venerdì 1 giugno 2007

Was brauchst du

was brauchst du? einen Baum ein Haus zu
ermessen wie groß wie klein das Leben als Mensch
wie groß wie klein wenn du aufblickst zur Krone
dich verlierst in grüner üppiger Schönheit
wie groß wie klein bedenkst du wie kurz
dein Leben vergleichst du es mit dem Leben der Bäume

du brauchst einen Baum du brauchst ein Haus
keines für dich allein nur einen Winkel ein Dach
zu sitzen zu denken zu schlafen zu träumen
zu schreiben zu schweigen zu sehen den Freund
die Gestirne das Gras die Blume den Himmel

Friederike Mayröcker

giovedì 31 maggio 2007

Sonetto XLIX

Qualunque giorno non veggio 'l mi' amore,
la notte come serpe mi travollo
e sì mi giro, che paio un bigollo,
tanta è la pena che sente 'l meo core.
Parmi la notte ben cento mili' ore,
dicendo: - Dio, sarà ma' dì, vedrollo?;
e tanto piango, che tutto m'immollo,
ch'alcuna cosa m'alleggia 'l dolore.
Ed i' ne son da lei cosi cangiato,
che 'n una ched e' giungo 'n sua contrada,
sì mi fa dir ch'i' vi son troppo stato,
e ched i' voli, sì tosto men vada,
però ch'ell'ha 'l su' amor a tal donato,
che per un mille più di me li aggrada.

Cecco Angiolieri

martedì 29 maggio 2007

Epigramma 7


Comprasti trecce di capelli, rossetto, miele, cerone, denti:
a quel prezzo, ti compravi una faccia.

Lucillio

domenica 27 maggio 2007

Biglietto di viaggio

Quando sarò ucciso, uno di questi giorni
l'assassino troverà nella mia tasca i biglietti di viaggio
uno verso la pace
uno per i campi di pioggia
uno
verso la conoscenza dell'umanità
(ti prego non sprecare i biglietti mio caro assassino ti
prego di partire...)

Sāmi Al-Qāsim
trad. di F. M. Corrao

Nato nel 1939 a Zarqā' in Giordania da una famiglia drusa. Dopo gli studi a Nazareth, ha lavorato come insegnante e giornalista in Israele. Per l'impegno nella resistenza palestinese e per la sua militanza nel partito comunista, ha subito numerosi arresti ed è stato costretto al domicilio coatto. Dopo l'occupazione israeliana del 1967 è stato allontanato dall'insegnamento. Da allora si è dedicato alla scrittura di poesia ed opere teatrali.

giovedì 24 maggio 2007

Ponterosso

Trieste
Un ponte piturà de rosso
El Ponterosso
Come due gambe storte
Traverso del Canal
Dessiné d’après nature
Cassas e Lavallé
Vietato il riprodurre

Un sbatociar
De barche e de battane

E fora del Canal
In mezo al golfo
Un vapor in ancora per sempre
el suo nome
Con tanti oblò
Dopiadi sora el mar

Tutto e tutti
Passa el Ponterosso
Revoltella in carozza coi Asburgo
Turbanti levantini
Odori de havlà e de pesce fritto
E greci e turchi
E dalmati e croati
E svevi de la Bieska
Ebrei de Weimar
A zavattar per metter banchi

E passa una slovena de Kamnik
No la trova el suo amor
Fabbro de fin
Ferro battù de Kropa
Perso el se ga nel vardar onde

Carri e cavai
De Pinzgau
Coi zoccoli a tamburo
E lupolo per la Dreher
E jazzo per sorbetti
Che cala de Postojna

Pianelle furlanute
Cadorini e Ciarniei
Regnicoli e Ungheresi

Ponterosso
Del mondo gran corona
E mi son tuto fiamma
De vento son vestì
Dormo
Coi nuvoli fumando

E ciacolo con l’Angelo
Come inciodà de sora dei camini
Con l’elmo dei gendarmi
Color giallo d’argilla
Barba spartida
Come l’Imperator

E vedo ancora
Angeli e lune
Come nei quadri
Di monsieur Chagall

Un ponte piturà de rosso
Il Ponterosso
Su l’Adriatico estremo
Sotto il crinal del Carso
Con l’ultima sirena
Che me smaga
La bella Lau

E digo
strenzi el tuto
E slarga el Ponterosso
Ombelico del mondo
O mia Trieste
Stupida e cattiva

Carolus L. Cergoly



Trieste
Un ponte dipinto di rosso
Il Ponterosso
Come due gambe storte
Attraverso il Canale
Dessiné d’après nature
Cassas e Lavallé
Vietato il riprodurre

Uno sbattere
Di barche e di battane

E fuori dal Canale
In mezzo al golfo
Un vapore all'ancora per sempre
il suo nome
Con tanti oblò
Doppiati sopra il mare

Tutto e tutti
Passano per il Ponterosso
Revoltella in carrozza con gli Asburgo
Turbanti levantini
Odori di havlà e di pesce fritto
E greci e turchi
E dalmati e croati
E svevi della Bieska
Ebrei di Weimar
A ciabattare per mettere banchi

E passa una slovena di Kamnik
Non trova il suo amore
Fabbro di fine
Ferro battuto di Kropa
Si è perso nel guardare onde

Carri e cavalli
Di Pinzgau
Cogli zoccoli a tamburo
E luppolo per la Dreher
E ghiaccio per sorbetti
Che scende da Postojna

Pianelle friulane
Cadorini e Carnioli
Regnicoli e Ungheresi

Ponterosso
Del mondo gran corona
E io sono tutto fiamma
Di vento sono vestito
Dormo
Con le nuvole fumando

E chiacchero con l’Angelo
Come inchiodato sopra i camini
Con l’elmo dei gendarmi
Color giallo d’argilla
Barba divisa
Come l’Imperatore

E vedo ancora
Angeli e lune
Come nei quadri
Di monsieur Chagall

Un ponte dipinto di rosso
Il Ponterosso
Sull’Adriatico estremo
Sotto il crinale del Carso
Con l’ultima sirena
Che mi avvilisce
La bella Lau

E dico
stringi il tutto
E allarga il Ponterosso
Ombelico del mondo
O mia Trieste
Stupida e cattiva

mercoledì 23 maggio 2007

Perché scrivo in dialeto?

Perché scrivo in dialeto...?
Dante, Petrarca, e quel dai Diese Giorni
Gà pur scrito in toscan.

Seguo l'esempio.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

Nei momenti che i basi fermemo

Nei momenti che i basi fermemo
No' par gusto ma par riflession,
La me amante vol scriver i versi,
Che mi digo e me basta de dir.

Tuta nùa la se méte al lavoro
Po' la méte una blusa lisièra,
Po' la ziga "che fredi xé i versi"
La stranùa, mi la baso, e bondì.

"Ah che curti che xé 'sti poemi!"
Dirà queli che ne lezerà,
"Ah che boni che gèra quei basi!"
Dirà ela ... o Amor lo dirà.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

Secondo i giorni penso e vedo

Secondo i giorni penso e vedo
Tasso piànzer, Goethe rìder...
Secondo i giorni solamente.

Secondo i giorni credarìa
Che Torquato invidii a Goethe
El pan de Weimar.
Secondo i giorni solamente.

Tasso mato, e Goethe grando
Coi più grandi de 'sto mondo,
Secondo i giorni a mi me par
Più bravo Goethe.

Secondo i giorni solamente.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

sabato 5 maggio 2007

Uma didática da invenção VII

No descomeço era o verbo.
Só depois é que veio o delírio do verbo.
O delírio do verbo estava no começo, lá onde a
criança diz: Eu escuto a cor dos passarinhos.
A criança não sabe que o verbo escutar não funciona
para cor, mas para som.
Então se a criança muda a função de um verbo, ele
delira. E pois.
Em poesia que é voz de poeta, que é a voz de fazer
nascimentos -
O verbo tem que pegar delírio.

Manoel de Barros,
O livro das ignorãças


Una didattica dall'invenzione
VII

Al disprincipio era il verbo.
Solo dopo è che venne il delirio del verbo.
Il delirio del verbo stava nell'inizio, là dove il
bambino dice: Io ascolto il colore degli uccellini.
Il bambino non sa che il verbo ascoltare non funziona
per il colore, ma per il suono.
Allora se il bambino cambia la funzione di un verbo,
delira. E dunque.
In poesia che è voce di poeta, che è la voce del fare
nascite -
Il verbo deve delirare.

Manoel de Barros
Il libro dell'ignoranza (trad. E. Sanches)


martedì 1 maggio 2007

Das Lied von der Moldau

Am Grunde der Moldau wandern die Steine
Es liegen drei Kaiser begraben in Prag.
Das Große bleibt groß nicht und klein nicht das Kleine.
Die Nacht hat zwölf Stunden, dann kommt schon der Tag.

Es wechseln die Zeiten. Die riesigen Pläne der
Mächtigen kommen am Ende zum Halt.
Und gehn sie einher auch wie blutige Hähne
Es wechseln die Zeiten, da hilft kein Gewalt.

Am Grunde der Moldau wandern die Steine
Es liegen drei Kaiser begraben in Prag.
Das Große bleibt groß nicht und klein nicht das Kleine.
Die Nacht hat zwölf Stunden, dann kommt schon der Tag.

Bertolt Brecht


La canzone della Moldava

In fondo alla Moldava vanno le pietre,
sepolti a Praga riposan tre re.
A questo mondo niente rimane uguale
la notte più lunga eterna non è.

Si mutano i tempi, l'inutile lotta
di galli violenti futuro non ha.
I folli progetti di tutti i potenti
si oppongono invano al tempo che va.

In fondo alla Moldava vanno le pietre,
sepolti a Praga riposan tre re.
A questo mondo niente rimane uguale
la notte più lunga eterna non è.

Trad. Giorgio Strehler

venerdì 27 aprile 2007

Uma didática da invenção II

Desinventar objetos.
O pente, por exemplo. Dar ao
pente funções de não pentear. Até que ele fique à
disposição de ser uma begonia. Ou uma gravanha.

Usar algumas palavras que ainda não tenham idioma.

Manoel de Barros, O livro das ignorãças

Una didattica dall'invenzione
II

Disinventare oggetti.
Il pettine, per esempio. Dare al
pettine funzioni di non pettinare. Fino a che sia nella
disposizione di essere una begonia. O un ago di pino.

Usare qualche parola che ancora non abbia un idioma.

Manoel de Barros, Il libro dell'ignoranza
(trad. E. Sanches)

mercoledì 18 aprile 2007

Picjât

'E soi bon
da fâ dut,
picjât
che no fài
nua

Federico Tavan
Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio


demograzia

a no'l è sucedût nua
canàes
continuàa a comprâa

Federico Tavan
Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio


Se fos normâl

Se fos normâl
'e audarés al vint
a scrîve poesies
sui tiô cjavei.
Descolz
su l'aga de Andrèes
in cercja de la sorgent.
E a la sera
cjocs de luna
cencja mai stufâsse
da gosâ al nostre amour.
E po' sui arbi
in cercja de nîtz,
sui lavres un vier.
Se fos normâl
e sunarés
dute' li cjampanes.
E po' via
pa' chî prâtz
e deventâ
flours
âs
e
la meil.

Federico Tavan
Cràceles cròceles, I quaderni del Menocchio


Se fossi normale

Se fossi normale
aiuterei il vento
a scrivere poesie
sui tuoi capelli.
Scalzo
nell'acqua di Andreis
in cerca della sorgente.
E alla sera,
ubriachi di luna,
senza mai stancarsi
di gridare il nostro amore.
E poi sugli alberi
in cerca di nidi,
sulle labbra un verme.
Se fossi normale
suonerei
tutte le campane.
E poi via
per i prati
a diventare
fiori
api
e
miele.

domenica 1 aprile 2007

Laude dei pacifici lapponi e dell'olio di merluzzo

Ben tappati dentro i poveri
ma fidati lor ricoveri,
mentre lento sui tizzoni
cuoce il lor desinaruzzo
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Fuori, il vento piglia a schiaffi
quattro o cinque abeti squallidi:
gli orsi bianchi sono pallidi
pel gran freddo e si dan graffi
l'un con l'altro per distrarsi...
Oh! bisogna ricordarsi
che omai nevica da mesi;
fiumi e rivi presi al laccio
dell'inverno son di ghiaccio
(e che ghiaccio! perché il ghiaccio
è assai freddo in quei paesi);
ma che importa lor? ghiottoni
dallo stomaco di struzzo
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

E son là, raccolti, stretti,
padre, madre, zii, bambini
(battezziamoli lappini
i lapponi pargoletti?),
e poi c'è la nonna, il nonno,
qualche amico dei vicini;
ciascun preso un po' dal sonno
perché ha l'epa troppo piena
già di grasso di balena;
pure a nuove imbandigioni
ogni dente torna aguzzo,
e i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Beatissimi! fra poco
tutti quanti russeranno
in catasta a torno al fuoco,
poi doman si leveranno,
torneranno alla stess'opra,
mangeranno e riberranno
il buon olio di cui sopra,
e cosí per tutto l'anno,
sempre..... fin che moriranno.

Cosí svolgesi la loro
vita, piana e senza scosse,
senza mai quell'ansia d'oro
che noi muta in pelli-rosse;
senza il fiel, senza la bile
necessari all'uom civile.....
Ho da dirvelo? una smania
prepotente mi dilania,
ed invan da piú stagioni
in me dentro la rintuzzo:.....
vo in Lapponia tra i lapponi
a ber l'olio di merluzzo!

Ernesto Ragazzoni

Il teorema di Pitagora

I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s'usa
a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le balene si fan sempre piú rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti:
il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dí lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?

Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l'oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
ardenti piú non parlano i Jeova ai profeti?
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...

Ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti.
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
Il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Ernesto Ragazzoni

sabato 31 marzo 2007

Bambini e sinistra

Chi dice ai bambini
dovete pensare a destra
è uno di destra
Chi dice ai bambini
dovete pensare a sinistra
è uno di destra
Chi dice ai bambini
non dovete pensare affatto
è uno di destra
Chi dice ai bambini
è del tutto indifferente ciò che pensate
è uno di destra
Chi dice ai bambini
quello che lui stesso pensa
e dice loro anche
che ci potrebbe essere qualcosa di sbagliato
forse è uno di sinistra

Kinder und Linke

Wer Kindern sagt
Ihr habt rechts zu denken
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
Ihr habt links zu denken
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
Ihr habt gar nichts zu denken
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
Es ist ganz gleich was ihr denkt
der ist ein Rechter
Wer Kindern sagt
was er selbst denkt
und ihnen auch sagt
dass daran etwas falsch sein könnte
der ist vielleicht ein Linker

Erich Fried

Leggere poesie

Chi si aspetta
la propria salvezza
da una poesia
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Chi non si aspetta
alcuna salvezza
da una poesia
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Gedichte lesen


Wer
von einem Gedicht
seine Rettung erwartet
der sollte lieber
lernen
Gedichte zu lesen

Wer
von einem Gedicht
keine Rettung erwartet
der sollte lieber
lernen
Gedichte zu lesen

Erich Fried, Es ist was es ist, 1983

domenica 12 novembre 2006

Le mie invisibilissimi pagine

Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori, è ...non scrivere. Ci passerei tutta la vita [...]. Si lavora d'immaginazione, e non è lavoro da tutti .[...] Quante idee, diventate fisse, hanno condotto al manicomio, quante hanno trascinato gente a massacrarsi. Il meglio è scriverle per esclusivo uso interno. Lasciatele al loro stato di puro spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il solo che permetta di averne la mente di continuo ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su semplice carta, una, vuol dire farsene tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i mille e mille germi odorosi di un giardino incantato. Corteggiatele tutte, le idee, non sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà? E' grazie a questi solidi principii che di continuo riesco a regalarmi alla fantasia invisibili pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate.

Ernesto Ragazzoni, "Le mie invisibilissimi pagine", 1919

Tutti i testi del volume Buchi nella sabbia e pagine invisibili si trovano qui.

martedì 5 settembre 2006

La Nâf Spaziâl

Chîsta
'e n'éis 'na conta
pai nins,
éis 'na storia vera,
da matz.
Al disivuot d'avost
da l'otantedoi,
apena iessût da l'ospedal
ma soi serât in cjamera,
ài metût doi armaróns
e un comodìn
denant la puarta.
Po' me soi metût sul liet
coma un astronauta.
De four de la puarta
i me clamava duç:
"Iés! Iés!".
"No, no! 'E soi ch'e sgôrle
in ta la nâf spaziâl,
no stei desturbâme,
vô 'e séi de un antre mont".
E i passava li ores...
Intant jo incrosave
steles e galassies
e ucei strambus.
Al speciu al faseva da oblò
e al sofit da firmament.
E de four,
mitant preocupatz:
"Iés! Iés!
Ah, diu, al é mat!"
Jo 'e continuave a sgorlâ,
incjamò doi mil ans-lûs
e sarés rivât sul sorele.
Li ombrenes sui murs
e i rumours de li machines
i faseva al sussûre dal motour
de la nâf spaziâl.
E 'i son passâtz doi dîs...
"Iés! Iés!
No màngestu?
Ah, diu, al é mat!
Paràn jù la puarta!"
Ma la puarta a resisteva.
E jo, in alt,
pì in alt!
E de four dut un rumour:
"Iés! Iés!
Ce fàistu uvì?
Dai mo, su, nin!
Ah, diu, al é mat!"
"Lassâme stâ!
'E soi su la nâf spaziâl.
'E scjampe,
e al mont lu jôt lontan
e i omi pici pici... "
E 'i son passâtz tre dîs...
'I àn sfuarcjât la puarta,
'i àn parât jù i armarons
e al comodin.
Jo ju spetâve, platât
sot al liet.

"AH, DIU!
'I SON RIVÂTZ
I UMANS!"

Federico Tavan


La nave spaziale

Questa
non è una fiaba
per bambini,
è una storia vera,
da matti.
Il diciotto agosto
dell'ottantadue,
appena uscito dall'ospedale
mi sono chiuso in camera,
ho messo due armadi
ed un comodino
davanti alla porta.
Poi mi sono disteso sul letto,
come un astronauta.
Fuori dalla porta
mi chiamavano tutti:
"Esci! Esci!".
"No, no! Sono in volo
nella nave spaziale,
non disturbatemi,
voi siete di un altro mondo".
E passavano le ore...
Intanto incrociavo
stelle e galassie
ed uccelli strani.
Lo specchio faceva da oblò
ed il soffitto da firmamento.
E da fuori,
molto preoccupati:
"Esci! Esci!
Oh, Dio, è matto!"
Io continuavo a volare,
ancora duemila anni-luce
e sarei arrivato sul sole.
Le ombre sui muri
ed i rumori delle macchine
facevano il rumore del motore
della nave spaziale.
E son passati due giorni...
"Esci! Esci!
Non mangi?
Oh, Dio, è matto!
Buttiamo giù la porta!"
Ma la porta resisteva.
Ed io in alto,
più in alto!
E fuori tutto un rumore:
"Esci! Esci!
Cosa fai lì?
Su, da bravo!
Oh, Dio, è matto!"
"Lasciatemi stare!
Sono sulla nave spaziale.
Fuggo,
ed il mondo
lo vedo lontano
e gli uomini piccoli piccoli..."
E son passati tre giorni..
Hanno forzato la porta,
hanno buttato giù gli armadi
ed il comodino.
Io li aspettavo, nascosto
sotto il letto:

"AH DIO!
SONO ARRIVATI
GLI UMANI!"