unico condannato dell'intera vicenda, in sede di tribunale civile.

4 commenti:

  1. Beh, sei fortunata che a te succede solo quando hai le lenti non terse. Io sono un po' legastenica, e se devo leggere ad alta voce a prima vista, l'effetto è decismente penoso. Se invece leggo per conto mio ovviamente di figuracce non ne faccio, però fra quello che leggo io a prima botta e quello che c'è scritto non sempre ci sono rapporti molto stretti. Così l'invito "ascoltiamo le musiche tibetane" è diventato "ascoltiamo le mucche tibetane"; un sottotitolo come "i diritti del governo" si è trasformato in "i datteri al governo" (ma siamo davvero sicuri che la cosa che ho letto io fosse quella sbagliata?). E poi c'è stato l'articolo di Ugo Volli, che parlava di quei tizi che di mestiere fanno quelli che partecipano a flottiglie e altre spedizioni di protesta di vario genere, presumibilmente pagati per farlo, visto che di tempo per lavorare non gliene deve rimanere, e insomma questa gente qua l'ha definita "i turisti della protesta". E io ho letto "i turisti della prostata".

    RispondiElimina
  2. Sono fortunata, sì, ma i datteri al governo, appiccicosi come possono essere, sembrano un buon premio alle tue difficoltà: le ministre colle à la chaise comme la moule au rocher.

    RispondiElimina
  3. Tagliare in due con un colpo solo una nazione come la Francia è un'impresa che può risultare complicata anche per la lama più affilata. Sapere che una donna del TRIVENETO "completamente informata sui fatti e sullo stato delle fabbriche" metta in luce la xenofobia dei francesi attraverso un episodio di fine ottocento mi ha commosso, io sono uno di quegli “qui tiennent tout de la déclaration des Droits de l’Homme”.
    Complimenti per il blog, davvero interessante.
    Giovanni

    Non riesco a lasciare il commento come "wordpress", sono costretto alla forma anonima.

    RispondiElimina
  4. Vediamo se riesco ad operare il taglio fino in fondo, prima.
    E ancor prima ringraziamo Gérard Noiriel.
    Benvenuto, Giovanni.

    RispondiElimina