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lunedì 16 dicembre 2013

no tu scjampe pì


Andrèes

Quatre cjases in crous
Se no tu fai ad ora a scjampâ
uchì tu devente vecje e tu mour
Un po' de prâtz
dos tre montz
se no tu scjampe
no tu scjampe pì
tu devente Andrèes



Andreis

Quattro case in croce
Se non fuggi in tempo
qui diventi vecchio e muori
Un po' di prato
due tre montagne
se non fuggi
non fuggi più
diventi Andreis.

sabato 8 dicembre 2012

Mont

In chist mont
ch'al va indenànt
jo me sói fermât
zà in chê volta
ultin
e ce fadìa piêrde

Federico Tavan, Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio, 1997


Mondo

In questo mondo
che va avanti
io mi sono fermato
già quella volta
ultimo
e che fatica perdere

domenica 18 dicembre 2011

Penseir pa' la fin da'l an

No me ferme
mai
a fâ bilancjus
E soi un flum
che zînt a
murî
in tal mâr
al možena
sgrifa
carecja
claps
cencja pensâje sora
un parcêe
s'a val la pena
s'al riva ad ora
s'a se ferma prima

Federico Tavan

Pensiero per la fine dell'anno

Non mi fermo
mai
a fare bilanci
Sono un fiume
che andando a
morire
nel mare
macina
graffia
accarezza
sassi
senza pensarci su
un perché
se ne vale la pena
se arriva in tempo
se si ferma prima

Niente bilanci, niente di che (il che è già qualcosa). Dicembre, nonostante tutti gli sforzi abilmente coordinati per far credere il contrario, è un mese come un altro.

giovedì 8 dicembre 2011

Dedal i Ikar

Mówi Dedal:

Idź synku naprzód a pamiętaj że idziesz a nie latasz
skrzydła są tylko ozdobą a ty stąpasz po łące
ten podmuch ciepły to parna ziemia lata
a tamten zimny to strumień
niebo jest takie pełne liści i małych zwierząt

Mówi Ikar:

Oczy jak dwa kamienie wracają prosto do ziemi
i widzą rolnika który odwala tłuste skiby
robaka który wije się w bruździe
zły robak który przecina związek rośliny z ziemią

Mówi Dedal:

Synku to nie jest prawda Wszechświat jest tylko światłem
a ziemia jest misą cieni Patrz tutaj grają kolory
pył się unosi znad morza dymy idą ku niebu
z najszlachetniejszych atomów układa się teraz tęcza

Mówi Ikar:

Ramiona bolą ojcze od tego bicia w próżnię
nogi drętwieją i tęsknią do kolców i ostrych kamieni
nie mogę patrzeć się w słońce tak jak ty patrzysz się ojcze
ja zatopiony cały w ciemnych promieniach ziemi

Opis katastrofy

Teraz Ikar głową w dół upada
ostatni obraz po nim to widok dziecinnie małej pięty
którą połyka żarłoczne morze
W górze ojciec wykrzykuje imię
które nie należy ani do szyi ani do głowy
tylko do wspomnienia

Komentarz

Był taki młody nie rozumiał że skrzydła są tylko przenośnią
trochę wosku i piór i pogarda dla praw grawitacji
nie mogę utrzymać ciała na wysokości wielu stóp
Istota rzeczy jest w tym aby nasze serca
które toczy ciężka krew
napełniły się powietrzem
i tego właśnie Ikar nie chciał przyjąć

módlmy się

Zbigniew Herbert
Struna Światła, 1956

Nel paese dove mi trovo a vivere stanno pubblicando l'opera poetica completa di Herbert, uno dei poeti del '900 che meglio han saputo porsi in un rapporto attivo e creativo con la tradizione, tra i più consapevoli del fatto che l'eredità culturale, a dispetto del nome, non si eredita come una casa, ma si ottiene lavorando, con fatica, "col sudore della fronte", come scrisse nell'introduzione all'edizione polacca del 1973 di una sua raccolta di poesie. Nel trovare le sue parole del 1973, che leniscono con un tempismo perfetto il fastidio che avverto negli ultimi tempi nel continuare a leggere che avremmo appena vissuto un annus horribilis ("nessuna giustificazione o spiegazione che dica che stiamo vivendo un'epoca eccezionale ha motivo di esistere"), è inevitabile, per me, non solo cessare di rimandare la pubblicazione di un fatto eccezionale e non eccezionale del 1345, che affido ad una nota(1), ma anche ripensare ad un piccolo articolo dell'anno scorso che mi piace riportare per intero(3), ancor prima di cominciare a pensare a Dedalo e Icaro.
Ogni notte, un uomo che ha oggi ottant'anni si alza alle tre e resta seduto ad una scrivania fino alle nove della mattina. Studia e scrive di lingue remote, elabora dizionari di sconosciuti idiomi delle steppe siberiane, racconta fiabe e tradizioni della campagna reggiana come delle grandi pianure asiatiche, traduce poemi epici di sperdute popolazioni nomadi dell'Asia centrale, redige saggi di glottologia comparata e di medicina naturale. Terminato questo lavoro, Riccardo Bertani esce dalla sua casa di Caprara, nel comune di Campegine, fra Parma e Reggio Emilia, dove vive da solo dopo la morte della madre, e attende al suo pezzo di terra, al suo allevamento di capre. «Ufficialmente sarei un contadino, ma ho sempre sognato troppo per esserlo veramente. Ho sempre e solo prodotto quel tanto che mi bastava per vivere e per poter acquistare i libri. Già da ragazzo la mia mente vagava troppo lontano. Sognavo la Russia e le sue pianure sconfinate e leggevo tutti i libri russi a portata di mano. Così, in qualche giorno di caligine, mi sembrava di scorgere verso il cupo nord le carovane dei deportati in Siberia, della cui epopea avevo letto nei romanzi di Dostoevskij. In certe giornate di vento mi sembrava di essere fra le bande dei ribelli di Pugačëv, raccontate da Puškin. La mia era una famiglia di comunisti (il padre Albino fu nominato sindaco dal CLN, i Cervi erano amici di famiglia) e la biblioteca della sezione del Pci di Campegine era piena di opere di letteratura russa. Ben presto lessi tutto quello che si poteva leggere sul quel grande paese. Così un giorno decisi di acquistare una grammatica ed un dizionario. In poche settimane ero in grado di leggere tranquillamente il russo». Il suo sogno di paesi e culture lontane è rimasto vivo. Le lingue conosciute sono diventate però più di cento. Tutte quelle slave, moltissimi idiomi siberiani, ma anche l'etrusco, il longobardo, il basco, l'esquimese, il mongolo. Studiate, comparate, scavate con la competenza e la passione del glottologo. con un linguaggio semplice ma rigoroso: «Sono andato a scuola e sono arrivato con facilità alla licenza elementare. Ma mi fermai, non solo perché non era facile per un figlio di contadini continuare a studiare: trovavo la scuola limitata. Avevo orizzonti vasti, fin da allora e le lezioni non potevano calmare quella fame di sapere che sentivo dentro. Non mi sono mai pentito della mia scelta: Tolstoj non riuscì mai a laurearsi. Divenni ben presto, per gli altri, un tipo strano. Oltretutto non avevo nemmeno mai fatto parte del Pci. Ero un isolato, né contadino né intellettuale, né comunista né anticomunista. Credevo fermamente nella libertà e nell'individuo. Mi consideravano un anarchico. Ero, e sono ancora, un tolstojano». La bibliografia di Bertani disseminata fra quotidiani, riviste specializzate, libri ed opuscoli è sconfinata nella varietà di argomenti che affronta, tanto da attirare l'attenzione di molte università. L'anziano agricoltore ha tenuto lezioni all'Ateneo di Firenze, è in corrispondenza con la Reale Accademia di Svezia, oltre che con tanti singoli studiosi. Fra i tanti con cui ha discusso basterà ricordare Claude Lévi-Strauss, con il quale ha parlato, in una corrispondenza privata, di mitologia germanica. «Ora molti si sono accorti di me. Il Comune di Campegine ha trasformato la mia casa, da me tanto trascurata, da bolgia di libri e carte in una sezione della Biblioteca civica. Ma rifiuto di essere considerato un fenomeno da baraccone. In tanti mi vogliono dipingere così. Sono un uomo che cerca. Cerco quello che c'è di unificante nella storia degli uomini. Le correnti sotterranee che sgorgano da remote comuni sorgenti. La scienza non riesce a spiegare questi fenomeni. Tanto meno l'economicismo marxista. Ora sono alle prese con lo sciamanesimo. Che non è il fenomeno da new age che si vuol far credere. Ad esempio ci sono, in una popolazione della Siberia, gli Jukagiry, concezioni del mondo sconvolgenti, che ignorano completamente il concetto di morte. Quello che accade, secondo quelle visioni sciamaniche, è un flusso continuo di forze ed eventi che mutano in continuazione e rendono vana qualsiasi distinzione fra morte e vita, fra essere e non essere. Per me, abituato nonostante tutto agli schemi occidentali, questo pensiero è stato terribilmente difficile da comprendere. Questo studio mi ha gettato in uno stato di prostrazione, per il quale mi sto curando con antiche ricette a base di erbe, sempre siberiane...». La sua ultima opera pubblicata è un dizionario italiano-rutulo, una lingua parlata oggi da una piccola comunità del Daghestan, nel Caucaso. Una lingua, si noti, che non ha una sua scrittura. Oltre al dizionario Bertani propone anche una comparazione fra il rutulo ed il basco, lingua di origini incerte che molti studiosi sospettano provenire proprio dal lontano Caucaso. L'inedito studio del glottologo di Campegine sembra portare nuove motivazioni a questa tesi. Di Rutuli si parla anche nell'Eneide e Bertani suppone che l'antica popolazione fosse imparentata con gli etruschi. Altro popolo di cui Bertani conosce lingua e cultura: i ceceni. 
Oltre lo stretto di Bering 
«Le lingue sono organismi viventi e mutano e si incrociano, si ibridano. Ci sono tracce di strutture linguistiche siberiane in molti idiomi dell'America pre-colombiana. Frutto di migrazioni cronologicamente imprecisate, passate forse attraverso lo stretto di Bering. Quei popoli portarono spesso con loro un orgoglio ancestrale che li spinse a perire come stirpe piuttosto che fondersi con gli invasori bianchi. Lo stesso orgoglio che anima il nazionalismo basco come quello ceceno. Altri popoli hanno seguito altre strade...». Bertani non ha mai lasciato Campegine. Solo qualche raro viaggio in Italia, per qualche lezione, o intervista. Se gli si chiede perché, risponde: «Ho paura di restare deluso. Per fare un esempio: la mia conoscenza dei Rutuli è prima di tutto poetica, sognata. Ho cercato le tracce della loro storia dimenticata. Cosa potrebbe darmi oggi la conoscenza dei loro attuali insediamenti di pastori transumanti? Resto qui. A coltivare il mio ideale di semplicità che ho imparato da Tolstoj».  
Marco Buttafuoco, Il contadino amante di Tolstoj che studia gli idiomi delle steppe, L'Unità, 15 marzo 2010
L'Icaro di Herbert, ora: un Icaro che ha avuto ragione e al contempo ha avuto torto. Attenzione, però, all'ultimo verso, dico sul serio: a me, la prima volta che ho letto questa poesia, l'ultimo verso ha fatto cadere a terra una lacrima che solo qualche verso prima se ne stava incerta a sporgere nel vuoto. 

Dedalo e Icaro

Dedalo:

Vai avanti figlio mio e ricordati che tu non voli tu cammini
le ali sono solo un ornamento tu calchi la prateria
questo soffio caldo è la terra torrida dell'estate
e questo soffio freddo è un ruscello
il cielo è così pieno di foglie e piccoli animali

Icaro:

I miei occhi come due pietre ritornano dritti sulla terra
e vedono il contadino che rivolta la terra grassa
il verme che si attorciglia nel solco
il verme cattivo che spezza il legame tra la pianta e la terra

Dedalo:

Figlio mio non è vero l'Universo è solo una luce
e la terra è una coppa di tenebre guarda qua i colori giocano
la polvere sale dal mare i fumi vanno verso il cielo
dagli atomi più preziosi oggi si forma l'arcobaleno

Icaro:

Ho male alle braccia padre a forza di sbatterle nel vuoto
le gambe mi si indolenziscono e aspirano alle spine e alle pietre aguzze
non posso guardare il sole come lo guardi tu padre
affogo nei raggi scuri della terra

Descrizione della catastrofe

Ora Icaro cade con la testa in giù
l'ultima sua immagine è un tallone puerilmente piccolo
inghiottito dal mare vorace
In alto suo padre grida il suo nome
che non appartiene né al collo né alla testa
solo al ricordo

Commento

Era così giovane non capiva che le ali sono solo una metafora
un po' di cera e di piume e lo spregio alle leggi della gravitazione
non possono sostenere un corpo ad un'altezza di molti metri
L'essenza delle cose è che i nostri cuori
mossi da un sangue denso
si riempiono d'aria
ed è questo che Icaro non voleva accettare

preghiamo

Zbigniew Herbert
Corde di luce, 1956

Per limitarmi ad una caduta nel sentimentalismo ed evitarne un'altra nel più patente didascalismo - per quanto abbia un debole per la poesia didascalica e ne rimpianga sinceramente la fine - ho dato finora del tutto per scontato che il mito di Icaro fosse noto. Che sia superfluo o meno, ne propongo ora un racconto orale, come si conviene ad un mito, quello presentato su un palcoscenico di Colonia il 13 novembre del 1976 da Wolf Biermann durante il suo famoso concerto, pochi giorni prima che la DDR gli revocasse, anche a causa di quel concerto, la cittadinanza, a conferma che novembre è il mese verso cui la storia tedesca avverte un'indiscutibile attrazione(4). È un racconto, il suo, che contiene tutti gli ingredienti per essere considerato da molti un episodio che non varrebbe proprio la pena di ricordare, per l'anno in cui si è svolto, passato ma ancora troppo recente, per la lingua, che molti italiani (ed altrettanti francesi) disprezzano, per la DDR, cui si è autorizzati ad accennare, ma solo nel solito mese di novembre, e di preferenza negli anni che finiscono per 9, per la sua antispettacolarità, perché l'Icaro di Biermann, a differenza dell'Icaro di Herbert, non riesce nemmeno a spiccare il volo e, infine, per il baffo di Biermann. Lo propongo quindi proprio per tutti questi motivi e anche perché, tra i 12 scrittori che firmarono una lettera aperta di protesta contro l'espulsione di Biermann dalla Germania dell'Est, c'era Christa Wolf, cui dedico un pensiero, e c'era anche l'amato dinosauro Heiner Müller.


"Vorrei cantarvi ancora una... Avete voglia di sentire ancora una canzone nuova nuova? Piace prima di tutto a me tenerla a battesimo qui. (...) Si potrebbe dire che è una canzone adatta a sdrammatizzare, ma non è quello che voglio. E non è per questo che l'ho scelta, ma perché mi piace e perché è nuova. Le canzoni nuove sono quelle che ci piacciono di più. Prima vi dico che qualche settimana fa il poeta americano Allen Ginsberg è venuto a trovarmi ed è un uomo molto simpatico, che dice molte cose schiette con cui non sono d'accordo, ma è un tipo eccezionale, ha anche scritto delle belle poesie. Siamo andati a passeggiare sulla Friedrichstrasse e siamo arrivati quasi fino alla stazione, la stazione della S-Bahn di Friedrichstrasse, sulla Sprea. Sicuramente alcuni di voi ci sono già stati e conoscono il ponte dove la Friedrichstrasse passa sulla Sprea, no? E forse vi ricordate anche che c'è un vecchio parapetto in ghisa, probabilmente dell'epoca del vecchio Guglielmo o anche più vecchio, che culmina, al centro del ponte, con l'aquila prussiana, sì, l'uccello che Heinrich Heine - e non solo lui -  ha così tanto odiato. E un po' di tempo fa ho chiesto ad un amico(5), un fotografo, di fotografarmi davanti a questa aquila. Avevo finito di mettermi in posa e la macchina fotografica era pronta che mi sono iniziate a crescere le ali in ghisa del maledetto uccello sulle spalle - ve lo figurate? - e io ero quello che aveva avuto la possibilità di studiare, anche la famosa storia, tratta dalla mitologia greca, di Dedalo e Icaro. Ho parlato prima con degli amici che mi hanno detto: devi assolutamente raccontare alla gente, quando canti questa canzone, chi erano Dedalo e Icaro e non devi assolutamente avere alcun riguardo per quelle poche persone istruite che si offendono nel sentire quello che sanno già o che credono di sapere. Ci sono abbastanza persone che saranno contente di sapere appunto che Dedalo e Icaro erano padre e figlio, erano in esilio sull'isola di Creta e volevano andarsene. Però non riuscivano ad andarsene, erano per così dire bloccati, non avevano una barca, finché al padre, Dedalo, è venuta un'idea astuta, ha preso delle piume d'aquila e le ha assemblate con della cera d'api e le ha allacciate alle braccia per poter, così come aveva sentito da una vecchia storia, volare. Ma, come fanno i padri, ha naturalmente raccomandato al figlio di non fare sciocchezze: quando voleremo, non devi volare troppo in alto, perché altrimenti ti avvicini troppo al sole e si mette a fare sempre più caldo (nella mitologia greca fa sempre più caldo quando si sale troppo, vero?), e non devi volare troppo in basso, altrimenti cadi, e siamo naturalmente di fronte ad un figlio che ascolta il padre e ovviamente si mette a volare alto, perché gli piace e, come vuole la morale, si inabissa: la cera si scioglie, le ali si rompono e fa la grande caduta nel mare e affoga." - Wolf Biermann, Colonia, 13 novembre 1976


Die Ballade des Preußischen Ikarus

Da, wo die Friedrichstraße sacht
den Schritt über das Wasser macht
da hängt über der Spree
die Weidendammer Brücke. Schön
kannst du da Preußens Adler sehn
wenn ich am Geländer steh
dann steht da der preußische Ikarus
mit grauen Flügeln aus Eisenguß
dem tun seine Arme so weh
er fliegt nicht weg - er stürzt nicht ab
macht keinen Wind - und macht nicht schlapp
am Geländer über der Spree.

Der Stacheldraht wächst langsam ein
tief in die Haut, in Brust und Bein
ins Hirn, in graue Zelln
Umgürtet mit dem Drahtverband
ist unser Land ein Inselland
umbrandet von bleiernen Welln
da steht der preußische Ikarus
mit grauen Flügeln aus Eisenguß
dem tun seine Arme so weh
er fliegt nicht hoch und er stürzt nicht ab
macht keinen Wind und macht nicht schlapp
am Geländer über der Spree.

Und wenn du weg willst, mußt du gehen
ich hab schon viele abhaun sehn
aus unserem halben Land.
Ich halt mich fest hier, bis mich kalt
dieser verhaßte Vogel krallt
und zerrt mich übern Rand
dann bin ich der preußische Ikarus
mit grauen Flügeln aus Eisenguß
dann tun mir die Arme so weh
dann flieg ich hoch, und dann stürz ich ab
mach bißchen Wind - dann mach ich schlapp
am Geländer über der Spree.

Wolf Biermann

La ballata dell'Icaro prussiano

Là, dove la Friedrichstrasse
attraversa con dolcezza l'acqua
sulla Sprea, sta sospeso
il ponte Weidendammer.
Bella, ci puoi vedere l'aquila prussiana
quando sono a fianco del parapetto
là c'è l'Icaro prussiano
con le ali grigie di ghisa
le braccia gli fanno così male
non fugge in volo — e non precipita
non sposta l'aria — e non si affloscia
al parapetto sulla Sprea.

Il filo spinato cresce lentamente
nel profondo della pelle, nel petto e nelle gambe
nel cervello, nella materia grigia
cinta da un reticolato
il nostro paese è un paese-isola
battuto da onde di piombo
con ali grigie di ghisa
là c'è l'Icaro prussiano
le braccia gli fanno così male
non vola via — e non precipita
non fa rumore — e non si affloscia
al parapetto sulla Sprea.

E se vuoi andartene, devi partire
ho già visto tanti andarsene via
dal nostro paese dimezzato.
Io resto saldo qui, finché raggelato
mi ghermirà questo odiato uccello
trascinandomi oltre la sponda
sarò allora l'Icaro prussiano
con le ali grigie di ghisa
le braccia mi faranno così male
mi librerò in volo e poi precipiterò
sposterò un po' d'aria — e mi affloscerò
al parapetto sulla Sprea.

L'Icaro di Ernst Jandl, essendo di Jandl, non solo mi fa rialzare dalla caduta nel sentimentalismo, ma soprattutto riesce a rendere vana ogni pretesa di eccezionalità a coloro che si crogiolano nel proprio fallimento (ce ne sono, ce ne sono). Il suo ritratto, poi, è composto dal numero di parole strettamente necessario, rispettando così concretamente tutti quelli che, come August Stramm (e come Icaro), non hanno avuto abbastanza tempo per essere loquaci(6)

Ikarus

Er flog hoch
über den anderen.
Die blieben im Sand
Krebse und Tintenfische.
Er flog höher
als sein Vater, der kunstgewandte
Dädalus.
Federn zupfte die Sonne aus seinen Flügeln.
Tränen aus Wachs tropften aus seinen Flügeln.
Ikarus flog.
Ikarus ging unter.
Ikarus ging unter
hoch über den anderen.

Ernst Jandl
1954

Icaro

Volò in alto
sopra gli altri.
Questi restarono nella sabbia
granchi e seppie.
Volò più in alto
di suo padre, l'abile artista
Dedalo.
Il sole strappò delle piume dalle sue ali.
Lacrime di cera gocciolarono dalle sue ali.
Icaro volò.
Icaro andò a fondo.
Icaro andò a fondo
in alto oltre agli altri.

Poeta a me caro per poeta a me caro, come posso non pensare a Federico Tavan? Non posso, in effetti.

Nichilismo

1
Quan ch’e soi deventât mat
ére massa distrat
n’ài podût
gôdeme la scena
2
I me plâs li cornes
ch’i no làssa nua.
Figuranse la scia!
3
A me plâs Icaro
brusât dal sorele
ma almancu
al à tentât
4
Tra la buolp e l’uva
'e preferìs la buolp,
tra al toru e la rana
la rana.
I me plâs
chiei ch’i scopia
e ch’i scjampa
cul cjâf bas.

Federico Tavan

1
Quando sono diventato matto
ero troppo distratto
non ho potuto
godermi la scena.
2
Mi piacciono le lumache
che non lasciano nulla.
Figuriamoci la scia!
3
Mi piace Icaro
bruciato dal sole
ma almeno
ha tentato.
4
Tra la volpe e l’uva
preferisco la volpe,
tra il toro e la rana
la rana.
Mi piacciono
quelli che scoppiano
e fuggono
a capo chino.

Icaro

Scjampànt
da l'infier de fier
belsoul
nècal
a bêve l'aga dal Muscle.

Federico Tavan
Cràceles cròceles, 1996


Icaro

Fuggendo
dall'inferno di ferro
solo
nudo
a bere l'acqua della fontana del Muscle.

La caduta di Icaro è talmente fragorosa da oscurare la figura di suo padre. Se del volo di Dedalo e Icaro si fosse occupata Hollywood, è chiaro che Dedalo sarebbe atterrato a New York. Fortuna volle che se ne occupò Virgilio nel VI canto dell'Eneide, per cui a Dedalo riuscì di arrivare sul Monte Cumano. Distrutto dal dolore, provò per ben due volte a scolpire la morte del figlio sulle porte del tempio di Apollo, senza però riuscirvi. Dolore che non gli aveva impedito di innalzare lo stesso tempio proprio a colui che, nella sua personalità di Febo, aveva sciolto le ali del figlio ai raggi del sole. Il dolore non gli impedì in seguito nemmeno di proseguire la sua attività di architetto in Sicilia, dove gli furono spalancate le possibilità di numerosi appalti pubblici.
Vale a dire che l'arrivo della civiltà minoico-micenea a Cuma, nella nostra storia preromana, fu suggellato non solo da uno dei più antichi ex voto che la penisola italiana ricordi (sempre secondo Virgilio, Dedalo appese nel tempio le sue ali), ma, più in generale, da un atto di sottomissione al potere da parte di un padre al quale neanche la perdita del figlio fu capace di ispirare un minimo gesto di ribellione all'autorità. Fu un atto grave e non lo dico per considerazioni di ordine morale nei confronti del comportamento successivo di Dedalo, che non mi interessano: più semplicemente, penso che se il figlio non sopravvive al padre, non c'è alcuna possibilità di cambiamento(7). Questo - a me sembra - l'aspetto più crudele della caduta di Icaro.

Per fortuna, però, c'è chi si rifiuta di apprendere la lezione di Icaro o che nega che vi sia, una lezione da trarre. Fu così che duecento anni fa, sul giornale Schwäbischer Merkur... ma questa è un'altra storia che continuerà in un nuovo post. Questo era destinato a rimanere in sospeso, a mezz'aria, nel momento in cui Icaro spicca il volo e ci crede ancora, di poter volare. Nell'intervallo, un paesaggio che ritrae la caduta di Icaro.

(Se la miniselezione degli Icari dovesse sembrare eccessiva, si pensi che il solo dipinto di Bruegel ha ispirato almeno:
Richard Anders: Musées royaux des Beaux-Arts, Preußische Zimmer, 1975
Robert Anker: Kleine Geschichte des historischen Materialismus. De val van Icarus, Gedichten, 1981; Landschap met de val van Icarus, Van het balkonm, 1983
Erich Arendt: Pieter Bruegel III, Aus fünf jahrzehnten, 1968
Wystan Hugh Auden: Musée des Beaux Arts, 1938 
Mary Jo Bang: Landscape with the Fall of Icarus, The New Yorker, 12 March 2007
Gottfried Benn, Da fiel uns Ikarus vor die Füße, Gesammelte Werke, 1975; Ikarus, Gesammelte Werke, 1975
Ulrich Berkes: Sturz des Ikarus, Ikarus über der Stadt. Prosagedichte, 1976; Warum Ikarus
Wolf Biermann: Der Sturz des Dädalus,  1992; à la lanterne! à la lanterne!Der Sturz des Dädalus, 1992
Friedrich Bischoff: Der Sturz des Ikarus, 1966
Bertolt Brecht, Verfremdungseffekt in den Erzählenden Bildern des Älteren Bruegel, 1957
Hans Cohn, Ikarus, Gedichte, 1964
Allan Curnow: The Fall of Icarus, Collected Poems, 1974
Heinz Czechowski: Landschaft mit Sturz des Ikarus 
Alexander Fhares: Ikarus, 1972
Наталья Горбаневская (Natal'ja Gorbanevskaja), Падение Икара, 13 восьмистиший и еще 67 стихотворений, 2000
Jarosław Iwaszkiewicz: Ikar, 1954
Michael Hamburger: Lines on Bruegel's Icarus
Stephan Hermlin: Landschaft mit dem Sturz des Ikarus, Gedichte und Nachdichtungen, 1990
Marie Luise Kaschnitz: Wohin denn ich, Aufzeichnungen, 1963
Théodore Koenig, A Pierre Brueghel, La métamorose, 1980
Gisbert Kranz: Bruegel
Rai'ssa Maritain: La chute d'Icare,  Lettre de nuit, 1939
Thomas Rosenlöcher: Bruegels Ikarus
Willy Spillebeen, Geen ploeg staat stil, Gedichten 1959-1973. Een teken van leven, 1973
Cornelia Stach, A Poem obliquely about Bruegel's Icarus, Beloit Poetry Journal 30/4, 1980
Albert Verwey: Bruegels IkarusOorspronkelijk dichtwerk, 1938
William Carlos Williams: Landscape with the Fall of Icarus, Pictures from Bruegel and other poems: collected poems, 1950-1962.
Albin Zollinger: Bruegel: Ikaros, Belege. Gedichte aus der deutsch-sprachigen Schweiz seit 1900, 1978)


(1)
Nel detto anno 1345, del mese di gennaio, fallirono quegli della compagnia de' Bardi, i quali erano stati i maggiori mercatanti d'Italia. E la cagione fu ch'eglino aveano messo, come feciono i Peruzzi, il loro e l'altrui nel re Adoardo d'Inghilterra e in quello di Cicilia: che si trovarono i Bardi dovere avere dal re d'Inghilterra, tra di capitale e di riguardi e doni impromessi per lui, più di novecentomila fiorini d'oro, e per la sua guerra col re di Francia non gli potea pagare; e da quello di Cicilia doveano avere da centomila fiorini d'oro. E' Peruzzi doveano avere dal re d'Inghilterra da seicentomila fiorini d'oro e da quello di Cicilia da centomila fiorini d'oro: onde convenne che fallissono a' cittadini e forestieri a cui dovieno dare, solo i Bardi più di cinquecentocinquantamila fiorini d'oro.
Onde molte altre compagnie minori e singulari persone, ch'aveano il loro nelle mani de' Bardi e de' Peruzzi e negli altri falliti, ne rimasono diserti: e tali per questa cagione fallirono. Per lo quale fallimento de' Bardi e de' Peruzzi e degli Acciaiuoli e Bonaccorsi e Cocchi e Antellesi e Corsini e que' da Uzzano e Perendoli e più altre piccole compagnie e singulari artefici che fallirono in questi tempi e prima, e per gl'incarichi del comune, e per le disordinate prestanze fatte a' sopradetti signori, onde addietro è fatta menzione, ma però non di tutti, che troppo sono a contare, fu alla nostra città di Firenze maggiore ruina e sconfitta che nulla che mai avesse il nostro comune(2), se consideri bene, o lettore, il dannaggio di tanta perdita di tesoro e pecunia perduta per li nostri cittadini e messa per avarizia di guadagnare nelle mani de' re e de' signori.
Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani. Secondo le migliori stampe e corredate di note filologiche e storiche, Sezione letterario-artistica del Lloyd austriaco, Trieste, 1857, Capitolo LV, Del fallimento della grande e possente compagnia de' Bardi di Firenze, pag. 476.
(2)
"maggiore ruina e sconfitta che nulla che mai avesse il nostro comune": di lì a tre anni arrivò la peste.
(3)
Salvo i nomi russi, il nome francese, qualche virgola ed il genere di un articolo determinativo, su cui non ho potuto proprio fare a meno di intervenire.
(4)
Nel triste mese di novembre, scriveva già Heine proprio nella Fiaba d'inverno. Il 9, in particolare, è una calamita di eventi tedeschi. In Germania è chiamato Schicksaltag (giorno del destino):
9 novembre 1848: esecuzione di Robert Blum
9 novembre 1918: rivoluzione di novembre
8-9 novembre 1923: Putsch di Hitler
9-10 novembre 1938: notte dei cristalli
9 novembre 1989: apertura del muro
(cui a me piace aggiungere il 9 novembre 2006: morte di Markus Wolf ("Mischa"))
(5)
È noto che anche Ginsberg, nel corso della sua prima visita a Berlino del 1976, gli fece una foto davanti all'odiata aquila: è la foto che appare sulla copertina del libro di Biermann del 1978. Tuttavia, non era stata quella la prima volta che Biermann si era fatto fotografare con le ali di ghisa.




1975, foto di Roger Melis
(6)
er august stramm
sehr verkürzt hat
das deutsche gedicht

ihn august stramm
verkürzt hat
der erste weltkrieg

wir haben da
etwas länger gehabt
um geschwätzig zu sein

Ernst Jandl

lui, august stramm,
ha accorciato molto
la poesia tedesca

a lui, august stramm,
l'ha accorciato
la prima guerra mondiale

noi abbiamo
avuto un po' più di tempo
per essere loquaci
(7)
A questo proposito, Umberto Saba aveva ritenuto di trovare, tra le cause delle magagne italiane, la mancanza di una rivoluzione, che deve per forza passare per un parricidio, mentre Roma fu fondata in seguito ad un fratricidio, cui ne seguirono altri ("Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani"). "Gli italiani sono l'unico popolo, credo" - scrisse Saba - "che abbiano alla base della loro storia o della loro leggenda un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l'uccisione del vecchio cioè, che s'inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli". È una citazione che si trova ripresa da molti, incluso Carlo Levi, che ricordava il valore simbolico dei termini in questione (come a dire: bambini, non provate a rifarlo a casa). Quando la trovo, anche adesso che l'ho appena ricopiata anch'io, mi sembra di intravvedere la sua pipa sulla scena di un teatro e me stessa mentre cerco di infilarmi nella buca del suggeritore per dirgli: "Ma Umberto, e Caino e Abele?" Ma la buca, purtroppo, è difficilmente accessibile e quando finalmente riesco ad introdurmici, la pipa non c'è più.

martedì 6 settembre 2011

Cari abitanti di Andreis,

il verso del vostro poeta

Ài da stâ dentre al tiô vuoe par jôdeme,

che da qualche mese cercate invano, vuole che sappiate che sta bene, ma che voleva sentire altre voci, oltre a quelle di Andreis: per questo è partito all'alba di un giorno di primavera alla volta della Cina. Dice di non preoccuparvi: vi è arrivato sano e salvo. Dice però anche che il viaggio e l'esperienza di questi mesi l'hanno non poco cambiato e che al momento non crede di voler tornare più. Chiede comprensione per sé e cura per tutti i suoi cari fratelli rimasti ad Andreis.


(Devo stare dentro ai tuoi occhi per vedermi)

((A proposito di cambiamenti: al momento non so ancora come si dice dovere, ma so che il secondo carattere del verso cinese significa volere))

domenica 6 febbraio 2011

Aiace, per esempio

La scorsa settimana sono stata a Monaco, praticamente senza vederla se non nei brevi fotogrammi che ho potuto cogliere nel passaggio da un mezzo di trasporto ad un altro e all'interno di qualche suo edificio, come tutte le volte in cui il motivo del viaggio è lavorativo e il tempo a disposizione poco.

Quando si arriva all'aeroporto di Monaco, nel percorso che porta dal complesso aeroportuale alla scala mobile della S-Bahn, si esce su un enorme piazzale che, più che da raccordo, funge da imponente palcoscenico pubblicitario. In questi giorni, come in altre occasioni, il passeggero è forzato a posare lo sguardo, che lo voglia o no, sulle linee e sui luccichii di carrozzerie di superbe automobili tedesche.

Anche se quelle su cui è stato forzato il mio sguardo non erano Mercedes, a me è venuta in mente una poesia di Heiner Müller in cui compare il suo simbolo a stella, come è facile immaginare non per motivi di ammirazione. Mi ero quindi riproposta di ritrovare quella poesia e l'ho fatto, ma preferisco ricopiarla integralmente in un altro momento e cominciare riportando alcuni dei pensieri che da quella poesia derivo. Si tratta di una poesia che, come altre poesie di Müller, si misura col mito, in questo caso quello di Aiace, che Müller ripercorre e reinterpreta alla luce della storia del XX secolo e, naturalmente, della propria storia personale. 

Inizia così.

Ajax zum Beispiel


Babypille fauler Zauber
Ajax hält das Becken Sauber

In den Buchläden stapeln sich
Die Bestseller Literatur für Idioten
Denen das Fernsehen nicht genügt
Oder das langsamer verblödende Kino
Ich Dinosaurier nicht von Spielberg sitze
Nachdenkend über die Möglichkeit
Eine Tragödie zu schreiben Heilige Einfalt
Im Hotel in Berlin unwirklicher Hauptstadt
Mein Blick aus dem Fenster fällt
Auf den Mercedesstern
Der sich im Nachthimmel dreht melancholisch
Über dem Zahngold von Auschwitz und anderen Filialen
Der Deutschen Bank auf dem Europacenter


Aiace, per esempio

La pillola magica è solo un trucchettino
Ajax pulisce ogni lavandino
Detto popolare

Nelle librerie si accumulano
I bestseller letteratura per idioti
A cui la televisione non basta
O il cinema che rincretinisce più lentamente
Io dinosauro non di Spielberg sto seduto
Riflettendo sulla possibilità
Di scrivere una tragedia Santa Ingenuità
Nell'albergo a Berlino capitale irreale
Il mio sguardo dalla finestra cade
Sulla stella della Mercedes
Che nel cielo notturno gira malinconica
Sull'oro dei denti di Auschwitz e altre filiali
Della Deutsche Bank all'Europacenter


Sono convinta che molti la trovino datata, ma cercherò di spiegare perché per me non è così.

Intanto, confrontandosi col mito, ha sia il pregio di non spezzare il legame col passato, persino quello più remoto, rispettando così la continuità del pensiero umano, sia l'umiltà di ritrovare nel presente segni di comportamenti connaturati all'uomo e alle sue debolezze, riconoscendo in tal modo i suoi limiti e soprattutto la non esclusività delle sue vicende, anche le più drammatiche.

E poi, vi trovo, fin dall'esergo, la questione del linguaggio, del suo impoverimento e della sua impotenza ed inadeguatezza rispetto a coloro che fanno della violenza e dell'oblio le proprie insegne e che invitano con tutti i mezzi a loro disposizione a dimenticare il passato (o a ricordarne al più delle parti selezionate, ma mai a farlo in toto), a concentrare l'attenzione solo sulla fruizione immediata e sull'immediatezza del presente, a rincorrere lo svolgersi di ogni evento a mano a mano che accade e a passare continuamente all'evento successivo, all'istante successivo, evitando in tutti i modi ogni atteggiamento riflessivo, ogni insorgere di un dubbio, ogni pausa e persino ogni silenzio, senza i quali considerare un minimo quadro complessivo, sia in prospettiva per così dire geografica, spaziale, al di là del proprio microcosmo, sia in prospettiva storica, diventa impossibile.

E infine, per integrazioni con altri ricordi, consente di arrivare a immagini di fiori, di colori, e quindi di speranza.

E chissà, magari cammin facendo ne uscirà anche dell'altro. Proseguo.

Europa der Stier ist geschlachter das Fleisch
Fault auf der Zunge der Fortschritt läßt keine Kuh aus
Götter werden dich nicht mehr besuchen
Was dir bleibt ist das Ach der Alkmene
Und der Gestank von brennenden Fleisch den täglich
Von deinen Rändern der landlose Wind dir zuträgt
Und manchmal aus den Kellern deines Wohlstands
Flüstert die Asche singt das Knochenmehl
Eine Laufschrift am Kurfürstendamm verkündet der Welt
PETER ZADEK ZEIGT BERLIN SEINE ZÄHNE

Europa Il toro è macellato la carne
Marcisce sulla lingua il progresso non tralascia nessuna mucca
Gli dei non ti visiteranno più
Quel che ti resta è l'ahimè di Alcmena
E la puzza di carne che brucia che ogni giorno
Dai tuoi bordi il vento apolide ti porta
E talvolta dalle cantine del tuo benessere
Bisbiglia la cenere canta la farina delle ossa
Una scritta luminosa sul Kurfürstendamm annuncia al mondo
PETER ZADEK MOSTRA I DENTI A BERLINO

Il titolo di un'intervista a Zadek, all'epoca condirettore con Müller al Berliner Ensemble, pubblicata sul Berliner Morgenpost consente di datare la poesia alla fine del 1993.

L'Europa del mito (chi meglio di lei?) consente invece di stabilire una volta per tutte quali siano le origini dell'Europa. Se era figlia del re di Tiro Agenore, siamo tutti fenici o, se preferiamo, palestinesi.

La cenere. Le ossa.
Sono sceso giù per la fascia erbosa che cade ripida dal ripiano fino alla siepe di filo spinato. Qui, sul pezzetto di terreno stretto tra il filo e il pendio, accanto al pozzo nero, una volta c’era la buca per la cenere. Ora vi hanno sistemato un cimitero in miniatura, grande come due lenzuoli, cinto di pietre grezze e con due scritte al centro: “Honneur et patrie – Ossa humiliata“. Due espressioni, quasi due aforismi nei quali, come al solito, gli uomini condensano la rivelazione di una verità indicibile. Ma ciò che ora mi avvilisce non è l’isolamento cui sono condannati questi ripiani, bensì il silenzio in cui un’élite previdente e tenace avvolge queste ossa humiliata. Chi nel momento di estremo pericolo per l’Europa aveva giurato di disinfestarla a fondo si è poi asservito ad altri interessi meno nobili, per raggiungere i quali l’esigenza di una vera denazificazione diventava un ostacolo. Così l’Europa è uscita dal dopoguerra, che avrebbe potuto essere il periodo in cui compiere la propria purificazione, come un’invalida a cui qualcuno abbia applicato occhi di vetro perché non spaventi i bravi cittadini con le sue occhiaie vuote, e tuttavia burlandosi di lei e offendendola con impudenza. E l’uomo europeo ha accettato questo perché, nonostante le sue esclamazioni altisonanti, in verità è indolente e pauroso, talmente abituato a tirare avanti con comodo e a ridurre tutto quanto a sistema da non trovare lo spazio per inserire, nel proprio ordine di preoccupazioni misurato col bilancino, il bisogno di un atto di fierezza. E se ogni tanto, nell’inconscio, prova vergogna per questa situazione da eunuco, si sfoga in grande stile nelle prediche moralizzatrici e nello stigmatizzare le gesta avventate della gioventù; ma ha già scialacquato in anticipo il patrimonio di onestà e giustizia che avrebbe dovuto trasmettere alle nuove generazioni. Anche queste mie constatazioni però sono consunte al punto che nell’apatia generale risuonano come noiosi sermoni. Chissà, forse solo un nuovo ordine monastico laico potrebbe risvegliare l’uomo standardizzato, un ordine che vestisse il saio striato degli internati e inondasse le capitali dei nostri Stati, disturbasse con il rumore dei suoi zoccoli il raccoglimento dei negozi lussuosi e dei passeggi. Ciò che qui è rimasto nei vasi con la cenere dovrebbe essere portato in processione nelle città; notte e giorno, un mese dopo l’altro, gli uomini in divisa a strisce con gli zoccoli ai piedi dovrebbero montare la guardia d’onore ai vasi rossastri su tutte le piazze principali delle metropoli tedesche e non tedesche.
Boris Pahor, Necropoli, Fazi Editore, 2009 (prima edizione 1967, col titolo Nekropola), traduzione dallo sloveno di Ezio Martin, revisione del testo di Valerio Aiolli

E invece niente vasi.

E, al contrario di Aiace, poca, pochissima vergogna, alle volte proprio nessuna: il 28 ottobre del 2010, anniversario della marcia fascista su Roma, sui muri della casa della cultura slovena di Trieste, è apparsa la scritta: Boris Pahor Kapo. Un linguaggio in linea con quello dell'attuale presidente del consiglio dei ministri italiano, che nel 2003 al Parlamento europeo così diceva: "Signor Schulz, in Italia c'è un produttore che sta preparando un film sui campi di concentramento nazisti, la proporrò per il ruolo di kapò". Certamente il tono dei due linguaggi non si presta a frettolosi paragoni: l'attuale presidente del consiglio dei ministri italiano lo disse "sorridendo" - era "una battuta ironica". A proposito di linguaggio, osservo che il titolo confezionato per l'occasione da Repubblica, un giornale da sempre antiberlusconiano, fatte pur salve tutte le limitazioni che lo spazio di un titolo impone, si riferiva a un "duello verbale" fra i due, ponendo implicitamente i due deputati su un piano paritario, a contrapporsi a vicenda. Piano implicitamente paritario confermato dal link, che è contrassegnato come "litigio" su ben due livelli. La Süddeutsche Zeitung, che ha più o meno la stessa collocazione di Repubblica, usò invece Eklat (scandalo) nell'occhiello, le parole stesse del presidente del consiglio dei ministri italiano nel titolo, e, tra le varie cose, blitzendes (fulminante) per caratterizzare il suo Lächeln (sorriso) nel testo.

Parole.

Parole come Dachau. Dachau è appena fuori Monaco. Ci penso spesso, quando sono lì. A chi c'è stato allora, a chi ci abita ora. Come Buchenwald, che è appena fuori Weimar. O Mauthausen, che è appena fuori Linz (o la Risiera di San Sabba, che a Trieste è dentro). Da quando vivo in Francia mi chiedo come si possa pronunciare Dachau Dasciò senza battere ciglio. Scicagò, Illinuà (Chicago, Illinois) mi fa sorridere. Dasciò mi disturba.


BEWARE OF DENTISTS möchte man ihm sagen
In den Bauernkriegen dem größten Unglück
Der deutschen Geschichte las ich kopfschüttelnd
Im Stand der Unschuld neunzehnachtundvierzig
Wie kann eine Revolution ein Üngluck sein
In Brechts Anmerkungen zur MUTTER COURAGE
Wurde der Reformation der Reißzahn gezogen
Heute kann ich die Fortsetzung schreiben Der
Französischen Revolution in den Kriegen Napoleons
Der sozialistischen Frühgeburt im Kalten Krieg
Seitdem schreibt die Geschichte wieder Tango
Ein Exkurs über Revolution und Zahnmedizin
Geschrieben im Jahrhundert der Zahnärzte
Zwei Zahnprothesen ein Büchner-Preis
Das zu Ende geht Das kommende
Wird den Advokaten gehören die Zeit
Steht als Immobilie zum Verkauf
Im Hochhaus unter dem Mercedesstern

BEWARE OF DENTISTS gli si vorrebbe dire
Nelle guerre dei contadini la più grande sciagura
Della storia tedesca leggevo scuotendo il capo
In stato d'innocenza millenovecentoquarantotto
Come può una rivoluzione essere una sciagura
Nelle note di Brecht su MADRE CORAGGIO
Si è strappato il dente canino alla Riforma
Oggi io posso scrivere il seguito Della
Rivoluzione francese nelle guerre napoleoniche
Della nascita prematura del socialismo nella Guerra Fredda
Da allora la storia balla di nuovo il tango
Un excursus su rivoluzione e odontoiatria
Scritto nel secolo dei dentisti
Due protesi dentarie un premio Büchner
Quello che finisce Quello che viene
Apparterrà agli avvocati il tempo
Sta come proprietà immobiliare in vendita
Nel grattacielo sotto la stella della Mercedes

In den Bauernkriegen, dem größten Unglück der deutschen Geschichte, war, was das Soziale betrifft, der Reformation der Reißzahn gezogen worden. Übrig blieben die Geschäfte und der Zynismus.
Bertolt Brecht, Anmerkungen zur Mutter Courage
Nelle guerre dei contadini, la più grande sciagura della storia tedesca, per quel che concerne l'aspetto sociale, alla Riforma furono strappati i denti per mordere. Restarono gli affari e il cinismo.
Bertolt Brecht, Note a Madre Coraggio

Torre della televisione, Gedächtniskirche e Europa Center (con la stella della Mercedes), Berlino

La libertà sarà ora semplicemente sponsorizzata - con la piccola cassa, 1990
Installazione temporanea. Torre di guardia nell'ex "Striscia della morte", Stella Mercedes Neon, Iscrizioni di bronzo; Europa Center (in forma di ready-made)
Mostra collettiva La limitatezza della libertà, Berlino, settembre 1990
L'idea della mostra fu sviluppata prima della caduta del muro a partire da dialoghi tra Rebecca Horn, Jannis Kounellis e Heiner Müller. Adattate alla nuova situazione politica, le loro idee furono finanziate dal Senato di Berlino e realizzate nel 1990 da Wulf Herzogenrath assieme all'Ufficio tedesco degli scambi universitari. Undici artisti (Giovanni Anselmo, Barbara Bloom, Christian Boltanski, Hans Haacke, Rebecca Horn, llya Kabakov, Jannis Kounellis, Via Lewandowski, Mario Merz, Raffael Rheinsberg, Krzysztof Wodiczko) furono invitati a realizzare un lavoro temporaneo per lo spazio pubblico nelle metà complementari ancora divise di Berlino. La mostra con il titolo di Heiner Müller fu inaugurata diversi mesi prima dell'unificazione delle due parti della Germania.
La DDR nel 1961 aveva creato al confine con Berlino Ovest una striscia di terra vuota delimitata da due muri insormontabili provvisti di recinzioni elettriche protette da cani da guardia e da mine. Questo "confine per la pace" era controllato incessantemente da pattuglie militari e fari dall'alto delle torri di guardia. Circa 175 uomini che avevano cercato di fuggire in occidente trovarono la morte in questa "striscia della morte".
Per il progetto della mostra fu scelta una torre di guardia nei pressi del valico della Heinrich-Heine Straße. Fu provvista di finestre di vetro riflettente che ricordavano il lussuoso Palasthotel di Berlino Est, riservato ad ospiti della DDR. Come per i finestrini delle camionette d'assalto della polizia della Germania Ovest, delle griglie proteggevano le finestre della torre contro il lancio di pietre. Il faro sul tetto fu sostituito da una stella della Mercedes che ruotava lentamente in una gabbia. Specie di notte il neon a forma di stella dominava la terra deserta. Sul tetto dell'Europa Center, l'edificio più alto nel cuore del quartiere commerciale alla moda di Berlino Ovest, ruota da anni una stella della Mercedes del tutto simile, anche se molto più imponente.
Entrambe le iscrizioni sulle parti contrapposte della torre traevano origine da una serie di doppi annunci pubblicitari, in cui Daimler Benz citava gente famosa. "Essere pronti è tutto" ("The readiness is all") di Shakespeare ricordava il motto "Siate pronti - sempre pronti" dei giovani pionieri della DDR. Con l'altra citazione "L'arte rimane arte" di Goethe, la Mercedes fece pubblicità anche sul New York Times.
Pochi mesi prima della mostra, Daimler Benz aveva suscitato delle polemiche per aver acquistato un grande terreno non edificato sulla Potsdamer Platz. Ci si aspettava che questa zona vicina all'ex muro, dove si trovava il vecchio centro cittadino, in futuro sarebbe diventata il punto centrale pulsante di Berlino. Il Senato berlinese vendette il terreno alla Daimler Benz ad un decimo del valore di mercato stimato, prima che fosse ultimato il piano regolatore per la nuova zona. A causa di un ricorso per concorrenza sleale presso le istituzioni dell'UE a Bruxelles, alla Daimler Benz fu ingiunto di corrispondere pagamenti supplementari.
La Daimler Benz appartiene alle imprese tedesche che avevano attivamente favorito la presa del potere da parte di Hitler. Il presidente del consiglio di amministrazione e l'amministratore delegato erano entrambi membri delle SS. La gran parte degli aerei militari e dei mezzi militari tedeschi della seconda guerra mondiale erano equipaggiati con motori Mercedes. Come altre imprese, anche Daimler Benz si affidò al lavoro coatto. È stato nel frattempo stabilito un risarcimento di 434 marchi per ciascuno dei suoi 48000 lavoratori coatti. L'impresa prosperò, anche dopo la guerra. È il gruppo industriale più grande, nonché il più grande produttore d'armi della Repubblica Federale Tedesca.
Assieme al governo sudafricano Daimler Benz gestisce in Sudafrica un sito produttivo cui è garantito il monopolio della produzione di grandi motori diesel. Nonostante un embargo internazionale d'armi, la Mercedes ha fornito all'esercito e alla polizia in Sudafrica più di 6000 veicoli, inclusi lanciamissili. L'ex capo della filiale Mercedes a Città del Capo presiede ora Deutsche Aerospace.
Negli anni Ottanta Daimler Benz ha venduto all'Irak elicotteri, mezzi militari e missili. La società è anche sospettata della fornitura di rimorchi che sono stati utilizzati come basi di lancio mobili dei missili Scud. Secondo inchieste giornalistiche, Daimler Benz ha in programma la costruzione di mezzi pesanti in Iran con il sostegno della guardia rivoluzionaria.
Daimler Benz è attualmente lo sponsor più importante di mostre d'arte nella Repubblica Federale Tedesca. Anni fa aveva affidato a Andy Warhol l'incarico di realizzare una serie di ritratti delle loro vetture dall'inizio fino al presente. Dopo la morte dell'artista sono stati esposti a Tübingen e al museo Guggenheim di New York. Le mostre sono state sponsorizzate da Daimler Benz.
Il 20 giugno 1990 a Monte Carlo sono stati messi all'asta 81 pezzi del muro di Berlino da un'azienda governativa della DDR in collaborazione con un'azienda di Berlino Ovest. Un certificato garantiva l'autenticità del materiale della mostra.
Da Freedom is now simply going to be sponsored - out of petty cash
Pubblicità Fiat Balilla

Demograzia
a no'l è sucedût nua
canàes
continuàa a comprâa
Federico Tavan, Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio, 1997
Democrazia
non è successo niente
ragazzi
continuate a comprare

In den Etagen der Kulturverwaltung
Was für ein Wort Wer verwaltete Phidias
Ein Teppichhändler aus Smyrna laut POLYDOR
Auch die Kunst lebt nicht vom Staub allein
Brennt noch Licht rauchen die Köpfe im Sparzwang
Proben die Amputierten den aufrechten Gang
Mit geborgten Krücken aus Fiberglas
Unter Aufsicht des Finanzsenators
ZUM GELDE DRÄNGT AM GELDE HÄNGT DOCH ALLES
Stöhnt Faust in Goethes Sarkophag in Weimar
Mit der gebrochenen Stimme von Einar Schleef
Der seine Chöre probt in Schillers Schädel
Ich Dinosaurier im Rauschen der Klimaanlage
Selbst in der Steuerschraube bis zum Hals
Die Staatsgewalt geht vom Geld aus Geld
Muß kaufen Arbeit macht unfrei Heimat ist
Wo die Rechnungen ankommen sagt meine Frau
Lese Sophokles AJAX zum Beispiel Beschreibung

Nei piani dell'amministrazione culturale
Che parole Chi amministrava Fidia
Un venditore di tappeti di Smirne secondo POLIDORO
Anche l'arte non vive di sola polvere
Accesa ancora la luce Fumano teste costrette dai tagli di spesa
Gli amputati provano l'andatura eretta
Con stampelle in vetroresina prestate
Sotto il controllo dell'assessore alle finanze
AL DENARO SPINGE DAL DENARO DIPENDE TUTTO
Faust sospira nel sarcofago di Goethe a Weimar
Con la voce rotta di Einar Schleef
Che prova i suoi cori nel cranio di Schiller
lo dinosauro nel fruscio dell'aria condizionata
Anch'io torchiato dalle tasse fino al collo
La violenza dello Stato promana dal denaro Il denaro
Deve comprare Il lavoro rende non liberi Casa
È dove arrivano le fatture dice mia moglie
Leggo Sofocle AIACE per esempio Descrizione

αἰαῖ· τίς ἄν ποτ' ᾤεθ' ὧδ' ἐπώνυµον
τοὐµὸν ξυνοίσειν ὄνοµα τοῖς ἐµοῖς κακοῖς;
νῦν γὰρ πάρεστι καὶ δὶς αἰάζειν ἐµοὶ
καὶ τρίς τοιούτοις γὰρ κακοῖς ἐντυγχάνω·
Ahi, ahi! Chi avrebbe potuto pensare che il mio nome si potesse accordare così bene con le mie sventure? Ora sì che posso dire e ridire "ahi, ahi, Aiace", ora che soccombo alla sventura!
Sofocle, Aiace

Eines Tierversuchs vergilbte Tragödie
Eines Mannes mit dem eine launische Göttin
Blindekuh spielt vor Troja im Abgrund der Zeiten
Arnold Schwarzenegger im WÜSTENSTURM
Um mich heutigen Lesern verständlich zu machen
ICH AJAX OPFER ZWEIFACHEN BETRUGS
Ein Mann in Stalinstadt Bezirk Frankfurt Oder
Auf die Nachricht vom Klimawechsel in Moskau
Nahm stumm von der Wand das Porträt des geliebten
Führers der Arbeiterklasse des Weltkommunismus
Trat mit Füßen das Bild des toten Diktators
Hängte sich auf dem frei gewordenen Haken
Sein Tod hatte keinen Nachrichtenwert Ein Leben
Für den Reißwolf KEINER ODER ALLE
War das falsche Programm für alle reicht es nicht
Das letzte Kriegsziel ist die Atemluft
Oder KAULICH befreit von der Roten Armee
Aus Hitlers Gulag hört nach vier Tagen Fußmarsch
Aus einem zerschoßnen Fenster seine Frau schrein
Sieht einen Soldaten der uhmreichen Roten Armee
Der sie aufs Bett wirft vergißt das ABC
Des Kommunismus schlägt dem Genossen Befreier
Den Schädel ein Übt Selbstkritik im Gespräch mit dem Toten
Kein Ohr für die immer noch schreiende Frau
Wird zuletzt gesehn auf dem Transport
In Stalins Gulag seine zweite Epiphanie
Singt die Internationale im Viehwagen
Wenn er gestorben ist singt er heute noch
Mit den toten Kommunisten unter dem Eis
Das Schreibglück der fünfziger Jahre
Als man aufgehoben war im Blankvers


Di un esperimento su animali tragedia ingiallita
Di un uomo col quale una dea lunatica
Gioca a mosca cieca davanti a Troia nell'abisso dei tempi
Arnold Schwarzenegger in DESERT STORM
Per farmi capire dai lettori odierni
IO AIACE VITTIMA DI DUPLICE INGANNO
Un uomo a Stalinstadt circoscrizione Francoforte sull'Oder
Alla notizia del cambiamento del clima politico a Mosca
Staccava muto dalla parete il ritratto dell'amato
Guida della classe operaia del comunismo mondiale
Calpestava l'immagine del dittatore morto
Si impiccava al gancio liberato
La sua morte non valeva una notizia Una vita
Per il distruggidocumenti NESSUNO O TUTTI
Era il programma sbagliato per tutti non basta
L'ultimo obiettivo di guerra è l'aria da respirare
Oppure KAULICH liberato dall'Armata Rossa
Dal gulag di Hitler che dopo una marcia di quattro giorni sente
Gridare sua moglie da una finestra distrutta
Vede un soldato della gloriosa Armata Rossa
Che la butta sul letto dimentica l'ABC
Del comunismo e fracassa al compagno liberatore
Il cranio Compie autocritica parlando col morto
Senza badare alla donna che grida ancora
Viene visto l'ultima volta trasportato
Verso il gulag di Stalin sua seconda epifania
Canta l'internazionale nel carro bestiame
Se è morto canta ancora oggi
Con i comunisti morti sotto il ghiaccio
La felicità della scrittura degli anni Cinquanta
Quando si era nelle buone mani del Blankvers


Più di una volta mi è capitato di trovare l'osservazione per cui, a differenza che nella Germania nazista, alla caduta del fascismo nessuno si sarebbe suicidato in Italia. In realtà almeno uno ci fu. Si chiamava Manlio Morgagni e la sua storia aveva avuto molto in comune con quella di Mussolini. Fu quasi una simbiosi. Ex socialista, fascista della prima ora, consigliere comunale a Milano e poi senatore del Regno, giornalista, ricoprì importanti incarichi nel giornalismo italiano dell'epoca, soprattutto ne Il Popolo d'Italia, fino a diventare presidente e direttore generale dell'unica agenzia di stampa autorizzata dal regime, l'agenzia Stefani. Alla notizia di quello che considerò il tradimento del 25 luglio del 1943, quando il Gran Consiglio del fascismo sfiduciò Mussolini, lasciò questa lettera.
Mio Duce! L'esasperante dolore di italiano e di fascista mi ha vinto! Non è atto di viltà quello che compio: non ho più energia, non ho più vita. Da più di trenta anni tu, Duce, hai avuto tutta la mia fedeltà. La mia vita era tua. Ti ho servito, un tempo, come amico, ho proseguito a farlo, con passione di gregario sempre con devozione assoluta. Ti domando perdono se sparisco. Muoio col tuo nome sulle labbra e un'invocazione per la salvezza dell'Italia.
Morgagni
Siamo ad anni luce dal senso di vergogna che Aiace prova dopo aver abbattuto, accecato da Atena, gli armenti in cui credeva di aver visto gli Achei che gli avevano sottratto le armi di Achille, che Aiace considerava di diritto proprie: l'Italia di Morgagni - un'Italia che, se si pensa alle manifestazioni di fedeltà che il principe riceve dai cortigiani qualsiasi cosa egli faccia, non è morta il 25 luglio del 1943 - era per certi aspetti ancora più arcaica della Grecia di Aiace. Perché anche volendo leggere la fedeltà cieca di Morgagni come quella di un solo uomo, di un'eccezione - una lettura forzata, vista l'eredità fascista trasmessa e sopravvissuta anche nell'Italia democratica -, così non si può certo pensare per i fatti di piazzale Loreto, che ha visto una folla di persone battere il proprio selciato per infierire su dei cadaveri. La Grecia di Sofocle, arcaica non lo era già più e infatti in Aiace non si riconosceva: nella Grecia di Sofocle, la modernità era Ulisse, l'Ulisse che si era speso per garantire una tomba ad Aiace. Però, c'è almeno un però che per me conta, un resto, se si vuole, che mi piace sottolineare. A differenza del vincente, moderno Ulisse, il perdente, arcaico Aiace è vissuto e morto senza l'aiuto degli dei, anzi, con la loro ostilità. È un dinosauro (non di Spielberg), ma ha una sua dignità.



Zwischen den Planken des kenternden Geisterschiffs
Beschirmt vom ironischen Pathos des Knittelreims
Nur die Hebungen werden gezählt
Gegen den Steinschlag der Denkmäler
In der Ewigkeit des Augenblicks
Im Elend der Information BILD KÄMPFT FÜR SIE
Wird Erzählung Prostitution BILD KÄMPFT
Gibt die Tragödie dem Geist auf Stalin zum Beispiel
Seit seine Totems zum Verkauf stehn
Blut geronnen zu Medaillenblech
Am Brandenburger Tor für Hitlers Enkel
Welchen Text soll ich ihm in den Mund legen
Oder ins Maul stopfen je nach dem Standpunkt
In das Gehege seiner gelben Zähne
In sein kaukasisches Wolfsgebiß
In seiner Nacht im Kreml beim Warten auf Hitler
Wenn der sprachlose Lenin erscheint im Wodka
Lallend und brüllend nach dem zweiten Gehirnschlag
Der Beweger der Welt dem seine Zunge
Nicht mehr gehorchen will LENINDADA
Seine Welt ein Quadrat von Malewitsch
Der Tartar der das Gesetz der Steppe
Nicht mehr begreift Römer geworden zur Unzeit
Das sein Vollstrecher im Blut hat der Kaukasier
Oder Trotzki das Beil des Macbeth noch im Schädel
Die Faust geballt zum bolschewistischen Gruß
Im deutschen Panzerturm Hamlet der Jude
Oder Bucharin der im Keller singt
Der Liebling der Partei Kind der AURORA
Mit Hitler vielleicht kann er reden von Mann zu Mann
Oder von Tier zu Tier je nach dem Standpunkt
Der Totengräber mit dem Totenführer
Nach zehn Jahren Krieg war Troja museumsreif
Ein Gegenstand von Archäologie
Nur ein Hündin heult noch um die Stadt
Aus dem Gebeinen der Rächer gründete Rom
Preis eine brennende Frau in Karthago
Mutter der Elefanten Hannibals
Rom von der Wölfin gesäugt das den Sieger beerbte
Griechenland eine Provinz aus der man Kultur zog
3000 Jahre nach der blutigen
Geburt der Demokratie mit Bad Netz Beil
O NACHT SCHWARZE MUTTER im Haus der Atriden
Die Zange führt Athene die Kopfgeburt
Kriecht das dritte Rom schwanger mit Unheil
Nach Bethlehem in seine nächste Gestalt
Der Rausch der alten Bilder Die Müdigkeit
Im Rücken das unendliche Gemurmel
Des Fernsehprogramms BEI UNS SITZEN SIE
IN DER ERSTEN REIHE Die Schwierigkeit
Den Vers zu behaupten gegen das Stakkato
der Werbung das die Voyeure zu Tisch lädt
UNSERN TÄGLICHEN MORD GIB UNS HEUTE
In meinem Gedächtnis taucht ein Buchtitel auf
DIE ERSTE REIHE Bericht von Toden in Deutschland
Kommunisten gefallen im Krieg gegen Hitler
Jung wie die Brandstifter von heute wenig
Wissend vielleicht wie die Brandstifter von heute
Andres wissend und andres nicht wissend
Verfallen einem Traum der einsam macht
Im Kreisverkehr der Ware mit der Ware
Ihre Namen der Nation aus dem Gedächtnis
Der Nation was immer das sein oder werden mag
Im aktuellen Gemisch aus Gewalt und Vergessen
In der traumslosen Kälte des Weltraums
ICH AJAX DER SEIN BLUT VERSTRÖMT
ÜBER SEIN SCHWERT GEKRÜMMT AM STRAND VON TROJA
Im weißen Rauschen
Kehren die Götter zurück nach Sendeschluß
Verbrennt sie Sehnsucht nach dem reinen Reim
Der Welt in Wüste wandelt Tag in Traum
Reime sind Witze im Einsteinschen Raum
Des Lichtes Welle sondert keinen Schaum
Brechts Denkmal ist ein kahler Pflaumenbaum
Und so weiter was die Sprache hergibt
Oder das Lexikon des deutschen Reims
Das letzte Programm ist die Erfindung des Schweigens
ICH AJAX DER SEIN BLUT


Tra le assi della nave fantasma che si capovolgeva
Protetti dal pathos ironico della rima baciata
Solo le arsi si contano
Contro la caduta massi dei monumenti
Nell'eternità dell'attimo
Nella miseria dell'informazione BILD LOTTA PER VOI
Il racconto diventa prostituzione BILD LOTTA
La tragedia esala l'anima Stalin per esempio
Da quando i suoi totem sono in vendita
Sangue coagulato in latta per medaglie
Alla porta di Brandeburgo per i nipoti di Hitler
Quale testo devo mettergli in bocca
O ficcargli sul muso a seconda del punto di vista
Nel recinto dei suoi denti gialli
Nella sua caucasica dentatura da lupo
Nella sua notte al Cremlino aspettando Hitler
Quando Lenin ammutolito appare nella Vodka
Balbettante e sbraitante dopo il secondo ictus
Il motore del mondo cui la sua lingua
Non vuole più obbedire LENINDADA
Il suo mondo un quadrato di Malevič
Il tartaro che non comprende più
La legge della steppa diventato romano fuori tempo
Che l'esecutore ha nel sangue il caucasico
O Trotzki l'ascia del Macbeth ancora nel cranio
Il pugno chiuso nel saluto bolscevico
Nella torretta dei panzer tedeschi Amleto l'ebreo
O Bucharin che canta nella cantina
Il preferito del partito figlio dell'AURORA
Con Hitler forse può parlare da uomo a uomo
O da bestia a bestia a seconda del punto di vista
Il becchino col duce dei morti
Dopo dieci anni di guerra Troia era matura per il museo
Un oggetto di archeologia
Solo una cagna ulula attorno alla città
Sulle ossa dei vendicatori fondava Roma
Il prezzo una donna in fiamme a Cartagine
Madre degli elefanti di Annibale
Roma allattata dalla lupa che è erede del vincitore
La Grecia una provincia da cui si estraeva cultura
3000 anni dopo la sanguinosa
nascita della democrazia con bagno rete ascia
AH NOTTE MADRE NERA nella casa degli Atridi
Il forcipe condotto da Atena nata dalla testa
Striscia la terza Roma gravida di disgrazie
Dopo Betlemme nella sua prossima forma
La sbornia delle vecchie immagini La stanchezza
Alle spalle l'infinito mormorio
Del programma televisivo DA NOI SEDETE
IN PRIMA FILA La difficoltà
Di difendere il verso contro lo staccato
Della pubblicità che invita a tavola i voyeur
DACCI OGGI IL NOSTRO ASSASSINIO QUOTIDIANO
Dai miei ricordi affiora un titolo
LA PRIMA FILA rapporto sulla morte in Germania
Comunisti caduti in guerra contro Hitler
Giovani come gli incendiari di oggi poco
Sapendo forse come gli incendiari di oggi
Sapendo altro e altro non sapendo
Succubi di un sogno che rende soli
Nel traffico circolare della merce con la merce
I loro nomi dimenticati e cancellati
Nel nome della nazione dalla memoria
Della nazione qualunque cosa sia o possa diventare
Nella miscela attuale di violenza e oblio
Nel freddo dello spazio senza sogni
IO AIACE CHE SPARGE IL SUO SANGUE
CURVATO SULLA SUA SPADA SULLA SPIAGGIA DI TROIA
Nel fruscio bianco
Tornano gli dei dopo la fine dei programmi
Brucia la nostalgia della rima pura
Che trasforma il mondo in deserto il giorno in sogno
Le rime sono battute nello spazio einsteiniano
L'onda della luce non sceglie la schiuma
Il monumento di Brecht è un prugno spoglio
E così via quanto restituisce
La lingua o il lessico del rimario tedesco
L'ultimo programma è l'invenzione del silenzio
IO AIACE CHE IL SUO SANGUE

Così si interrompe la poesia di Müller, con una frase a metà che, dopo la lotta a colpi di parole contro la violenza e l'oblio, cade nel silenzio.

Che Aiace fosse stato un uomo che non aveva esitato a combattere da solo, resistendo persino al più potente degli dei, ce l'ha lasciato nella memoria Ovidio.

Hectora qui solus, qui ferrum ignesque Iovemque
sustinuit totiens, unam non sustinet iram,
invictumque virum vicit dolor: arripit ensem
et 'meus hic certe est! an et hunc sibi poscit Ulixes?
hoc' ait 'utendum est in me mihi, quique cruore
saepe Phrygum maduit, domini nunc caede madebit,
ne quisquam Aiacem possit superare nisi Aiax'
dixit et in pectus tum demum vulnera passum,
qua patuit ferrum, letalem condidit ensem.
nec valuere manus infixum educere telum:
expulit ipse cruor, rubefactaque sanguine tellus
purpureum viridi genuit de caespite florem,
qui prius Oebalio fuerat de vulnere natus;
littera communis mediis pueroque viroque
inscripta est foliis, haec nominis, illa querellae.
Ovidio, Metamorfosi, XIII, 394
Colui che da solo aveva resistito ad Ettore, che tante volte aveva resistito al ferro e al fuoco e a Giove stesso, Aiace, ad una sola cosa non resistette, all'ira; fu il dolore a vincere l'invitto guerriero. Sguainò la spada e "Almeno questa è certamente mia, - disse. - o Ulisse vorrebbe anche questa? Devo usarla contro me stesso: questa spada che tante volte grondò di sangue di Frigi, ora gronderà del sangue del suo padrone, perché solo Aiace può battere Aiace!" Così disse, e nel petto, che allora subì la prima ferita, nel punto in cui poteva cedere al ferro, si cacciò la lama mortale. Le mani non ce la fecero ad estrarre l'arma, tanto era conficcata: il sangue stesso la espulse, e la terra arrossata dal sangue generò da una verde zolla un fiore purpureo, lo stesso fiore che era nato dalla ferita dell'Ebalide. In mezzo ai petali sono scritte lettere comuni al ragazzo e al guerriero: a questo, indicano il nome, a quello un lamento.

La memoria di Ovidio si rinnova ogni volta che nasce un giacinto, perché proprio un giacinto è il fiore nato dalla ferita dell'Ebalide, il ragazzo spartano Giacinto (Ipse suos foliis gemitus inscribit, et AI AI/flos habet inscriptum, Metamorfosi, X, 215), ed è quindi sui suoi petali che si può continuare a leggere ahi, ahi, il lamento di Aiace (in greco il lamentarsi, αἰάζειν, consente un perfetto gioco di parole con Aiace, cui Ovidio può solo accennare di striscio).


Ecco. Il mio cerchio si sta per chiudere, ma non lo fa sui giacinti, perché, anche se le automobili di Monaco mi hanno effettivamente fatto pensare al giacinto di Ovidio passando per la stella della Mercedes di Müller, l'esperienza solitaria di Heiner-Aiace, la vergogna e l'assenza di vergogna, e anche la dignità e l'assenza di dignità, grazie ai tre quarti d'ora di tragitto silenzioso regalatomi dalla S-Bahn, non è su questi fiori che ho smesso di procedere per associazioni.

A questo punto, però, i pensieri mi si sono suddivisi in rivoli che, pur avendo un nocciolo comune, mi è difficile ricomporre.

Da una parte, la ricerca, nell'atto di rinascita italiano e tedesco dalle ceneri del nazifascismo, di una traccia in cui poter trovare condensato, esattamente come in una metamorfosi, il proprio passato e al contempo una base fondante del proprio futuro, traccia che a me pare di poter riconoscere, seppure espressa in modo diverso, nei rispettivi articoli 1 della Costituzione, in cui, implicitamente o esplicitamente, indirettamente o direttamente, per come la vedo io, riaffiora una parola per cui sono già passata, la parola dignità. Conoscendo il passato dei due Paesi, si tratta di articoli densissimi.
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
Die Würde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schützen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt (La dignità dell'uomo è intangibile. Rispettarla e proteggerla è dovere di ogni potere statale).
Dall'altra parte, ancora due metamorfosi, entrambe apparentemente diverse da quelle di Ovidio, ma a queste pur sempre accomunate da un'esigenza di memoria e di continuità.

La prima, concretissima e semplice, è passata attraverso le mani di mio nonno, che non ha mai espresso a parole alcun sentimento di affetto a nessuno dei suoi sei nipoti, ma le cui mani nel tempo hanno piantato, in fondo al campo dietro casa, per ogni nipote nato, un albero. A vederli adesso nella loro concretezza e semplicità di alberi, sono altissimi, anche quelli piantati per ultimi. A vederli bene adesso, vi si possono ritrovare concretamente le azioni e i gesti essenziali di tutte le persone che vi stanno dietro, mio nonno, mia nonna, i loro figli, i loro nipoti e così via. A vederli bene adesso, poi, se ne contano sette.

La seconda è ancora una volta letteraria, ma non si conclude con un albero o un fiore: inizia con un fiore al quale penso spesso, tutte le poche volte che si parla di Cecenia (e di altri Paesi dimenticati), tutte le pochissime volte che se ne parla senza passare per la cronaca di attentati a Mosca, e tutte le numerose volte che non se ne parla affatto.

Я возвращался домой полями. Была самая середина лета. Луга убрали и только что собирались косить рожь.

Tornavo a casa per i campi. Era piena estate: i prati erano già falciati e si cominciava a tagliare la segale.
In questo periodo dell'anno la natura offre una squisita varietà di fiori: rossi, bianchi, rosa; profumati e teneri trifogli; margheritine insolenti; "m'ama-non-m'ama" bianchissimi col cuore giallo e un intenso puzzo di fradicio; gialle colze dal profumo di miele; altre campanule viola e bianche; fiori di pisello rampicanti; ordinate scabiose gialle, rosse, rosa, viola; piantaggine dalla peluria leggermente rosata e dal profumo gradevole ma quasi impercettibile; fiordalisi appena fioriti, scintillanti al sole di color turchino o sfumati d'azzurro e di rossiccio la sera, e prima di appassire; e quei teneri fiori di vilucchio, dal profumo di mandorla, tanto rapidi nell'avvizzire.
Raccolsi un gran mazzo di fiori diversi. Mi stavo incamminando verso casa, quando scorsi un cardo d'un rosso vivo, in piena fioritura; di quel tipo particolare che da noi chiamiano "il tartaro" e che il contadino falcia con grande cautela e poi getta via per non pungersi le mani quando raccoglie il fieno. Mi venne l'idea di strappare il cardo e di infilarlo nel mazzo. Scesi nel fossato e cacciando via un peloso calabrone che s'era infilato nel fiore e sonnecchiava dolcemente e mollemente, tentai di coglierlo, ma era difficilissimo: non solo il gambo pungeva da ogni parte, anche attraverso il fazzoletto col quale mi fasciai la mano, ma era così tenace che spesi cinque minuti a lacerare le fibre, una per una.
Quando finalmente lo divelsi il gambo era tutto sfilacciato e anche il fiore non pareva più così fresco e bello. E poi, rozzo e goffo com'era, non si addiceva ai teneri fiori del mazzo. Peccato, lo avevo distrutto inutilmente: al suo posto, invece, spiccava bellissimo. Lo gettai via. Però che energia e che forza vitale, pensai, ricordando quanta fatica m'era costato strapparlo. Come s'era tenacemente difeso e come aveva venduto a caro prezzo la propria vita!
Il mio sentiero attraversava un campo di terra grassa, maggese e appena arata. Era leggermente in salita e io camminavo fra la polvere della terra grassa. Il campo, di un unico proprietario, era molto vasto, tanto che a destra e a sinistra e di fronte non si vedeva altro che nero maggese, non ancora erpicato.
Il maggese era buono e non si scorgeva, in tutto il campo, un filo d'erba. Era una distesa tutta nera. "Com'è distruttivo e crudele l'uomo, quanti organismi viventi, quante piante ha distrutto per la conservazione della propria vita", pensavo, cercando istintivamente qualcosa di vivo in mezzo a quel campo morto e buio. Più avanti, sulla destra del sentiero, spuntava un cespuglio. Quando mi avvicinai riconobbi i "tartari", fiori uguali a quello che avevo strappato e gettato via senza motivo.
Il cespuglio di "tartari" era formato di tre fiori. Uno era strappato e il gambo rotto sporgeva come un braccio monco. Gli altri due erano intatti. Rossi poco tempo prima, ora erano neri. Un gambo era rotto e il fiore pendeva, sporco, l'altro, nonostante fosse imbrattato di terra nera, si ergeva dritto. Evidentemente il cespuglio era stato calpestato da una ruota e si era risollevato: perciò si ergeva tutto sghembo, ma si ergeva. Come un essere cui avessero lacerato una parte del corpo, avessero rovesciato le budella, avessero staccato un braccio, avessero strappato gli occhi, e tuttavia non cedesse a chi gli aveva annientato tutti i fratelli.
"Che forza straordinaria" pensai. "L'uomo l'ha avuta vinta su ogni cosa, ha distrutto milioni di erbe, ma lui, "il tartaro", non cede".
E mi tornò alla memoria una vecchia storia del Caucaso che in parte ho vissuto, in parte mi fu riferita da testimoni oculari e in parte ho immaginato. Una storia, così come è nata dal mio ricordo e dalla mia immaginazione. Eccola.
Lev N. Tolstoj, Chadži-Murat, BUR 1994, traduzione di Milli Martinelli
*

Aiace, per esempio

La pillola magica è solo un trucchettino
Ajax pulisce ogni lavandino
Detto popolare

Nelle librerie si accumulano
I bestseller letteratura per idioti
A cui la televisione non basta
O il cinema che rincretinisce più lentamente
Io dinosauro non di Spielberg sto seduto
Riflettendo sulla possibilità
Di scrivere una tragedia Santa Ingenuità
Nell'albergo a Berlino capitale irreale
Il mio sguardo dalla finestra cade
Sulla stella della Mercedes
Che nel cielo notturno gira malinconica
Sull'oro dei denti di Auschwitz e altre filiali
Della Deutsche Bank all'Europacenter
Europa Il toro è macellato la carne
Marcisce sulla lingua il progresso non tralascia nessuna mucca
Gli dei non ti visiteranno più
Quel che ti resta è l'ahimè di Alcmena
E la puzza di carne che brucia che ogni giorno
Dai tuoi bordi il vento apolide ti porta
E talvolta dalle cantine del tuo benessere
Bisbiglia la cenere canta la farina delle ossa
Una scritta luminosa sul Kurfürstendamm annuncia al mondo
PETER ZADEK MOSTRA I DENTI A BERLINO
BEWARE OF DENTISTS gli si vorrebbe dire
Nelle guerre dei contadini la più grande sciagura
Della storia tedesca leggevo scuotendo il capo
In stato d'innocenza millenovecentoquarantotto
Come può una rivoluzione essere una sciagura
Nelle note di Brecht su MADRE CORAGGIO
Si è strappato il dente canino alla Riforma
Oggi io posso scrivere il seguito Della
Rivoluzione francese nelle guerre napoleoniche
Della nascita prematura del socialismo nella Guerra Fredda
Da allora la storia balla di nuovo il tango
Un excursus su rivoluzione e odontoiatria
Scritto nel secolo dei dentisti
Due protesi dentarie un premio Büchner
Quello che finisce Quello che viene
Apparterrà agli avvocati il tempo
Sta come proprietà immobiliare in vendita
Nel grattacielo sotto la stella della Mercedes
Nei piani dell'amministrazione culturale
Che parole Chi amministrava Fidia
Un venditore di tappeti di Smirne secondo POLIDORO
Anche l'arte non vive di sola polvere
Accesa ancora la luce Fumano teste costrette dai tagli di spesa
Gli amputati provano l'andatura eretta
Con stampelle in vetroresina prestate
Sotto il controllo dell'assessore alle finanze
AL DENARO SPINGE DAL DENARO DIPENDE TUTTO
Faust sospira nel sarcofago di Goethe a Weimar
Con la voce rotta di Einar Schleef
Che prova i suoi cori nel cranio di Schiller
lo dinosauro nel fruscio dell'aria condizionata
Anch'io torchiato dalle tasse fino al collo
La violenza dello Stato promana dal denaro Il denaro
Deve comprare Il lavoro rende non liberi Casa
È dove arrivano le fatture dice mia moglie
Leggo Sofocle AIACE per esempio Descrizione
Di un esperimento su animali tragedia ingiallita
Di un uomo col quale una dea lunatica
Gioca a mosca cieca davanti a Troia nell'abisso dei tempi
Arnold Schwarzenegger in DESERT STORM
Per farmi capire dai lettori odierni
IO AIACE VITTIMA DI DUPLICE INGANNO
Un uomo a Stalinstadt circoscrizione Francoforte sull'Oder
Alla notizia del cambiamento del clima politico a Mosca
Staccava muto dalla parete il ritratto dell'amato
Guida della classe operaia del comunismo mondiale
Calpestava l'immagine del dittatore morto
Si impiccava al gancio liberato
La sua morte non valeva una notizia Una vita
Per il distruggidocumenti NESSUNO O TUTTI
Era il programma sbagliato per tutti non basta
L'ultimo obiettivo di guerra è l'aria da respirare
Oppure KAULICH liberato dall'Armata Rossa
Dal gulag di Hitler che dopo una marcia di quattro giorni sente
Gridare sua moglie da una finestra distrutta
Vede un soldato della gloriosa Armata Rossa
Che la butta sul letto dimentica l'ABC
Del comunismo e fracassa al compagno liberatore
Il cranio Compie autocritica parlando col morto
Senza badare alla donna che grida ancora
Viene visto l'ultima volta trasportato
Verso il gulag di Stalin sua seconda epifania
Canta l'internazionale nel carro bestiame
Se è morto canta ancora oggi
Con i comunisti morti sotto il ghiaccio
La felicità della scrittura degli anni Cinquanta
Quando si era nelle buone mani del Blankvers
Tra le assi della nave fantasma che si capovolgeva
Protetti dal pathos ironico della rima baciata
Solo le arsi si contano
Contro la caduta massi dei monumenti
Nell'eternità dell'attimo
Nella miseria dell'informazione BILD LOTTA PER VOI
Il racconto diventa prostituzione BILD LOTTA
La tragedia esala l'anima Stalin per esempio
Da quando i suoi totem sono in vendita
Sangue coagulato in latta per medaglie
Alla porta di Brandeburgo per i nipoti di Hitler
Quale testo devo mettergli in bocca
O ficcargli sul muso a seconda del punto di vista
Nel recinto dei suoi denti gialli
Nella sua caucasica dentatura da lupo
Nella sua notte al Cremlino aspettando Hitler
Quando Lenin ammutolito appare nella Vodka
Balbettante e sbraitante dopo il secondo ictus
Il motore del mondo cui la sua lingua
Non vuole più obbedire LENINDADA
Il suo mondo un quadrato di Malevič
Il tartaro che non comprende più
La legge della steppa diventato romano fuori tempo
Che l'esecutore ha nel sangue il caucasico
O Trotzki l'ascia del Macbeth ancora nel cranio
Il pugno chiuso nel saluto bolscevico
Nella torretta dei panzer tedeschi Amleto l'ebreo
O Bucharin che canta nella cantina
Il preferito del partito figlio dell'AURORA
Con Hitler forse può parlare da uomo a uomo
O da bestia a bestia a seconda del punto di vista
Il becchino col duce dei morti
Dopo dieci anni di guerra Troia era matura per il museo
Un oggetto di archeologia
Solo una cagna ulula attorno alla città
Sulle ossa dei vendicatori fondava Roma
Il prezzo una donna in fiamme a Cartagine
Madre degli elefanti di Annibale
Roma allattata dalla lupa che è erede del vincitore
La Grecia una provincia da cui si estraeva cultura
3000 anni dopo la sanguinosa
nascita della democrazia con bagno rete ascia
AH NOTTE MADRE NERA nella casa degli Atridi
Il forcipe condotto da Atena nata dalla testa
Striscia la terza Roma gravida di disgrazie
Dopo Betlemme nella sua prossima forma
La sbornia delle vecchie immagini La stanchezza
Alle spalle l'infinito mormorio
Del programma televisivo DA NOI SEDETE
IN PRIMA FILA La difficoltà
Di difendere il verso contro lo staccato
Della pubblicità che invita a tavola i voyeur
DACCI OGGI IL NOSTRO ASSASSINIO QUOTIDIANO
Dai miei ricordi affiora un titolo
LA PRIMA FILA rapporto sulla morte in Germania
Comunisti caduti in guerra contro Hitler
Giovani come gli incendiari di oggi poco
Sapendo forse come gli incendiari di oggi
Sapendo altro e altro non sapendo
Succubi di un sogno che rende soli
Nel traffico circolare della merce con la merce
I loro nomi dimenticati e cancellati
Nel nome della nazione dalla memoria
Della nazione qualunque cosa sia o possa diventare
Nella miscela attuale di violenza e oblio
Nel freddo dello spazio senza sogni
IO AIACE CHE SPARGE IL SUO SANGUE
CURVATO SULLA SUA SPADA SULLA SPIAGGIA DI TROIA
Nel fruscio bianco
Tornano gli dei dopo la fine dei programmi
Brucia la nostalgia della rima pura
Che trasforma il mondo in deserto il giorno in sogno
Le rime sono battute nello spazio einsteiniano
L'onda della luce non sceglie la schiuma
Il monumento di Brecht è un prugno spoglio
E così via quanto restituisce
La lingua o il lessico del rimario tedesco
L'ultimo programma è l'invenzione del silenzio
IO AIACE CHE IL SUO SANGUE

Heiner Müller